martedì, febbraio 09, 2010 | in : animazione e videogiochi
Halo Legends: relativamente agli episodi originariamente trasmessi via Halo Waypoint, cercande ixb. Qui parliamo solo di Origins, metà andata in onda sul Live, e degli altri 4 episodi mai visti prima compresi nel dvd-bd. Origins, due parti, è prodotto dallo Studio 4C, qui tornato a una certa gloria tecnica dopo anni di orrori a basso budget: siamo dopo la fine di Halo 3, Cortana si annoia e parla a un Master Chief congelato, gli racconta la vera storia dell'umanità e della vita nell'Universo. I Forerunners erano benevoli semi dei dello spazio, tecnologicamente supremi: un giorno vengono invasi dai Flood, perdono la guerra e capiscono che l'unico modo per vincere e salvare l'Universo è uccidere ogni forma di vita e lasciar morire i Flood di fame. Così costruiscono gli Halo, arma di distruzione di massa all'infinita potenza. Distruggono tutta la vita nell'Universo e poi, stile Arca di Noè, ripiantano su ogni pianeta la vita così com'era. Nella seconda parte invece si parla dell'origine dell'umanità, fino a ripercorrere Halo 1, 2 e 3: da Leonida a Master Chief. Il tutto si conclude con una mezza profezia di morte e distruzione da parte di una Cortana sempre più ambigua. Dirige Hideki Futamura, poca carriera e di poco prestigio; bisognerebbe però scoprire l'autore dei testi, il monologo di Cortana è affascinante, seppure retorico. Homecoming: Production IG in versione minimo sforzo racconta la storia di Daisy 022, che disertò il programma Spartan II e scappò per tornare a casa, solo per scoprire il proprio clone vivere la vita che avrebbe dovuto essere sua; Daisy torna a combattere e morirà in una battaglia senza nome contro i Covenant anni dopo. Alla regia Koichi Mashimo, carriera trentennale alle spalle (lo ricordiamo qui per la prima versione animata di Eat-Man), e il suo storico collaboratore Koji Sawai: bello ma tirato via. Odd One Out, parodia animata che scherza con tante idiozie tipiche degli anime di combattimento, produce Toei e dirige uno che ha fatto qualche Dragon Ball (il character design è ricalcato su Toriyama). Ultimo, Prototype, studio Bones al comando: la storia di Ghost, non quello di Cod, un soldato che ha perso tutta la sua squadra, divenuto freddo e spietato, si sacrifica per salvare la sua nuova squadra e distruggere un prototitpo sperimentale di super corazza. Non c'e' un solo episodio di Halo Legends che non valga la pena o sia meno che bello, tutti molto diversi tra loro per realizzazione tecnica e stile, grafico e narrativo, tutti interessanti: ottimo progetto.
hellbly @ 22:29 | commenti (popup) | commenti
martedì, febbraio 09, 2010 | in : fumetti e libri
Blackest Night - Le serie Black Lantern: nel mese di gennaio DC Comics ha pubblicato 8 nuovi ultimi numeri per altrettante serie morte nel corso degli ultimi anni, un'idea brillante. Nella storyline degli zombie ecco le serie zombie. Peccato che tale idea sia stata seguita da realizzazioni complessivamente mediocri, vediamole. Suicide Squad 67, questo è manco a dirlo uno dei casi particolari: Ostrander resta in zona Secret Six e propone, insieme a Gail Simone, un esemplare crossover tra le ''due'' serie, la storia non è ancora finita (si chiude nel prossimo numero di Secret Six), ma l'albo in sé è molto buono; Weird Western Tales 71, scrive DiDio, strana storia con Jonah Hex e compagni in forma di Black Lanterns: fa parte del gruppo dei mediocri; Catwoman 83: Nicieza approfitta del tie-in per buttare un pò di carne al fuoco, presumibilmente, di prossime storyline di Gotham Sirens, niente di che ma apprezzabile; Power of Shazam 48: inutile ulteriore aggiunta a quella macchia di casino che è la Marvel family attuale; The Phantom Stranger 42: l'introduzione di BL Spectre, opera di Tomasi tra le meno riuscite soprattutto per la contorsione di continuity; Starman 81, tra poco parleremo nuovamente di Robinson, permettetemi però di dire che questo su brevissimo ritorno su Starman è un piccolo gioiello per noi affezionatissimi; The Atom and the Hawkman 46: Johns approfitta dell'iniziativa ma non si lega al senso della stessa, questo albo è esclusivamente dedicato a Ray Palmer e ai suoi primi momenti come membro dell'Indigo Tribe, bella lettura; The Question 37: Rucka ci regala poche pagine di un grande ritorno, apprezzo Montoya-Question ma Vic era Vic. 4 su 8 sono un'ottima media per quelli che sono solitamente albi di merda da vendere solo per il banner in testa.

Blackest Night Wonder Woman: continuiamo a parlare bene dei progetti collaterali alle serie principali di Blackest Night, tocca sempre al grande Rucka, in coppia con la sempre più eccellente Scott, regalarci la fine dello scontro tra Star Sapphire Wonder Woman e Red Lantern Mera. 2 cose su quest'albo: leggendo i forum e i commenti in giro per il web noto la stessa mia confusione nell'interpretare ''il segreto'' di Mera, faccio fatica a credere che il figlio di Aquaman fosse in realtà figlio di Black Manta però mi sembra l'interpretazione più corretta delle immagini. Non trovo invece niente di strano nella nuova ripresa del rapporto erotico tra Batman e Wonder Woman, innanzitutto perché vecchio cavallo di battaglia della gestione Rucka di WW, poi perché sarebbe un ottimo motore narrativo per lanciare WW approfittando del ritorno di Batman. Ben fatto.

Superman - World of New Krypton: passiamo alla roba brutta. Finisce finalmente la miniserie durata un anno con Superman via dalla Terra, è un pessimo momento per essere fan di Superman, sembra di essere tornati a prima delle gestione Berganza. Troppe trame, troppe sottotrame, e poi i kryptoniani stanno sui coglioni a tutti: sono il popolo alieno più odioso e insopportabile del mondo, un'intera serie dedicata a loro è stata troppo. Peccato poi che Robinson si sia perso per strada, dopo l'eccellente numero dedicato a Krypto e l'ottimo inizio della sua run sembra essere stato ucciso dai crossover.

Red Tornado: continua la teoria di miniserie dedicate a personaggi inutili del DCU, questa volta tocca all'androide/elementale dell'aria. Metzer ci aveva provato ed era quasi riuscito, la sua eredità è raccolta da Kevin VanHook, cineasta mediocre, autore di fumetti orrendi. L'idea è quella di creare tanti androidi/elementali quandi sono gli elementi: un vero genio, il resto è una discesa nella porcheria.

Ghost Rider - Heaven's on Fire: Jason Aaron conclude con quest'ultima miniserie di 6 la storia iniziata durante la sua sfortunata run sull'ultima regolare dedicata a John Blaze e i suoi colleghi Ghost Riders. Aaron sviluppa e riscrive tutto il mito del Ghost Rider, realizzando la prima vera interpretazione decente dal 1996. Sì, sono andato a controllare l'ultima volta che lessi una storia decente di Ghost Rider: erano gli anni del 2099 e quelli di Blaze in solitaria. Begli anni. La Marvel non ha dichiarato progetti futuri per il personaggio, la serie si conclude con i nostri che corrono in moto verso il tramonto, ogni storyline conclusa: passerà del tempo prima di rivederli. A meno che non si concretizzi, speriamo di no, l'idea di un nuovo film con Nicholas Cage.
hellbly @ 19:36 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, febbraio 03, 2010 | in : animazione e videogiochi
Tengen Toppa Gurren Lagann the Movie - Ragan-Hen: che poi sarebbe il secondo e ultimo film (il primo essendo Gurren-Hen, ixb) tratto compilando scene dell'omonima serie tv con parecchi nuovi spezzoni appositamente animati. Lo staff è lo stesso del primo e cambia molto poco: aumentano invece le differenze con la versione originale, alcune scelte sono migliori qui, altre no. Innanzitutto non mi è piaciuto l'epilogo. Essenzialmente è un bel film ma troppo lungo, supera di un pò le due ore e tutto sommato molti dei combattimenti si trascinano più del dovuto; ciò detto: HOT BLOOOOOOOD. Che poi io rimanga un fedele seguace del team Getter, e al massimo del Gaogaigar, e anche Nadesico, non vuol dire che non possa apprezzare due ore di urla, di colpi micidiali, e di upgrade trasformativi del robot protagonista. Il film eccede gli eccessi della serie tv, è realmente un Gurren Lagann all'ennesima potenza, in Giappone va ancora forte: qui non ne siamo mai stati particolarmente entusiasti, e quando dico ''qui'' intendo il luogo virtuale. La storia comincia con la battaglia finale contro Lord Genome, prosegue con tiritera dell'emersione umana dal sottosuolo e seguente felice espansione, continua con l'attacco degli Anti-Spirals, il ''tradimento'' di Nia e tutto il susseguirsi di menate e lotte. Alla fine ci si tira i pianeti, alla fine fine ci si tirano le galassie.
hellbly @ 20:02 | commenti (popup) | commenti
martedì, febbraio 02, 2010 | in : cinema e tv
Bodyguards and Assassins: la propaganda cinematografica in Cina compie  un nuovo passo avanti, il superamento di quel trend da festival fatto di estetica d'arte così di successo negli ultimi anni, approdando al suo primo vero grande blockbuster. L'ultima fatica di Teddy Chan, che qui ricordiamo esclusivamente e non troppo volentieri per Downtown Torpedoes (era un'altra vita), è stato in produzione per 10 anni e finalmente realizzatto grazie all'interessamento di una nuova etichetta, la Cinema Popular: la storia si sviluppa nei primi del '900, nella colonia inglese di Hong Kong trovano concentrazione e maggiore libertà dal regime imperiale tutti gli ansiti rivoluzionari che percorrono come un fuoco sotterraneo la grande madre patria Cina: serve solo un pò di vento per consentire alla Rivoluzione di spazzare via secoli di dominio vigliacco e porco per instaurare anche in Cina, la vera democrazia. Tale e quale a quella degli illuminati paesi Occidentali. Un giorno giunge notizia alle eminenze di Hong Kong che da lì a poco sarebbe passato a fare un salto e un meeting il più grande teorico della Rivoluzione, da anni in esilio volontario a studiare i modi dell'Occident: subito scattano e convergono piani di matrice opposta. Il governo invia il suo più fidato generale e un gruppo di assassini scelti per seccare l'ospite non gradito, l'underworld di Hong Kong si mobilita in massa per fornirgli tutto l'appoggio necessario: da qui il titolo Guardie del Corpo e Assassini. I ricchi e viziati assassini contro le guardie del corpo proletarie composte di mendicanti e altre genti di umile origine: tutti ugualmente ben addestrati nel kung fu. Tra le guardie del corpo c'e' anche un monaco che ha rinnegato la dottrina per la rivoluzione. Il sistema complessivo del film è esageratamente scoperto e involontariamente ridicolo, più interessante sono i modi della rappresentazione: sembra un film americano, a dirla tutta riprende in blocco l'iconografia di pellicole USA come Gangs of New York, ma non è solo nel tipo di ripresa o nelle forme della scenografia a tradire l'intenzione. Signore e signori, Mainland China presente: Donnie Yen il Parkour. Evviva! Anche in Cina è arrivato il Parkour e il povero Donnie Yen e un altro tizio sono stati costretti a un inseguimento per le vie di HK in stile David Belle. Sono anni che non seguo più attentamente il cinema cinese e mi stupisce scoprire che questo film dichiaratamente promosso dall'avere un cast d'eccezione di all-star porti tutti nomi a me ancora adesso stranoti: Donnie Yen, Leon Lai, Tony Leung Ka Fai (invecchiato male), Nicholas Tse, Eric Tsang, Xueqi Wang e persino Simon Yam. C'e' molto e troppo dialogo patetico, 'sti giovani pronti al sacrificio, 'sti vecchi che non vogliono farsi coinvolgere ma poi arrivano e prendono il comando della situazione perché la rivoluzione li infuoca, tutte 'ste lacrime. Du balle. I combattimenti per contro non sono male però il film tradisce pesantemente su questo aspetto: ci sono i soliti duelli e i soliti ''1 contro molti'', un paio di mosse e sequenze divertenti, manca  però l'atteso scontro 30vs30 velatamente promesso e suggerito dai trailer. Il titolo del film si spreca a infilare dei bei plurali ma alla avrebbe dovuto intitolarsi ''assassino contro guardia del corpo, altro assassino contro altra guardia del corpo...'', tutti gli attori hanno voluto la propria scena personale, la coralità dell'azione è sparita e si è persa l'occasione per una battle royale di kung fu. Poteva essere molto meglio e quindi sembra peggiore.
hellbly @ 10:12 | commenti (popup) | commenti
lunedì, febbraio 01, 2010 | in : fumetti e libri
Battle Royale (Id, 1999): l'anno di prima pubblicazione è il 1999, in lingua inglese fu stampato la prima volta nel 2003; tre anni dopo il celebre adattamento di Fukasaku, in concomitanza con l'uscita del secondo film. Indietro per il blog trovate tutto. Finito il libro il pensiero va con immutato affetto alla tin edition Tartan che ancora oggi fa bellissima mostra di sé in una delle librerie del Grande Inverno, aaaah: gli anni felici dell'import di film asiatici, dannata internet, dannata www. Sono praticamente certo di aver scritto un breve post anche sull'adattamento manga di Battle Royale, una porcheria, così come il secondo film: giusto per chiudere il cerchio del ricordo. Il romanzo originale di Koushun Takami è identico al film, Fukasaku non è stato certo tenero o intraprendente nella sua rappresentazione: ogni scena del film è nel libro, nel libro c'e' anche di più ma quel ''di più'' avrebbe potuto tranquillamente restarne fuori, Fukasaku scelse e mostrò il meglio del romanzo. Ogni tanto capita: il film è talmente superiore alla origine cartacea da sminuirla in modo eccessivo, fermo il punto che si parli di un libro tradotto dal giapponese lo stile di Takami (che per altro non ha più fatto un cazzo dopo, tranne l'orrendo manga di cui prima) è banale, piuttosto noioso, pedante e distrattamente amatoriale. Ciò detto il concept è geniale e il suo nome immortale: nel romanzo ampio spazio è dedicato alla descrizione del Giappone dove si svolge il Programma, l'immaginazione di Takami è scarsa e influenzata dalla fantascienza americana degli anni '70; in Giappone vivono ottimi e brillanti autori, di fantascienza e non, Takami non è tra questi: suo è però l'indubbio merito di aver svilupputo e codificato un tale fantasmagorico esperimento sociale, anche se alla fine quello che rimarrà sono le immagini millenaristiche di Fukasaku. Si fatica a crederlo: il romanzo di Koushun è già vecchio, oggi lo si legge come uno scampolo ridicolo di anni '90, Takami aveva 30 anni al momento della pubblicazione, e il romanzo era in giro già da un pò. Autore giovanissimo, caso letterario: il Brizzi giapponese. Fukasaku, l'anno successivo, dicasi 2000, anni 70, regista vecchio, uomo moribondo: un film che, a parte qualche ridicolo effetto speciale allora all'avanguardia, è nuovo e fresco, vivace ancora oggi. Dovrei parlare del romanzo ma c'era un motivo se sono passati 7 anni tra la sua uscita e il momento in cui mi sono deciso ad affrontarlo. Giusto per precisione: non è mica vero che il libro sia identico al film, nelle scene dove il film riprende il libro la riproduzione è esatta, nelle altre le differenze sono fondamentali. Una su tutte Beat Takeshi: il suo personaggio è totalmente diverso da quello monocromatico e stupido del romanzo. Guardatevi il film, sappiatelo tratto da un romanzo di immediato e non duraturo successo tra la gioventù nipponica.
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sabato, gennaio 30, 2010 | in : fumetti e libri
World's Finest: miniserie in 4 albi scritta da Gates. La storia è in continuity ed essenzialmente ripropone il classico team-up tra la batfamily e la supermanfamily nell'ottica di tutti i recenti cambiamenti di status: niente di che.

