London: si e' reso disponibile a noleggio questo film del 2005 non uscito nelle sale italiane; e' un film con Jason Statham, si intitola ''London'': pensavo ci sarebbe stato Jason in giro per Londra a fare casino come in un film di Guy Ritchie. Invece no. London e' il nome del personaggio interpretato da Jessica Biel, l'ambientazione e' New York. Diretto dall'esordiente Hunter Richards, anche autore della sceneggiatura, e' un film a basso budget svolto quasi interamente nel bagno di un mega appartamento durante una festa di giovani ricchi: protagonista della vicenda e' Syd (Chris Evans, la Torcia Umana e il tizio di Cellular dove recitava gia' in coppia con Jason), ex-ragazzo di London, mollato e col cuore infranto, disperato e distrutto dalla rottura sentimentale; accanto a lui si alternano, passando per il bagno, una serie di altri personaggi. L'oggetto centrale e' un'esperienza comune, penso, un po' a tutti: quell'atmosfera di metafisica profondita', di acutezza sensoriale ed esplosiva spiritualita' che a voltre prende dopo aver bevuto troppo o essersi strafatti. Syd e i suoi compagni passano il tempo in bagno a tirare di coca e bere come spugne: l'ottundimento e l'esaltazione chimica li spinge a rivelare segreti nascosti, a discorrere su Dio e il senso della vita, e a raccontarsi le piu' tristi e sofferenti vicende personali. Un interlocutore dopo l'altro Syd racconta i punti salienti della sua relazione con London, i litigi e i momenti buoni, dimostrando come una montagna di coca e un fiume di vodka possano effettivamente migliorare la vita e aiutare a vivere meglio. Apparentemente e' come quei film con i figli di papa' drogati che passano il tempo a scopare e spacciare e abbruttirsi privi di valori morali: lo sfondo e' quello, ma la storia e' focalizzata sulla vicenda sentimentale di tutti i giorni tra i due protagonisti; e condita dalla trasposizione perfettamente fedele e riconoscibile di una conversazione da pub con tutti inebriati e scossi dall'aver ingurgitato troppo ma non ancora abbastanza. La Biel sta a farsi rimirare, gli estimatori potranno godere di diverse scene e angoli visivi degni uno sguardo approfondito, e persino di un paio di scene, prive di nudo, erotiche da far sbavare i vecchi fan di Seven Heaven. Chris Evans e' bravo, insospettabilmente: la parte e la regia certo lo aiutano ma ci mette una buona dose di proprio sacco a rendere lo sconvolto e innamorato Syd. Attorno a loro tutta una teoria di belle e zoccole che per un tiro di coca farebbero qualsiasi cosa: il tutto molto patinato. Su tutti si erge Jason: il piu' vecchio del gruppo, l'inglese rimasto coinvolto nella festa senza una vera ragione; carismatico e figo piu' di tutti gli altri messi insieme: per tutto il film ci si aspetta di vederlo scoppiare in preda ai fumi. Sorprendente, non una gemma ma certamente un film con buoni punti a suo favore.
Vizi di Famiglia: non ricordo il titolo, ma avete presente quel film con Colin Farrel ambientato in un campo di prigionia tedesco durante la seconda guerra mondiale? Quello che nella locandina e nel trailer aveva ben evidente Bruce Willis? Quel Bruce Willis che nel film poi appariva per dire, si' e no, tre battute? Non siamo a quel livello ma il coinvolgimento, il tempo su schermo, di Kevin Costner qui si avvicina a quella scandalosa truffa. Jennifer Aniston e' la ricca figlia di una famiglia ricca di quelle che vivono nei posti dove vivono i ricchi un po' vanesi, bonari e superficiali, ma non arroganti o presuntuosi, un poco eccentrici: insomma dei ricchi buoni. Jennifer li odia, no: non li odia, ma non si riconosce nel loro stile di vita. Il matrimonio della sorella minore la costringe a tornare a casa e incontrarli, e scoprire suo malgrado come sia stata la propria famiglia a ispirare il libro, e successivo film, del ''Laureato''. A questo punto entra in scena Kevin? No. Prima bisogna spararsi tutta la solita, noiosa, gia' vita e rivista, serie di scene con i parenti fuori di testa, ricchi e vanesi, che nascondo nelle pieghe dei loro esseri un maggiore spessore e una solidita' inaspettata e invisibile sotto l'apparenza ricca e vuota. Resisto alla nausea solo grazie alla consapevolezza che, prima o dopo, il Laureato fara' la sua apparizione e si fara' anche la terza generazione della famiglia: quindi ecco arrivare Kevin, rampante manager piu' ricco di tutti i ricchi parenti. Jennifer lo guarda e pensa: ''cazzo, ma allora e' questo che vuol dire essere davvero ricchi; noi siamo ricchi ma bidimensionali e senza niente da fare tutto il giorno, niente di cui parlare, non un solo scopo nella vita. Kevin e' piu' ricco e infatti lavora sempre, possiede cose molto piu' belle e la sua vita e' piena di senso e spiritualita'. Ma allora noi siamo solo dei borghesucci.'' Distrutta da questo pensiero Jennifer si concede a Kevin che, prontamente, segna una nuova tacca sulla cintura entrando di diritto in almeno una categoria del guinness dei record. Kevin e' grande: lo si vede andare in giro per il set con sulla faccia un espressione del tipo ''mi sono fatto la nonna, la mamma e adesso pure la figlia, sono ancora forte''. La storia del Laureato si ripete pari pari, per la seconda volta. Qua e la' ci sono un paio di battute e situazioni simpatiche, ma il tono agrodolce apporta una considerevole dose di noia; e insisto sul fatto che Kevin non abbia il dovuto e promesso spazio.
