venerdì, giugno 29, 2007 | in : cinema e tv
Transformers: il Secondo Avvento, l'Uomo-Dio Gesù e' tornato ma questa volta indossa il metallo e si fa chiamare Optimus Prime. Due parole sul parossismo maniacale che mi ha condotto al cinema dopo settimane di indiferrente astinenza: tredici o quattordici mesi fa scrissi l'articolo sul Corriere della Fantascienza per il countdown all'apertura del sito ufficiale del film, lo attendo spasmodico da allora; se guardo indietro non riesco a ricordare l'ultima volta, o se mi sia mai capitato, di andare al cinema non alle 22:30, e non di Venerdì o Sabato o uno dei giorni con le offerte: il Giovedì alle 21:00 non credo di essere mai entrato in una sala, ma era il primo spettacolo utile alla fine della giornata lavorativa. Ho tenuto in mano per tutto il tempo del film il mio Optimus Prime, allora Commander: conservatosi, e conservato da me, in buone condizioni; a parte il rimorchio distruttosi un ventennio fa almeno, a parte i pugni persi probabilmente dopo due giorni dal suo regalo. Ho sempre amato i Transformers, e chi segue il blog penso lo sappia: ho cassetti traboccanti degli ultimi sopravvissuti della mia una volta sconfinata collezione, ho i videogiochi, i fumetti, i cartoni naturalmente. Volevo terribilmente che fosse un bel film, e mi sento grato alla realta' del mondo per avermi concesso di non restare deluso e anzi di trovarmi a guardare la perfetta soddisfazione dei miei desideri. Partiamo dall'inizio: come saprete i famosi giocattoli della Hasbro sono in circolazione dai primi anni Ottanta, la prima stagione del cartone pubblicitario annesso e' datata in Giappone 1984; tra alti e bassi, restyle e spostamenti produttivi dal Giappone agli Stati Uniti, poi nuovamente in Giappone, non hanno mai conosciuto periodi di completa sparizione pur scivolando in basso nel gradimento popolare nella seconda metà dei Novanta. La moda revamp revival che ormai e' difficile recludere agli ''ultimi anni'' andando avanti dall'inizio del nuovo millennio e già da prima, ha riportato prepotentemente in auge molti marchi e simboli delle decadi passate: telefilm in film, remake di ogni genere, fumetti, rilanci, ristampe. In America iniziarono nuove e fortunate serie a fumetti proprio mentre in Giappone nuove e fotunate serie animate ponevano le basi per una profonda e concreta riscossa dei trasformabili Hasbro (culminata nell'ottimo Galaxy Force): mai come in questo periodo Hollywood e' stata sensibile al mondo del fumetto/animazione, per giunta la felice congiunzione di età raggiunta dalla mia generazione che fu allora target primario per quei magnifici giocattoli: ecco il film dei Transformers. Produzione finanziata da Spielberg, e quindi nel bene o nel male sinonimo di qualità; regia per quel grezzone di successo con il gusto per le esplosioni di Michael Bay, sceneggiatura affidata a una squadra di seri professionisti; qualche risparmio sul casting umano e tutti gli sforzi spesi negli effetti speciali capolavoro della Industrial Light and Magic. La guerra di Cybertron tra gli Autobots e i Decepticons ha lasciato dietro di se' un pianeta distrutto e perso nello spazio la All-Spark, la misteriosa fonte di vita dei Transformers: sparpagliatisi per l'universo alla sua ricerca, Autobots e Decepticons si incontrano di nuovo sulla Terra, campo di battaglia per lo scontro finale per il possesso del potente artefatto. Elemento chiave perfettamente ripreso dalla sceneggiatura e richiamato giustamente in molti dei dialoghi e' il celebre ''More than Meets the Eye'', il concetto di Robots in Diguise (tra un po' mi metto pure a cantare): i Transformers non vogliono mostrarsi agli umani, sono mimetizzati, sono tra noi ma si confondono negli oggetti e nelle macchine di tutti i giorni, in attesa del momento di scatenare battaglia. Per questa ragione nella grande trama di questo scontro millenario tra forze del bene e del male, finiscono coinvolti un paio di giovani innocenti: il promettente giovane attore Shia LaBeouf, l'attricetta belloccia (ex-figlia maggiore di Hope and Faith) Megan Fox, che diverranno le chiavi di volta nello scontro e porteranno sulle proprie spalle il peso della guerra millenaria e il futuro dell'umanità. Lo stile di Michael Bay e' sempre impeccabilmente riconoscibile: si alternano momenti di patriotico eroismo ad altri di demenziale buffoneria, drammatiche e spericolate scene d'azione ai classici dialoghi pompa testosterone. Il risultato e' una freccia senza mezzi termini, senza equivoci e senza misteriosi livelli di comprensione: roba che esplode, sacrifici e coraggio. C'e' da restare sorpresi perché per tante situazioni facili e banali, tante scene già viste e riconoscibili, ci sono altrettante parole e angoli di ripresa a renderle migliori e valide: Bay e gli sceneggiatori si sono impegnati concretamente a ottenere un film altamente digeribile, spettacolare in modo assurdo, e carico di tantissima adrenalina ed emozione. Alla fine dei conti pero' sono i Transformers a importare: vediamoli. Vediamoli, tocchiamoli, sentiamoli: salvo rarissimi peli nell'uovo gli effetti speciali, i modelli poligonali dei robot, sono qualcosa di mai visto prima; avevamo già constatato quanto stia diventando sempre piu' difficile riconoscere il reale dal digitale, il