giovedì, maggio 31, 2007 | in : fumetti e libri
Galaxy Rangers (Star Smashers of the Galaxy Rangers, 1973): rispetto alla moderna tendenza che propone in varie forme autori di altri media trasferirsi in prestito nei comics, Harry Harrison percorse la via contraria. Inizio' come illustratore per la EC Comics, passo' ai testi e scrisse Flash Gordon fra i '50 e i '60, per poi approdare definitivamente alla narrazione: Harrison e' forte e raro rappresentante di un genere fantascientifico comico e, pur essendo noto per alcuni cicli ''seri'', resta nella memoria dei suoi estimatori per i soggetti parodistici, l'umorismo e la tendenza al ridicolo. In questo romanzo due geniali e sportivissimi americani, insieme a una bella e contesa biondina, a una spia del KGB di colore e a una successiva miriade di comprimari, finiscono nel siderale spazio profondo a causa di un esperimento (macchina per il teletraporto alimentata a formaggio) andato non propriamente storto ma neppure preciso com'era previsto. Rutilanti avventure dopo il gruppetto di terrestri indomabili e invincibili finisce per diventare il nerbo fondatore di un'organizzazione di polizia interstellare atta a sconfiggere una malvagissima razza aliena, con il nome di Galaxy Rangers i 4 eroi scorazzano da un pianeta all'altro seminando caos e portando liberta' e democrazia e facili costumi. Nel 1973 Harrison parla di omosessualita', bisessualita', amore interraziale, e sfotte in lungo e in largo luoghi comuni della fantascienza e dell'avventura in genere: inizialmente il romanzo non e' di immediato apprezzamento, troppo stupido per cosi' dire, ma arrivando a meta' si scoprono sottigliezze e vampate esilaranti fino a concludersi con un gagliardo paradossone temporale che non manchera' di entusiasmare gli appassionati. Certamente non il libro da regalare a chi non consumi abitualmente carta stampata, ma con un Urania in mano si giudica scontato.
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domenica, maggio 27, 2007 | in : cinema e tv
Il Ritorno dello Jedi, L'Ultima Crociata, Il Secondo Avvento. Il lusso piu' sfrenato hollywoodiano alla sua ennesima potenza nel piu' fragoroso e gargantuesco filmone d'azione a memoria d'uomo: si', perche' la nuova trilogia di Lucas erano solo effetti speciali e gloria del passato, i film dei supereroi tanti effetti speciali e gloria multimediale, i filmoni catastrofici tanti effetti speciali e paura ancestrale, mentre quegli altri film con i nani e i nani meno nani tanti effetti speciali e basta. Il terzo capitolo dei Pirati dei Caraibi e' tanti effetti speciali, e mi permetto fin da subito di dire che con questa pellicola si stabilisce il nuovo canone qualitativo per l'interazione tra CG e carne umana, eccellente sceneggiatura, dialoghi brillanti, eroi carismati, attori capaci, e fascino in abbondanza. La trilogia dei Pirati dei Caraibi non ha paragoni nella recente storia cinematografica, per trovare qualcosa di cosi' magnifico ed esaltante ed eccitante e travolgente e Avventuroso bisogna necessariamente andare a scomodare quelle altre Trilogie, quelle con Indiana Jones e i veri Cavalieri Jedi. Perche' se nel primo film c'era piu' che altro l'originale e perfetta interpretazione di Depp, mentre il secondo soffriva del complesso dell'Impero Colpisce Ancora restando sospeso episodio centrale, il terzo film offre un cast di personaggi memorabili tutti ugualmente importanti e ugualmente present e degni dello schermo. La storia e' complessa, complicata forse, ripiegata su se stessa tra tradimenti reali e presunti, piani improvvisati o previsti e continui voltafaccia: la sceneggiatura e' stata variamente criticata ma insensatamente, se il pubblico riesce a seguirla vuol dire che funziona, se i personaggi sono credibili al suo interno allora non solo funziona, va alla grande: avevamo lasciato Sparrow morto, Elizabeth e Will con Barbossa, l'Olandese Volante asservito alla Compagnia delle Indie Orientali; ci ritroviamo a Singapore tra il pirata Chow Yun-Fat e una spietata caccia ai pirati con la necessità di resuscitare Sparrow, non per amicizia, per reale necessità. Sparrow, morendo, si e' portato via qualcosa di prezioso e ultima speranza per la sopravvivenza della pirateria. Non ci sono amici tra i pirati, ci sono alleati temporanei pronti a pugnalarti, e tra questi ci sono anche quelli un po' simpatici che ti fanno venir voglia di tradire altri prima di loro. L'unica sbavatura di tono in un'altrimenti perfetta ambientazione e sviluppo del soggetto riguarda un brandello di scena verso fine film con protagonista la quasi invisibile Elizabeth: parlo della chiamata alle armi prima dello scontro finale; da un lato risulta corretta nella connotazione del personaggio e nella risposta degli altri, ma in quanto a dialogo e' completamente da buttare con un parafrasario di luoghi comuni che sembrano aver contagiato endemicamente ogni produzione americana a qualsiasi livello. A parte questi due minuti dimenticabili i dialoghi restano elemento portante del carattere dei Pirati: ogni personaggio ha un suo modo di parlare ed esprimersi, una cosa semplice da fare e squisitamente completiva per levigare anche gli ultimi dettagli delle splendide caratterizzazioni estetiche di tutti i personaggi con un lavoro di costume e trucco semplicemente impeccabile. In mezzo a tutto cio' le sbavature non mancano, in certa parte dovute al troppo gondiarsi del brand per il successo ottenuto, all'eccessivo parlarne bene, a una certa pallonnaggine della produzione: Keith Ricards l'avrei lasciato a casa a fare a garini con Kate Moss invece di dar credito alle stupide dichiarazioni di Depp trasformandole in realta', ma questo e' il prezzo dello stardom americano e, se la contropartita sia il ritorno di film di questo genere e caratura, e' una piccola cosa.
Standard attualmente privo di concorrenti per la qualita' degli effetti speciali: la Industrial Light and Magic comlpisce ancora tornando in un momento in cima e alla guida nello sviluppo tecnologico della computer graphic e animation applicata al cinema; sia chiaro: non e' tutto fatto bene allo stesso modo, ma quelle buone sono inarrivabili. Davey Jones e' un capolavoro: non tanto di design ma di contatto tra poligoni e realta', di mascheramento e sovrascrittura digitale della carne. Sembra vero e non esiste traguardo ulteriore per gli effetti speciali. Le navi, i granchi, il mare, le cannonate, i frantumi di legno, le allucinazioni: e' tutto, tutto bellissimo a vedersi e solo la sua impossibilita' fisica aiuta lo spettatore a distinguere tra corporeo e immateriale.
Quanto e' bello questo film? Quel tanto che basta a far stare zitta una sala cinematografica piena degli stessi zotici, ignoranti, e ragazzini in attesa della discoteca di cui erano piene le sale delle settimane scorse e per cui non siete riusciti a godervi i film. Il finale e' ovviamente aperto, gli attori si sono detti tutti disponibili: speriamo che alla Disney non decidano di seguire fino in fondo il modello Lucas e far smaniare i fan per decenni nell'attesa di una prima trilogia o di un quarto film (la cui sceneggiatura pare sia in lavorazione: Depp ok, Bloom fuori o cosi' si dice).
Yo ho, yo ho, a pirate's life for me.