Majestic: (Abnett/Lanning-altri) dopo essersi fatto una viaggetto nel DCU il superman della Wildstorm torna nel proprio universo, accompagnato fino alla porta di casa da Superman e da Eradicator; non c'e' nessuno ad accogliere il ritorno dell'eroe, nel senso che non c'e' nessuno su tutta la Terra: ci sono solo degli aggressivi insettoni robotici. Il piu' grande eroe del DCU saluta e lascia Majestros ad occuparsi della faccenda. Nel complesso programma di rivitalizzazione dell'universo Wildstorm manca un elemento fondamentale: l'organizzazione interna. Gli eroi Wildstorm si incontrano e scontrano, di tanto in tanto, ma per lo piu' sembrano operare in dimensioni differenti: manca la definizione di un universo comune e base per tutte le storie. Majestic e' un personaggio fondamentale per l'universo Wildstorm, o meglio, per quanto del vecchio universo Image sia passato in Wildstorm: signore della guerra kheran (la razza dei wildcats, dei vari Team: una delle fondamenta metaumane Image, trasportate in casa Wildstorm a spezzoni e senza continuita'... ma e' inutile insistere sull'argomento), alter di Superman, e personaggio che potrebbe funzionare perfettamente come unione tra serie. Abnett e Lanning, matite di Googe, riprendono il discorso da dove l'avevano lasciato sulle pagine della loro gestione di Superman: il superpotente alieno deve essere decontestualizzato dalla realta' comune umana, deve pensare da superpotente alieno, deve essere super anche mentalmente, possedere tecnologia inimmaginabile (che sia kheran e kriptoniana poco importa) e portare il livello delle storie su binari giganteschi. Non puo' basare le proprie azioni sull'American Way, ma sul codice etico comportamentale della societa' avanzata da cui proviene. Una delle piu' evidenti linee guide nel processo di rivitalizzazione dei personaggi supereroistici Wildstorm e' legato palesemente alla creazione di un universo connesso: nel loro passaggio da Image a DC, o direttamente dalla loro creazione sotto il nuovo editore, tutti i personaggi oggi Wildstorm hanno sempre sofferto di una esagerata indipendenza, interessante e valida considerando miniserie, atmosfere e possibilita' narrative, ma letale per la sopravvivenza di un cosmo superomistico come si deve. Da qui i tanti, continui riferimenti incrociati agli altri eroi e la compresenza degli stessi su varie serie e miniserie: per dare integrita' e uniformita'. Per questa ragione Abnett e Lanning spingono lentamente Majestic a rinserrare le fila con i suoi alleati di un tempo: dalla fine della guerra con i Demoniti l'universo Image ereditato da Wildstorm ha mancato di proporre trame convincenti e finalizzate a dare un senso all'esistenza di tanti supereroi: i due scrittori arrivano quindi alla conclusione che, non potendo riportare i demoniti in attivita' se non in piccole cellule o provenienti dal bleed, sia ora di spiegare cosa ci facessero tutti quegli alieni sulla Terra e, visto che stiamo parlando di bravi scrittori, dare una bella spolverata alla societa' kheran, spiegarla e manifestarla come progenitrice della maggioranza dei supereroi della Terra; ecco quindi che i kheran si dividono in tre stirpi: gli aristocratici antenati di Majestic, le coda di Zealot, e gli shaper dai cui geni metamorfici provengono vari 'cats. A queste componenti sociogenetiche va aggiunta quella sempre presente tecnologica dei robot e dei macchinari, della serie Spartan; e quella indigena e natia del piaeta Khera. Gli alieni non arrivarono sulla Terra per caso ma spinti da una motivazione piuttosto concreta legata ad un passato sconosciuto alla maggioranza di loro e noto solo a pochi eletti: i Kherubim non sono originari di Khera. Sono come i Gohaud di Stargate: arrivano su un pianeta, modificano la popolazione perche' li serva, consumano le risorse e intanto mandano dei giganteschi macchinari terraformanti su altri mondi perche' siano pronti ad accogliere i nuovi padroni; sulla Terra qualcosa e' andato storto. E su Khera si formano fazioni tra chi voglia lasciar stare la cosa e chi invece desideri riprendere e correggere l'errore, approfittando del macchinario abbandonato per guadagnare potere. Senza contare il saltuario Planetary di Ellis, il Majestic di Abentt e Lanning si sta dimostrando come la migliore, piu' divertente, piu' importante per il Wildstorm Universe, e meglio scritta ora tra le fila della sottoetichetta DC: dialoghi brillanti, azione su piu' livelli da quello del conflitto personale a quello piu' vasto di una guerra interplanetaria, ai sempre apprezzati team-up, una sceneggiatura percepibilmente programmata per coprire una vastita' di eventi nel futuro e portata avanti senza perderne le fila, introducendo ed eliminando fattori per mantenere una trama in continua evoluzione ma senza insoddisfazioni o caos. O almeno avrebbe potuto essere cosi': la serie si e' infatti conclusa questo mese con la diciassettesima uscita; un buon finale, peccato: avrebbe potuto veramente essere il perno attorno a cui far girare tutto un nuovo corso dell'universo supereroistico Wildstorm. Ci riproveranno con la prossima serie dei Wildcats.
Wildcats - Nemesis: miniserie in nove episodi parallela a quella di Captain Atom - Armgageddon (che pero' finira il mese prossimo e quindi la vedremo allora) e vera porcheria. Un misero tentativo di riprendere i fili dei 'Cats dalla fine della serie 3.0, scritta molto male dal Morrison non famoso, disegnata peggio: si risolve finalmente la trama decennale legata a Nemesis, la traditrice delle Coda e, ovviamente, capita la piu' nervosa e mal organizzata redenzione da quella di Venom. Se almeno l'avessero messa in continuity con la parallela Majestic e l'ancor piu' parallela, suddetta, mini di Cap. Atom: invece si svolge senza rapporti lasciando seguire solo dai piu' irriducibili fan dei personaggi creati da Jim Lee.