virtuale dal fisico: qui quella distanza viene ancora di piu' cancellata. Collisioni perfette, completa integrazione, nessuna sbavatura e una perfetta interazione con i set: i robot sono incredibili, sono caratterizzati da una tale mole di dettagli da farne veri attori per espressività dei volti, e sublimi prove estetiche per l'audacia del mecha-design e la complessità credibile delle trasformazioni. Ma l'aspetto che sicuramente da' maggiore credito alla pellicola e' la semplicissima considerazione che i protagonisti siano proprio i robot, il loro tempo su schermo e' altissimo e importante: mettete da parte John Voigt, o Turturro, lasciate perdere il tizio da Las Vegas e tutti gli altri piu' o meno famosi attori in carne e ossa e rimarrete con un film d'animazione godibilissimo e lungo. Le trasformarzioni sono incredibili, l'ho gia' detto? Sono bellissime. I combattimenti sono formidabili e coreografati con un'impressionante senso per le proporzioni dei contendenti e per le possibilita' dovute e le reazioni corrette al loro livello di forza e movimento. Ancora piu' notevole e' stata la capacita' di Bay di mostrare queste stesse macchine guerriere in scenette semicomiche con la medesima e vivida presenza. Poi a volerla dire tutta il finale avrebbe potuto essere piu' deciso senza lasciare spazio di manovra e misure per l'eventuale ma improbabile seguito, si sarebbe potuto incidere maggiormente ed evitare tutti quei suggerimenti per il futuro: ma tutti i film hollywoodiani scontano qualcosa in necessità di mercato. Non vedo l'ora di riguardarlo in lingua originale, non vedo l'ora di giocare al gioco (prima pero' mi serve qualcosa per farlo girare): Autobots, transform and roll out!
hellbly @ 01:39 | commenti (5)(popup) | commenti (5)
martedì, giugno 26, 2007 | in : cinema e tv
Street Fighter's Last Revenge: terzo e ultimo capitolo della trilogia con Sonny Chiba nella parte di Takuma Tsurugi, lo Street Fighter, l'uomo che rende possibile l'impossibile. Non e' dato per certo conoscere chi fu il regista del film, alcuni dicono lo stesso dei precedenti due, altri dicono Teruo Ishii: io propendo per quest'ultima teoria, e non lo dico solo per i nudi gratutiti. Siamo sempre nel 1974, a questo punto immagino verso la fine dell'anno almeno, la produzione e' decisa a sfornare una terzo film con Sonny Chiba: viene nuovamente riciclata la solita trama di Takuma che prima lavora per la mafia poi viene da questi inseguito. Tante differenze con i primi due, ed e' per questo che penso a un altro regista: innanzitutto oltre al suo classico kimono nero Takuma sfoggia adesso un perfetto smoking bianco, un nuovo talento per il travestimento con tanto di maschere in gomma alla Missione Impossibile, un covo segreto con annesso passaggio segreto, una nuova attitudine da lady killer e un finale drammatico. Niente risata maniacale alla fine del film, solo all'inizio. Poca violenza, qualche scena di sesso e una serie di avversari particolarmente gustosi: un karateka dal colpo segreto invincibile, una specie di americano-messicano in costume tipico e raggio laser, una donna karateka. Nessuna bizarra uccisione, niente splatter: molta demenzialita' per il comportamento da agente segreto con licenza di menare le mani. Anche questo terzo film soffre sicuramente di una precipitosa realizzazione, invece di ricorrere a scene riciclate come il secondo, Ishii ha puntato sul dialogo e la trama andando a rubare tempo prezioso ai combattimenti e segnando la morte di un personaggio che avrebbe potuto dominare almeno dieci anni di serialita'. Divertente ma troppo lontano dal primo.
hellbly @ 17:18 | commenti (popup) | commenti
lunedì, giugno 25, 2007 | in : cinema e tv
Return of the Street Fighter: quando vedrai Sonny Chiba ridere come un maniaco saprai che il film e' finito, quando sentirai partire l'esaltante musichetta (quasi un midi) saprai che tanta gente soffrira'. In sostanza la cosa mi immagino sia andata cosi': alla fine della produzione del primo Street Fighter ci si accorse di avere per le mani una figata pazzesca, cosi' fu deciso di tornare immediatamente a girare. Tanto non c'era bisogno di grandi preparativi: Return dura un'ora e venti scarsa, usa la stessa sceneggiatura del primo film, e almeno 3 lunghi flashback riempitivi dal primo film. Si puo' quindi tranquillamente dire che Return duri un'oretta. Un'entusiasmante oretta. Forse a causa dei ristrettissimi tempi di realizzazione i combattimenti sono meno organizzati con Sonny Chiba piu' che altro impegnato a menare le mani a destra e a sinistra senza la coreografata violenza del precedente, per contro e forse per compensazione la regia di Return ha decisamente piu' personalita': tra uno slowmotion, un gioco d'ombre e un'agitata ripresa a mano Ozawa sceglie questa volta di farsi vedere e mettersi un po' in mostra sfruttando l'apoteosi espressiva della performance di Chiba per infilare alla rinfusa tutta una serie di espedienti ed esperimenti registici grezzi ma apprezzabili. Tracheotomie con le dita, occhi fuori dalle orbite, lo stomp sull'uomo a terra marchio di fabbrica del protagonista: c'e' meno sangue ma ci sono delle tette; per dare maggiore carisma al proprio personaggio Chiba sfrutta il tipico cerottone sulla faccia da vero teppista dei cartoni giapponesi.