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sabato, maggio 26, 2007 | in : animazione e videogiochi
Bakumatsu Kikansetsu Irohanihoheto (episodi 1-26 serie completa): coproduzione Bandai-Sunrise che ha fatto il paio, nel corso di quest'ultima stagiona animata, con Ayakashi Ayashi (ixb) nel presentare una vicenda storicamente definita e precisamente inquadrata venata di atmosfere fantasy-horror. Bakumatsu e' l'epoca quando il Giappone concluse il periodo isolazionista aprendosi definitivamente all'Occidente: un periodo di scontri e rivoluzioni culturali. Protagonista della serie e' un giovane samurai, prescelto possessore di una spada magica, destinato a combattere e scontrarsi per il futuro del nuovo mondo contro il fantasma demoniaco ''del passato''. In questa serie non si ride, si parla moltissimo, si seguono con grande precisione vicende politiche e avvenimenti realmente accaduti, si combatte molto poco. La sceneggiatura e' pesantemente squilibrata tra blocchi di episodi oscenamente noiosi realizzati quasi come documentari per narrare gli sviluppi su tutti i fronti dell'epoca, e altri dedicati alla mediocre caratterizzazione dei protagonisti e alla supposta tragicita' dei loro imposti destini. Il samurai non e' infatti l'unico protagonista, lo stesso fantasma e' protagonista di larga parte della scena condividendo di volta in volta lo spazio con un ''posseduto'' che ne veicoli gli intenti e le azioni avvolte da misticismo e ritualistica classica: a questi si aggiunge l'elemento piu' riuscito di tutta la produzione, quanto meno a livello di soggetto, ovvero la troupe teatrale girovaga il cui capo, bella orfanella dal misterioso destino, subito sente il proprio fato legato a quello del samurai. Le scene di kabuki, e specialmente l'eccellente lavoro dei doppiatori, rendono il meglio di Bakumatsu: troppo poco per salvare la serie dalla noia e dalla pesante pretenziosita' che ne ammazza il ritmo narrativo fin dai primissimi episodi senza lasciare scampo lungo tutti i 26 appuntamenti per giungere poi, senza colpo ferire, al finalone aperto piu' prevedibile e squallido degli ultimi anni. Fossi stato in Ryousuke Takahashi, regista della serie, sarei rimasto nel mio felice orticello robotico: il percorso di questo autore tuttavia, lasciava gia' intendere una variazione in questo senso. Nel passaggio da opere come Layzner, Votoms, Blue Gender a quel indecifrabile affare che e' Gasaraki fino al presente Bakumatsu. Un buco dell'acqua per una serie dal prologo assai ispirato: soprattutto se penso che per tutti e 26 gli episodi mi sono aspettato dal samurai, chiamato Eternal Assassin, qualche epico ed esaltante scontro restando invece costantemente deluso. Eternal Assassin, io pensavo gia' all'Eternal Champion.
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venerdì, maggio 25, 2007 | in : cinema e tv
Kamen Rider Kabuto - God Speed Love Director's Cut: desolato come sono dal non riuscire a farmi piacere l'ultima serie dei Kamen Rider, colgo con piacere l'occasione che gli amici fansubber mi hanno dato di vedere il film della penultima e bellissima serie (di cui abbiamo parlato ixb). Al solito il film propone una versione alternativa della storia raccontata nella serie, al solito e' uscito nelle sale in combo con il corrispettivo dei qualcosa-ranger dell'anno scorso e, come al solito, e' successivamente uscito in dvd con una trentina di minuti in piu'. Eccoci. L'inizio e' molto promettente e sembra quasi che la produzione godesse di qualche fonte economica extra: il meteorite precipitato sulla Terra, invece di fare un buchetto in Tokyo, distrugge gli oceani. I Worms invadono la Terra ma vengono combattuti dalla Zect. La Zect domina la Terra ma viene combattuta dai rivoltosi della Neo Zect. Poi arriva Kabuto e fa il culo a tutti. All'inizio, dicevo, sembra di guardare uno di quei vecchi film post nucleari con tutto deserto, jeep scassate, e proiettili di continuo. Poi compaiono i 3 nuovi Kamen Rider per il film: tutti e tre uguali tra loro, cambia solo il colore, e diventa a questo punto chiaro che i soldi non fossero cosi' tanti. Motivo che diventa ancora piu' chiaro durante la prima escursioe spaziale: veramente ridicola. Ah, si': i Kamen Rider vanno nello spazio. Lottano nello spazio. Volano nello spazio. Per il finale si fa in tempo a cacciare nel mezzo un paradosso temporale di quelli significativi, prima di salutare Kabuto e co. per l'ultima volta. La serie e' stata la migliore, insieme ma diversamente a Hibiki, del nuovo corso dei KR: il film e' uno dei peggiori.
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giovedì, maggio 24, 2007 | in : fumetti e libri
Hotel: e' raro trovare dei manga nel grande inverno, quindi credetemi quando vi dico quanto sia interessante e valida quest'opera del autore coreano Boichi. Non mi pare si trovi in Italia, ma si trova facilmente in traduzione inglese sapendo dove cercare. Il riscaldamento globale minaccia di distruggere la Terra, o almeno di renderla inabitabile all'uomo: per salvarsi, come razza, l'umanita' tutta vara due progetti. Un'arca spaziale contenente i prescelti a salvarsi e vagonate di DNA, e un supercomputer atto a governare la Terra e proteggere un'immane banca di DNA. Dopo poche pagine l'arca salpa e il computer si ritrova sulla Terra: non essendo tecnicamente vivo il computer e' immortale, il tempo per lui scorre in un batter di ciglia. Un paio di pagine e non restano piu' umani sulla Terra, altre pagine ed e' l'Era Glaciale, dopo e' un notevole volo pindarico a esplorare i milioni di anni a seguire: mai visto un racconto snodarsi lungo un cosi' vasto arco temporale. Il finale ricorda vagamente AI di Spielberg. Disegni notevoli caratterizzati dal tipico stile coreano, ma meno marcato e piu' godibilmente internazionale. Una perla.

Ultimates II: questo mese ha visto l'uscita quasi contemporanea di 2 albi lungamente annunciati e dispersi, il quinto numero del Goddamn Batman di Miller e Lee e l'ultimo della seconda ''stagione'' dei Vendicatori dell'universo Ultimate. Si conclude quindi la grande guerra di Loki contro Thor. La squisita arte di Hitch, il disegnatore che tutti vorrebbero per il loro personaggio preferito (condannandolo all'oblio della lentezza), in strepitosa forma e decisissimo a curare i piu' piccoli dettagli di ogni tavola pur con una certa innegabile tendenza al campo lungo privo di senso narrativo, fa di Ultimates II 13 necessario corredo per gli amanti del fumetto. I testi di Millar invece lasciano un pochetto a desiderare in chiusura: che sia stata sua volonta' o sia stato imposto dall'editore, la scelta conclusiva di trasformare gli Ultimates nell'Authority Marvel mi e' risultata di cattivo gusto e totalmente gratuita. Inoltre l'azione e' troppo densa, troppo compatta e costretta nelle poche pagine della storia per funzionare come le precedenti pubblicazioni. Resta sopra la media da ogni punto di vista, ma sottotono rispetto all'attesa.

The Rise and Fall of the Shi'Ar Empire: ovvero The Uncanny X-Men 475-486. Un anno fa circa la Marvel decise di ri-ri-ri-ri-rilanciare le sue ammiraglie mutanti continuando a buttarsi sugli autori impegnati: a Carey toccò X-Men (insieme con Bachalo), Uncanny ando' nelle sapienti mani di Ed Brubaker e Billy Tan. Lo scrittore e' bravo, molto bravo, e da tempo lega la sua fama a un genere di storie urbane, di narrazione noir, con Batman tra le sue operazioni piu' riuscite: l'azzardo di porlo su una testata superomistica cosi' marcata, e di gettarlo in una storyline spaziale con un gruppo di mutanti assemblati alla bel e meglio e impegnati nell'annosa questione della successione al trono dell'Impero Shi'Ar e del solito fratello Summers, con tonnellate di continuity che schiaffeggiano da ogni lato, pur pagando nel senso strettamente letterario grazie all'innegabile cultura gettata nei testi, lascia a desiderare sul piano narrativo piu' ampio. La sensazione e' che la storia potesse tranquillamente ridursi alla meta' degli albi, tante sono le scene e i momenti inutili che nulla aggiungono alla trama e tutto tolgono al ritmo. Per contro i disegni di Tan sono favolosi, anche se spesso, molto spesso, privi di qualsiasi ambizione narrativa.

God Save the Queen: chiudiamo con il meglio. Avevamo già notato il ritorno di fiamma economico-creativo della Vertigo nei confronti della graphic novel nel senso primordiale del termine. Dopo i Leoni di Baghdad e le Mille e Una Notte di Fables, tocca a Carey gettarsi nella mischia tornando agli esordi del suo successo come epigono di Neil Gaiman. God Save the Queen e' la storia parallela del colpo di stato ai danni della Regina Titania da parte della sua predecessitrice (ammesso che sia una parola vera), e di una ragazza ribelle e moderna coinvolta in un traffico di stupefacenti fatati. Personalmente, con tutto il mio amore per la DC, ho sempre detestato tutto il blocco Book of Magic e compagnia: le fate mi stanno addosso e al loro regno darei fuoco. Carey scrive con la consueta affascinante maturita' facendo di ogni pagina un trionfo personale per il lettore impegnato che ''i fumetti non sono solo una cosa per ragazzini''; ma il vero lusso lussurioso qui e' l'altra faccia del sole, i disegni. John Bolton signore e signori. Uno dei piu' straordinari artisti che i fumetti abbiano mai avuto l'onore di ospitare e decisamente piu' vicino a quella categoria di illustratori alla Rojo che a un vero e proprio autore professionista. Non dico che sulle 100 pagine circa della storia ogni tavola sia un capolavoro: Bolton e' uno di quelli che non vale la pena neppure accusare di ignorare la narrazione per immagini, lui se ne sbatte e basta, tanto le sue tavole sono cosi' gloriose da far sbattere i lettori. L'albo mi pare fuori continuity ma potrei sbagliarmi: in ogni caso non richiede la minima conoscenza fumettistica, al massimo un minimo di infarinatura di folklore.