Firefly (serie completa): mentre al cinema e nelle librerie il fantasy spazzava via ogni concorrenza, gli ultimi anni hanno visto un'affascinante e straordinaria rivalsa televisiva della fantascienza. Nuova fantascienza, sarebbe piu' corretto dire, visto che una serie storica come Star Trek, archetipo dello sci-fi televisivo, ha vissuto, e vive, nello stesso periodo il suo momento piu' sfortunato; approffittando del tracollo del mito nuove leve, canali tematici e autori hanno riempito il vuoto: Battlestar Galactica, Farscape, il Doctor Who... e a questo punto dovremmo anche specificare ulteriormente come questa ''nuova'' fantascienza sia tutto fuorche' nuova: un remake, una serie prodotta da vecchie conoscenze del genere, e l'ennesima serie di un vecchissimo brand. L'unica, vera, novita' nel settore e' stata anche e ''per forza'' l'unica ad andare male, e a divenire ancor piu' rapidamente un cult. Il progetto di Josh Whedon ha subito vessazioni e sfiducia da parte dei produttori della Fox fin dal principio, forse perche' non si aspettavano una serie cosi' diversa dai precedenti successi dell'autore: il lungo pilota introduttivo venne rifiutato e Whedon fu costretto a girarne uno d'emergenza, gli episodi vennero mandati in onda secondo un ordine scorretto a causa dell'incompetenza e dell'assoluta mancanza di riguardo della Fox stessa, la serie venne programmata in una fascia oraria completamente inadatta: quella che fu di X-Files e che da allora la Fox non e' mai piu' riuscita ad abitare con un prodotto concorrenziale nel genere mainstream ad altissimo share; gli ultimi tre episodi non vennero per niente trasmessi, Fox preferi' segare e tagliare la serie, senza neppure provare ad applicarsi in fase pubblicitaria: una grossa cappella da parte dei responsabili. Firefly e' stato, nell'anno di distribuzione, il cofanetto di serie televisiva piu' venduto in America; forte di questo risultato Whedon sposto' i diritti presso Universal e realizzo' un film di grande successo, nonche' il miglior film di fantascienza da troppi anni. Si fa tanto parlare, speculare, se il successo del film potra' o meno portare ad una seconda stagione: niente di certo per adesso. Considerando anche il lungo pilota Firefly e' composta da 14 episodi: si raccontano le avventure del Capitano Malcom Reynolds, veterano perdente di una versione futuristica della Guerra d'Indipendeza Americana, e dell'equipaggio della sua nave commerciale classe Firefly. In un universo dominato dai vincitori della guerra il capitano Mal sceglie la via della criminalita' d'onore, tra furti e scorribande ai margini del sistema, lontano dagli sguardi e dalla legge dell'Alleanza. La serie viene correttamente definita un western fantascientifico: i pianeti centrali, i pianeti dominanti, sono caratterizzati dalla piu' sofisticata e avanzata tecnologia; i pianeti periferici, dimenticati e abbandonati a se stessi, la frontiera dello spazio, sono invece arretrati, poveri di risorse e quindi costretti a fare affidamento su sistemi e metodi rudimentali, pionieristici: cavalli, pistole a proiettili... l'equipaggio della nave e' a dir poco eterogeneo, il braccio destro sotto le armi di Mal e il rispettivo marito e pilota, una meccanica, un mercenario e, dal primo episodio della serie, alcuni passeggeri caricati a bordo per raggranellare qualche soldo extra: un anziano pastore dal passato misterioso e molto poco religioso, e due fratelli, ricercati di massimo grado dall'alleanza, lui medico, lei genio dall'insondabili capacita' vittima di crudeli esperimenti tesi a potenziarne/esplorarne le capacita', un investimento di soldi e tempo sfuggito dai laboratori segreti del governo. A completare il quadro una delle piccole navette a corto raggio alloggiate nella nave e' affittata da un'accompagnatrice, sorta di prostituta d'altissimo bordo. Punti di forza assoluti ed eccezionali della serie sono l'ambientazione insolita e dettagliata, descritta con abilita' e pienezza di significati e profondita' di visione, varia e sorprendente; e le complesse e delicate dinamiche sociali all'interno della nave: ogni personaggio stringe rapporti di preferenza, e antipatina, tutti nascondono segreti ma sono accomunati da una situazione ''spirituale'', un senso di ribellione e non appartenenza alla societa' apparentemente perfetta del futuro. L'atmosfera e' giocosa, i dialoghi si prestano a momenti di istantanea comicita' e, anche laddove i personaggi rischino di morire non mancano mai di manifestare un atteggiamento di cinica cialtroneria e testardo attaccamento alla vita. Il talento di Whedon, talento assolutamente insospettabile date le sue precedenti opere, e' stato quello di tratteggiare un gruppo di anti eroi: trascinati, in balia delle situazioni, guidati piu' dai propri difetti che dai pregi, sconfitti ripetutamente dalla vita, capaci di accontentarsi di poco. Il testo dell'opening la dice lunga: si e' disposti a perdere ogni cosa tranne la propria liberta'. A chiederlo ai puristi l'adattamento italiano e' tra i peggiori mai realizzati, io sono di opinione diversa: da noi si e' capaci di molto peggio. I doppiattori sono infatti tutti bravi interpreti delle scene, i problemi derivano in primo luogo dalle scelte di traduzione: nella versione originale Whedon aveva previsto che, per esprimere offese gravi, imprecazioni, o anche semplicemente brevi intercalari espressivi, l'umanita' del futuro ricorresse alla ''lingua galattica'', il cinese. Nell'originale, di tanto in tanto, gli attori si lanciano in qualche esclamazione o insulto in questa lingua, tra una frase inglese e l'altra; nella versione italiana e' stato tutto ugualmente tradotto in italiano cancellando completamente quello che e' uno degli elementi piu' caratterizzanti e personali della lingua dell'universo di Firefly. L'altro terribile sgarbo degli adattatori riguarda l'edulcorazione dei testi: i personaggi della serie non sono lord inglesi, alcuni sono veri e propri bifolchi semi analfabeti, eppure tutti, indistintamente, in Italia, si esprimono senza il minimo turpiloquio, censurati delle loro piu' colorate esternazioni. Tecnologicamente la serie gode di un design squisito: la nave spaziale di classe Firefly e' semplicemente meravigliosa, all'interno e all'esterno, in men che non si dica diviene un personaggio essa stessa, suscitando emozioni ad ognuna delle bellissime scene di volo spaziale, volo atmosferico, o durante i combattimenti e le fughe; gli effetti speciali sono ottimi, rari ma realizzati con cura e garbo, senza inutili effetti visivi e assurdi giochi digitali: un bel modello poligonale, belle textures, qualche raggio laser ogni tanto, qualche lampo elettrico e fondali perfettamente integrati nelle scene. Prodotto ibrido come pochi altri mescolando influenze e generi, un crossover di sottoculture intelligente e variegato, carico di genuina passione a attenzione allo svilupparsi della storia e dei caratteri: gli episodi sono tutti autoconclusivi e non compongono una vicenda unitaria, salvo il ritornare di alcune sottotrame, si configurano essenzialmente come mini film ognuno con la sua dose di umorismo e dramma. Ci vuole un niente ad affezionarsi a tutto l'equipaggio della Serenity, e alla nave stessa. Alla fine l'insuccesso della serie e' irrazionalmente incomprensibile ed e' un vero dolore vederne l'ultimo episodio.