The Web: mentre la serie Red Circle dedicata a The Shield prosegue con grande successo, Web ha retto solo 4 albi prima di dover ricorrere al cambio di allenatore mandando via la scrittrice Angela Robinson (ennesima tizia della tv, L-World, finita a fare fumetti) per correre al riparo sotto l'ala protettiva di Sturges. Questi primi 4 albi sono stati davvero penosi, speriamo in un miglioramento.

Incarnate: Radical Comics continua la propria spirale discendente sospinta da una cattiva idea dopo l'altra. Il figlio di Gene Simmons scrive una miniserie manga-vampiro in 3 albi che non finisce, finisce con un ''continua'' ma l'editore non ha programmi in merito. E' un manga americano con vampiri a scuola scritto dal figlio di una rockstar.

Kick-Ass: finalmente è finita. L'ultima mini originale di Millar per Icon-Marvel era già un film all'uscita del suo primo numero, 8 in totale; per altro il film è prossimo all'uscita. Disegni del grande Romita Jr. Credeteci o meno: Millar ha cominciato a starmi sul cazzo con questa serie, la storia di Nemesis (che vedremo in futuro) è solo la conferma di un autore andato oltre. Kick-Ass è la storia di un ragazzino che legge un sacco di fumetti nel mondo reale, un giorno decide di mettersi un costume e diventare un real-superhero, l'idea non è originale, lo stile è violento e si può principalmente criticare a Millar la scoperta intenzione di imitare scioccamente Ennis.

Halo - Helljumper: miniserie in 5 albi scritta da Peter David, il tizio da cui andare alla Marvel quando si vuole adattare bene un brand di successo; protagonisti Dutch e Romeo da Halo ODST, prequel naturalmente. Disegni di Nhuyen, bella mini: forse la caratterizzazione dei personaggi è un pò troppo diversa rispetto a quanto vistosi nel gioco ma è un bel pezzo di fumetto che piacerà a tutti i fan di Halo; i non fan ci capiranno poco e niente.
hellbly @ 14:40 | commenti (popup) | commenti
martedì, gennaio 26, 2010 | in : fumetti e libri
Liberation - Being the Adventures of the Slick Six After the Collapse of the United States of America (Id, 2008): questo è uno di quei romanzi che si lascia alle spalle strascichi psicologici, primo dei quali è che adesso mi trovo ad agognare il momento del mio prossimo ordine di libri import dove ho ora piazzato al primo posto il primo romanzo dell'autore di Liberation, Brian Francis Slattery, il romanzo essendo Spaceman Blues. Il secondo: ho iniziato il libro l'anno scorso, poi mi sono fermato e non ne ho più letto, 100 pagine alla fine, fino a l'altro ieri, il celebre dramma da conclusione di bel romanzo, non volevo finirlo. Slattery non è un autore banale né ''solamente'' scrittore, è musicista, giornalista ed editore: è quel  tipo di artista che nelle sue opere può spremere e contrarre generi e stili ottenendo una delle migliori performance crossover letterarie da tempo; la narrazione è molto complessa, le sentenze sono ampie, i tempi e i soggeti variano senza preavviso e non è raro perdere il filo del discorso e dover tornare a leggere alcuni passaggi per comprendere di chi, dove e di cosa improvvisamente si stia parlando; a volte però si tornano a leggere passaggi solo per la delizia del suo stile lirico, ampolloso se volete, comunque agli antipodi di quello scrivere secco e asciutto che da anni imperversa nella fantascienza. Slattery assomiglia un pò al Mieville dei bei tempi che furono. Protagonista della storia è Marco, ''he carries a wasteland within him, fallow soil wet with blood'': Marco all'inizio della storia è in prigione, una nave prigione, prigioniero da sei anni. In questo periodo di tempo il mondo è cambiato, come si evince dal titolo gli Stati Uniti d'America sono spariti, l'economia non è solo entrata in crisi, non ne è più uscita: rivolte, il governo destituito, regressione tecnologica di 50-60 anni, povertà, morte, l'America viene isolata dal resto del mondo per non restare coinvolta: In questa nuova, distrutta America, la gente è povera e muore di fame, più del possibile; in questa America i delinquenti, i capi mafiosi di organizzazioni paragovernative sono gli unici a emergere e prendere il controllo: in America, povertà assoluta e malavita sono all'origine del ritorno della  schiavitù. Premessa shock ma molto poco affrontata nel romanzo, la denuncia politica, ammesso che esista, è esclusivamente strumentale, fornisce lo scenario e l'ambientazione, aggiunge carattere all'ambiente ma non influisce ne controlla la trama, è puramente accessoria: Slattery è più preso dallo scrivere frasi piene di bellezza per perdere tempo a sviluppare un concept che altri autori avrebbero trasformato in un trattatto di filosofia distopica. Forse 200 pagine di più, forse una maggiore profondità di pensiero: chissà, il romanzo è spettacolare ma appesantito dalla superficialità evolutiva del soggetto. Marco decide di evadere, avrebbe potuto farlo in qualsiasi momento: Marco è uno degli Slick Six, anzi, è colui che ha reso slick quelli che erano 5 delinquenti fuori dal comune ma non super eccezionali. I cinque erano come gli unidici di Ocean's: incredibili ladri, incredibili  truffatori, amiconi che si divertono a rubare ai cattivi, ma anche ai buoni ma non ai poveri. Ma non super. Per fare il salto di qualità mancava loro qualcuno che si occupasse del dolore: intimidazione, assassinio, qualcuno per gestire la violenza. Marco. Marco Angelo Oliveira combatte da sempre, da bambino nella desolata crudeltà del sud america, poi guerrigliero: a 8 anni Marco colpiva un'arancia a 100 metri con un AK47 ma gli sfuggiva la sostanziale differenza tra un frutto e una persona. Marco comincia ad andare in giro per il mondo, diventa un super ninja: SUPER NINJA. Il peggio badass del mondo, il migliore assassino: niente e nessuno può uccidere Marco, Marco può uccidere tutti. C'e' molta caratterizzazione da comics americano nel testo di Slattery, specialmente parlando di Marco: Marco è Batman e Chuck Norris e un SUPER NINJA messi insieme. Tutto il testo è pieno di questi elementi surreali e grotteschi, nuove tribù indiane, il circo della distruzione industriale, donne dinamitarde, un sottobosto di criminalità eroica e selvaggia, i nuovi hippies del Doc San Diego: Slattery crea un'infinità di personaggi ed è sorprente la rapidità e l'efficiacia delle sue caratterizzazioni e il modo in cui personaggi minori e maggiori si alternano a vivere una storia molto più corale di quanto non mostri di essere. La digressione è continua e spiazzante, è realmente un libro arduo nella lettura ma di grandissima soddisfazione: come nelle migliori produzioni new weird, cosa che Liberation non è, la somma delle idee tirate in ballo supera di gran lunga lo spazio delle pagine e pure l'abilità dell'autore a trattarle. Slattery spinge sull'immaginazione e non può frenare sulle descrizioni, la sua prosa ricercata richiede e necessità di non soffermarsi ma continuamente di spandere ed espandere la vicenda. A conti fatti Liberation è il romanzo squisito e moderno di un autore che dovrebbe fare ancora meglio.
hellbly @ 11:12 | commenti (popup) | commenti
venerdì, gennaio 22, 2010 | in : fumetti e libri
Wednesday Comics: breve lezione di recente storia editoriale DC Comics. Nel 2006, per colmare l'One Year Later seguito alla conclusione di Infinite Crisis, la DC Comics produsse l'eccezionale serie settimanale semplicemente intitolata ''52'': rivoluzionaria nel moderno mercato a fumetti. L'esperienza di sbalorditivo successo fu seguita dalla decisamente meno interessante Countdown to Final Crisis, e definitivamente uccisa dalla seguente Trinity. Le due ultime serie furono castrate da due problemi irrisolvibili: un cesso di continuity con le altre serie, team creativi oberati e incapaci a conservare e mantenere un decente livello qualitativo. L'idea del settimanale sembrava non potersi riprendere, non in quei termini: così nacque l'idea di Wednesday Comics, serie settimanale di 12 numeri, relativamente fuori continuity e approcciata riprendendo e reinterpretando l'antico stile impaginatorio da quotidiano (concettualmente in linea con il ritorno della striscia di superman di cui parlammo tempo fa). 15 pagine di grande formato per 15 storie da 12 pagine, 1 pagina di ogni storia per numero, sviluppate da 15 team creativi diversi, chiaro? La critica è impazzita, pubblicazione fantastica, supporto editoriale perfetto, autori di primissimo piano: una serie economicamente di successo fatta a regola d'arte, trasformando anzi in arte quell'immagine del  passato di quando il fumetto non era neppure lontanamente considerato tale. Progetto coraggioso, una delle tanti ragioni per cui DC Comics è stata unanimamente eletta casa editrice dell'anno. Però. Però sono 15 storie di 12 pagine e tutto sommato sono un bellissimo esercizio formale ma poco di più. Non entro nel merito di tutte le storie, però ve le suddivido in categorie: belle, medie, mediocri. Mediocri: Teen Titans di Berganza e Galloway, specie di manga americano; Metal Men di Di Dio e Garcia-Lopez più Nowlan, uno scrittore può fare l'editore ma un editore dovrebbe restare a fare quello; Wonder Woman di Caldwell, senza senso. Medie: Superman di Arcudi e Bermejo, ottimi disegni ma la storia lascia a desiderare; Deadman di Bullock, come prima; Green Lantern di Busiek e Quinones, come prima; The Flash di Kerschl, come prima ma più bilanciato; The Demon e Catwoman di Simonson e Stelfreeze, il contrario di quelle prima. Belle: Batman di Azzarello e Risso, Kamandi di Gibbons e Sook, Metamorpho di Gaiman e Allred, Strange Adventures di Pope e Villarubia, Supergirl di Palmiotti e Conner, Sgt. Rock dei Kubert, Hawkman di Baker. Per le serie ''belle'' non ci sono parole da aggiungere: sono produzioni dei migliori autori, liberi di fare quello che vogliono, sono una gioia per gli occhi e riescono a essere brevi pezzi di letteratura.