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mercoledì, maggio 23, 2007 | in : cinema e tv
We are Marshall: il senso delle patetiche storie sportive e' presto detto. Ci sono delle volte che veramente e' piu' importante partecipare che vincere, volte in cui non importa se hai vinto o perso ma come hai giocato e via dicendo: o quanto meno certe storie sportive sembrano riuscire a mettere in pubblica evidenza quegli aspetti dell'essere umano, caratteriali, che normalmente si vedono solo nei film. E' quindi completamente inevitabile che le patetiche, vere, storie sportive diventino film; e che questi patetici film siano sempre belli perche' si appigliano a un senso di speranza e tenacia in cui tutti vorremmo credere. I patetici film sportivi sono come agiografie: ci danno la misura di come dovrebbero funzionare le cose, di come dovremmo comportarci e di quanto fighi saremmo a essere perseguitati dalla sfiga vera. A soffrire il fascino degli eroi i film sportivi sono l'ultima spiaggia di vedere dei Batman caratteriali in carne e ossa pronti all'onore e alla gloria. La storia vera in breve: nel 1970 l'aereoplano che trasportava l'intera squadra di football, e relativo coching staff, della Marshall University si schianta. Una strage. Lutto e la decisione di chiudere il programma sportivo. La direzione dell'universita' ci ripensa, a seguito delle proteste di campus e cittadina, e decide di provare a rimettere in piedi una squadra: nessun allenatore interessato, nessun giocatore interessato. Chi vorrebbe giocare e perdere del tempo, pace all'anima loro? Coach Jack Lengyel. L'universita' ottiene dalla NCAA il diritto a mettere in campo gli studenti del primo anno (quelli dal secondo in poi sono tutti morti): un eccezione al regolamento che permette all'allenatore idealista di provarci. Quella stagione la squadra vinse una memorabile partita (e perse tutte le altre). Non e' il racconto di un miracolo sportivo da medaglia d'oro alle olimpiadi, piuttosto la vicenda di una comunita' in lutto e del coraggio e la volonta', il cuore se mi passate il termine senza nausearvi, di andare avanti e superare il dolore della perdita' e bla bla. Il coach e' interpretato da Matthew McConaughey che, per l'occasione, sfoggia una mimica, un vestiario e un trucco nel quasi riuscito tentativo di farsi passare per un vero attore e non per una bistecca bionda: suppongo che molte delle pose e il modo di parlare siano ricalcati su quelli del vero Lengyel. Il risultato e' tra il grottesco e il riuscito: difficile a dirsi. L'altro protagonista coglie l'occasione per ricordarci quanto la tv sia l'anticamera del cinema: Matthew Fox da Lost nei panni dell'Assistent Coach. A concludere: regia di McG. Regista di videoclip, produttore televisivo, e precedentemente visto dietro la macchina da presa del terzo Charlie's Angels.
Il film ha i suoi alti e bassi: nel corso della prima mezzora, persino con il mio peloso stomaco assuefatto a questo genere di narrazioni, ho rischiato di spegnere anticipatamente coinvolto da atroci singulti diabetici (la scena esatta e' la prima con il ''WE ARE MARSHALL'' tormentone delle due ore abbondanti dello spettacolo); la seconda parte della prima meta' e' un brioso inseguirsi di momenti divertenti costruiti intorno alla creazione della nuova squadra. Segue un inizio di seconda meta' dedicato alle difficolta' sportive di buon livello; segue il partitone finale e un certo ritorno colitico alle precedenti esternazioni emotive. Per chi si chiedesse come mai la maggior parte dei film sportivi americani si ambienti al college e negli anni precedenti agli '80, la risposta e' semplice: sponsor. Non c'erano gli sponsor, c'erano meno soldi, e chi giocava lo faceva perche' voleva farlo.
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lunedì, maggio 21, 2007 | in : animazione e videogiochi
Space Adventure Cobra (episodi 1-31 serie completa): ahhh, l'animazione di una volta. Tutta fatta a mano senza l'uso dei macchinari, belle donne facili allo spogliarello ed eroici bastardi che le conquistavano di mezzora in mezzora: ahhhh, quando c'erano i Monkey Punch, i Buichi Terasawa. Riguardare oggi i 31 episodi della serie televisiva dedicata al piu' famoso parto della mente sublime di Terasawa, infarciti di ogni possibile contaminazione tematica e privi di scrupolo tra citazioni e plagi, e' una gioia per gli occhi e per il cuore: un livello tecnico capace di rivaleggiare e vincere contro la meta' delle produzioni degli ultimi venti anni; storie da ascoltare e seguire, dialoghi brillanti, comportamenti e attitudini degne di valore e del tempo dello spettacolo, quando le palle erano grosse, dure e quadrate: gli eroi flirtavano e rimorchiavano, e le donne compiacenti delle attenzioni di siffatti esempi di virile superiorita' si lasciavano andare a carnali e maturi divertimenti. Quando le passioni erano forti e i sentimenti epici. Prima che la parola d'ordine dell'animazione giapponese diventassero delicatezza, omosessualita' latente, feticismo, lolite, marinaretta. Cobra e' John Fottuto Wayne, va in giro, ammazza, scopa, ammazza ancora, ogni tanto qualche maschia amicizia, ruba, ride, prende botte, si rialza, ne rende indietro dieci volte di piu'. Come Conan.
La narrazione di Terasawa e' terra terra, pochi misteri, tante cose semplicemente ignorate e non spiegate, un senso della meraviglia squisito: il pirata spaziale piu' famoso e ricercato al mondo e' sparito 5 anni prima del primo episodio, immediatamente sappiamo che, stanco dei continui inseguimenti, Cobra preferi' cancellarsi la memoria e farsi una plastica. Il tempo del riposo pero' finisce con il riaffiorare dei ricordi della sua originale identita': poco meno della prima meta' della serie e' completamente dedicata alla rinarrazione del film, seguono poi delle avventure singole mischiate a qualche storyline piu' ampia per raggiungere poi l'arco finale. Non tutti gli episodi, chiaramente, contengono lo stesso ineccepibile gusto fantascientifico e avventuroso in grado di mandare giu' di testa un vecchio insoddisfatto amante: ma sono tutti semplicemente i porta insegna di un modo di fare animazione, e soprattutto di scrivere sceneggiature e caratterizzare personaggi, che il Giappone sembra aver completamente dimenticato e condannato all'oblio insieme ai film di Samurai (questi stanno ritornando, speriamo che si portino a ruota anche il resto). Misteri ignorati: perche' Cobra abbia nel braccio sinistro la temibile psycho-gun, perche' sia piu' forte e resistente di un uomo normale, e perche' o come abbia ottenuto la sua nave spaziale, la sua fedele compagna robotica, e i suoi fidi amici non e' dato saperlo, ne' richiesto; un tempo non era necessario fondare un solido e sterile, illuminato a giorno, background per il proprio protagonista, bastava saperlo gestire e muvoere in situazioni e ambienti che ne facessero risaltare le peculiriata' e il fascino. Questo e' Terasawa, questo e' Cobra. Eroe della frontiera spaziale, criminale della giustizia e tutto il resto: un cartone da proiettare nelle scuole. Basta con i modelli effemminati e incapaci: fatemi vedere un uomo che piacerebbe diventare.