Serenity: il film cinematografico di Firefly ne riprende la trama a circa sei mesi dall'ultimo episodio; in Italia il film ha raggiunto le sale prima della messa in onda del primo episodio della serie rendendone la comprensione sfuggente e impossibile l'intendimento di tutto il sottotesto: un'altra bella pensata da parte dei distributori nostrani, per non parlare del diverso gruppo di doppiatori tra film e serie (come da norma quelli del film sono palesemente peggiori). Richiesto a gran voce dagli affezionati acquirenti del cofanetto, fortemente voluto dal suo creatore, il film si propone con ottimi risultati di risolvere almeno alcuni delle principali questioni rimaste irrisolte alla fine della serie: River e i Reavers prima di tutto, ma anche le relazioni amorose sulla Serenity. Rispetto alla serie, pur godendo anche qui di alcuni lampi di brillante comicita', il film e' molto piu' crudo e violento: c'e' morte, si scherza poco, e su tutto pesa un senso di tragedia imminente. Gli effetti speciali sono naturalmente migliori e maggiori rispetto alla controparte televisiva; il finale e' aperto, aperto alla speranza di una seconda stagione. L'unica reale differenza tra il film e l'originale riguarda una maggiore spettacolarizzazione e un piu' elevato tasso d'azione, senza che questi dati alterino troppo l'atmosfera e gli equilibri dell'idea alla base di Firefly. E' un periodo sfortunato, manca il lavoro, l'Alleanza stringe le corde intorno all'equipaggio della Serenity: Malcom sta perdendo il controllo della situazione e il legame di gruppo sembra prossimo a crollare sotto la furia dell'insistente e accanita crudelta' della vita. Come si dice: la situazione dovra' molto peggiorare prima di poter migliorare. Un ottimo film, mi stupisco a pensare quanto poco debbano aver capito quelli che l'abbiano visto prima della serie: per conto mio sono felice d'aver aspettato (anche se alla fine mi sono guardato gli episodi in inglese, dopo aver scoperto le magagne dell'adattamento italiano). Non ricordo negli ultimi dieci anni un film di fantascienza migliore.
i migliori anni della nostra vita, il migliore dei mondi possibili: dopo la nuova serie del Doctor Who, dopo il remake re-imaginated di Battlestar Galactica, dopo Firefly, non temiate alcun male. BBC News annuncia: Sky One (lo sky inglese) produrra' una miniserie in 6 episodi remake del Prigioniero! I'm not a number, I'm a free man! Six, Six, Six... nel ruolo che fu di Patrick McGoohan... Christopher Ecclestone, l'ottavo Doctor.
Running Time: Hail to the King, Baby! Vi ho risparmiato un post sui cortometraggi in super 8 della cricca Campbell-Raimi ma nel mio ineluttabile processo di assorbimento di tutto lo scibile campbelliano possibile sono arrivato finalmente a trovare questo film del 1997, diretto da Josh Becker (uno della cricca) e interpretato nel ruolo protagonsta da Lui. A parte la presenza carismatica e possente di ''Don't Call Me Ash'', il film e' molto interessante per lo stile e le scelte di regia: di durata di poco superiore all'ora e' integralmente girato in un'unica ripresa, pure in bianco e nero; nessun taglio, nessuno stacco: un mega shot senza soluzioni di continuita' dall'inizio alla fine. Voci non confermate dicono che sia il secondo film, assoluto, nella storia del cinema a provare queste tecnica. Il risultato e' eccellente, sul serio: la macchina da presa fa miracoli e mostra, nell'ora di girato, in quanti modi diversi sia possibile inquadrare e gestire lo spazio divenendo veicolo espressivo totalmente immerso nella rappresentazione; tanto per dirne una: dove dovrebbe accadere un cambio di scena per seguire un personaggio piuttosto che un altro, assistiamo e vediamo e seguiamo la cinepresa abbandonare il soggetto del momento per andare alla ricerca di quello nuovo. Campbell e' piu' o meno sempre in scena: e' Carl, un detenuto appena rilasciato che in pochi minuti, e a pochi minuti dalla scarcerazione, prepara, organizza e mette in pratica una rapina, insieme con alcuni compari e non prima di essersi fatto una. Running Time sta a Bruce Campbell come Cast Away a Tom Hanks: one man show, grande interpretazione; Running Time e' migliore, e' piu' interessante, e' un esperimento che chiunque apprezzi, ami o abbia velleita' di fare cinema dovrebbe guardare. Bruce Campbell puo' prendere Chuck Norris a calci nel culo fino a farlo morire e Chuck non oserebbe neppure incrociare il suo sguardo e si lascerebbe pestare in adorazione. E adesso datemi Bubba Ho-tep 2 e My name is Bruce.