hellbly @ 22:05 | commenti (popup) | commenti
domenica, giugno 24, 2007 | in : cinema e tv
Street Fighter: non il videogioco ma il primo dei tre film del 1974 che fornirono al Giappone la risposta definitiva a Bruce Lee. Sonny Chiba. L'anno dopo Enter the Dragon il mondo cinematografico giapponese e' disperatamente alla ricerca di qualcuno comparabile a Bruce Lee con cui conquistare il ricco e ghiotto mercato occidentale; qualche anno prima un attore di mediocre fama principalmente dovuta a ruoli da Yakuza si era messo in testa di fondare una scuola d'arti marziali per il cinema il cui scopo programmatico fosse la crescita e il miglioramento delle coreografie di combattimento nei film, il Japan Action Club e Sonny Chiba. La potenzialità dell'attore trentacinquenne e della sua crew di indemoniati karateka venne immediatamente messa a disposizione del rapido sistema produttivo orientale: 7 film in un anno comprendenti Street Fighter e i suoi 2 subitanei seguiti, e uno spinoff. Sonny Chiba e' Takuma Tsurugi, maestro karateka con piu' di qualche influenza di kung fu, ma soprattutto e' un bastardo di prima categoria, un badass per dirla con un gustoso e appropriato termine inglese, antieroe per eccellenza, sadico e rabbioso come un cane idrofobo, megalomane e compiaciuto di se' a livelli che neppure il povero Bruce Lee sognò mai di poter raggiungere. Ricordiamo il nome del regista, Shigehiro Ozawa, e dimentichiamolo subito: l'unica sua utilità e' quella di fissare la macchina da presa sull'Uomo e lasciare a lui tutto il da farsi. Sonny Chiba fa quello che probabilmente tutti gli uomini dotati di testosterone hanno fatto piu' di una volta in vita loro, da soli e d'avanti a uno specchio: Chiba lo fa d'avanti a una folla di pubblico in delirio. Fa smorfie, posa come neppure il piu' strafatto dei poser oserebbe fare in un video di Puff Daddy, si agita insensatamente, modula una quantità di versi e urla da far impallidire il celebre grido del furore dalla Cina, salta, rotola. Soprattutto fa male: nel mondo di Street Fighter gli uomini sono gavettoni di sangue pronti a esplodere se colpiti sufficientemente duro, pieni di appendici strappabili che aspettano solo di essere sradicate con vistosa soddisfazione e lussuria guerriera. Quella che all'inizio viene configurata come un'interpretazione parodiata all'eccesso del modello Bruce Lee si trasforma presto in un paragone di giganteggiante carisma e attitudine. Primo film della storia a venire categorizzato X-rated (l'equivalente di allora del vietato ai minori) esclusivamente per i contenuti di violenza, di solito tale divieto veniva imposto solo ai film da sexploitation: crani fracassati, testicoli strappati, occhi cavati, pozze di sangue, scricchiolii di ossa spezzate. Sonny Chiba picchia tutti in nome del piu' alto spirito di tolleranza raziale: pesta di brutto uomini, donne, bianchi, gialli, gialli cinesi, neri; salta loro sopra, ci risalta sopra, se li porta a casa in comodi pezzettini. Ammazza a pagamento, rapisce a pagamento, a pagamento farebbe qualsiasi cosa: pero' ha un suo codice d'onore e a volte finisce a fare del bene, ma esclusivamente per dimostrare ai cattivi di essere piu' cattivo di loro. Stanotte prima di andare a dormire, approfittando del silenzio del sonno dei giusti e nello splendore adamitico del mio pigiama, mi concedero' una sessione di karate fai da te allo specchio: un tripudio di pugni stretti e braccia che vibrano per la forza a mala pena contenuta, labbra in fuori e ringhio crudele, occhio pallato e colpi sferrati con un'immaginaria forza irresistibile.
hellbly @ 23:47 | commenti (popup) | commenti
sabato, giugno 23, 2007 | in : fumetti e libri
Flash 13: un anno dalla Crisis per la DC Comics, un anno di successi storici come 52 e di sonori fallimenti come la nuova serie di Flash; un anno ed e' ora di risistemare un po', tempo di chiudere qualche testata, tempo di crossover, tempo di rilanci. Abbiamo già visto la chiusura e anticipato il prossimo rilancio di Green Arrow, adesso e' il momento di constatare il decesso dell'ultimo Flash: una morte chiara e prevista fin dal primo, schifoso, numero. Non credo sia mai successo nella storia recente della DC di pubblicare una tale porcheria, gli inutili sceneggiatori della serie tv, prestati al fumetto secondo l'ultima moda, sono solo riusciti a distruggere definitivamente un personaggio che già dalla fine di Young Justice e della sua serie regolare aveva mostrato chiari sintomi di pubblica insofferenza. Bart Allen, Impulse, Flash: alla fine di questo tredicesimo albo della sua monografica come portabandiera del fulmine fa l'unica cosa possibile, crepa. Alla serie non e' servito a nulla neppure l'arrivo del piu' o meno apprezzabile ma sicuramente noto artista di Tenth, Tony Daniel: con una sceneggiatura cosi' nauseante non c'era niente da salvare. L'insensatezza di questa serie e' stata chiara fin da subito, incredibile anche solo pensare che sia stata data alle stampe per cosi' tanto tempo, l'unica spiegazione puo' trovarsi nella necessita' di correre ai ripari ma senza stravolgere la continuity e offrendo ai lettori comunque un deciso legame tra le testate del DCU. La parola d'ordine e' coordinazione: le serie sono tutte connesse tra loro, il DCU e' pieno di legami, di crossover.