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domenica, maggio 20, 2007 | in : cinema e tv
My Name Is Earl (stagione 2): si e' conclusa questo mese in America anche la seconda stagione dell'eccezionale serie comica con Jason Lee, 23 episodi (uno in meno della prima) con un colpo di scena finale da lascaire tutti i fan con il cuore in gola e uno spasmodico senso d'attesa e anticipazione per il prossimo appuntamento previsto per l'autunno. La narrazione e l'impostazione dei personaggi e' cresciuta con una tale sensibilita' in questa seconda stagione da far abbassare il successo della produzione: e' inevitabile. Gli stupidi americani non possono apprezzare una così raffinata scultura psicologica e uno scenario cosi' vivace e caratterizzato come Earl e la sua Camden: una serie che dovrebbe solo far ridere che si permetta di veicolare qualche messaggio positivo presentato senza la solita luce sterile e buonista ma con vero humor e una dose massiccia di contemporaneita' deve per forza allontanare l'ignorante pubblico senza cervello incapace di appassionarsi a una storia che procede di episodio in episodio senza limitarsi alla riproposta ripetitiva dei tormentoni e dell'impostazione comica. Le azioni di Earl, la sua lista, stanno coinvolgendo tutto il suo nucleo di comprimari: andando avanti il personaggio prende sicurezza, acquisisce nuova ambizione e supera l'iniziale senso del fare bene per ricevere bene portandosi a un livello superiore di coscienza e prendendo la posizione di volersi veramente migliorare come essere umano. La seconda stagione e' immediatamente meno esilarante della prima, fin dai primi episodi mostra subito un senso piu' ampio di rappresentazione mostrando disinvoltamente anche porzioni tragiche o drammatiche: la banda di Camden ha commesso crimini nei modi piu' stupidi, ogni episodio ridicolizzava l'idiozia e l'ignoranza dei bifolchi, ora la maturita' trasmessa dal karma e dalla comprensione della vita li mette a confronto con la realta'; e per quanto siano cinici, o disinibiti, o disinteressati, tutti i membri della banda sono costretti a fare i conti con una realta' vera e non fittizia. Si ride sempre, si ride meno: ci si diverte di piu'.
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sabato, maggio 19, 2007 | in : animazione e videogiochi
Blue Dragon (episodio 1): come forse saprete XBOX in Giappone andò molto male, all'alba della sua versione 360 i Signori di Microsoft decisero di puntare maggiormente sul territorio nipponico offrendo alla sua popolazioni giochi piu' mirati. Nell'impeto investitorio contattarono uno dei giapponesi piu' famosi all'estero sicuri, grazie alla sua collaborazione, di poter mettere le mani sull'oro orientale forti dell'unica sicurezza necessaria a tale scopo: un comparto grafico attira otaku. Akira Toriyama che, essendo una troia, accetto'. Questa e' la sintesi del mio pensiero sul progetto Blue Dragon, videogioco J-RPG creato per essere il Dragon Quest occidentale con cui sbancare il sol levante (ho finito i sinonimi per Giappone). A chi far produrre l'adattamento animato e traino convincente per le vendite (nel frattempo anche il 360 virò pesantemente sul floppone fuori confine)? Ovviamente allo studio produttore dell'ultimo grande cartone scoperto dagli americani: lo Studio Pierrot di Naruto. Inutile la presenza di un qualche accreditato staff produttivo: la sola richiesta era di avere un character design fedele imitazione dello stile Toriyama. Il protagonista ha 10 anni (bleah), ha tanti amichetti della stessa eta' (doppio bleah), sogna di diventare forte (triplo bleah), ovviamente e' il prescelto per qualche cosa (poker di bleah), ambientazione fantasy tecnologica (un pentacolo di bleah), la storia si profila come un clone del modello Dai (un david di bleah), i protagonisti hanno l'aura ma, invece di diventare biondi con gli occhi azzurri, esce loro dal corpo uno stand (7 peccati di bleah). Prendete qualsiasi luogo comune dell'animazione giapponese, accostateli secondo i canoni senza tentare la minima variante, infilate il tutto in una produzione di supporto mediatico a un videogioco: ecco Blue Dragon.

The Skull-Man (episodio 1): la nuova produzione Bones sui 13 episodi e' l'antitesi di quanto visto in Blue Dragon. Prendete un famoso precursore dei Tokusatsu, Skull-Man, creazione dello stesso Ishinomori poi creatore dei Kamen Rider: protagonista di manga, serie tv e quant'altro, affidatene la versione animata a un signor regista come Takeshi Mori (Vandread) supportato da un solido staff di professionisti, fate poi in modo che nel primo episodio Skull Man non si veda se non per qualche secondo, da lontano e in ombra. Avrete un'attira otaku raffinati. Dal primo episodio poco da dire: omicidi, mostri, un giornalista sulle tracce di una leggende metropolitana di una citta' sotto legge marziale, una fastidiosa ragazzina, qualche segreto. Valido a priori.

Romeo and Juliet (episodio 1): prosegue la striscia letteraria promossa dallo Studio Gonzo per il quale diciamo grazie in segno di rispetto e apprezzamento; questa volta siamo a Neo Verona dove e' tutto abbastanza normale a parte i cavalli volanti: nel prologo della storia i Montecchi hanno spazzato via la famiglia Capuleti, tutta tranne la piccola principessa. Anni dopo la principessa e' cresciuta, si traveste da uomo (ma solo un'idiota e qualche svenevole italiana fantasy ci cascherebbe) perche' ricercata come gli infanti di Erode e impazza per i vicoli della citta' nei panni di una sorta di Primula Rossa/Robin Hood. L'incontro fatale con Romeo, nobile di buon cuore ma figlio dello stronzo dominatore di Neo Verona e assassino del padre e di tutta la famiglia di Giulietta, avviene quasi subito pur lasciando facilmente intendere molti episodi prima di vedere qualche significativo sviluppo. Tra i personaggi secondari lo stesso Shakespeare (in versione omosessuale per dare un tocco comico alla storia). Come al solito Gonzo si affida a un gruppo di semi esordienti. A causa del suo orario di trasmissione originale temo che la serie concludera' poco, nel senso biblico, rappresentando la solita noiosa love story classica giapponese: spero di sbagliarmi e che la trama dimostri un po' di quella maturita' caratteriale che abbiamo recentemente constatato nelle ultime animazioni.
hellbly @ 10:49 | commenti (popup) | commenti
giovedì, maggio 17, 2007 | in : animazione e videogiochi
Tokyo Majin Gakuen Kenpucho - Tou (episodi 1-14 serie completa): produzione AIC e BeStack (produttori di nulla di rilevante) tratta da un videogioco per PS di qualche anno fa. Considerando la durata, la trama, e il fatto che la serie non finisca e lasci una quantita' di punti in sospeso, non e' difficile supporre che nelle intenzioni degli sborsasoldi questa avrebbe dovuto essere la prima stagione di un progetto di piu' largo respiro. Probabilmente a causa del poco successo la serie, per adesso, non viene gratificata da un seguito. Un sacco di personaggi cool e senza il minimo background combattono un misterioso avversario e i demoni interiori resi manifesti di tante vittime della societa', forti dei loro poteri speciali si battono contro e per difendere qualcosa che non si capisce. La teoria del poco successo e' convalidata dalla natura del quattordicesimo episodio: la storia centrale termina con il tredicesimo, l'ultimo episodio non e' neppure un epilogo ma l'avventura di una notte realizzata con pochi spiccioli e un vertiginoso crollo sia dell'animazione sia del design dei personaggi; ignorando quest'ultimo appuntamento il resto della serie e' tecnicamente discreta, caratterizzazioni grafiche e psicologiche stupide e forzatamente fighe ma buona fluidita' delle scene. Avrebbe potuto essere un buon progetto se solo avessero sceneggiato ciò che ci voleva: combattimenti continui ed entusiasmanti invece di dialoghi mistici e discorsi sull'amicizia e la pace messi in bocca a personalita' esplorate a zero. Si e' trasformata in una bruttura inutile e fetida indegna di essere.
hellbly @ 23:00 | commenti (popup) | commenti
martedì, maggio 15, 2007 | in : fumetti e libri
Welcome to Tranquility: oggi parliamo di bei fumetti, sarebbe bello farlo sempre ma non e' sempre possibile. Oggi si'. La migliore delle nuove serie Wildstorm giunge alla fine del suo primo story-arc: Gaile Simone continua a stabilire nuove vette di ottima scrittura un albo dopo l'altro, sia che scriva delle Birds of Prey sia quando impegnata con questa sua originale creazione. La cittadina di Tranquility e' luogo di ritiro per attempati supereroi e supercattivi, uniti dalla tregua della vecchiaia e dalla fine della carriera da trascorrersi in un posto pacifico e tranquillo. Protagonista della serie e' la sceriffa locale, e il primo giro di conoscenze ruota intorno a un omicidio. Infatti Tranquility non e' cosi' quiesta come potrebbe sembrare: eroi con macchie, eroi rincoglioniti, villain con qualche arsenale nascosto di troppo, una quantita' di segreti, nipoti turbolenti e superpotenti. Attraverso gli occhi ammirati ma pratici dello sceriffo seguiamo le scie del successo passato, i desideri di semidei troppo mortali e veniamo presentati a una piccola comunita' senza le pretese di Top Ten o di City of Heroes, o di Astro City o di un'altra delle tante localita' simili, ma con molte piu' storie e e toni in faretra. Squisitamente disegnata dal giovane Neil Googe (Majestic), autore di ottime caratterizzazioni giocate sia sul concetto di golden ager invecchiati, sia sulle piu' nuove tendenze manga: sempre puntuale con le scadenze. La serie Wildstorm da leggere.