Touch (Live Action): piacendomi e i film e i cartoni ogni volta che mi capiti l'uno tratto dall'altro non mi riesce di ignorarlo, anche quando si tratti dell'orripilante opera di ''mi cavo gli occhi piuttosto che guardarne un altro episodio'' Adachi. La trama penso la conoscerete tutti (titolo italiano di Touch: ''Prendi il mondo e vai''): ci sono due fratelli, uno figo l'altro meno, e la ragazza con cui sono cresciuti fin da bambini, e che amano entrambi. Uno gioca a baseball ed un super lanciatore di quelli che neppure Tommy la Stella dei Giants, l'altro sfoga il complesso d'inferiorita' e inadeguatezza prendendo e facendosi prendere a pugni come pugile dilettante; lei, naturalmente, e' la piu' figa e flessuosa ed elegante delle ginnaste. I tre crescono insieme anche e soprattutto perche' vicini di casa e perche' la madre di lei crepa tragicamente... e fin qui niente: e' una tragedia, capita. Ad un certo punto lei sceglie uno dei due fratelli: quello migliore; poco dopo lui muore nel classico tentativo, riuscito, di salvare un bambino dal venire investito da un camion (questo giro niente Daredevil). E allora ci si comincia anche un poco a chiedere se, si': bella e cara, ma non e' che Minami porti pure sfiga? Ad ogni modo: tutto questo accade entro la prima meta' del film lasciando, come nella serie, maggiore e piu' centrale importante spazio alla fase che vede il fratello superstite calarsi nel posto di quello morto, sia nel cuore della ragazza sia nella squadra. I suoi piedi sono pero' troppo piccoli. Tutti gli dicono di dargliela su, altri lo chiamano esplicitamente ''sfigato'' (o forse ero io), altri lo incitano a suicidarsi (quello ero sicuramente io). Sport e sentimenti sono un connubio classico: nel film la componente sportiva e', per forza di cose, sacrificata e tenuta in secondo piano dando maggiore risalto all'ambiente scolastico e al rapporto con i personaggi secondari (gli amici di lui nella maggior parte dei casi: perche' lui sara' pure sfigato ma ha degli amici; lei che e' tutta bellina e perfettina la odiano tutti). Ora, a parte il mio disprezzo per tutto il concept, il film e' di quelli che nel migliore dei modi godano della definizione di ''carino'': sono tutti carini, i protagonisti, gli attori e i personaggi, l'ambiente, gli amici, i genitori, e' tutto bello, luminoso e dolce. La malvagita' non e' di questo mondo. Regia del film ad opera di Isshin Inudou (gia' vista/o sul blog per ''All about my dog'' e ''Josee, the Tiger and the Fish'') professionista apprezzato a suo agio con le trame sentimentali e i patetismi, e le sfighe. Senz'ombra di dubbio una delle migliori trasposizioni dal vivo di un cartone animato: fedele nell'atmosfera e nelle emozioni ancor piu' che nella trama e nella caratterizzazioni di personaggi ed eventi; peccato solo che sia Touch. A margine la solita nota sulla bellezza della protagonista: Masami Nagasawa, anni 19, gia' vista e apprezzata in ''Godzilla Tokyo SOS'' e ''Godzilla Final Wars'' e ''Crying Out Love...'' (tutti i.x.b.); il suo sito ufficiale e' nauseante, cartoonoso, infantile, e pensando che la sua fama sia dovuta ai film con il grande mostro distruggi Tokyo, pure ipocrita: dategli un'occhiata perche' qualcosa di cosi' riprovevole e giapponese e' difficile trovarlo.
DC Comics ha lanciato il sito ufficiale di 52. Mancano 2 giorni all'uscita del primo albo e il sito si propone in un'inedita veste di report ''fittizio'', settimana per settimana, di un anno di DCU: dai protagonisti del giorno alle previsioni del tempo di Metropolis e Gotham, ai contenuti scaricabili come nastrini e donazioni per Bludhaven alle pubblicita' della nuova Lexcorp. DC Comics e' il piu' grande editore di fumetti in lingua inglese, per davvero, e 52 e' la piu' grande sfida della sua storia.
The Exterminators: Bug Bee Gone e' il nome di una ditta di disinfestatori operante ad Hollywood, disegnata dal celebre Tony Moore e scritta da Simon Oliver... chi sia Simon Oliver nessuno lo sa. C'e' chi dice sia uno scrittore esordiente con alle spalle solamente un numero di Superman, ma si e' tutti un po' scettici a credere che Vertigo possa affidare una serie regolare all'ultimo venuto; CBR qualche tempo fa lascio' circolare la voce che sia lo pseudonimo utilizzato da Chuck Austen dopo il suo, presunto, ritiro dalla scena dei comics: niente di confermato. Il fandom si interrogra pigramente sull'argomento, DC non da' informazioni, e noi ci limitiamo a leggere la storia. Tra tutte le nuove serie regolari (prossimamente American Virgin e VCU) questa e' quella con i minori risvolti socio-politici e il maggiore divertimento: il protagonista, Henry, e' da poco uscito di prigione, il suo passato e' misterioso. Non se ne sa molto: e' stato beccato per un crimine da poco ma da molti indizi possiamo capire che sia stato una specie di mercenario/spia/guerrigliero abituato ad una vita decisamente piu' emozionante e di classe rispetto a quella del disinfestatore. Accanto a lui tutta una serie di personaggi secondari: la sua fidanzata bisessuale e manager in carriera, i suoi colleghi fuori di testa (un cowboy afroamericano buddista, un lercio simil camionista, un brillante scienziato rifugiatosi in America da qualche paese straniero....), poliziotti e una quantita' di urbana vita losangelina. Normale e moderno se non fosse per questi strani scarafaggi aggressivi e duri a morire, per strane morti, e per un curiosa scatola pseudoegizia con tanto di chiave speciale, e anche per la presenza di una multinazionale chimica dalla dubbia moralita'. C'e' un po' di tutto e di piu': i toni sono leggeri e la vita di tutti i giorni viene mostrata con apparente superficialita' e disinteresse, bambini ispanici di otto anni che fumano e lavorano, droga e prostituzione, omicidi, cose del genere. Il primo story-arc si conclude con poche informazioni e tanti ami gettati al lettore, troppi per una scrittura di qualita' ma speranzosamente meglio gestiti nel proseguimento; ottimi disegni.