The Lightning Saga: arriviamo cosi' al primo grande, atteso, desiderato crossover tra JLA e JSA. Sulla chiusura della sua run Metzer decide di strafare e nella trama infila anche la Legion of the Super-Heroes. Quella originale, non quella di Supergirl. La grande forza del moderno DCU e' l'assoluta stratificazione delle trame, la complessa organizzazione e le riprese narrative tra serie e serie che inducono, per la prima volta nella storia dei mondi supereroistici, un vera e sontuosa appartenenza allo stesso universo di tutti i suoi abitanti. Non piu' solo durante i crossover. Gli abitanti del DCU sono continuamente chiamati a confrontarsi tra loro: magnifico. L'editore sta trasformando il DCU nel sogno di ogni lettore consapevole: le vendite lo sacrificheranno all'altare dell'idiozia Marvel, ma la fedelta' del pubblico sicuramente appaghera' le tasche degli investitori. In Flash 13 muore Bart Allen, l'attuale Flash; in JLA 10, la conclusione della Lightning Saga, riporta in vita Wally West, l'unico vero Flash dopo Barry Allen. Difficile dire se questa sia stata la conclusione prospettata fin dall'inizio: se Bart avesse avuto successo forse gli autori avrebbero finalmente riportato indietro Barry, e fino all'ultimo Metzer gioca con questa attesa, convincendone anche i protagonisti e tradendo nei dialoghi viva sorpresa nel ritrovarsi d'avanti la famiglia West. In un lampo Metzer, due righe verso fine albo, lo inserisce subito di prepotenza nell'organico JLA. Come non apprezzare, tuttavia, e sottolineare la presenza dei due figli cresciuti di Wally gia' pronti a divenire i futuri Flash di Kingdom Come? Johns e Metzer, rispettivamente sulle pagine di JSA e JLA, hanno scritto alcune ottime pagine: dinamiche di gruppo notevoli, ottimi rapporti, la classica divisione e scambio per missioni. Prosegue la teoria DC del ritorno alle origini, della rivisitazione di tutta l'epica classica e piu' rappresentativa del suo modo di fare fumetto: il ruolo della JSA e' parzialmente sacrificato ma per ragioni comprensibili dovute ai piu' immediati strascichi del crossover. Flash Wally West e' nella JLA, il nuovo Starman della Legion e' rimasto nel presente e con la JSA, anche Karate Kid e' rimasto nel presente (ma ancora non sappiamo perche') e il tutto si lega alle vicende di Countdown. Il prossimo mese vedremo la chiusura di Hawkgirl e del crossover tra Checkmate e Outsiders, come già detto Batman sta per tornare a rullare tutto il DCU!

Superpatriot: di questa miniserie mi ero dimenticato, e' passato talmente tanto tempo tra l'uscita del terzo albo e quella di quest'ultimo che non me la ricordavo piu'. Kirkman, uomo simbolo della Image del nuovo millennio, porta a termine la retrospettiva sul Captain America dell'universo sparso Image: Superpatriot. Divertente e sopra le righe come si convenga a uno spinoff di Savage Dragon, Kirkman abbraccia e sposa perfettamente lo stile di Larsen e regala linee di dialogo e sceneggiatura comica e piena d'azione. Un bel progettino che tiene vivo l'ormai quasi abbandonato universo supereroistico Image.