Mystery in Space: si conclude la miniserie revival dedicata alle avventure spaziali di altri due personaggi DC rivitalizzati, Captain Comet e The Weird; per l'occasione, o forse per un ritardo produttivo, al posto di Shane Davis troviamo ai disegni Ron Lim: si riforma cosi' il duo artistico piu' amato della fantascienza supereroistica americana. I testi sono di Jim Starlin, per chi non lo ricordasse. Comet e Weird su Hardcore Station contro il nuovo culto religioso di tendenza nel DCU: nuovi poteri, nuovi costumi. Jim Starlin. Ogni dialogo e' un tuffo nel glorioso passato di un autore alfiere di tanti eroici astronauti: Silver Surfer, Warlock, gente di Marvel e DC. 8 albi composti da una storia principale dedicata a Comet e da un'appendice per Weird, tranne che nell'ultimo episodio con i due protagonisti insieme in un'unica narrazione. Sfortunatamente la miniserie non ha avuto successo, forse proprio a causa del gusto retro': DC tuttavia non abbandona gli eroi spaziali e si approssima anzi a lanciare una nuova mini, riprendendo questa volta il gruppetto di 52. Per Comet e Weird il tempo dei giochi sembra essersi chiuso troppo presto: non sarebbe dispiaciuto far durare la mini una dozzina di numeri invece di soli 8, la trama ben sviluppata inizialmente soffre sul finale di una costretta rapidita'; e sarebbe stato interessante ingrandire le ambientazioni sulla stazione spaziale: per il resto bei dialoghi eroici, narrazione spumeggiante, personaggi graditissimi tornati dalla tomba editoriale, e lo spazio sterminato.

Tales of Unexpected: tempo di chiusura anche per la gemella serie revival di Mystery in Space dedicata all'orrore sovrannaturale e cruento del DCU; Lapham e Battle concludono il periodo di apprendistato di Crispus Allen, ex GCPD Cop, come nuovo Spettro lasciandolo infine libero di seminare vendetta contro un mondo dominata da inaudita violenza e cupa tenebra. Toni tragici e senza speranza per il nuovo Spettro. Alternati, negli albi, ai piu' surreali e vividamente morrisoniani siparietti dello scettico Dr. 13 e la sua strampalata gang di mostri e creature mistiche buffe, con un Azzarello deciso a ripescare in una volta sola una quantita' di folli personaggi dimenticati e inutili del misticismo DC dando loro un'assurda collocazione e vita sregolata e dissennata. Non nascondo di aver lungamente preferito l'appendice alla storia principale: il nuovo Spettro e' il solito Spettro, un personaggio ingestibile che sopravvive il tempo che il suo scrittore riesca a spendere per trovare nuove motivazioni psicologico-religiose per limitare il suo campo d'intervento e i poteri. Narrazione e tematiche uniche per una produzione main DC, molto piu' adatte alla sottocartella Vertigo e, per questa ragione, stimata prova di coraggio per l'editore e convincente esposizione a toni neri e orrorifici nella migliore tradizione della serie originale.

Lone Wolf e Cub: cambiamo completamente argomento, e solo per un breve attimo. Non avevo mai letto il finale del conosciutissimo manga capolavoro e portabandiera di un genere e di un modo di fare fumetto morto in Giappone da trenta e passa anni. Penso che un finale cosi' impressionante sia unico nel suo genere: in tanti hanno perso un po' fiducia nella storia di Ogami Itto e Daigoro, forse un po' troppo lunga e ripetitiva nelle sue parti centrali, ma riuscendo ad arrivare al rush finale si viene ricompensati con un centinaio di pagine conclusive a dir poco epiche, liriche, eccellenti e sublimi.
hellbly @ 20:57 | commenti (popup) | commenti
martedì, maggio 15, 2007 | in : animazione e videogiochi
The Girl Who Leapt Through Time: dopo essermi sorbito il filmino live action del 1983 eccomi finalmente al piatto forte, alla produzione Madhouse liberamente basata sulla novella omonima alla quale, pero', si accosta come un seguito ambientato una ventina d'anni dopo e avente per protagonista la nipote della ragazza originale. Curiosamente coinvolta in una storia assai simile. Il regista Hosoda, ''noto'' per varie scorribande nel mondo dei Digimon, insieme con il ben piu' importante, famoso, emozionante, adorato, fanaticamente venerato e infine persino giustamente degno di tale credito, Yoshiyuki Sadamoto ci raccontano la breve avventura di Makoto con il viaggio nel tempo e una notevole teoria di tutto quanto possa andare storto e quanto imprevedibile possano essere gli interventi eseguiti sulla linea temporale continuando a ritornarvici sopra nel tentativo di ottenere per se' il migiore dei futuri possibili. Puntualmente a discapito degli altri. Come sua zia prima di lei Makoto scopre di poter saltare indietro nel tempo (parliamo di giorni/ore, non di anni o ere): inizialmente via al massimo divertimento, dormire tardi al mattino e poi saltare per arrivare in tempo a scuola, prepararsi per i compiti in classe conoscendo già le domande, vincere a tutti i giochi, andare in giro con i suoi due amici maschi in una perenne estate. Sui due amici maschi già iniziavano a girarmi le palle: il triangolo no, non l'avevo considerato. Metà film circa segna la morte della comicità e il passaggio alla sottostante trama amorosa sentimentale: i salti diventano un mezzo per evadere da conversazioni compicate, per nascondersi da situazioni serie che rovinano il divertimento innocente e ingenuo. Saltare indietro nel tempo per non andare avanti nel tempo, per non crescere, maturare, diventare adulti. Ecco quindi la virata narcisistica della trama verso il processo di formazione femminile, la scoperta dei sentimenti e tutto il contorno psicodrammatico scolastico nipponico straripante di irrisolti e mattoni emozionali di qualità scadente su cui erigere trabicolanti ponti narrativi verso l'inevitabile e banalissima conclusione. Esteticamente pregiato, seppur animato su una base stilistica poco condivisibile fatta di stilizzazioni e un leggero ma persistente grado di deformazione: il tratto di Sadamoto, meno preciso di anni fa, molto più ricercato espressivamente e' sempre un bel vedere e non tradisce le aspettative durante le scene drammatiche. La sceneggiatura esplora graziosamente le infinite varianti causa-effetto offrendo pero', solamente, un'altra variante sul tema del Ricomincio da Capo; le caratterizzazioni dei personaggi sono invece semplicemente banali e scontate. Cosi' come il finale. Lo attendevo superiore ma, ricordando l'orrore della scorsa stagione animata, forse meglio di così non era possibile fare.
hellbly @ 19:11 | commenti (popup) | commenti
lunedì, maggio 14, 2007 | in : animazione e videogiochi
sul sito di Adult Swim fa bella mostra di se' un carismatico beat'em up in flash intitolato Bible Fight dove potrete controllare Jesù, Eva, Mosè, Maria, Satana e qualche altro e farli pestare a colpi di combo e mosse bibliche segrete. Straordinario. Sempre amatoriale ma questa volta dal profondo oriente ecco il terzo upgrade di Battle Moon Wars, liberamente ispirato ai Super Robot Wars ma con protagonisti tratti da altri cartoni animati: fantasy e magici in genere, per lo più. A farla da padrone le creazioni dello studio Type Moon.