a proposito di Marvel: sono diversi giorni che mi dimentico di postare il ''riassunto'' delle future produzioni cinematografiche (fonte: www.comics2film.com).
all'interno della nuova, propria, politica aziendale di gestione delle licenze i Marvel Studios hanno ripreso i diritti di Hulk concessi alla Universal, e assoldato Zak Penn, ''straordinario'' sceneggiatore di Inspector Gadger, X-Men 2 ed Elektra, per scriverne la storia (il nemico prescelto e' Abominio). Jon Favreau, attore poco noto che ricorderete nel ruolo di Foggy Nelson nel ripugnante film di Daredevil da qualche anno passato dietro la macchina da presa (Elf, Zathura.... e, con mio grande dolore causa la bruttezza dei suoi primi film, il prossimo John Carter of Mars) e' stato ingaggiato per lo sviluppo e la regia del film di Iron Man: felicitazioni. Allo sceneggiatore David Self (Era Mio Padre, 13 giorni) sono invece state affidate le stesure di: Sub-Mariner, Deathlok, Captain America; ad Andrew Marlow (Air Force One) e' toccato Nick fury; Mark Protosevich (The Cell, il nuovo Poseidon e, casualmente, John Carter of Mars) ha invece estratto il bigliettino con scritto ''Thor''. Finiamo con una nota di reale speranza: Edgar Wright, l'autore (regista e sceneggiatore) del favoloso Shaun of the Dead (i.x.b.), dirigera' e scrivera' ''Ant-Man'' (sempre ammesso, suppongo, che la serie del nuovo Ant-Man, quasi un clone del nuovo Blue Beetle, abbia successo).
Infinite Crisis 6: intervistato a proposito di Infinite Crisis 6 Dan DiDio, executive editor DC, ha parlato dei peccati commessi dalla trinita' superomistica. Il peccato di Batman e' stata la paranoia, l'eccesso di azione preventiva, la creazione di Brother Eye e degli OMAC; il peccato di Wonder Woman e' stato l'omicidio, il fallimento della sua missione di pace e la svolta nell'ambiguita' della sua posizione di guerriera e diplomatica; il peccato di Superman e' stato l'incapacita' di agire per tempo, l'impossibilita' a superare i propri limiti di coscienza e prendere la guida, essere veramente ispirazione per tutti gli eroi e i popoli della Terra. Nel sesto albo della Crisis coesistono due linee d'azione principale: Batman e i suoi Outsiders contro Brother Eye, Nightwing e i Titans contro Alex Luthor e Superboy Prime; qua e la' nella narrazione troviamo i Superman e Wonder Woman spersi nel multiverso, e i mistici DC impegnati a riattivare lo Spettro (dopo i fatti visti in Day of Vengeance Infinite Crisis Special, la fine della nona era della magia, la morte di Nabu e il nuovo ospite dello Spettro), si notano tra le tavole il braccio di Swamp Thing (solo il braccio per evitare le solite dispute cosmiche) e Klarion. I combattimenti sono furibondi, l'azione e' esaltante e si tratta probabilmente del migliore albo della serie, cosa buona e giusta considerando come il settimo sara' una specie di lungo epilogo: il meglio e' stato tenuto per la conclusione, gli autori sono al meglio delle loro possibilita', tavole e dialoghi conquistano e avvincono. Brother Eye viene sparato nello spazio, non distrutto e sicuramente ritornera', Superboy muore e il multiverso scompare per sempre lasciando una nuova Terra figlia della Crisi e delle botte al muro della realta' date da Superboy Prime. L'ultima tavola e' straordinaria: intorno al corpo morto di Superboy, il superman di domani, ci sono il Superman di oggi, il Superman di ieri, la Wonder Woman di domani e la Wonder Woman di oggi, il Batman di oggi e quello di domani (peccato non ci abbiano infilato anche Robin ma in effetti sarebbe stato troppo complicato).
Infinite Crisis 7: e' finita. O, meglio: la miniserie e' finita. Il crossover proseguira' per chissa quanto ancora: tra i vari aftermath e le miniserie seguite agli eventi centrali della Crisi, con 52 (la serie settimanale che raccontera' adottando un format unico nel mondo dei supereroi gli accadimenti fondamentali del DCU durante l'hanno di gap) e con tutti i fatti del One Year Later e della nuova DC Nation. Infinite Crisis e' stato l'evento piu' vasto e memorabile nella storia dei comics americani, apprezzata trasversalmente da tutti, dalla critica e dai lettori che l'hanno premiata con ogni sua uscita con il primato di vendite: il momento piu' alto nella recente storia DC Comics, dalla grande svolta iniziata con la JLA di Morrison fino a riprendere quel ruolo di reale forza nel mondo dell'editoria americana togliendosi dai panni di arrancante concorrente della Marvel fino a tornare ad uno splendore assente da decenni. Dalla fusione di Time-Warner-Aol, ai fortunati cambi nella crew editoriale l'editore si e' scolpito una nuova esaltante identita': alla Marvel andranno sempre i primati complessivi di vendite e di gradimento tra i bampa americani, DC si e' votata a qualcosa di piu' complesso e completo adottando con le proprie sottoetichette una sfaccettata proposta produttiva e riuscendo, per prima, a rientrare comprendendo e assorbendo i risultati del grande ''miracolo'' Image, migliorandolo, adattandolo ad una piu' sicura e organizzata intesa editoriale. Ad oggi ho dedicato questi post al breve elenco dei fatti accaduti negli albi: questa volta no, le sorprese dell'ultimo albo sono troppo belle per essere spoilerate; scopriamo e giungiamo alla risoluzione del conflitto tra Superman, Batman e Wonder Woman: li vediamo arrivare al momento che li portera' a scomparire per un anno; assistiamo alla fine di Alex Luthor e di Superboy Prime, e alla nuova consistenza della criminalita' DCU e alle nuove legioni di eroi che la combatteranno. Johns, Jimenez, Perez, Lanning, Ordway, Bennet: scrittori e disegnatori che hanno dato il meglio nell'elaborazione e realizzazione di un crossover, una storia che solitamente non vale la pena scrivere perche' si vende da sola, una storia sempre talmente legata ad una quantita' di risultati necessari finali da lasciare poco spazio alla narrazione viene invece trattata come la migliore delle vicende possibili. Accompagnata da tavole eccezionali piene di fanservice eppure sempre subordinate al racconto. Negli ultimi giorni ho dato un'occhiata alle piu' recenti e acclamate produzioni Marvel: ho visto i New Avengers assomigliare concettualmente alla JLA. Una volta i Vendicatori erano il supergruppo piu' potente della terra, ma solitamente composto dagli eroi piu' sfigati della terra vista l'appartenenza di tutti i migliori ad altri gruppi; i nuovi Vendicatori seguono invece la filosofia della JLA: il supergruppo formato dai piu' forti eroi della Terra. Ho letto un po' di Young Avenger: i Titans della Marvel, i sidekick che la Marvel ha sempre mostrato di disprezzare e ora invece. E oggi ho visto la Marvel far uscire il primo episodio del proprio super mega crossover, Civil War, in concomitanza con l'ultimo episodio di Infinite Crisis: una tattica crudele e spietata che porta ancora piu' grande trionfo alla gloriosa DC. Lascio con il link all'ultima intervista, relativa a Crisis, concessa da Dan Didio a Newsarama.