Adventure Comics: la nuova avventura di uno dei classici del parco testate DC Comics sembra essere arrivata a prematura conclusione con il suo sesto numero, Johns e Manapul abbandonano la serie dopo aver deliziato il pubblico con il ritorno di Superboy nel DCU, un personaggio più maturo, più sicuro e molto meglio delineato, veramente inteso come l'erede di Superman. Se ne vanno perché? Forse per far spazio a Lewitz, forse a causa delle decisioni Warner di riarrangiare tutta la compagnia a fine anno scorso, forse era già deciso così: non lo sapremo mai, fatto sta che in pochi albi la Legion è sparita come second feature per consentire agli autori della primaria di dare una degna conclusione a un brevissimo e intensissimo arco narrativo. Il futuro non è roseo per questa testata.

Absolution: Gage alla Avatar in una copia delle ultime produzioni di Ellis per l'editore. 6 numeri, avrebbero dovuto essere almeno 12: la storia parte bene, un supereroe decide che i cattivi vanno uccisi, non molto originale ma tagliata bene; al sesto numero la storia è ancora completamente nel pieno del suo sviluppo, Gage la deve chiudere, il finale che non c'e', una serie praticamente interrotta.

Die-Hard Year One: Boom! realizza una mini prequell alla famosa serie con Bruce Willis, mediocre. D'altra parte scrive Chaykin.

Conan
- The Weight of the Crown: primo speciale Dark Horse durante il nuovo corso di Conan the Cimmerian, scrive e disegna Robertson. E' il Robertson di una volta, quello straordinario prima delle recenti brutture su The Boys.

Punisher - Get Castle: se siete orfani del punisher max di Ennis, se la nuova serie stile marvel knights di Aaron non vi prende, la Marvel ha qualcosa per voi. One-Shot in continuity con la serie di Ennis, vecchio punitore incazzata, buona perché vive di luce riflessa e di amarezza per la chiusura di uno dei migliori fumetti degli ultimi 10 anni.
hellbly @ 11:07 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, gennaio 20, 2010 | in : animazione e videogiochi
Forza Motorsport 3: tra il 1997 e il 2001 la mia vita è stata profondamente segnata dalle gioie e dai dolori delle sfide per il titolo di Gran Turista, i trionfi e le sconfitte nel più prestigioso trofeo al mondo. Il Gran Turista ha successivamente vissuto alcuni anni di oblio, principalmente perché il detentore del titolo (puro culo, vincitore dell'ultima sfida) pensò bene di emigrare fuori Italia portandolo con sé. Arriviamo agli anni di Ps3, XBOX360 e del gioco online: Gran Turismo 5 avrebbe potuto diventare il mezzo per riprendere il torneo, il mezzo per riappropriarmi del titolo... ma non è mai uscito e mi sono rotto il cazzo, così ho prima convinto il Gran Turista a comprare l'XBOX e poi abbiamo comprato Forza Motorsport 3. Per inciso: caschi il mondo non comprerò mai Gran Turismo 5. Per inciso2: Forza Motorsport 3 è il miglior gioco di macchine mai realizzato e lo dico dall'alto della mia esperienza e dal non aver mai più giocato a un gioco di macchine da Gran Turismo 3. Ho ancora 4 settimane prima di finire il mio secondo anno di carriera come Forzista, ieri ho comprato all'asta una Seat Leon Supercup, oggi ho speso l'equivalente del budget di un piccolo stato/l'equivalente degli aiuti umanitari necessari a qualche haitiano per trasformarla in una formula 1. Il Gran Turista, nel senso della sfida, IT'S ON. Cosa dire del gioco? Assomiglia molto ai Gran Turismo, ma soffermarsi sarebbe un torto: Forza è un gioco di carattere e personalità, lo studio Turn 10 ha immediatamente rimpiazzata senza rimorsi e con gioia il posto di Polyphony perché la sua ultima produzione è immersiva e perfetta. Piena di macchine ma senza complessi allucinatori, piena di percorsi delle più svariate tipologie, impagabile nel consentire al giocatore di stabilire esattamente quale grado di simulazione automobilistica affrontare, veramente realistica nella resa delle macchine (o almeno delle uniche due macchine che posso in effetti guidare anche nella realtà), tecnicamente fuori scala e colma di opzioni per moltiplicare esponenzialmente la longevità di gioco anche nel singleplayer e non solo con il multiplayer. In Forza c'e' tutto, tranne il gioco in lan ma scontenta davvero poche persone: la modalità carriera calibra la sfida della IA avversaria e la complessità della guida in modo impeccabile, l'online possiede il netcode più solido che mi sia mai capitato (basti pensare che gioco online con uno di praga e che la repubblica ceca è terzo mondo, non hanno neppure il Live regolare, e la sua banda è ridicola: eppure mai un lag), la community messa in piedi dal gioco è impressionante tra aste, paint job e tutto l'assortimento di replay, foto e video shareable in rete. E' un gioco che vale l'acquisto di una console, soprattutto vale realmente i suoi soldi perché unisce eccellenza tecnica, eccellenza di gameplay, eccellenza di rigiocabilità e durata dell'esperienza, eccellenza nel supporto. Non ci credevo, l'ho comprato per ripicca, l'ho comprato solo perché dove l'ho preso l'avevano a un prezzo super scontato: tornassi indietro con quello che so ora lo comprerei a prezzo pieno in edizione speciale. Non sono mai stato così sorpreso ed entusiasta per un gioco, sono stato deluso infinite volte, sono stato confermato nelle mie attese varie volte, ma mai mi sono trovato a giocare qualcosa di così straordinario e capace non solo di sostituire le memorie di chi sia stato da ''sempre'' abituato a giocare al real driving simulator, ma di annichilire quelle memorie (merito del solito merdaio di marketing sony) e crearne di nuove e uniche, pari o superiori.
hellbly @ 16:07 | commenti (popup) | commenti
martedì, gennaio 12, 2010 | in : fumetti e libri
The Third Claw of God (Id, 2009): alla fine non ho resistito e mi sono letto la seconda avventura dell'investigatrice-avvocato-diplomatica-guerriera Andrea Cort, me ne pento e faccio voto di non cedere alla terza. Non vorrei trascendere il significato sull'assenza di dichiarazioni inerenti una terza avventura, oserei insinuare che non ci sarà, nonostante tutto questo secondo romanzo sia pesantemente infarcito di riferimenti a cose a venire. Castro è un'idiota, imbastisce la trama sull'impostazione dei 10 Piccoli Indiani: ma porca di quella troia, ma quante volte ancora dovremo sorbirci una reinterpretazione/plagio della cena con delitto? Del sicario nascosto tra gli invitati e le morti che si susseguono una alla volta? A parte l'insulto letterario, su cui per altro Castro non ha alcuna pretesa, le sue storie sono pura appendice da treno, è demoralizzante la pochezza intellettuale dietro ogni pagina: Andrea Cort è caratterizzata ancora peggio della prima avventura e così tutta la combricola di alleati e nemici, si indovinano i segreti nelle prime dieci pagine e la squallida e tentennante dissimulazione di Castro si schianta senza resistenza contro la scialberia della sua totale noncuranza. Difficilmente ho letto libri così brutti, così inutili e così specialmente scarsi. Poi non posso perdonare a Castro di non perdersi a descrivere almeno una scopata con tutta la fatica che ha fatto per far vivere la sua protagonista in un threesome costante.
hellbly @ 23:41 | commenti (popup) | commenti
domenica, gennaio 10, 2010 | in : fumetti e libri
Gil's All Fright Diner (Id, 2005): stavo cercando qualcosa di somigliante al fantastico ''the Mall of Cthulhu'', stavo cercando qualche altro romanzo con licantropi, il risultato ha coinciso. Romanzo edito da Tor, esordio per l'autore A. Lee Martinez; dopo ha scritto altre cose ma senza mai raggiungere il successo di questo suo primo romanzo, una serie di 3 storie brevi ambientate nello stesso ''mondo'' sono disponibili sul sito e, tempo che sto scrivendo questo post, le sto aggiungendo alla lista ''da leggere''.
Protagonisti del romanzo sono Earl, vampiro quasi centenario col riporto recentemente convertito alla dianetica, e Duke, grasso e grosso camionista-licantropo, molto cool in forma umana, compulsivamente spinto all'estrazione forzata di cuori da corpi in forma mannara. I due sono amici, una sera arrivano nel classico diner in mezzo al deserto desolato, proprio pochi attimi prima del quotidiano assalto di zombi: insieme alla gerente del locale debellano la manciata di zombi. Il paesino di Rockwood, dove si trova il locale, è abituato a fatti sovrannaturali strani e bizzarri, nessuno ci fa troppo caso. Neppure Earl e Duke sono troppo impressionati, ''la merda sovrannaturale attira sempre la merda sovrannaturale''. Ultimamente però la situazione sta peggiorando: colpa degli esperimenti magici di Tammy, la scolaretta giapponese super sexy cultista degli Old Gods. Tammy vuole aprire la Porta, far entrare i Vecchi Dei, diventare una Dea e Dominare il mondo; Tammy è accompagnata dal suo unico minion, Chad, ragazzetto dall'ormone esplosivo pronto a tutto pur di farsi Tammy. La porta è il diner. Earl e Duke, per guadagnare qualche soldo e far benzina si offrono di difendere il diner. Il diner è casualmente accanto a un cimitero, il cimitero è infestato da una graziosa fantasma; più avanti nella storia arriva anche un fantasma di cane. E' un libro spassoso, allo stesso livello dello spassosissimo Mall of Cthulhu: non saprei dire quale dei due mi abbia divertito maggiormente. L'ironia e la rassegnazione davanti all'incomprensibilmente stupido e sovrannaturale dei personaggi di Martinez ricorda molto da vicino quella di Adams e la sua Guida; la narrazione è un pò ingenua, certi passaggi sono troppo semplici e non avrebbe fatto male al romanzo godere di un pò più di struttura, per contro la leggerezza complessiva lascia all'autore la possibilità di aggiungere qua e là comiche cartoline di assurdità paranormale. Lettura svelta, piena di calore con personaggi simpatici e dialoghi brillanti. Sì, Mall of Cthulhu è complessivamente un romanzo migliore, più profondo e sfaccettato: Gil's All Fright Diner è un pezzo di commedia dai protagonisti azzeccati e i tempi degni di una sit-com di successo, tanto breve quanto riuscito; c'e' il minigolf infestato, ci sono le mucche zombi, c'e' pure lo sceriffo solitario ''with the courage of a man who had seen sheep explode spontaneously and lived to clean himself up later'': pieno di idee, tutte rappresentate e tratteggiate con poche parole scelte, una lettura non convenzionale, originale e sorprendente.
hellbly @ 15:02 | commenti (popup) | commenti
sabato, gennaio 09, 2010 | in : fumetti e libri
Wildcats: come the Authority anche i Wildcats della Fine del Mondo sono arrivati alla fine del loro primo storyarc, albo 18, dal prossimo numero Adam Beechen sostituirà Chris Gage con Seeley ai disegni. Il Team 7 riformato e i Wildcats in formazione estesa contro Tao: il combattimento si risolve in un nulla di fatto, nessuno muore ma i 'cats ritrovano scopo e slancio, nuove (vecchie) uniformi e finiscono dritti dritti nel mega calderone del rimpasto che vedremo in questi mesi. La serie era partita molto forte, persa un pò per strada nell'ultimo periodo: le second feature Wildstorm non hanno avuto gran successo, i soliti problemi di disegnatori, il declino è stato sensibile ma non fatale. Come per Authority la decisione di modificare nuovamente l'assetto delle testate è costata agli autori il sacrificio di molte storie, tutta l'impostazione iniziale è andata a fanculo per la fretta di chiudere trame e sottotrame iniziate con ottime speranze. Al solito staremo a vedere.