hellbly @ 17:49 | commenti (popup) | commenti
venerdì, giugno 22, 2007 | in : cinema e tv
Love and Honor: qui, o dall'altra parte dell'oceano o dall'altra parte del mondo, le vie del denaro e della produzione funzionano frequentemente allo stesso modo; così il capolavoro seminale di Yoji Yamada, promotore del rinnovato e nuovo stile samurai nel cinema giapponese, giunto in tarda eta' per un autore prolifico e apprezzato dal pubblico ma mai considerato dalla critica o da un pieno successo internazionale, ha impiegato un istante a trasformarsi, aiutato da una particolarmente propizia congiuntura di interessi culturali ed economici, in una trilogia passata attraverso il piu' avventuroso Hidden Blade e conclusosi adesso con la sua variante sul tema piu' umana e mortale. Trilogia concettuale non composta di seguiti l'uno all'altro in una trama univoca, uniti dall'essere film tutti tratti da romanzi di Shusei Fujisawa e incentrati sul comune soggetto della curva crepuscolare nella tradizione del bushido e nello stile di vita samurai. Laddove Twilight Samurai, incontrastato e impareggiabile culmine estetico e drammatico di Yamada, portava allo spettatore una percezione di rifiuto e severessima rettitudine morale in contrasto con il decadentismo storico del paese, con una nitidezza d'immagine e tagli registici e narrativi affilati come la divina spada katana; a questo si oppose completamente il successivo Hidden Blade, molto piu' vivace e ritmato, inquadrato come ricostruzione e libero nel ripetere con piu' dinamismo il duello d'azione finale. Con Love and Honor il regista si prende gioco di se', ripropone nuovamente lo stesso modello di trama: samurai povero, moglie, senilita' della corte, deviazioni comportamentali dovute alla nuova epoca, e conclusivo duello risolutivo; questa volta pero' niente piu' samurai impalpabili ed epici, o eroici, la prospettiva scende su un'umanita' molto moderna e vicina: una vicenda di malattia emotivamente comune e costruita attorno a un tradimento lungamente preparato e anticipato, gia' tutto scritto fin dalla prima scena. A Yamada non interessa la sorpresa: non viene richiesto il duello lampo di Twilight o il piu' combattuto di Hidden, si gioca sul classicismo di genere proponendo il samurai cieco contro il bastardo, una donna in palio. Una storia d'amore terrena, privata del lirismo trascendentale e monolitico del primo film, dotata di una carnalita' e una connotazione perfettamente partecipabile dallo spettatore e comprensibile: si salta dall'esotismo del bushido duro e puro alla vendetta d'onore che francamente non stonerebbe neppure in certe aree meridionali nostrane. L'autore esercita il piu' totale controllo sulla materia, ci trascina attraverso un epopea stilistica ed estetica dove ogni ripresa e immagine segue e forma la narrazione: cosi' con il cambiare di registro della sceneggiatura, dei dialoghi e delle personalita' degli interpreti, allo stesso modo il colore svanisce o rinasce, lo sparato seppiaceo di Twilight contro il vivace Hidden contro il naturale Love and Honor. Impressionante e di un lusso sfrenato assistere a una tale malleabilita' delle scene: il dramma domestico riproposto tre volte con le stesse scene intorno al desco, eppure ci si trova come a guardare la luna o il sole. Takuya Kimura conclude la terna di protagonisti (Yamada rifiuta di crearsi una propria crew di attori feticcio) offrendo un personaggio magari non credibilmente cieco negli occhi ma sicuramente e concretamente accecato nel cuore e nello spirito; Rei Dan, esordiente, e' la splendida moglie ferventemente devota e innamorata senza troppe timidezze e riservatezze: personaggio femminile squisito e affascinante che tradisce per rimanere fedele, contraddizione evidente e complementare alla figura del marito che con giochetto manifesto acquisisce una migliore vista solo dopo aver perso quella degli occhi. Uno sguardo che supera l'onore e la morte del bushido, in nome dell'amore.
hellbly @ 00:08 | commenti (popup) | commenti
martedì, giugno 19, 2007 | in : cinema e tv
Robot Chicken - Star Wars: in attesa di vedere se ci saranno le possibilità per una terza stagione della non proprio fortunata serie di Adult Swim, la scorsa domenica e' andato in onda un episodio speciale di venti minuti scarsi tutto dedicato, come potreste dedurre da soli, al fantastico mondo di Guerre Stellari. Con tanto di licenza ufficiale e partecipazione di Lucas lui medesimo: annotazione che mi permette di parlarvi di uno stupido quanto tentatore progetto varato da quel grande porco di Lucas che trovate a questa pagina. Sempre su licenza ufficiale viene messa a disposizione dell'internauta, gratuitamente, tutta una libreria di filmati tratti dai vari episodi di Guerre Stellari: da rimontare, ridoppiare, montare insieme a filmati domestici. Insomma Lucas e' riuscito ad ammazzare le parodie di Guerre Stellari rendendole libere e anzi incoraggiandole.
Tornanto allo speciale di Robot Chicken (nel caso non ricordiate o non sappiate cosa sia questa trasmissione cercate indietro per il blog i post sulle due stagioni compiute): mi sarei atteso, anzi mi attendevo un qualcosa di simile alla vecchia parodia dei Thumbs di Oedekerk, invece si tratta di un normale episodio di Robot Chicken solo tematicamente dedicato a Guerre Stellari. Stesso ritmo, stesso sconnesso susseguirsi di sketch lunghi e brevissimi: qualche battuta divertente e centrata nell'ambito dell'inferiorità della nuova trilogia rispetto all'originale, per il resto niente di piu' di quanto proposto di solito da Green e la sua banda.