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domenica, maggio 13, 2007 | in : cinema e tv
The Little Girl Who Conquered Time (1983): qualche tempo fa ho postato il consueto riepilogo dei trionfi ai Tokyo Anime Awards che, per ricordarvelo, quest'anno sono stati dominati da un lungometraggio intitolato Toki o Kakeru Shojo. Il film appena visto non e' quello, e' un live action del 1983 basato sullo stesso romanzo fantascientifico: visto che mi piace guardare la roba in fila, e che me li sono trovati tutti e due contemporaneamente disponibili, ho decido di iniziare con il film dal vivo; che e' la trasposizione del romanzo, mentre il cartone ne' il seguito: in un certo senso, quindi, questo film e' il prequel del cartone animato. Il titolo e' variamente indicato in traduzione come Girl of Time, The Girl Who Leapt Through Time e altre varianti. La solita ragazzina studentessa giapponese un giorno entra nel laboratorio di scienze della sua scuola, resta vittima di un leggero incidente, scopre di possedere il potere di teletrasportarsi indietro nel tempo. Tre quarti del film sono dedicati alla scoperta del potere, quindi all'inizio involontariamente la protagonista si trova a rivivere eventi gia' accaduti; poi volontariamente per esplorare la portata dei suoi poteri e scoprire cosa le sia successo durante l'incidente. Poi finisce il film. E' da parecchio tempo che seguo il cinema giapponese, una cosa del genere non mi succedeva, con mio vanto, da tempo: ne' la protagonista, Tomoyo Harada, ne' il regista, Nobuhijo Obayashi, mi dicono alcunche'. Non ho mai visto niente dell'uno o con l'altra. Nonostante siano stati e siano tuttora impegnati. Tutte queste divagazioni perche' da dire sul film c'e' poco: e' brutto, noioso, e ridicolo come quasi tutte le produzioni di quegli anni.
hellbly @ 22:22 | commenti (popup) | commenti
domenica, maggio 13, 2007 | in : cinema e tv
The Illusionist: non ho mai visto uno spettacolo di prestidigitazione in senso lato, neppure quando l'ex-marito della famosa modella andava per la maggiore facendo sparire grosse statue tra lo stupore generale, quindi non ho la minima idea di quale sia il livello di magico effettivamente raggiungibile da un reale illusionista. Nella mia ignoranza the Illusionist mi e' sembrato, per lo piu', un abuso di CG. Poco importa se sia vero o meno che Norton si sia sottoposto a un corso intensivo di ''agilità delle mani'' per riuscire a fare i giochini con le palline o le monetine: come quando uscirono i due Colombo, o i due Robin Hood, anche in questo caso di doppia e contemporanea realizzazione della stessa idea e' inevitabile paragonare il film con il suo rivale, The Prestige, e riscontrare facile vittoria per la pellicola di Nolan. Il regista Neil Burger, al suo secondo lavoro, racconta la vicenda di un povero ragazzino innamorato della bella nobilragazzina che, per coronare il suo sogno d'amore e riscattare la propria condizione, diventa un tosto intrattenitore illusionista andando a testa bassa, anni dopo, a scontrarsi con il futuro sposo della sua bella, il delfino d'Austria. In un pandemonio di personaggi grigi e situazioni prevedibili, trama scontata e rigida, emerge un poco il ruolo di Giamatti, capo della polizia, servo del potere ma vittima del fascino del suo Lupin.
Norton, dopo essere stato tra i piu' affermati e apprezzati attori americani, tenta di tornare sotto i riflettori in un filmetto poco interessante prima di lanciarsi nel ruolo di Bruce Banner nel prossimo Hulk. The Illusionist e' stato candidato agli Oscar per la migliore fotografia: il trucco e' stato quello di filtrare tutta la pellicola come fosse uno storico reperto di cinema delle origini, un po' di seppia qua, qualche effetto da diaframma la'; il risultato e' grazioso ma niente di piu'.
hellbly @ 09:38 | commenti (popup) | commenti
giovedì, maggio 10, 2007 | in : animazione e videogiochi
Raoh Den Gekito no Sho: che poi e' l'ennesimo, puntualisissimo, e puntualmente orrido appuntamento con il nuovo progetto-remake di Hokuto no Ken. Per l'esattezza e' il secondo film (mancano ancora un altro OAV dedicato a Toki e l'ultimo a Kenshiro) dove prosegue la narrazione leggermente spostata degli eventi finali della prima serie di Ken il Guerriero. Quando il progetto fu presentato sembrava davvero che si sarebbe trattato di side stories alla trama principale, ora e' chiaro trattarsi esclusivamente di alcune stupidissime aggiunte a una bieca riproposizione di tutte le scene della serie tv. Come nelle precedenti produzioni il dato piu' rivoltante e odioso riguarda sempre la realizzazione tecnica: questo lungometraggio cinematografico e' animato talmente male da non poter neppure raschiare la merda dalle scarpe della serie tv originale, e' inammissibile che una produzione del genere sia cosi' mediocre, anzi cosi' squallida tecnicamente. Ancora di piu' se si pensa che, nonostante tutto, il film risulta guardabile grazie alla potenza del ricordo delle vicende originali viste la prima volta durante l'epica marcia della serie. A questo proposito, a ulteriore macchia, va segnalata l'assenza completa di Yuza delle Nuvole (lasciatemelo chiamare col nome della memoria) oltre alla semplice constatazione che, volendo inserire troppi momenti della serie in troppo poco tempo, tutta la narrazione assuma fin dall'inizio l'aspetto di un collage scapestrato privo della minima sensibilita'. Veramente brutto. Fa comunque sempre piacere vedere Re Nero in versione cagnone.
hellbly @ 22:16 | commenti (popup) | commenti
lunedì, maggio 07, 2007 | in : cinema e tv
Hunter in the Dark: per un puro caso eccoci nuovamente a vedere il buon Yoshio ''Jokichi'' Harada in un classico di Hideo Gosha del 1979, questa volta Harada interpreta un ronin non monco ma cieco da un occhio e vittima d'amnesia che si fa strada nel mondo della criminalita' organizzata giapponese di fine 1700 divenendo amico e guardia del corpo di uno dei tre piu' potenti boss di Edo, interpretato da Tatsuya Nakadai. Il cinema di samurai e' fatto da pochi nomi che si incrociano e a ogni reincontro la potenza mitica dei volti e delle spade si amplifica ritornando sulle proprie tracce fino a originare come un unico susseguirsi di tragiche battaglie e cause perse, sanguinarie e decisive. Il titolo deriva dal gergo con cui si indicavano, stando al film, gli appartenenti ai clan segreti dell'allora yakuza. Con gli anni '80 a un giro di boa la sensibilita' degli autori aveva gia' compiuto quelle trasformazioni pop che avrebbero poi portato all'apogeo popolare e al successivo oblio del genere: quindi largo spazio a tette e arti mutilati, splatter ed erotismo si alternano a vivacizzare un drammone di tradimenti e identita' svelate degno delle piu' morbose opere teatrali. L'underworld in costume della Edo del diciottesimo secolo, con le sue regole e il suo codice d'onore, e il parallelismo eroico con cui viene opposta (mostrando una tendenza poi fortemente cavalcata dalla coeva cinematografia cinese di trasformare i criminali in personalita' positive e umane, strordinariamente virtuosi nel dispensare maschia fratellanza e omici di massa) alla decadente e abbruttita feudalita' samurai. Per tutto l'arco del film Gosha si dimena lavorando sulle riprese e specialmente sui movimenti di macchina, probabilmente aiutato da nuove tecnologie, permettendosi attivita' impensabili anche solo 5 anni prima: lo sguardo dello spettatore corre, salta, sale, scende, gira intorno ai personaggi e ancora e ancora. In alcuni casi, come quello del ''gira e ancora e ancora'' il risultato e' eccessivo e inutile: un segno dei tempi avvenire, artisticamente interessante per l'evolversi della tecnica ma sinceramente nauseante gia' al quarto ''giro''. Neanche Raimi l'avrebbe fatto cosi'. Gli anni sono quelli e, magari non mi spingerei cosi' avanti nel paragone, ma il mondo girava per entrambi nella stessa direzione. Ho trovato particolarmente curioso come Harada, forse a corto di metodi per caratterizzare il suo personaggio, da meta' film in poi sia ricorso alla tecnica di spada studiata ai tempi di Jokichi e, probabilmente, rimastagli appiccicata addosso: la sua interpretazione e' sempre quella dell'uomo trascinato dagli eventi, incapace a resistere e buono solo ad ammazzare il tempo e le persone prima dell'inevitabile; la parte del leone e' invece per il padrino Nakadai: figura centrale e catalizzatrice di tutta la vicenda sentimentale, sia quella piu' strettamente amorosa sia quella rispettosamente eterosessuale per il suo partner di battaglia. Obbligatoriamente la battaglia finale va a concludersi con il piu' fantastico e libidinoso doppio colpo mortale mandando anche un autoriale doppia coppia di cadaveri insieme all'altromondo.
hellbly @ 23:35 | commenti (popup) | commenti
lunedì, maggio 07, 2007 | in : animazione e videogiochi
Family Guy Movie: il titolo e' troppo lungo per quanto poco mi sia piaciuto. Sono un fan di Futurama, e a seguire di South Park: Family Guy non mi dispiace, certi episodi sono esilaranti, ma per lo piu' mi lascia disinteressato. Il film e' una combinazione di quelli che, inizialmente, erano stati pensati come tre distinti episodi: protagonista della storia e' Stewie, ma in definitiva c'e' il solito collage di parodie e sfumati con i vari personaggi che ricordano situazioni prendendo in giro alla meno peggio famosi momenti o programmi dello spettacolo. A dirla tutta e' piuttosto noioso. E' anche la prima volta che ascolto i doppiatori originali e, mi costa dirlo, trovo che quelli italiani siano dieci volte piu' efficaci: le voci americane sembrano tutte uguali e sono molto meno caratterizzate. Qualche scenetta divertente qua e la', ma troppo poco e troppo diluite in decine di minuti di dialoghi inutilmente seri.