Arkham Reborn: Hine continua il suo taglio sul nuovo Dr. Arkham e la nuova gestione del manicomio di Gotham seguita agli eventi di RIP, questa miniserie in 3 numeri è molto particolare. Buona qualità complessiva ma totalmente insensata: priva di una vera trama, in continuity ma slegata, si conclude con un nulla di fatto e lascia perplessi per la sua natura di panoramica su Arkham senza reali impatti sulla storia se non l'introduzione in un paio di personaggi. Probabilmente ci saranno dei piani, non sembra e/o non sono noti, ma avrebbe potuto essere una buona maxi serie, 12 numeri magari, con uno stile da vero spinoff della batfamily, invece sembra incompiuta e priva di scopo, pur ben scritta e disegnata.

The Mighty: serie in 12 della DC Comics, conclusa. Un progetto di Peter Tomasi dagli scarsi risultati di vendita, la critica la considera generalmente sottovalutata. Il disegnatore Samnee ha dimostrato grandi cose e la DC farebbe bene a tenerselo stretto (intanto lavora anche in Marvel a un side di Siege). The Mighty sembra un fumetto di fine anni '80, Tomasi omaggia i grandi anni del comics americano con una storia fuori dal DCU: Alpha One è il Superman locale, l'unico supereroe al mondo, un grande fratello con una sua personale agenda ignota agli altri; il pubblico lo vede come il supremo benefattore e così l'organizzazione paramilitare sovranazionale che lo affianca e supporta. In realtà non è così. Storia avvincente, non originale ma scritta con tempi squisiti e attenzione al dettaglio, molte citazioni più o meno evidenti ai classici di Moore. Peccato che Tomasi sia andato un pò lungo con la storia e non sia riuscito a concluderla in crescendo, non che sia un brutto finale ma avrebbe dovuto essere più definitivo e assoluto. Generico plauso a DC Comics per cercare sempre e comunque nuove strade ed esperimenti.

Wonder Woman: il lato debole della trinità DC è in un momento splendido, il successo continua a mancare ma la gestione Simone dopo l'inizio un pò troppo lento ha ingranato e concluso l'ottima storia di Achille, Zeus e le amazzoni traditrici. Lopresti disegna stupendamente, i megalodon hanno spazio e sono sempre graziosissimi, la narrazione serrata e bilanciata tra ami per il futuro e soluzioni per il presente. E' il momento giusto per spingere e la mini di Rucka legata a Blackest Night potrebbe avere il giusto mordente per legare nuovo pubblico al personaggio: Simone avrebbe bisogno di essere messa a scrivere qualcosa di forte richiamo, la DC la lascia troppo libera di lavorare solo sulle sue ottime serie, le manca quella visibilità che oggigiorno porta più denaro di quanto non facciano i personaggi scritti.

Hercules - The Knives of Kush: la seconda avventura dell'Hercule Radical Comics è la peggiore produzione dell'editore, e non ''peggiore'' come usammo tempo fa in senso relativo rispetto a fumetti di altissimo livello, questa volta ''peggiore'' è qualcosa che scivola sul fondo del barile del mercato indipendente. Storia mediocre, disegni inguardabili. Radical ha bisogno di tenere i propri standard altissimi o i tanti progetti programmati e annunciati non vedranno mai la luce.

Gigantic: l'altra serie di Remender per Dark Horse, proprio come End League era rimasta sospesa per aria da non ricordo quanto, dimenticata, semi abbandonata. L'editore butta fuori a sorpresa un quinto albo conclusivo, triste, disconnesso, narrativamente quasi incomprensibile. Peccato, era una delle produzioni originali Dark Horse più interessanti da tempo.

Rawbone: 4 numeri di sesso e pirati scritti da Delano per Avatar Press. Altra mini cominciata bene, disegnatore sparito, periodicità inesistente, finita in niente e spazzatura.
hellbly @ 12:56 | commenti (popup) | commenti
lunedì, gennaio 04, 2010 | in : fumetti e libri
The Wolf's Hour (Id, 1989): lessi un libro di Robert McCammon durante il mio primo o secondo anno di liceo, sono in dubbio. ''L'Inferno nella Palude'', una storia del cazzo di un ex-veterano del vietnam e una donna sfigurata nel sud degli Stati Uniti: ricordo il romanzo, che conservo ancora, con particolare antipatia; all'epoca andavo in libreria quasi settimanalmente con mia madre, era lei a pagarmi i libri: il libro di McCammon era uno dei primi, se non il primo, che mi pagai da solo con soldi guadagnati in qualche modo, una delusione pagata cara. Qualche mese fa, disperato dall'insopportabile vampirofilia che colpisce il mondo e la mia casa, mi sono buttato in una microricerca con oggetto romanzi e licantropia: The Wolf's Hour di McCammon, fine anni '80, l'ho trovato variamente indicato come uno dei migliori: l'ho cercato e trovato in inglese, ma esisterebbe anche in italiano (fuori catalogo). Protagonista della storia è una spia inglese super segreta, di origina russa, con il plus della licantropia: siamo all'indomani della D-Day e gli alleati sono terrorizzati che la grande invasione possa andare a puttane, specialmente a causa di voci su un piano tedesco capace di ribaltare ancora le sorti della guerra. Gli alleati mandano l'uomo, l'Uomo nel senso del Main Man. Il momento focale del romanzo è all'inizio della seconda scopata del nostro eroe, questa volta tocca a una bella partigiana francese, minuta e delicata: McCammon non spreca parole ''He was large''. Eh sì: il lupo mannaro ha una bega che spacca e sventra. La licantropia secondo McCammon è molto limitata, niente a che fare con la luna, niente forme intermedie o poteri mistici, vitalità superiore ma piena vulnerabilità e mortalità, sensi accentuati anche in forma umana ma, sostanzialmente, si tratta ''solo'' del potersi trasformare in lupo a volontà. Nessun potere o charme. Solo fiera mascolinità: le donne che incontrano il protagonista cominciano a entrare in preorgasmo da harmony incrociando il suo sguardo e, interminabile e insuperabile parossismo d'estasi successivo, finiscono per gemere contorcendosi come cagne. ''He was large'' e loro, poverine, si sforzano di venerare e accogliere tutta quella virilità senza riguardo verso se stesse. Ciò premesso il romanzo si apre in Nord Africa, continua in Galles, procede in Francia, finisce in Germania, prosegue a sorpresa in Norvegia e finisce in Olanda, per poi continuare e finire in Inghilterra; nel mezzo ci sono una serie di flashback sull'origine di tanto uomo: la fanciullezza, la licantropia, la vita nel branco, la prima scopata e via dicendo. E' un libro molto scemo, anche divertente e si legge realmente in fretta nonostante le dimensioni non certo da peso piuma (e ci mancherebbe): è il tipico romanzone americano di quegli anni, McCammon non mette molto di proprio e si adegua come parte di una schiera di scrittori intercambiabili e avventure più o meno esotiche.
hellbly @ 17:32 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
sabato, gennaio 02, 2010 | in : cinema e tv
Zombieland: nel 2009 i romanzi e i fumetti di genere hanno prodotto due nuove tendenze che, rapidamente, prenderanno piede e vedremo svilupparsi in tutti i media alternativi. A livello di concept non c'e' niente che sia più di tendenza del mashup: Pride and Prejudice and Zombies è solo l'esempio più noto; l'approccio alle storie non è esclusivamente comico ma neppure esclusivamente tragico: il senso diventa, a livello di caratterizzazione che, superato un certo limite di disperazione, ci si trova ad adattarsi e a sostenere la situazione impossibile e, volendo, orrorifica spostando un pò più in là i margini della normalità per vivere nuove routine. In questo senso nel corso dell'anno passato abbiamo visto un proliferare di manuali più o meno comici su come sopravvivere agli zombie, a invasioni aliene, a guerre contro robot e via dicendo. Sul blog non le abbiamo viste perché non trovo siano testi particolarmente ispirati, seppure simpatici in molte loro idee. Woodie Harrelson e Jesse Eisenberg sono come i protagonisti di tanti recenti fumetti horror indipendenti, sono buddies che vanno in giro cercando di spassarsela con quello che resta del mondo, uccidendo zombie in modi creativi perché annoiati: non è cinismo, è accettazione magari un filo nichilistica. I due si aggirano per l'american wasteland infestata da zombie, senza una meta precisa: chiaramente sono entrambi caratterizzati da qualche tragedia ma la chiave dei personaggi è la normalità dell'uccisione. Nel corso dell'avventura incontrano due sorelle e tra un tradimento e l'altro, niente di troppo originale, finiscono per formare e creare un gruppo più esteso. La narrazione e la sceneggiatura non sono particolarmente ispirate, ci sono però idee e momenti brillanti che contribuiscono a giustificare pienamente le attese per un seguito: gli effetti visivi sono spettacolari, molto splatter e molto poco cg, raggiungono la giusta via di mezzo tra la liquida umoralità di un film Troma alla più densa e cruda consistenza di un 28 Giorni Dopo. E' uno spettacolo di schizzi di sangue originalmente giocati sull'assenza di eccessi: è un gore realistico per così dire. Immancabile la scena con la guest-star, visto che è una delle migliori scene e sorprese del film ne starò quanto più alla larga: basti dire che i 4 finiscono a hollywood e decidono di pernottare nella super villa abbandonata della superstar più amata da Woody Harrelson. Gli effetti sonori sono un altro ottimo punto del film: le sportellate in faccia, il rumore dei corpi spiaccicati sotto le ruote di un Hummer, l'impatto dei pallettoni di un fucile, ce n'e' per tutti i gusti ed è tutto realizzato con gusto accattivante. Meno contento sul fronte delle armi: l'approvvigionamento delle armi funziona, del resto tutto il film funziona, come in Left 4 Dead. I protagonisti vanno in giro e qua e là trovano sacche piene di armi e macchine piene di benzina. Tuttavia le armi hanno poco kick, avrebbero dovuto essere un pò più sopra le righe: il realismo di prima si ripercuote sulla giovialità della fucilata nelle budella, l'effetto è minimo e manca l'esplosione di arti o il rinculo selvaggio dei corpi investiti dal piombo. Mancano inoltre le motoseghe: a livello di marketing si vede una motosega nella locandina, nel film c'e' una cartolina di Woodie Harrelson con 2 motoseghe, ma non vengono mai realmente utilizzate nel film; c'e' solo una misera nota di fanservice e nulla più. Il regista Ruben Fleischer, praticamente esordiente, è stato troppo leale e rigidamente fermo sulla sua idea: ha lasciato andare troppo sopra le righe Harrelson, spesso irritante nei suoi eccessi, e non ha lasciato che lo sterminio degli zombie tenesse il passo. Eisenberg interpreta il suo ruolo: jeek vergine senza prospettive né voglia di vivere. Le due ragazze sono pressocché inutii. Mancano tante cose qua e là, è divertente ma avrebbe potuto essere molto meglio.
hellbly @ 13:01 | commenti (popup) | commenti
Finiamo l'anno ricordando.

FILM ORIENTALI:
- Ip Man
- Hachiko Monogatari
- Goemon
- Red Cliff 

Arte e propaganda in Cina, numero 1; miglior cane giapponese; miglior immagine batte contenuto; arte e propaganda in Cina, numero 2.

FILM OCCIDENTALI:
- Taken
- Star Trek
- Sherlock Holmes
- Transformers 2
- Gran Torino

Migliori oneline dell'anno e miglior badass dell'anno; il reboot miracolato; nuova vita per Guy Ritchie; badass Optimus Prime; badass senza età.

SERIE TV:
- The Middleman
- Castle

La peggiore dimostrazione della stupidità del pubblico americano; Nathan Fillion.

ANIMAZIONE:
- Cloudy with a Chance of Meatballs
- Wonder Woman 

Il più originale film d'animazione dal primo Shrek; consacrazione per il progetto artistico e lo sforzo tecnico alle spalle della nuova animazione americana direct-to-home (+Nathan Fillion). 

- Batman: The Brave and The Bold
- Cobra the Psychogun
- Fireball

nuova linfa al mito di Batman a cartoni; il ritorno di uno dei primi grandi eroi dell'animazione nipponica; il gioiello di Disney Japan.

LIBRI:
- Storie della Tua Vita
- The City and the City
- Il mostro degli Hawkline
- Blindsight
- The Steel Remains

Io non leggo le raccolte di racconti ma questa è semplicemente perfetta; l'ultimo di China Mieville; un grande classico svelato; la migliore hard sf; il meglio del fantasy moderno.