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domenica, giugno 17, 2007 | in : fumetti e libri
Il Fabbricante di Universi (The Maker of Universes, 1965): prodigioso e prolifo autore che tra gli anni '60 e gli '80 dominò il panorama avventuroso fantascientifico, senza disdegnare frequenti sortite nell'erotico a cui si deve la sua fama non immacolata, Philip J. Farmer e' stato l'inventore di molti incredibili mondi infiniti e infinitamente variabili. Proprio la variazione sul tema divenne l'elemento di maggiore successo che fece del successivo Mondo del Fiume e del Mondo dei Livelli, di cui questo romanzo e' il primo del ciclo, i cavalli di battaglia e le opere piu' note dello scrittore americano. Il Riverworld e il World of Tiers hanno talmente tanti elementi comuni da giustificare ampiamente nei suoi detrattori la tipica teoria dell'aver venduto due volte la stessa idea: entrambi sono popolati da umani presi da ogni tempo e in certi casi realmente esistiti, entrambi hanno un inizio e una fine (sorgente o sommità), entrambi rappresentano e uniscono la diversità umana dando viva rappresentazione di un'ideale spirito comune a tutti gli uomini; entrambi sono creati, entrambi si alimentano attraverso rapimenti, garantiscono piu' o meno l'immortalita' dei suoi abitanti e vengono controllati da una forza superumana, aliena o divina, che controlla e impone una lotta apparentemente futile. L'unica differenza sembrerebbe essere di carattere geografico: cosi', mentre il mondo del fiume si sviluppa orizzontalmente, il mondo a Torre di Babele ovviamente rispecchia l'andamento verticale del purgatorio dantesco. Farmer impiega le sue pagine migliori per descrivere combattimenti e lotte eccezionali, rappresentare vividamente mostruosità e fenomeni inspiegabili degni del più genuino e incontaminato sense of wonder: quella di Farmer e' speciale e squisita letteratura d'intrattenimento che si divora in un lampo, affascina e lega alle sensazionali trovate e invenzioni del suo autore solleticando allo stesso tempo con le sue citazioni ''dotte'' anche la curiosità e il bagaglio culturale del lettore. Il Mondo del Fabbricante di Universi ripercorre la storia umana dal primo livello dell'Eden cristiano incontaminato, sessualmente disinibito, narcististico e paradisiaco dove vivere eternamente belli e giovani, eternamente ignoranti e ubriachi sollazzandosi senza fine con i piaceri terreni; e' l'harem del Signore. Non a caso si intitola Fabbricante di Universi: una razza semidivina molto simile agli uomini ma profondamente diversi in virtu' della loro superiore tecnologia, ma resi nuovamente simili per i loro vizi e caratteri; cosi', immersi nel loro potere e annoiati, i Signori si creano universi privati dove fare Dio ed essere onnipotenti: il mondo giardino al primo livello della torre diventa quindi la riserva naturale del signore dove collezionare bellezze da ogni momento della storia umana. Col progredire su per il mondo i viaggiatori, protagonisti della vicenda, ripercorrono l'evoluzione umana passando dalle tribù indiane americane, ai signori feudali europei, fino a raggiungerne l'apice con il suo divino dominatore. La storia e' quella di un inseguimento e una vendetta: Robert Wolf e' il suo protagonista, un vecchio del nostro mondo, alla fine della sua vita che si scopre a desiderare e rimpiangere le cose non fatte, a cui viene data la possibilita' di entrare in un mondo pieno di avventura. Occasione immediatamente colta abbandonando il proprio passato, la moglie e tutto il resto, senza rimpianto (anche perche' al suo arrivo nel nuovo universo si trova nell'Eden al primo piano e Farmer lascia intendere quanta grazia non vada sprecata). L'eroe farmeriano e' coraggioso, edonista, smaniosamente curioso e spinto all'esplorazione: e' l'eroe omerico per eccellenza, l'Ulisse degli universi paralleli e del viaggio nel tempo le cui avventure non stancano mai. 
hellbly @ 20:44 | commenti (popup) | commenti
domenica, giugno 17, 2007 | in : animazione e videogiochi
Babel II - 2001 (episodi 1-13 serie completa): nel 2001 lo sconosciuto e poi scomparso studio Vega produsse un nuovo remake dell'immortale Babil Jr di Mitsuteru Yokoyama, una serie tanto brutta da essere quasi introvabile e irrintracciabile per internet. La trama e' la solita: un giovane studente giapponese scopre di essere l'erede del potere della Torre di Babele, di essere pieno di poteri psichici e di avere al proprio servizio un'utile pantera mutaforma, un grosso kaiju volante e un ancora piu' grosso super robot. Insieme combatteranno contro le forze delle tenebre per salvare l'umanita'. Questa serie e' inguardabile e riesce nella difficile impresa di pervertire uno dei personaggi più noti e classici dell'animazione nipponica: sceneggiata da un bambino di 5 anni dislessico e probabilmente ritardato, animata da incapaci pure evidentemente a corto di soldi, e' semplicemente uno dei peggiori cartoni animati che possa capitare di vedere.