hellbly @ 20:54 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
domenica, maggio 06, 2007 | in : fumetti e libri
52: la piu' longeva serie a fumetti settimanale mai pubblicata da una major americana, ogni mese tutte e 4 (o 5) le uscite presenti all'interno della top20 dei fumetti piu' venduti, il piu' impegnativo e rischioso progetto mai varato da un editore di supereroi. 52 settimane fa, una settimana dopo l'uscita dell'ultimo numero di Infinite Crisis, la DC Comics varava ''52'', serie settimanale dalle uscite puntuali alla morte, che avrebbe raccontato l'anno saltato, l'anno senza Batman, Superman e Wonder Woman, l'anno perso nel rilancio One Year Later delle testate regolari. Grant Morrison, Geoff Johns, Greg Rucka, Mark Waid e Keith Giffen ai testi; Bennet, Batista, Justiniano, McKone, Robertson e tutti gli altir ottimi artisti in forza alla DC, ai disegni. La politica di rilancio degli eroi di secondo piano all'apice della sua realizzazione, un'opera monumentale con riferimenti e trame alternate e strutturate come mai prima d'ora. Adam Strange, Animal Man e Starfire dispersi nello spazio; Black Adam e il suo regno; The Question e Renee Montoya; Steel contro Luthor; Will Magnus e i Metal Men; Elongated Man e l'Elmo di Fate; Booster Gold e il destino dell'Universo. Il formato della rivista ha spinto gli autori a un lavoro di cesello impressionante: di settimana in settimana le trame potevano essere portate avanti da una sola tavola o da poche insieme, qualche volta alcuni numeri sono stati quasi monotematici per punti salienti delle narrazioni, ma sempre perfettamente adeguati a mantenere l'idea di un progetto universale e corale incentrato su due elementi tematici centrali. Il mondo NON senza eroi nonostante l'assenza della trinita' DC, e il segreto di 52. Segreto di pulcinella a dire il vero visto che, leggendo OYL, tutti gia' sapevamo del nuovo Multiverso. La prima Crisis distrusse il multiverso, l'ultima Crisis l'ha ricreato: 52 Terre identiche piu' o meno (Terra 50 e' il Worlstorm). Niente piu' Ipertempo, lunga vita al Multiverso. Il processo di ritorno alle origini DC e' concluso: tutto il DCU e' tornato alle proprie radici e vedremo come andra' avanti. Intanto dalla prossima settimana l'esperienza settimanale continuera' nella nuova testata ''Countdown'': stesso sistema, nuova funzione. Regolare e fungere da orientamento nel DCU. Ogni albo di 52 (tranne l'ultimo direi) ha portato in dono anche delle back-stories: inizialmente una versione riveduta e corretta della storia del DCU, poi le origini segrete rivedute e corrette di molti dei principali eroi; tutte gradevolmente disegnate e tutte abbastanza inutili, come in genere tutti i bonus. L'unico aspetto deludente di 52, e non si tratta della serie, e' stata la gestione del sito che avrebbe dovuto accompagnarne le uscite: l'impegno iniziale in aggiornamenti e contenuti si perso dopo i primi mesi rendendolo alla fine un mancato complemento dal potenziale sprecato. Con la fine di 52 mi aspetto un netto miglioramento delle trame delle regolari DC, gli autori non dovranno piu' stare attenti a non anticipare il passato e potranno quindi dedicarsi alle nuove trame. Non avete mai letto un fumetto supereroistico come questo.
hellbly @ 11:59 | commenti (popup) | commenti
giovedì, maggio 03, 2007 | in : cinema e tv
My Name Is Earl (episodi 1-24 stagione 1 completa): io non guardo le sitcom. Non e' una presa di posizione, semplicemente non mi e' mai capitato di trovare un telefilm comico che continuasse a piacermi dopo una decina di episodi. Jason Lee e' forte. Quando, con notevole ritardo rispetto ai miei coetanei, decisi che fosse ora di imparare ad andare sullo skateboard: Jason Lee era uno dei piu' apprezzati e fighi skater di allora. Generazione X (Mallrats) e' il miglior film di Kevin Smith. Jason Lee mi ricorda Bruce Campbell. I baffi di Earl, il personaggio di Jason Lee, a me come a milioni di altre persone, ricordano i baffi di Magnum P.I. Il mio telefilm preferito. Tuttavia il fatto che fosse una sitcom manco di darmi quella spinta necessaria ad acquisire la serie prima del suo arrivo in Italia. Sfortunatamente la serie arrivo' poi in Italia sulla tv generalista, e io non guardo la tv generalista. Questa invece e' una presa di posizione. Finalmente un paio di settimane fa ho potuto vedere sui miei amati canali tematici il primo episodio della serie. Va da se' che ''in qualche modo'' sono andato ad acquisire anche tutti gli episodi successivi e me li sono sparati giornalieralmente come non mi capita mai con i telefilm. La seconda stagione, attualmente prossima alla conclusione USA, e' gia' sulla via di casa mia (e per fortuna ce n'e' gia' una terza programmata). Il creatore della serie, Greg Garcia, non e' un nome noto dello scenario televisivo USA ma con lo strepitoso successo di Earl, immediatamente diventata testa di punta della NBC durante la trasmissione della prima stagione (la seconda sta avendo meno successo, ancora molto buono), si e' sicuramente ritagliato un pezzo di paradiso. La serie vive in perfetto equilibrio tra buoni sentimenti e persone cattive: Earl era un delinquente, un giorno viene stirato da una macchina proprio dopo aver vinto alla lotteria, da quel momento in poi decide di seguire le vie del karma ponendo rimedio a tutte le cattive azioni mai commesse (la famosa Lista) e sperando quindi di venirne ricompensato con qualcosa di buono. Con il procedere della serie il fine utilitaristico abbandona il personaggio che diventera' realmente ispirato: detto cosi' grande raccapriccio, ma tutto gira intorno a Jason Lee. E' un grande, la caratterizzazione del personaggio e' superlativa, i dialoghi sono da sbudellarsi, le situazioni sono altamente comiche e originali, i coprotagonisti sono tutti fenomenali. Earl ha espressioni ricorrenti di efficacia e simpatia irresistibili, il processo dell'imparare a fare del bene e' strepitoso nella completa dedizione del personaggio e nella sua completa ignoranza di cosa sia giusto o sbagliato. I buoni sentimenti mi danno solitamente l'orticaria, in Earl sono una manna per chi abbia voglia di guardare qualcosa di divertente che non corrisponda ai soliti canoni del genere e che provi e riesca a sfondare in un campo dove l'originalita' sembrava sparita e il fondo del barile raschiato oltre il lecito.
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martedì, maggio 01, 2007 | in : animazione e videogiochi
Naruto Movie 3: due righe esclusivamente a fine di testimonianza. Il terzo e ultimo film della prima vita animata di Naruto e' il peggiore dei tre, ed era un risultato difficile da ottenere: nonostante cio' un paio di combattimenti simpatici a vedersi si possono trovare. Il prossimo film di Naruto, il quarto ma in realta' il primo della nuova serie, e' gia' annunciato e in preparazione, e uscira' nell'anno in corso. Comunque: Kakashi, Naruto, Sakura e Rock Lee, alletati a un circo contro tre ninja privi di carattere.
hellbly @ 22:59 | commenti (popup) | commenti
martedì, maggio 01, 2007 | in : fumetti e libri
Firestorm: dopo 35 numeri DC Comics sceglie di chiudere la serie dedicata al nuovo Firestorm, che lo scrittore McDuffie non e' riuscito a mantenere ai livelli pre-OYL. In eredita' dall'ultimo story-arc otteniamo una seria nuova family DC con Firestorm e tutti i suoi correlati compagni eroi nucleari, l'incipit per la futura trama coinvolgente Darkseid, e un solido personaggio capace di non sfigurare in assolo. La corsa di Firestorm, nuovo eroe di colore protagonista all'interno del nuovo multietnico DCU, era iniziata col botto poi raffreddatasi a causa di tematiche non sempre ben sviluppate e alcune sottotrame spentesi senza una buona narrazione: il cambio di marcia e stile tra il dramma iniziale fatto di abusi e gioventu' americana, e l'ultima virata esclusivamente supereroica ha lasciato sul campo troppi fan facendo crollare le vendite. Inoltre ci sono troppe serie DC al momento: impossibile garantire la sopravvivenza di tutte.