COMICS/MANGA:
- Blackest Night/Green Lantern/Corps
- Batman and Robin/Detective Comics
- Secret Warriors
- Iron Man

Il più grande Evento dei fumetti americani; il miglior periodo di Batman da chissà quando; finalmente il ritorno di un vero Nick Fury; la migliore serie Marvel dell'anno.

- Planetary
- Thor
- Atomic Robo

Una delle migliori serie a fumetti della storia, da inserire negli annali alla pari con Sandman e gli altri mostri sacri; la migliore run su Thor; da 2 anni la miglior serie indipendente.

- Pluto

Nell'orrido mercato manga, l'eccellenza di una storia scritta come ''una volta''.

GAMES:
- Street Fighter 4
- Batman: Arkham Asylum
- Halo ODST

In un anno di grandi revival Capcom ricrea il beat'em up migliore; Rocksteady dimostra che i giochi su licenza possono essere eccellenti; Bungie dimostra che un'espansione può essere il miglior fps dell'anno (+Nathan Fillion).
hellbly @ 10:23 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, dicembre 30, 2009 | in : cinema e tv
Sherlock Holmes: libero dalla castrazione matrimoniale, un Guy Ritchie rinato per un film memorabile. E' come il primo Pirati dei Caraibi, è essere testimoni della nascita di un franchise di meritato successo; è Downey Jr., anche lui rinato, al suo secondo protagonista istantaneamente classico: neppure per un momento è possibile confondere Tony Stark e Sherlock Holmes, è il lavoro di un grande attore e solo l'aver ceduto alle sirene della sala ed essere stato costretto alla visione doppiata mi impedisce di godere appieno della sua, della loro, performance. E' un film coraggiosissimo che porta per la prima volta nel cinema d'azione una coppia maschile che gli americani direbbero in bromance: è qualcosa che recentemente abbiamo già visto in certe commedie sentimentali e in televisione, spesso interpretate dalla stella di Jason Segel, e in alcune altre opere brit come Shaun of the Dead; trovarla nel bastione della virilità dell'action è rivoluzionario. Sherlock Holmes e John Watson hanno una relazione d'amicizia e dipendenza reciproca di quelle che ogni uomo vorrebbe coltivare ma rifiuta per timore di tacciate omosessuali: il leitmotiv centrale del film, ancora più del ''caso'' indagato, è la scelta di Watson di abbandonare la casa con Holmes per trasferirsi insieme alla sua fidanzata. E' l'elemento migliore del film, il suo asso nella manica: il modo in cui i due personaggi, virilmente e consapevolmente, affrontano l'imminente separazione tra ripensamenti, trappole, dialoghi brillanti e silenzi imbarazzati che mostrano come considerino il rapporto tra loro importante come, se non più, quello con le donne della loro vita. Non è il discorso ''prima l'amore poi l'amicizia (o viceversa)'', e non è certo il classico esempio di maschio cameratismo militare: i due sono amici e ridono e scherzano con toni squisitamente british e una verve fresca e rinfrancante. Sherlock Holmes è un film nuovo in tanti piccoli dettagli che compongono e superano la storia vera e propria. Ritchie segue un'impianto classico, rispettoso ma profondamente caratterizzato: Holmes-Downey Jr. e Watson-Law sono fisicamente e psicologicamente altri rispetto al canone, ma non sono mai stravaganti o fuori luogo, la rappresentazione è puntuale e accurata; il genio sregolato e la praticità vitale, complementarietà straordinaria raramente vista e ancora più difficilmente così ben riuscita. Il cast è sostanzialmente inglese ma Ritchie non cede alla tentazione di ricostituire la sua crew, affronta la novità di lavorare con persone nuove e affidare a stelle con diversi bisogni di fare il proprio: Downey è sparato in orbita ma non è giovane, ha bisogno di un nuovo personaggio per non restare incastrato in Iron Man e allo stesso tempo ha una carriera troppo avanti ed esperta per ignorare o vivere di tensioni giovanilistiche che non gli facciano apprezzare il divertimento e la sicurezza di un ruolo simile; Law ha bisogno di tornare alla ribalta, anche lui non è più un ragazzo e dimostra autoironia e impegno che prima non erano parte del suo bagaglio: la sua performance è pari a quella di Downey, meno tempo su schermo ma decisamente non subordinata, merito dell'attore e del regista il non cedere al Watson semplice spalla ma promuovere la coppia a binomio. La trama: Holmes e Watson affrontano un mistico deciso a usurpare il potere in Inghilterra, chiaramente non c'e' magia ma spicciolate di steampunk; sullo sfondo si muove l'ombra del prossimo, speriamo prontamente e prestamente annunciato, seguito. La regia di Ritchie è ferma e sicura, in alcuni passaggi meno centrali della storia si abbandona compiaciuto a certe impostazioni artistiche della scena, movimenti di macchina ricercati e frecciate di personalità, senza però mai declinare la descrizione della vicenda ai suoi capricci: semplice, classica e ottimamente realizzato il sistema delle deduzioni applicato al montaggio. Holmes indaga, qua e là manifesta immediatamente la propria perspicacia, in altri momenti aspetta e un micro flashback rivelatore spiega dopo come i gesti apparentemente casuali visti minuti fa fossero invece parte di uno schema più ampio: è gestito come un classico giallo ma reso con gusto contemporaneo, è ben fatto e bello a vedersi, mai didascalico. L'Holmes di Ritchie è come il Midnighter di Ellis, avete presente: ''Ho già combattuto il nostro scontro nella mia mente e...''; Sherlock fa lo stesso e la regia di Ritchie lo rende possibile: prima Holmes prevede l'andamento del combattimento, poi lo mette in pratica, una delle più belle cose action viste negli ultimi anni. Il film ha dei punti deboli: le due attrici femminili non sono all'altezza delle loro controparti, certe scene, specialmente il duello finale, sono un pò banali e, forse, un numero minore di personaggi avrebbe potuto giovare alla densità della narrazione. Piccole cose che non macchiano il divertimento e l'entusiasmo per un film vivace e nuovo che auguriamo apra una nuova stagione vitale per un regista apparentemente finito.
hellbly @ 10:49 | commenti (popup) | commenti
sabato, dicembre 26, 2009 | in : animazione e videogiochi
Halo Legends - The Package: con un pò di ritardo parliamo del terzo episodio dell'antologia dedicata al mondo di Halo e sviluppata da studi d'animazione giapponese. Alla regia troviamo questa volta Shinji Aramaki che, essendo anche il supervisore e coordinatore di tutto l'opera, si è ritagliato un pò più di spazio rispetto agli altri sviluppando un progetto in due parti. Aramaki non dovrebbe aver bisogno di presentazioni ma tanto per stare sul sicuro citiamo Appleseed e Gasaraki; alla regia invece il grande Dai Sato di Cowboy Bebop, Ghost in the Shell, Wolf's Rain e tanti altri tra i maggiori successi animati degli ultimi dieci anni. Il tutto realizzato dallo studio Casio Entertainment: non sono esperti di animazione nel senso degli anime, realizzano effetti speciali cinematografici e videogiochi. Il risultato è l'episodio migliore fino a questo momento. Intanto Master Chief è in da house, e lo sentiamo pure parlare. Un gruppo di Spartan assalta una flotta Covenant per recuperare un prezioso qualcosa: gli Spartan combattono nello spazio grazie a.... il grande Dai Sato non si sforza molto e fa quello che fanno i giapponesi quando non hanno voglia di sforzarsi, copia... dei moduli spaziali uguali uguali, identici, ai Meteor di Gundam Seed (che erano poi un plagio di un'altra cosa che però non ricordo). Il tutto è naturalmente, se non fuori, a margine del canone. Il qualcosa di prezioso è (SPOILER - SPOILER) la dottoressa Halsey! TADAAAN! Eccitante? No, non molto, però i combattimenti spaziali sono graziosi e l'animazione è ben fatta, c'e' Master Chief. Ultimamente c'e' poco amore per Master Chief a causa di ODST e dei dubbi sulla sua presenza in Reach.
hellbly @ 15:35 | commenti (popup) | commenti
lunedì, dicembre 21, 2009 | in : fumetti e libri
The City and the City (Id, 2009): la mia fascinazione per il New Weird non si è spenta, quella del suo fondatore sì; China Mieville ha da qualche anno abbandonato New Crobuzon e il Bas-Lag, affrontando una mutazione stilistica e concettuale tesa a semplificare prosa e idee. E' ancora uno dei miei 2-3 autori preferiti, ma non ho avuto il coraggio di tentare le strade fanciullesche di Un Lun Dun; discorso diverso per il suo ultimo romanzo. La bellezza è negli occhi di chi guarda: per gli abitanti di Beszel e Ul Qoma la città in cui vivono dipende severamente dagli occhi di chi guarda. Beszel e Ul Qoma sono due città-stato indipendenti che condividono lo stesso spazio. Mieville avrà semplificato nel senso di ridotto il numero di idee e trovate gettate alla rinfusa nelle proprie storie, ma non certo reso più facili quelle idee scelte per esserne il fulcro unico. Le due città condividono lo stesso spazio, in certi punti le città sono interamente separate, in altre quasi separate, in altre ancora per niente separate e solo una vita di autocondizionamento consente ai cittadini di vedere ciò che è politicamente e socialmente e fisicamente la loro città e non vedere la controparte. Non è magia, è la legge. Il misticismo sfiora il romanzo ma Mieville lo tiene costantemente sotto controllo senza mai lasciarlo più che affiorare con qualche surrealtà, il resto è tutto potere della mente. Un cittadino di Beszel può attraversare una strada della sua città non vedendo il cittadino di Ul Qoma attraversare la stessa strada, al suo fianco, e viceversa; non vedere l'edificio in stile Ul Qoma e vedere solo quelli in stile Beszel: le due città sono profondamente e intenzionalmente connotate in ogni aspetto sensoriale, un cittadino può immediatamente riconoscere i tratti distintivi di qualcosa o qualcuno dell'altra città e non vederlo, non sentirlo, non percepirlo. L'idea è esplorata fin nei più profondi meandri, è assurda ma Mieville la rende credibile, viva e, se non plausibile, riproducibile. Ovviamente le due città hanno i loro gruppi di facinorosi, gente che ritiene che solo una delle due sia reale e l'altra una creazione, gente che vuole che le due città siano unificate. Sono gruppi minori, spesso senza reale potere: la distinzione tra le due città è tenuta viva e rigidamente controllata da Breach. Una forza parapoliziesca dai poteri incredibili e illimitati che interviene a punire senza pietà e implacabilmente anche il più piccolo reato di ''breach'', di trasgressione ai confini delle due città. Turisti e stranieri visitano le città, motivi d'arte, motivi economici: le due città sono integrate nel mondo moderno, Beszel è una decadente città east europea, Ul Qoma è più middleasiatica e in pieno fermento; gli stranieri non capiscono ma sono tenuti a farlo, almeno a fingere di farlo: nessuno vuole affrontare il potere assoluto di Breach. L'anno scorso uno degli altri 2-3 miei autori preferiti ha affrontato una narrazione simile, Michael Chabon e i suoi Yiddish: anche the City and the City è una detective story, un poliziesco con il suo ispettore protagonista. Tyador Borlu è un poliziotto di Beszel, il suo ultimo caso riguarda una giovane donna assassinata: sembrerebbe un caso da cedere a Breach ma si scopre che Breach non può essere coinvolta, comincia un'indagine che porterà Tyador a Ul Qoma e a vicenda molto più intricata e ramificata. La prosa di Mieville è meno colorata e più leggibile di quanto non fosse nel suo massimo splendore impressionista, ora si può realmente apprezzare la cura del fraseggio, la sua qualità stilistica e letteraria: è anche meno originale e meno aggressiva, non turba il lettore con parole inventate e suggestioni senza seguito, nessun fantasma di idee buttate alla rinfusa. Lo preferivo prima. Lo svolgimento convenzionale può non colpire il lettore occasionale, io mi sento leggermente tradito: a un certo punto del romanzo, verso la fine, si rivela uno dei segreti e non è una gran sorpresa, la sua elaborazione successiva è immediatamente superiore e la conclusione accarezza qualcosa di annunciato fin da subito ma con grazia e cura sottile. E' un ottimo romanzo, geniale nell'attenzione allo sviluppo della sua impensabile idea portante, scritto da un autore di primo piano giusto a maturità artistica e perciò, forse, un pò spento in quei voli che lo avevano fatto tanto amare.
hellbly @ 20:30 | commenti (popup) | commenti
sabato, dicembre 19, 2009 | in : fumetti e libri
Blackest Night tie-ins: a differenza delle varie Crisis per Blackest Night non sto scrivendo un post a numero, a differenza delle varie Crisis la trama di Blackest Night è narrativamente unita e priva di salti e quindi non avrebbe senso ricapitolare il singolo albo. Blackest Night è al suo quinto albo degli otto previsti, è il miglior crossover supereroistico della storia dei fumetti. Blackest Night vive nella sua miniserie omonima e sulle pagine di Green Lantern e Green Lantern Corps: il primo round di miniserie (Batman, Superman e Titans) l'abbiamo visto qualche settimana fa (mediocri al più), il secondo round (Flash, JSA, Wonder Woman) è più promettente ma ne parleremo a suo tempo; nel mezzo ci sono stati su praticamente tutte le serie regolari un bimestre di tie-ins (in attesa del mese prossimo e delle testate risorte, idea che fin da ora vi dico essere BRILLIANT!): tutti orrendi, tutti, senza esclusione. No, un'eccezione: quello su Superman-Batman a opera di Scott Koolins, bello. Gli altri tutti schifosi: in due casi i tie-ins sono stati utilizzati a fini puramente editoriali come pausa in attesa di rilangio, Outsiders e JLA.