come abbiamo lungamente visto negli ultimi mesi, DC Comics sta vivendo un promettente, continuativo e lungo periodo di benessere; a beneficiare del fermento creativo non sono solamente le serie supereroistiche mainstream, ma anche le sottoetichette. Si e' gia' variamente parlato di Wildstorm (e nei prossimi mesi se ne riparlera' piu' approfonditamente), adesso e' la volta di dare un'occhiata alle nuove proposte Vertigo: complice la prossima conclusione di alcune delle sue piu' longeve e apprezzate serie regolari, Lucifer e Y-The Last Man, l'editore ha coraggiosamente varato diversi nuovi progetti regolari tutti ugualmente interessanti e validi. In concomitanza della chiusura dei primi story-arc oggi tocca a DMZ e Testament.
DMZ: le nuove serie regolari Vertigo sono estremamente aggressive e attuali, tra queste la piu' recente creazione di Brian Wood gioca, addirittura, su una delle grandi paure americane, quella del conflitto interno, della guerra civile, della divisione violenta e della violenza armata sul proprio territorio nazionale. Secessione: il New Jersey si e' separato dall'America e ha assunto il nome di Free State; tra il Free State e gli USA c'e' Manhattan, la DMZ, la Zona DeMilitarizzata: il protagonista della serie e' un fotoreporter, inviato sull'isola al seguito di un grande giornalista vincitore di Pulitzer, appena atterrati con l'elicottero si ritrovano aggrediti dai ''locali''. Dovreste immaginare qualcosa alla Fuga da New York ma senza l'ironia di Carpenter e con molta maggiore violenza e crudezza; il giovane fotografo si ritrova da solo, unico sopravvissuto: ha paura, cerca salvezza e riparo, cerca di tornare a casa, si inoltra nella societa' autogestista e occupata, prigioniera, che e' la DMZ, viene aiutato e derubato, inseguito, picchiato, sfamato. Alla fine decide di restare per documentare la reale vita nella DMZ, la verita' senza le sofisticazioni che la stampa nazionale propina al popolo americano per sminuire e limitare l'accaduto: le guerre tra gang per il dominio dei quartieri, la legge violenta delle armi, della ricerca di cibo e beni di prima necessita', zone di soccorso e volontariato, equilibri instabili, guerriglia, e la costante pressione dell'esercito americano da un lato e della milizia del nuovo stato indipendente dall'altro. I disegni di Burchielli sono efficaci e spaventosi: la rovina, la mutazione di immagini famosi, di strade e quartieri di Manhattan trasformati in campi per sfollati, in basi per le gang, in luoghi d'aggregazione per i gruppi che abitano e si dividono le zone dell'isola. La prima parte della serie e' una lunga panoramica, un po' fredda e piena di situazioni esemplari tese a raffigurare una vasta prima impressione della DMZ: Wood scrive conciso lasciandosi solo qualche pagina di monologo giornalistico da inviato al fronte, qualche riflessione sull'umanita' e la civilta', per altro di buona fattura e con evidente partecipazione emotiva. Originale, interessante: sfrutta un poco il trend lanciato da Y - L'ultimo Uomo, quello di un quadro d'ampio respiro su un mondo futuro prossimo e variamente probabile, ma lo reinterpreta in chiave fantapolitica, lasciando piu' ampio margine alla visione sociale con un protagonista che e' quasi solamente un obiettivo su un territorio devastato ma rigoglioso di vita, violento ma capace di gioia.