hellbly @ 10:32 | commenti (popup) | commenti
sabato, giugno 16, 2007 | in : fumetti e libri
Green Arrow: sette anni e 75 numeri dopo la serie rilanciata da Kevin Smith, in quella che oggi possiamo vedere come una precursione all'abituale odierna tendenza a scrivere fumetti da parte di autori noti per altri media, giunge alla sua prevista conclusione. Non una chiusura dovuta a mancanza di seguito e vendite, piuttosto dovuta all'evoluzione apportata al personaggio e al suo seguito in questi anni di DCU, Crisis e OYL. Mai come in questi due ultimi anni il DCU e' divenuto un universo supereroistico strettamente interconnesso con il concetto di ''family'' tornato alla grandezza e importanza degli anni '50, con ognuno dei principali protagonisti affiancato da un seguito, una gallery di avversari e infiniti rapporti e congiunture con le altre family. In questi 75 numeri il personaggio di Oliver Queen e' stato rivisitato completamente: dal momento della sua rinascita per mano di Parallax/Hal Jordan in una versione quasi silver age, fino alla recente versione Sindaco maturo e serio successiva alla Crisis. Da Smith a Metzer fino a Winick: autori diversi tra loro ma accomunati da una visione del protagonista che ha mantenuto viva e crescente una linea narrativa mai venuta meno in tutta la serie. Green Arrow e' stata una delle costanti di qualita' DC piu' apprezzabili e fedeli, e sempre piu' intricatamente inserita nel suo universo: da Identity Crisis all'ultima pagina dell'ultimo albo. Oliver Queen non e' piu' sindaco di Star City, ma conclude il proprio mandato abbattendo il muro che aveva tagliato in due la città dopo la Crisis e finendo in pareggio con Deathstroke (tra l'altro, la lettura Winick di questo super villain e' la migliore da tempo, sicuramente piu' intensa di quanto vistosi sulle piu' recenti pagine dei Titans); e' anche l'eroe che ha rifiutato la partecipazione alla nuova JLA per lasciare campo libero nel gruppo, e liberare dagli Outsiders (in un gioco narrativo che nei prossimi mesi segnera' uno dei momenti jeek dell'estate per conto mio) il suo pupillo Arsenal oggi Red Arrow. Restano solo da collocare in un nuovo corso Connor Hawke, testato dall'editore con la mini di qualche tempo fa, e la nuova Speedy forse catalizzatore delle prossime tragedie nella family dopo l'attuale e piu' gioioso momento. Sempre in tema di legami con il DCU, e la JLA, restano ben intesi l'amicizia fraterna con l'Unico e Solo Green Lantern Hal Jordan e la proposta di matrimonio a Black Canary (attuale chairman della JLA) alla cui risposta concorreranno le due mini che dal mese prossimo erediterrano le vicende di Green Arrow: una dedicata a Black Canary dal momento della proposta fino alla sua risposta, l'altra ripercorrendo e aggiornando le origini di Oliver Queen in un atteso Year One. Con la promessa in futuro, saranno le vendite a decidere, di una possibile serie team-up Green Arrow - Black Canary.

Justice: altra serie a chiudere questo mese la mini in 12 numeri scritta e disegnata da Alex Ross e da alcuni dei suoi più ricorrenti lacche'. A dire il vero Justice non e' una serie che si legge: la trama e' un classico scontro Justice League vs Legion of Doom, ambientato in un momento di continuity spurio su cui nessun del corpo editoriale ha deciso di rilasciare dichiarazioni limitandosi a sospenderla tra elseworld non ufficiale e qualsiasi altra cosa: Justice non si legge perché, pur avendo una solidissima sceneggiatura e dialoghi ineccepibili, e' l'arta di Ross a farla da padrona. Non e' solo uno straordinario pittore, non e' neppure solamente un grandissimo narratore per immagini, e' soprattutto dotato di un formidabile talento per decidere come e dove mettersi all'opera. Justice e' come Kingodm Come: ogni tavola ci sono decine e decine di personaggi tutti interpretati personalmente eppure immediatamente riconoscibili, io vorrei sapere quanto siano grandi le tavole originali di Ross. Credo sia impossibile che abbiano le misure standard, i dettagli e la quantita' di azione in campo... devono essere doppie almeno. Infallibilmente Ross crea 12 numeri che si consegnano come la maggior opera visiva americana nei suoi mesi d'uscita, eppure probabilmente non vedremo Eisner o nomine qui: perché Ross dipinge sempre allo stesso modo, l'abilita e' quella di vendersi a piccolissime dosi. Se l'andamento prosegue lo vedremo presto con qualche editore indipendente e poi tornare alla Marvel, per poi tornare alla DC. Justice non si legge anche perché richiede una considerevole conoscenza del DCU, altrimenti si capisce poco e non si riconoscono i personaggi o capiscono tutti i riferimenti: monumentale e perfetta come sempre l'opera di Ross e' allo stesso tempo totalmente dedicata e profonda e apprezzabile per la sua pura bellezza estetica anche al grande pubblico lontano.

The Lone Ranger: l'editore indipendente Dynamite li sta inanellando come perline... che cosa? I successi inattesi. Doveva essere una mini di 6 episodi, e' diventata una serie regolare con tanto di edizioni speciali e seconde stampe delle sue prime uscite; doveva essere un'esplorazione timida per verificare se veramente, come sembrerebbe, il western a fumetti stia tornando un soggetto vendibile (tante serie in arrivo e persino quel tentativo fallito della Marvel che vedevamo all'inizio dell'anno). Scritta da Brett Matthews, collaboratore di Whedon in Angel e Firefly sia per le sceneggiature televisive che per i fumetti, e disegnata dal nostro Sergio Cariello (dovrei proprio fare un check e vedere quanti siano i disegnatori italiani attualmente in attivita' tra DC, Marvel e Indipendenti USA), the Lone Ranger prosegue la politica Dynamite di revival partita con Red Sonja, Army of Darkness, Highlander e via dicendo aggiungendo un tassello questa volta orientato verso un genere completamente altro rispetto alle suddette produzioni. I primi 6 numeri propongono l'origine del Ranger Solitario, l'incontro con Tonto, il cavallo, la maschera: la nascita del mito rivista e aggiornata alla sensibilita' moderna per quello che fu agli albori un modello, tanto per dirne una, di Tex. Difficile beccare male comprando materiale Dynamite, a parte Highlander che e' veramente brutta e certi collaterali di Battlestar Galactita, ma Lone Ranger fa la voce grossa e si impone, non a caso, come papabile migliore nuova serie del 2007. Hi Yo Silver!!  Una delle theme opening più famose al mondo.