Lobo - Highway to Hell: si parla con convinzione di un imminente film dedicato alla creazione Slifer-Giffen, la nuova entità DC Enterteinment non può stare seduta e deve dimostrare tutta la propria nuova coordinazione creativa. Miniserie di 2 scritta da... no, prima il disegnatore: la miniserie è disegnata da un nome celebre già legato al personaggio, Sam Kieth, normalmente un grande qui o sottotono o rimasto culturalmente indietro rispetto al nuovo millennio. La miniserie è scritta da Scott Ian. Chi è Scott Ian? Non lo so, non conosco nessun autore di fumetti con quel nome: ah ah, si chiama come il tizio degli Anthrax. E' lui. Esauriti gli scrittori e gli sceneggiatori televisivi, degli attori, da qualche tempo è venuto il turno dei musicisti: questa storia di Lobo all'inizio sembrerebbe in continuity, addirittura avrebbe avuto senso crederla utile a mettere un pò di punti fermi nella recente 52-Reign in Hell storyline. Invece no: la storia non ha senso, Lobo contro Satana, completamente al di fuori del DCU eppure con riferimenti al DCU. Insensata, stupida, priva di tutto, odiosa, nauseante, riprovevole, offensiva, deliberatamente idiota, infima, infame, pure infida, vergognosa...

World of Warcraft 25/Special: confesso di aver smesso di leggerla già da una decina di numeri, in ogni caso la bella (all'inizio) serie prodotta da Wildstorm-DC giunge al termine con il suo 25esimo numero; ma non temete: la storia era andata a pallino e tutti se n'erano un pò accorti, il brand è però forte e la serie è stata soprendentemente buona: lo Special di dicembre serve a tirare le fila, introdurre nuovi personaggi e preparare il terreno alla futura gestione. Pare che non ci sarà più una regolare ma una serie di mini e gn.

The Darkness - Pitt: Dale Keown è stato uno dei maggiori disegnatori degli anni '90, puro fermento Image. E' in effetit bello vederlo tornare sulla sua creazione e persino in una decente combo Top Cow con Jackie Estacado. Disegni notevoli, dialoghi simpatici anche se fuori personaggio con Jackie, 3 albi meritevoli per chiunque rimpianga senza volerlo ammettere gli anni Image che furono.

BPRD - War on Frogs: Dark Horse è normalmente un editore molto ordinato, sul BPRD invece ha diversi problemi, le miniserie si incastrano, la continuity si confonde e tutto perché le uscite si incrociano a causa di ritardi e affini. Comunque sempre ottimo fumetto.

Thulsa Doom: tra gli estimatori di Howard le opere Dynamite sono considerate blasfeme e merdose, per altro non capisco e non trovo spiegazioni su come la Dynamite possa usare il nome Thulsa Doom (il problema sonja sonya è noto) al posto di Dark Horse. Io non ho particolare antipatia verso l'editore e la sua exploitation, però non apprezzo l'uso del nome Howard in un contesto totalmente altro rispetto alla sua creazione. Per il resto non è malaccio.

Punisher Noir
: è stata una delusione per due ragioni. 1) il disegnatore Paul Azaceta è uno di quelli che non riesce a differenziare le facce e si fa fatica a seguire e riconoscere i personaggi; 2) Tieri scrive due ottimi primi albi poi si perde a cercare una squallida imitazione dell'Ennis che fu.
hellbly @ 14:07 | commenti (popup) | commenti
giovedì, dicembre 17, 2009 | in : cinema e tv
Paranormal Activity: i due fatti da conoscere sono questi. 1) Un tizio israeliano, Oren Peli,è fantasmafobico e un appassionato di Blair Witch Project: un giorno decide di fare un film simile nello stile, però sui fantasmi; il film finisce nelle mani di Spielberg. 2) Si dichiara che il film sia costato 15.000 dollari e non un centesimo di più, ne ha incassati finora più di 100.000.000. Un biglietto del cinema in America costa 12-15 dollari circa, parliamo quindi di circa 7.000.000 milioni di cretini abbindolati da un grande scemo (Spielberg) a vedere una copia spudorata di BWP. Molto meglio Rec. Allora: due giovani americani fancazzisti, lui è cerebroleso incapace a esprimersi in frasi composte da più di 4-5 parole, eppure è un genio del trading e possiede una casa pazzesca, lei è una povera pazza isterica che nessun uomo sano di mente potrebbe voler intorno che finge di studiare da chissà quanto; non escono mai di casa, non fanno niente dalla mattina alla sera, stanno insieme da 3 anni e lei è andata a vivere con lui da poco. Giusta occasione per fargli sapere di essere dall'età di 8 anni perseguitata da misteriosi fenomeni paranormali che le hanno bruciato la casa e ammazzato il gatto. Lui, essendo scemo, compra una telecamera super professionale e se la incolla alle mani: da quel momento in poi cercherà di filmare ogni evento inspiegabile. Il film dura un'ora e mezza circa e riesce nell'ammirabile impresa di risultare ancora più noioso della prima ora di BWP, più noioso di ogni cosa che abbia mai visto. Se fossi un poliziotto, anzi no, un guardiano notturno costretto a guardare un monitor di sorveglianza per 8 ore ogni giorno in un posto dove non succede un cazzo e non c'e' un cazzo da vedere: tipo una talecamera in bianco e nero puntata sull'angolo di un soffitto bianco, se lo fossi mi sarei divertito di più. Avrei potuto immaginare qualcosa. La tensione sale lentissima, così lenta che non ti accorgi di sentirla salire, anzi non sale per un cazzo: alla fine, gli ultimi dieci minuti, ecco The Ring. Fine del film. Du balle, uno strazio, 'na noia, 'na rottura.
hellbly @ 23:08 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, dicembre 16, 2009 | in : cinema e tv
Surrogates: in U-571 c'era Bon Jovi in divisa, in Terminator 3 c'era Arnold con gli occhiali a stella. In Surrogates c'e' Bruce Willis con i capelli emo di un colore improponibile e un fondo tinta in tono: c'e' un motivo questa volta, ma non è sufficiente. Mostow dovrebbe dargliela su con il cinema, il film è tratto da un fumetto Top Shelf del 2005: ogni fumetto ha oggi la possibilità di diventare un film. Non credete a quanto vi dicono: il fumetto di The Surrogates non è stato un successo, le sue buone vendite sono relative all'editore che l'ha pubblicato. Per altro è un brutto fumetto, il concept non è male ma la realizzazione è scarsa: non a caso il suo scrittore non ha più fatto niente, non c'e' stato quel salto del genio verso il grande editore, mentre il suo disegnatore slavoricchia per altri indipendenti. Tratto da un fumetto e di fantascienza: Mostow non sa dove viva l'originalità. Detto ciò il film non è tutto o completamente da buttare. James Cromwell ha la faccia dell'inventore di Robot: in I, Robot inventava robot, in Surrogates inventerà robot telecomandati per consentire ai sempre più spaventati esseri umani di fare tutte le loro cose senza mai uscire di casa e con un corpo migliore del proprio. Basta palestra insomma. Le idee buone del film sono quelle del fumetto: il grassone che finge di essere una figa e altre idee internet messe in pratica. Bruce fa il suo e per fortuna la versione surrogato arancio viene presto distrutta e il Bruce meatbag prende la scena nella sua versione badass postmoderna bald and beard. Dicevamo: il 99% dell'umanità usa i surrogati, evidentemente in futuro sarà risolto il problema della disparità economica mondiale ma questo non viene detto, il restante 01% odia i surrogati, sporchi bifolchi umanisti razzisti e ignoranti. Il colpo di scena è uno dei più scemi e prevedibili di sempre e per il resto non c'e' altro da dire. Il film è una porcata però c'e' un Bruce Willis in cg che salta dieci metri.
hellbly @ 09:44 | commenti (popup) | commenti
venerdì, dicembre 11, 2009 | in : fumetti e libri
The Authority - World's End 17: con la fine del 2009 l'universo Wildstorm della DC chiude quella che ora possiamo chiamare ''la prima parte'' della storyline World's End; è stato un anno e mezzo decente, nulla di eccezionale ma finalmente un rilancio editorialmente valido e correttamente strutturato, esattamente le necessità dell'etichetta. Abnett e Lanning lasciano la testata offrendoci un Authority ripristinata, le difficoltà seguite alla fine del mondo sono state superate: Apollo e Midnighter, Jack, Angela e Swift sono di nuovo a piena potenza; il Carrier è tornato in funzione e tutti sono felici e pronti a ricostruire. Gennaio vedrà un pò di rimescolo nelle formazioni e nella direzione editoriale (riprenderemo il discorso tra qualche settimana con il parallelo Wildcats): non è ancora completamente chiaro ma Wildcats e Authority proseguiranno per tutto il 2010 appaiate, addirittura in sharing delle cover ma soprattutto delle trame. Il finale è stato un pò tirato via, probabilmente il nuovo piano ha causato qualche difficoltà agli autori, ma tutto sommato non ci si può lamentare.

Stormwatch PHD: insieme a Gen13 l'unica serie ad aver mantenuto la numerazione durante e dopo la Fine del Mondo, non riesce tuttavia a superare il numero 24 e chiude; il finale è simile a quello di Authority, tirato via e vincolato a necessità di trame: non è stata un brutta serie, inferiore alle altre e condannata a chiudere, ma non orrenda. L'ultimo numero chiude l'idea del nuovo Skywatch e ributta a terra il team di Jackson King, probabilmente li troveremo integrati ai nuovi Wildcats-Authority. Rimangono aperte una quantità di idee, Stormwatch era stata sede di alcuni glimps di High e gli altri eroi golden age Wildstorm ma non c'e' stato seguito: Edginton si conferma scrittore di basso calibro.

North 40:  la prima esperienza importante dello scrittore di fumetti ''underground'' Aaron Williams è una promettente miniserie di 6 albi per Wildstorm, con tanto di speranza di seguito in vista. Sud degli Stati Uniti, Cthulhu, umorismo e un pò di splatter. Molto leggera, qualche pesantezza nei dialoghi, magari non la sceneggiatura più coordinata che si sia vista, però una proposta nuova e originale.

Batman - Unseen: diciamo basta ai Batman di Moench e Jones, in realtà lo diciamo da 15 anni almeno, dall'ultima volta che sono stati divertenti o validi. Batman contro l'Uomo Invisible, risibile.