Testament: per capire questa serie e' necessaria prima introdurne il creatore. Douglas Rushkoff e' un noto scrittore/giornalista legato alle piu' recenti forme del movimento cyberpunk, e' anche un rinomato opinionista e impegnato promotore di dialogo e discussione in campo religioso, specialmente giudaico; questa serie regolare per Vertigo credo sia la sua prima esperienza fumettistica. Il primo story-arc e' chiaramente programmatico: fantascienza tecnologica, una societa' futura non troppo lontana, religione; e' anche piuttosto confusionario e difficile a seguirsi: l'idea alla base del racconto e' quella di portare avanti, parallelamente e specularmente, due tempi e vicende differenti. Da un lato c'e' la rilettura di alcuni punti ed eventi significativi del Vecchio Testamento: il primo ciclo (i primi cinque episodi) ha per oggetto Abramo e ne ripropone momenti fondamentali, dal quasi sacrificio del figlio alle guerre; dall'altro c'e' l'America del futuro governata da una dittatura fascista di stampo orwelliano dove tutti sono controllati e registrati, dove gli studenti vengono massacrati nelle piazze per aver manifestato contro la leva obbligatoria indetta dalle autorita' per supportare una Guerra lontana, dove un noto scienziato ha quasi sacrificato suo figlio al sistema prima di decidersi a combatterlo. Le due storie si ripetono e intrecciano: i fatti biblici trovano riscontro nelle vicende dei protagonisti, giovani attivisti radicali contrari alla politica nazionale desiderosi di cambiare il mondo; le storie procedono affiancate: i fatti mitici si rispecchiano nel domani del racconto. Come allora cosi' nel futuro i vecchi Dei e Demoni, Moloch e Astarte, assistono e tramano muovendo le classiche pedine sulla scacchiera della vita umana, in lotta contro l'unico Dio nella partita per il dominio sulla Terra e la fede. L'autore ha molto da dire e molte idee ma non sembra immediatamente a suo agio con il mezzo comunicativo: ci sono fin da subito le premesse per un miglioramento nella scrittura affinche' diventi il giusto veicolo per una trama cosi' fuori dal comune dove robot insettoidi affrontano Abramo e i poteri del suo Dio, dove il famigerato ''conoscersi in senso biblico'' assume le connotazioni di un comics vietato ai minori per le forti e frequenti rappresentazioni sessuali affidate alle aggressive matite di Liam Sharp. Vertigo sembra entrare in un nuovo periodo che, senza dismettere l'eredita' gaimaniana, affronta con piu' intensita' la propria vena politica e polemica presentando non piu' un america decadente ma uno stato precipitato nel caos.
Takeshi's: l'ultimo Kitano e' tante cose, e' uno di quei film che andrebbe rivisto piu' volte in momenti diversi per riuscire a coglierne le sfumature e gli scherzi; ma e' anche uno di quelli che non si lasciano riguardare: confusionario, troppo personale forse, confuso quindi per chiunque non sia il regista o pensi sulla stessa frequenza d'onda. Troppo giapponese allo stesso modo, pur diversamente, di Getting Any? (i.x.b.): difficile stargli dietro, seguirlo, ancor piu' arduo lasciarsi afferrare e trasportare all'interno della visione di Kitano, la visione di se' stesso, la visione di come lui si creda e senta visto dagli altri; un pirandelliano gioco di maschere, surreale e connotato dalle tipiche tecniche di montaggio dell'autore, qui spropositate e portate allo stremo. Kitano si incontra sullo schermo: il professionista dello spettacolo incontra lo stereotipo di se', sia secondo la propria immagine cinematografica, sia secondo l'immagine pubblica; il Kitano con la pistola, invincibile e perso nel vuoto, contro il Kitano maestro del cinema esigente e capriccioso divo dell'arte. Nel mezzo un Kitano ignoto e ignorato, un attore sconosciuto somigliante al personaggio famoso, che incontra e partecipa della vita dell'altro in un gioco di rimandi e alterazione della realta' assai contorto: in un crescendo di autoironia esplicita', di autoparodia indecifrabile. Nel mezzo tutta la crew dell'Office: tutti gli attori ripresi nello stesso gioco di moltiplicita' e sdoppiamento, tutti provenienti da questo o quell'altro momento nella vita internazionale e celebrata del regista e dell'attore; allo stesso tempo un modo per tirare le somme, un diario, e una svolta creativa e sperimentale verso una nuova concezione del proprio lavoro e dei modi del proprio lavoro. Il conflitto finale richiude e proietta un'idea della realta inintellegibile, continua e lasciva nel passaggio impercettibile tra finzione e vissuto vero. Un film che suggerisce tanti modi per dire, per esprimere inventita ma che in ultima lascia poco spazio allo spettatore, escludendolo nel tentativo troppo intimo di spiegare il proprio mondo interiore.
I Fratelli Grimm e...: veramente non assomiglia ai piu' conclamati e apprezzati lavori del regista, insospettabilmente migliore nella sceneggiatura che nella regia; tante idee simpatiche, tanti spunti interessanti malamente rifinite da troppa semplicita' rappresentativa. Finale mediocre e vuoto, ma fino a tre quarti circa rapisce con qualche effetto speciale di buon impatto, una certa gigioneria da parte del cast tutto, e la sempre stimolante caccia al riferimento: da appassionato lettore del Fables Vertigo non posso non apprezzarne la piacevole struttura, il rapido sistema d'immagini e scene per vivacizzare e mantenere alto l'interesse dello spettatore. Sullo sfondo un abbastanza inutile problema storico di convivenza tra i tedeschi occupati e i francesi conquistatori, con tanto di piccolo sosia napoleonico e ridicolo torturatore italiano; qualche facezia e luogo comune sull'europa di una volta che non offendono ma tolgono ogni genuinita' alla stesura del copione. Dopo una decina d'anni d'inattivita' e' facile pensare che anche i piu' oculati abbiano bisogno di rimpinguare il proprio patrimonio: avrebbe potuto essere peggio, diverte fin quasi alla fine.
King Kong: ai noleggi affido sempre l'ingrato compito di sconfessare i miei pregiudizi e magari mostrarmi l'errore di certe posizione preconcette e partiti presi; mai stato fan del regista, chi segue il blog lo sapra', mai pensato ai suoi film anni '80 come a dei cult incompresi, schifato il Signore degli Anelli dal primo all'ultimo, decisamente rifiutato di perdere 3 ore di vita in sala a guardare cumuli di poligoni senza controllo. Ero convinto, quanto meno, di trovarvi dei bei combattimenti e ottimi effetti speciali: i combattimenti sono non male ma prevedibili e qua e la' ingiustamente comici, gli effetti speciali sono altalenanti. Il gorillone e' fatto davvero bene, i dinosauri invece non reggono il confronto con le anticaglie di Jurassic Park: e certe collisioni sono davvero mal realizzate, per non parlare del troppo visivile effetto di sovrimpressione degli attori in molte delle scene piu' concitate. Deludente da ogni lato, perdibilmente lungo, presuntuoso: troppo tempo perso per un film, non abbastanza longevo per un videogioco.