Manhunter: a proposito di serie che chiudono, la DC e i fan sembrano essere arrivati a una specie di accordo sul proseguimento o meno di quella sulla nuova Manhunter scritta da Andreyko. Dopo i cinque numeri promessi per farla arrivare a 30, accoppiandola a Wonder Woman per un mutuo rilancio e come incipit ad Amazon Attack, e aver fatto entrare il personaggio nelle Birds of Prey: l'editore sospende la serie per qualche mese, riprogrammandola per luglio con la stessa numerazione. Il tempo di girare alcune trame e aprire uno spazio con maggiore visibilita': speriamo solo che il team creativo resti lo stesso.

Nightwing Annual: a proposito di Andreyko. 52 sta finendo e l'anno perso e' stato quasi interamente recuperato: e' quindi tempo per DC di svelare gli ultimi misteri e ripartire con solo il futuro da scrivere. Come mai Orcacle e Nightwing non si sono sposati, finita la Crisis? Andreyko ripropone, con attenzione alla continuity e qualche liberta', la lunga e tormentata storia sentimentale tra Barbara Gordon e Dick Grayson sfornando un albo d'altissima intensita' con ottimi dialoghi e la confermatissima sensibilita' psicologica dimostrata in Manhunter. Peccato che i disegni siano deficitari. L'unico problema, ma era gia' noto, e' l'incongruenza tra la fine dell'annual e il Nightwing OYL: tutta colpa di Bruce Jones?

Outsiders Annual: a proposito di Nightwing e dell'anno perso (la continuty di Nightwing nell'anno person e' estremamente dubbia e fragile), rimaneva da spiegare l'ingresso negli Outsiders di Cap. Boomerang II e di Metamorpho, la sparizione di qualche personaggio, e tutta la storia del ''presunti morti''. Tutto qui per mano dell'autore ufficiale. Come i 4 albi di World War III che vedremo parlando di 52 la settimana prossima, anche questo annual avrebbe potuto tranquillamente trovare spazio nel settimanale: ragioni di mercato a parte c'e' troppo e troppo poco da raccontare perche' la storia sia godibile.

Red Menace: altra miniserie Wildstorm recentemente conclusasi, scritta da Danny Bilson (ennesimo scrittore a prestito, sceneggiatore di Rocketeer, Sentinel e la serie tv di Flash) e disegnata dal grande Ordway. Fantapolitica, guerra fredda e supereroi accusati di essere filocomunisti. Non proprio divertente ma le tematiche sono ben costruite e i disegni squisitamente old style: non che valga la pena leggerla.

Sandman Mystery Theatre - Sleep of Reason: nuova miniserie Vertigo. Qualche anno fa la DC dichiaro' che mai piu' ci sarebbero state interferenze tra la linea supereroistica e i personaggi Vertigo. Per anni gli scrittori si sono divertiti, durante i mega crossover, a inserire qualche particolare riferimento occulto a Swamp Thing o Hellblazer, senza pero' quasi mai deviare dal diktat. Recentemente con il nuovo multiverso Wildstorm e DCU sono andati praticamente a unirsi. Il fatto ora che, in una miniserie Vertigo, il protagonista sia un vecchio supereroe DC deve significare qualcosa? Il tempo rispondera'. Facciamo intanto conto di no per evitare tutti i casini di continuity che altrimenti si creerebbero: un nuovo Sandman, o un vecchio Sandman, e visto che c'e' gia' un nuovo Sandman nella JSA limitiamoci a dire quanto sia bella questa mini scritta da Rieber e disegnata da un irriconoscibile Nguyen. Indiana Jones noir pulp con dialoghi e narrato di immediata eppure profonda espressivita'. Vertigo continua a pubblicare solo gemme.
hellbly @ 12:57 | commenti (popup) | commenti
martedì, maggio 01, 2007 | in : cinema e tv
Yo-Yo Girl Cop: ovvero il nuovo film, dopo una decina d'anni di silenzio, della serie Sukeban Deka (manga, serie tv, film, OAV). Il soggetto e' sempre lo stesso, e trova tanti corrispondenti anche a ponente: per investigare tra i giovani la polizia ricorre ad agenti della stessa eta' che infiltra sotto copertura nelle scuole. Spesso questi ragazzi hanno trascorsi delinqueziali. La versione giapponese ovviamente e' un feticcio: quindi si parla sempre di ragazze, sempre in divisa scolastica (quindi gambe al vento). La particolarità di Sukeban e' lo Yo-Yo: evidente eredità degli anni della sua nascita. Quindi combattimenti con gli yo-yo, figure e trucchi con gli yo-yo, e tanti yo-yo in CG. Nei ruoli protagonisti femminili, buoni e cattivi, ovviamente delle graziose idol. Niente da dire: se il genere action scolastico giapponese continua a prendervi, il nuovo Sukeban Deka fa al caso vostro; se invece siete persone normali lasciatelo perdere. Un piccolo ruolo per Riki Takeuchi, film diretto da Kenta Fukasaku (la cui sola esistenza e' un'offesa alla memoria del padre) che, dopo essere riuscito nella quasi impossibile impresa di floppare il seguito di Battle Royale, pare avviato all'umiliante conferma della non trasmissibilita' del talento.
hellbly @ 11:49 | commenti (popup) | commenti
martedì, maggio 01, 2007 | in : cinema e tv
Jade Warrior: questo e' il futuro del cinema, globalizzato, contaminato. Le culture di due mondi lontani millenni che si compenetrano senza rimorso, ibrididandosi, confondendosi verso la pandemia sociale universale. Coproduzione finnico-cinese che mette nello stesso campo Markku Peltola, l'uomo senza passato di Kaurismaki e Jingchu Zhang delle sette spade di Tsui Hark. Degli anni '80 e della scuola ricordo con passione l'improvviso e duraturo amore per le mitologie nordiche, nibelunghi, arturiani, kalevala: se quest'ultimo vi fosse in qualche modo sconosciuto, sappiate trattarsi dell'epica nazionale finlandese, modello dichiarato del Silmarillion e di alcuni personaggi del Signore degli Anelli (giusto per darvi un rapporto moderno), qui interpretato in alcuni suoi passaggi come incontro/scontro con un coevo mito cinese con il quale condividerebbe qualche legame non pienamente provato ma teroicamente fascinoso. Regista finlandese esordiente, primo film d'arti marziali finlandese: solo per lo sforzo produttivo meriterebbe un riconoscimento di gradezza, per l'eccellenza della sua riuscita diventa candidato tardo primaverile a dare valore all'anno in corso. La narrazione procede su due livelli, e' una storia di reincarnazione e destino, da una parte abbiamo la moderna location finlandese dove un reperto archeologico appena scoperto suscita il morboso interesse di due studiosi e solleva enigmi su due innamorati recentemente separatisi; dall'altra, in Cina nel passato, il figlio di un fabbro affronta le forze del male e un amore tradito. Tommi Eronen, l'attore protagonista, secondo la carriera imdb mostra un passato da attore televisivo: la sua tecnica non sara' un'oasi nel deserto ma gioca perfettamente con lo stile dell'opera, l'epica si basa su forti emozioni e patemi drammatici; qualche sguardo esasperato, qualche lacrima, una buona occhiata verso l'infinito di paesaggi interiori e mistiche ponderazioni e la scena e' bella che composta. Piu' difficile la gestione delle coreografie di combattimento: plauso a palme aperte. Pur non mostrando niente di particolarmente originale con qualche azione filoguidata, e qualche effettuccio digitale, le scene di combattimento sono molto pulite e realizzate con l'evidente gusto del fan per gli svolazzi e il vento e le armi stravaganti. Ricercato ma con tempistiche squisite il cambio di ritmo tra le due linee temporali (montate in modo abbastanza classico per rincorrersi tra una rivelazione e una conferma): inizialmente la cina e' tutto combattimenti e la finlandia e tutto parole, poi si invertono e gli scontri passano ai giorni nostri mentre nel passato vengono piantati i germi della tragedia. Su questi ultimi combattimenti vale spendere un'altra parola: con l'aiuto della macchina da presa il regista riesce a coordinare un credibile scontro tra Eronen e Peltola  senza farlo sfigurare a seguito delle meravigliose movenze di Zhang. La storia e' tanto densa da non lasciare tregua e per la sua esoticita' alcuni elementi che in altro contesto sarebbero risultati gia' visti e mediocri, qui risplendono di una vitalita' nuova e pulsante. Jade Warrior, o Jadesoturi, avvince persino per i dialoghi e la delicata semplicita' della sua sceneggiatura: una storia bellissima.
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