Aliens: difficile dire se sia peggio la nuova serie Dark Horse dedicata agli Aliens o la nuova di Predator, probabilmente quella di Predator (essendo pure in ritardo d'uscite). 4 albi, prima storia: insensata, banale, sceneggiata a culo, disegnata maluccio. Gli autori non sono gli ultimi degli scemi ma sono chiaramente disinteressati e/o impegnati in altro. Arcudi non è certo un genio ma non ha neppure mai scritto così male.
hellbly @ 14:30 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, dicembre 09, 2009 | in : animazione e videogiochi
Cloudy with a Chance of Meatballs: ho schiacciato play solo per ascoltare le battute del sindaco dell'isola delle  sardine doppiato da Bruce Campbell, e spento solo perché non c'era più film da guardare. Ho controllato: dopo i titoli di coda non si nascondono altre 3-4  ore di divertimennto, l'unica è farlo ripartire dall'inizio. Una produzione Sony con pacchetto di regia da cattivo auspicio si trasforma in uno dei cartoni più originali ed  esilaranti da tempo: Sony Animation ha una storia grigia alle spalle, Surf's Up una schifezza, Open Season un pochetto meglio ma troppo banale; due registi con qualche esperienza d'animazione televisiva e il lagnoso Shrek the Third; tratto da un libro per bambini. Tutti i numeri giusto per schivarlo e dimenticarsene, tranne quel piccolo supersignificante dettaglio di Bruce Campbell. La premessa concettuale, a dire il vero, non è proprio un campione d'innovazione: un bambino con la passione per la scienza si trasforma in un nerd inventore senza amici, causa di imbarazzo per il padre e di fastidi per la comunità; un giorno però qualcosa va alla grande con la sua ultima invenzione: una macchina in grado di trasformare l'acqua in cibo, da sfigato a celebrità ed eroe locale. Il successo malvagio pervertirà i suoi valori, alla fine l'amore trionferà. Trama semplice con poche sorprese: sceneggiatura sfavillante, dialoghi e caratterizzazione dei personaggi grandiosa, comicità slapstick di  primo livello mai volgare, tanti piccoli dettagli comportamentali e scenici tali da rendere i personaggi e gli ambienti immediatamente simpatici e vivi; realizzazione tecnica coraggiosa, molto espressiva e finalmente personale e non copiata: Sony si stacca dalla semplice scopiazzatura dei successi animati di altri studi, abbandona l'idea di cavalcare l'onda e produce qualcosa di particolare con la forza di ignorare la gara alle textures più fotorealistiche per abbracciare un cartone animato fondato sullo stile delle serie televisive comiche più particolari, c'e' qualcosa di Warner nella resa di Cloudy ma interpretato con personalità. I giochi con il cibo, elemento caratterizzante numero uno, la forma dei corpie delle teste: è tutto molto Warner a dire il vero, ma è storia dell'animazione americana e riprenderne i concetti è originale in contrapposizione al resto, dimostrazione di qualità indipendente dalla ricerca della più sfrenata qualità tecnologica. Target di riferimento trasversale, bambini certo ma tanti piccoli riferimenti adatti a memorie più datate. Una bellissima sorpresa.
hellbly @ 10:30 | commenti (popup) | commenti
giovedì, dicembre 03, 2009 | in : animazione e videogiochi
Call of Duty - Modern Warfare 2: altrimenti noto come COD6. Gioco più atteso, seguito del miglior FPS, spauracchio capace di costringere tutti i concorrenti a ritardare le uscite, spostarle lontane. Perché non è il capolavoro che tutti si attendevano? Perché c'e' poco di nuovo. Perché è campione di vendite planetario? Perché c'e' poco di nuovo. Cod6 è tecnicamente migliore ma è sostanzialmente identico a Cod4: ci sono più armi, più mappe, più effetti speciali, più di tutto ma alla base resta identico al suo predecessore. Il single player porta avanti la storia e la spinge verso una svolta distopica, guerra aperta contro la Nuova Russia: gli Stati Uniti attaccati militarmente nel proprio territorio e via dicendo; a livello di narrazione il gioco è stato criticato per l'eccessiva frammentazione della vicenda, la difficoltà a seguirne lo svolgimento. Frammentato sì, difficile no: la trama è spezzata per la precisa scelta, condivisibile o meno, di ambientare l'azione di gioco in una quantitò di posti diversi; con l'aumentare delle locations, diversificando gli scenari delle missioni, va da sé che si perda in sceneggiatura: è impossibile mostrare eventi che occorrono in posti lontanissimi tra loro, a volta contemporaneamente, senza lasciare andare i fili del racconto. Da un lato abbiamo un gioco visivamente più vario, dall'altro scene tra loro troppo slegate e manchevoli nel coinvolgimento: ciò detto, il finale di COD6 è un crescendo di forte impatto e tutta l'ultima mezzora/ultime missioni, valgono un plauso per la tensione e la drammaticità. Pare che il regista di COD sia prossimo a diventare cinematografico. La storia tuttavia resta piuttosto semplice e trovo difficile concordare con chi si lamenti di non riuscire a seguirla a causa della scelta di raccontarla attraverso le ''solite'' comunicazioni radio/debriefing di fine missione. Il villain russo di Cod4 è diventato un eroe della nuova russia, un martire, i suoi eredi odiano gli stati uniti e, approfittando della loro tipica ingerenza politica, coinvolgo militari americani infiltrati nell'incidente all'origine del successivo scenario bellico. La famigerata scena con l'uccisione degli ostaggi, dove il giocatore si trova a sparare su inermi e innocenti è da considerarsi alla stregua dello scandalo seguito alla scena di sesso nel primo Mass Effect: niente di che, solo i soliti giochini giornalistici e politici. Il single player presenta una serie di missioni dagli obiettivi diversificati: nel corso della stessa missione ci si trova ad attaccare postazioni, difendere posizioni, scortare, seguire, guidare e via dicendo: divertente; il livello veterano è stato considerevolmente semplificato, sono stati aumentati a dismisura i checkpoint e, nonostante sia stato in qualche modo mascherato con una maggiore AI nemica, tutto segue un progresso profondamente scriptato per cui spesso basterebbe correre con un pò di fortuna per superare le parti più ostiche. Alla resa dei conti non è certo per il single player che si compra COD6: alla Infinity Ward lo sanno e hanno di conseguenza concesso spazio molto maggiore a questa componente, spezzandola in due parti come comandato dalle ultime tendenze (vedi Halo ODST) in modo da avere un multiplayer competitivo classico e un multiplayer esclusivamente cooperativo dove affrontare con un amico (non proprio ma quasi) le missioni del single player. Quest'utlima modalità è stata chiamata Spec. Ops ed è l'unica vera innovazione del gioco: data la presenza di missioni da giocarsi necessariamente in 2 e nonostante la presenza dello split screen, credo che i programmatori dovrebbero smetterla di affermare di non aver inserito achievement per il multiplayer. In ogni caso: si gioca in due, ci si aiuta, e si cerca di guadagnare stelle per fare i fighi. Alcune di queste missioni sono odiose, tipo la corsa in motoslitta: controlli merdosi, gara a tempo, roba completamente inutile e insensata in questo gioco, altre sono molto divertenti. E' comunque qualcosa di più che sembra una via di mezzo di altre cose e che avrebbe potuto essere tranquillamente trasformata in una campagna cooperativa come si deve: tanto valeva fare ancora come Halo ODST e fregarsene delle scene cinematiche. Il multiplayer tradizionale è come allora, migliore per certi versi, un pò più frenetico nelle sue modalità normali ma assolutamente invariato e perfetto in quelle veterano. COD6 è un aggiornamento che arriva dopo 2 anni, è accettabile e desiderabile e ragionevole nel suo prezzo pieno: diciamo che è un'altra strada ancora, parallela, rispetto a quelle del succitato ODST o di un Super Street Fighter 4.
hellbly @ 13:35 | commenti (popup) | commenti
sabato, novembre 28, 2009 | in : fumetti e libri
Thor Finale: quando nel settembre 2007 la Marvel affidò a J. Michael Straczynski il terzo volume-incarnazione di Thor, l'autore doveva all'editore il ritorno della sua fama dopo un lungo periodo di sfortuna, stava anche cominciando la grande crisi di One More Day e Quesada. L'abbandono di Amazing coincise con assicurazioni sulla libertà narrativa in Thor e così fu: se ci pensate in più di 2 anni JMS ha fatto uscire solo 16 albi (e uno speciale, ci arriviamo) quasi completamente esterna a tutte le maggiori storyline Marvel. La serie di Thor è diventata una delle migliori dell'editore, una delle migliori in assoluto e la migliore presa sul personaggio da un decennio almeno: uno dei successi più solidi per la Marvel degli ultimi anni, solido nell'arte quanto nelle vendite. Era prima dell'estate quando JMS annunciò che in questo periodo avrebbe abbandonato Thor e, sostanzialmente, la Marvel (passando in DC, ne parleremo): l'editore non poteva più tollerare di sprecare un successo come Thor senza spremerlo il più possibile, venne così programmato che Thor sarebbe stato reintrodotto in grande usandolo per chiudere il Dark Reign; JMS disse di non essere disposto a scrivere un altro crossover sotto costrizione, abbandono. La Marvel è riuscita ad alienare uno dei migliori autori contemporanei. Capita in tutti i migliori editori. Stretto dai tempi del crossover JMS è stato costretto a far uscire un albo speciale ''Giantsized Finale'' per chiudere in malo modo il proprio arc e lasciare la palla al servo del potere scelto per sostituirlo. Non si sa ancora che fine faccia Marko Djurdjevic. Quanto è odiosa la guerricciola che Marvel e DC si sono fatte nell'ultimo anno sulla rinumerazione delle testate? Fino a l'anno prima dello scorso gli editori andavano matti per i ''volumi'': Thor vol.1, Thor vol.2 e Thor vol.3, ma lo stesso dicasi per Superman, Wonder Woman e altri. Adesso invece si finge continuità per riuscire a tirare fuori i numeri più alti possibili, come cambiano le politiche, e Thor vol.3 13 divenne Thor 600. Tornando a JMS e la sua run su Thor, uno dei migliori fumetti dell'anno.

Immortal Weapons
: questo mese finisce anche un'altra delle migliori esperienze Marvel degli ultimi anni, la serie di Iron Fist di Brubaker-Fraction chiuse tra la disperazione dei fan, la Marvel pensò bene di sfruttarne un pò il seguito e diede alle stampe questa miniserie in cinque albi ognuno dedicato a una delle Immortal Weapons, più una second feature su Iron Fist. Inutilità e tristezza.

Dominic Fortune (Max): quattro albi abbastanza stupidi per la versione Max del personaggio di Chaykin, disegnati e scritti dallo stesso Chaykin almeno, con Fortune contro i nazzisti.

Justice Society 33: è troppo presto per parlare male della run Willingham-Sturges sulla Justice Society dopo il periodo Johns, certo si comincia male se dopo una manciata di albi l'editore pensa bene di spezzare la serie in due troncono mandando avanti un JSA 34 con Willingham e rispolverando il nome All Stars per dare una JSA separata anche a Sturges.

I Am Legion: grazie allo sforzo di Devils Due la miniserie francese della Humanoids scritta da Nury e disegnata dal supremo Cassaday arriva e si conclude in america dopo il tentativo abortito per DC Comcis. Vampiri e seconda guerra mondiale, nulla di nuovo ma un buon fumetto salvo qualche problema narrativo: a un certo punto non si capisce più un cazzo ma i disegni restano ottimi.
hellbly @ 11:12 | commenti (popup) | commenti
venerdì, novembre 27, 2009 | in : fumetti e libri
Sandman Slim (Id, 2009): questa storia dell'urban fantasy sta aggirando le mie difese, mi sta sfuggendo di mano e, tutto sommato, comincio ad apprezzarla. Naturalmente con vergogna. Richard Kadrey è un altro di quegli scrittori cyberpunk che non ho mai avuto modo di leggere durante la mia fase cyberpunk, guardando il suo sito mi sta immediatamente sulle palle, ma confesso l'inevitabile fascinazione per pezzi di prosa come questo:

There's only one problem with L.A.

It exists.

L.A. is what happens when a bunch of Lovecraftian elder gods and porn starlets spend a weekend locked up in the Chateau Marmont snorting lines of crank off Jim Morrison's bones. If the Viagra and illegal Traci Lords videos don't get you going, then the Japanese tentacle porn will...

L.A. is all assholes and angels, bloodsuckers and trust-fund satanists, black magic and movie moguls with more bodies buried under the house than John Wayne Gacy.

There are more surveillance camersa and razor wire here than around the pope. L.A. is one traffic jam from going completely Hiroshima.

God, I love this town.

Sì, lo so che non dovrei caderci solo perché il cretino aggettivizza Lovecraft e butta nel mezzo una quantità di pop reference; a libro finito posso dirvi che Kadrey è un bluff e che si poteva capire fin da subito. Sandman Slim non è certo un libro maturo, nonostante il linguaggio scurrile, nonostante le immagini sanguinarie, nonostante alcune dichiarazioni parzialmente blasfeme Kadrey non supera mai il limite ed evita l'eccesso concettuale: basta poi guardare le sue foto per apprezzare la spudoratezza della sua posa da badass, per cogliere la teatralità e l'impostatezza del suo pensiero e del prodotto. Sandman Slim è un romanzo che assomiglia tanto a un fumetto Vertigo, i temi possono essere quelli di un Carey, lo stile quello di tanti Hellblazer: non è per niente un cattivo effetto. L'originalità non è certo di casa ma c'e' un rovescio della medaglia molto positivo: Kadrey finge e non spinge ma la sua creazione punta unicamente a uno scopo, creare un personaggio e una storia cool, di nuovo, badass. E' raro trovare un personaggio con così poche debolezze al giorno d'oggi, una volta certo c'era l'uomo invincibile, oggi deve essere tormentato, sempre eroe per caso, Kadrey  punta su un vero antieroe e lo crea per essere totalmente inarrestabile e forte. Sandman Slim era un giovane mago pieno di naturale talento, figlio di una stirpe di cowboy (mago-cowboy), i suoi amici lo tradiscono e mandano all'inferno: non muore, sopravvive, diventa un assassino al soldo dei generali di Lucifero, diventa potente e perde parecchia della propria umanità (mago-cowboy-demone). Dopo 11 anni d'Inferno riesce a scappare, tornare sulla Terra con un unico pensiero: vendetta. E' praticamente immortale, è un mago, ha un coltello magico, ha una chiave magica, è pure telepatico, è un maestro del corpo a corpo, un maestro con le armi da fuoco... e non finisce qui ma avete afferrato il senso. Si aggira per Los Angeles, i suoi nemici sono poveraggi o importanti, lui attraversa la città sbattendosene di tutte le regole, uccidendo chiunque gli dia noia. Beve, fuma, picchia i naziskin. E' uno smargiasso di prima categoria, è un romanzo divertente scritto con uno stile molto semplice ossessivamente alla ricerca della frase a effetto, anche grammaticalmente scorretta ma d'effetto. Kadrey è come Ennis, restando in tema di fumetti, l'Ennis meno nobile. Non vale la pena spendere troppe parole per analizzarlo, si commenta tutto da sé: alternativo patinato, a volte ci vogliono letture così, appagano il gusto del kitsch; dovesse mai entrare in possesso di un pò di autoironia Kadrey potrebbe diventare un autore davvero valido, così è buono a riempire una nicchia che a livello librario resta spesso vuota o lontana dai circuiti della grande distribuzione.
hellbly @ 23:37 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, novembre 25, 2009 | in : fumetti e libri
E l'Uomo Incontrò il Cane (So kam der Mensch auf den Hund, 1950): l'anno dopo il successo dell'Anello di Re Salomone, Konrad Lorenz produsse questo libricino corollario esclusivamente dedicato al Cane, con il medesimo gusto da scienziato divulgatore più l'aggiunta verosimilmente fondamentale dell'amore per i cani. Il breve saggio mescolato ad aneddoti autobiografici mirati parte dall'ipotesi più accreditata sulla nascita del cane domestico e il suo rapporto preistorico con l'uomo, distingue tra cani discendenti dal lupo e dallo sciacallo, poi passa a descrivere e raccontare comportamenti tipici, suggerimenti interpretativi e consigli psicologici su come avere un rapporto sano con il proprio cane, che sia sano per entrambi. Ovviamente non sono d'accordo su diverse affermazioni e teorie del nobel austriaco, ho le mie che si applicano al mio, comprendo alcune delle sue, approvo altre, disapprovo altre ancora (poi c'e' il discorso dei sessant'anni passati e di certi atteggiamenti che forse oggi potrebbe permettersi giusto Sting): il tono di Lorenz è quello proprio dell'educatore illuminato, parla di esperienza empirica, parla per dimostrazioni oggettive, conclude con l'esperienza soggettiva e un impeto squisitamente amoroso verso i suoi cani. Se avete un cane e sapete leggere questo è un libro da avere, se non avete un cane e non sapete leggere avete altri problemi ma potreste volerlo comprare ugualmente perché l'edizione italiana di Adelphi ha l'aspetto grazioso del libricino.
hellbly @ 10:22 | commenti (popup) | commenti
martedì, novembre 24, 2009 | in : cinema e tv
Ninja: avrebbe dovuto essere il primo ruolo protagonista di prestigio per Scott Adkins, avrebbe dovuto uscire al cinema. Invece è uscito in dvd, non ha un sito ufficiale e neppure una pagina sulla wikipedia: non mancano le ragioni. Scott Adkins è l'orfano di soldato americano allevato nell'ultimo dojo giapponese semi-segreto dove si tramanda e custodisce l'unica genuina eredità dei koga ninja, è uno dei due migliori, prediletto del maestro; l'altro è Masazuka, Tsuyoshi Ihara (lo ricordere in Letters from Iwo-Jima): feroce come una tigre, brutale come un kraken, spietato come una mantide. E' il giorno del duello che deciderà il successore: Masazuka batte Scott ma in preda al furore cerca pure di ucciderlo, il maestro lo ferma e lo caccia. Anni dopo Masazuka è Storm Shadow, lavora come assassino per i Cobra. In questa versione i Cobra sembrano una setta massonica come quella di un vecchio episodio dei Simpson. Il film ha dei piani sequenza piuttosto lunghi, combattimenti coreografati non male: il regista Isaac Florentine e Adkins avevano già lavorato insieme in Undisputed 2 e il film con Van Damme the Sheperd; le scene d'azione non sono affatto male, sia quelle a mani nude, sia quelle prettamente acrobatiche, sia quelle all'arma bianca: però sono ripetitive, Adkins esegue diverse varianti delle stesse mosse, da bravo kickboxer ha una preferenza per i calci... calci potenti e belli a vedersi, però le varianti non sono poi così tante; alla fine sembra di guardare un vorrei-ma-non-sono-tony-jaa e una clonazione dello Statham di Transporter: non fraintendete, sicuramente Adkins sarà più genuino nella sua esecuzione, più artista marziale vero ma visivamente compie lo stesso repertorio di Statham con salti più alti e colpi più complicati. Statham però l'ha fatto prima e la sensazione rimane che Adkins avrebbe mezzi fisici superiori ma gli sia mancato il contributo di un coreografo marziale capace e si sia invece trovato a seguire gli ordini di un emulo di Corey Yuen. Poi c'e' la sceneggiatura: Cthulhu maledica, è possibile riuscire almeno a non essere ridicoli? Nessuno si aspetta niente dal ninja americano del nuovo millennio, ma porco Crom almeno provare a mettere insieme le scene in modo logico, dialoghi che non sembrino scritti per una recita delle elementari in qualche scuola di sacerdoti di Primus dove tutto deve essere buono e giusto. Tra tutte seleziono due scene particolarmente stupide: il ninja quando dorme, dorme, non lo svegliano le cannonate figurarsi la donna che giura di proteggere che decide di abbandonare la stanza dove stanno entrambi nascondendosi; la migliore però è quella di Storm Shadow che ruba a un tizio il passaporto + bilgietto per andare in America e superda il check  dell'aeroporto dimostrando che i giapponesi sembrano tutti uguali anche ai giapponesi stessi. Mi stupisco che sia addirittura uscito in dvd, merito di Adkins, il resto sarebbe finito nella discarica.
hellbly @ 23:26 | commenti (popup) | commenti
martedì, novembre 24, 2009 | in : cinema e tv
District 9: mi scoccia arrivare sempre tardi su film come questi, darei loro volentieri qualche soldo di simpatia, viceversa mi rifiuto di pagare per doppiaggi in italiano non standard o prodotti grazie al Doppia Tu della Giochi Preziosi. L'ideologia si difende con il sacrificio, resistere alla brillante campagna virale è stato un tormento, resistere all'appeal da underdog della coppia Blomkamp-Copley (già autori di un cortometraggio all'origine del film, esattamente come 9 di cui abbiamo parlato qualche giorno fa: corsi e ricorsi) ancora peggio. Buttate nel mezzo frasi come ''metafora basata su una storia vera'', condite con mecha da combattimento, effetti speciali molto ben realizzati e guerriglia urbana aliena. Ciliegina sulla torta: sono sud africani, possono permettersi di dire negro al nero, di trattare i bianchi come bastardi complottatori e i nigeriani come mostri ignoranti smaniosi di violenza. Un'astronave madre aliena arriva sulla Terra, modello Visitors: è popolata da un milione circa di alieni che sembrano gamberetti antropomorfi; l'astronave aliena è un disastro, sembra un barcone da scafista e gli alieni sono tutti mezzi morti e terzomondisti. Vengono accolti e ghettizzati, è il Sud Africa. Passano 20 anni, gli umani hanno reagito in vari modi: i bianchi ricchi vogliono la tecnologia bellica aliena ma non riescono a usarla, i bianchi intellettuali fanno medici ultima frontiera, i neri si mettono a contrabbandare, il resto della popolazione si limita a odiare gli alieni manco fossero rom. E' tempo che gli alieni se ne vadano, il governo decide di sfrattarli e spedirli da qualche parte il più lontano possibile. Protagonista della storia è un burocrate del dipartimento affari alieni incaricato di gestire lo sfratto, finisce infettato da una nuova sostanza aliena sconosciuta e inizia per lui una mutazione tanto fisica quanto psicologia (modello Mosca) in ibrido. Parte la caccia: c'e' chi lo vede come un traditore, chi come la chiave d'accesso alla tecnologia aliena e via dicendo. In maniera molto classica la sceneggiatura annette alla storia il tema dell'amicizia interspecie, dell'odio che si trasforma in comprensione e simpatia. Temi sociali, interpretazione, ma anche molto combattimento e azione, corpi che esplodono e una quantità di sangue e mutilazioni. District 9 è un film di profonda originalità stilistica, grande reinterpretazione concettuale e inaspettato divertimento: è un jack of all trades, sfortunatamente ne conserva anche il seguito e resta un pò non finito in ogni suo aspetto; tutta la scenografia ambientale e l'organizzazione sociale appaiono troppo caricaturali, narrazione crossover che prova a fare tutto, riesce a fare tutto bene ma scazza di pochissimi gradi qua e là non raggiungendo quel puro eccesso che avrebbe giovato. Ottimo film ma da una parte e dall'altra sono meglio i Transformers, Star Trek e Moon: con molti più difetti complessivi osano di più e raggiungono traguardi più lontani. Siamo quasi alla fine dell'anno e con la fantascienza al cinema in casa abbiamo quasi finito, manca ancora The Surrogates: prima però è tempo di ninja explosion; stasera Scott Adkins e tra un paio di settimane V for Ninja.
hellbly @ 10:47 | commenti (popup) | commenti
martedì, novembre 24, 2009 | in : cinema e tv
Pandorum: questo è stato un anno di grande fantascienza cinematografica, domani parleremo di District 9, un anno di campagne marketing allettanti e promettenti, di fantascienza mainstream e indipendente, di coraggiosi esperimenti e film maggiormente inquadrati. Lo aspettavo con ansiosa trepidazione: Dennis Quaid + Fantascienza = trepidazione; se Moon è 2001 e Solaris, Pandorum è Alien ed Event Horizon, e magari anche un pò Fantasmi da Marte o comunque uno qualsiasi di quei film con nemesi bianchicce e umidicce.Coproduzione Germania-Usa, ampiamente finanziata dal governo tedesco, indecoroso flop commerciale. Il regista è tedesco, è un film tedesco, è indietro di anni. La trama è un assemblaggio di roba vistasi troppo di frequente: la Terra sovrappopolata manda nello spazio un'arca, ultima salvezza, verso un remoto pianeta abitabile. Tempo dopo due membri dell'equipaggio si svegliano senza memoria: Dennis Quaid e Ben Foster; la perdita di memoria è parziale, il recupero dei ricordi pure: l'unica cosa certa è che la nave sia prossima al collasso, per salvarla e salvarsi è necessario raggiungere il reattore e rimetterlo a posto. Dennis si mette al posto di comando e Ben va in giro. In giro per la nave ci sono cadaveri e i suddetti gollum-fantasmi di marte-descent-e tutti gli altri: sono ridicoli, offensivi nella totale mancanza di originalità. Lungo i condotti Foster trova altri, non mostri, ridotti a vivere come selvaggi tanto terrorizzati dai mostri quanto diffidenti verso gli altri non mostri magari usciti di testa a causa della tensione. In Pandorum non ci si può fidare di nessuno: non sono solo i mostri a uccidere. Per altro: ''Pandorum'' è propriamente una malattia psichica che colpisce gli astronauti nello spazio profondo, impazziscono. Voglio una ''E'' per Event Horizon e una ''S'' per Supernova, tanto per dirne due. Nel mezzo parecchio strisciare in condotti d'aerazione, correre al buio, bava e minchiate. Il colpo di scena finale dovrebbe vincere il premio Prevedibilità dell'Anno, i due colpi di scena a dire il vero. Pandorum si salva dall'essere un disastro grazie ai suoi americani: Foster notevole seppur lungi dal poter diventare un action hero, Quaid stellare come sempre. Dovrebbe vivere in uniforme. Nessuno dei due può tuttavia rovesciare le pecche di una sceneggiatura fragile, manchevole, codarda, logorante per le sue lacune e troppo orrendamente derivativa.
hellbly @ 01:17 | commenti (4)(popup) | commenti (4)