hellbly @ 12:09 | commenti (popup) | commenti
lunedì, giugno 11, 2007 | in : fumetti e libri
After the Cape: il nuovo percorso editoriale dell'etichetta Shadowline dell'Image, avviatosi con fulgore e successo grazie alle prime due mini di Sam Noir, prosegue sulla stessa linea matura, sempre nel magico numero di tre albi, sempre in un bianco e nero visibilmente milleriano (anche se, in questo caso, eseguito in maniera piu' classica). Jim Valentino affida un nuovo progetto a due autori sconosciuti, Howard Wong e Marco Rudy, ottenendo un ottimo primo albo socialmente e narrativamente intenso con il protagonista Ethan Fall, ex-supereroe cacciato dal suo supergruppo a causa di un grave problema d'alcolismo, impegnato a fingere e mentire alla sua famiglia lasciando loro credere di vivere una vita normale con un lavoro e tutto il resto, mentre invece dedica i propri poteri alla criminalita'. Inevitabile che i suoi ex-compagni lo scoprano. Narrazione schietta e fluida, rappresentazione attenta: dal secondo albo pero' si riscontrano problemi di sceneggiatura e di gestione della storia, e una vistosa difficolta' a rendere le scene d'azione e lotta. Un buon progetto da supportare, ma niente di paragonabile a Sam Noir.

Occult Crime Taskforce
: dopo l'adattamento ufficiale di CSI per IDW (mi pare) e la Vampire Crime Unit della Vertigo, anche Image approda al mondo moderno del poliziesco proponendo la sua squadra speciale per i crimini sovrannaturali, e sbattendo in prima pagina e fedelmente riprodotta nelle sembianze della protagonista la frontman Rosario Dawson, fresca prostituta di Sin City. Addirittura la Dawson rientra nei credits come cocreatrice insieme al giornalista prestato ai fumetti David Atchison. Miniserie di lancio per un progetto già acquistato per il cinema e prevedibilmente di buone vendite. Il vero fulcro di successo della mini, pero', e' Tony Shasteen, lo squisito artista che si occupa di tavole e copertine, già visto in qualche prodotto Dark Horse e Marvel ma ancora relativamente sconosciuto. Si vede subito il suo passato da illustratore piu' adatto ad art-book e poster che a narrazioni sequenziali, qui si impegna molto ma sono certamente le pinup a riuscirgli meglio a discapito della fruizione del lettore.
Niente di significativo sulla storia, ci si limita a introdurre i personaggi e spiegare il funzionamento della squadra con relativo speciale equipaggiamento magico o antimagia: una buona premessa cinematografica ma di scarso peso fumettistico, un buon tentativo Image di introdursi nel mondo dei fumetti passati sul grande schermo.

Strangers in Paradise: 14 anni e 3 editori e mezzo dopo, la grande opera indipendente di Terry Moore giunge a conclusione con il suo novantesimo episodio lasciando una marea di fan isteriche e prossime a togliersi la vita né più né meno come le stesse parossistiche dimostrazioni di demenziale partecipazione riservate alle migliori sit-com televisive. Strangers in Paradise e', per molti versi, una delle più alte espressioni dell'arte sequenziale americana, uno dei migliori fumetti della storia, tra i meglio disegnati e sicuramente tra i meglio sceneggiati: raccontarne la trama e' pressocché inutile, troppi colpi di scena e troppe svolte telenovelistiche rendono arida e demoralizzante un mero elenco di eventi; si parla di amore nel senso più elevato e umano del termine: amicale, filiale, erotico, sensuale. Due amiche, altre amiche, un ragazzo. Alfiere involontario dell'omosessualità e opera culto per il morente stile metrosexual dove raffinatezza e contemporaneita' si sviluppano in un connubio di ricercatissima rappresentazione estetica e visiva mista a tematiche e soggetti di pura attualità sociale intervallati (i detrattori direbbero dilungati) a una curiosa e buffa, benché assolutamente drammatica, trama di spionaggio e malavita discordante ma in un modo che piace rispetto alla poeticità della narrazione, dei dialoghi, e alle anime nobili dei protagonisti. Terry Moore entrò con vigore nell'arena del fumetto indipendente in quel giro di fortunati anni quando il mercato aprì le sue porte a esperienze alternative al monopolio dualistico supereroistico, quando autori con idee scoprivano fondi insperati per renderle vere e vederle pubblicate. Più sorprendete constatare come Terry Moore sopravvisse a quella bolla che, prematuramente esplosa, si portò via nell'oblio del fallimento la maggior parte di questi tentativi di rivincita sul sistema chiuso editoriale americano: tentò inizialmente la via dell'autopubblicazione per poi arrendersi e passare sotto l'ala protettiva Image, venendone però presto a noia a causa dell'incipiente crisi economica della stessa e, forse, scoprendosi pronto e assistito da fan in tutto il mondo tornado e portando a termine la sua creatura nuovamente nella piu' completa e totale indipendenza. A eternare Stangers in Paradise e' l'eleganza del suo finale: quante volte veniamo a dire, parlare e constatare come la chiusura di una storia sia sempre il suo punto debole e di rottura, dove finisce per non sapere cosa dire e rovinarsi in una manciata di pirite; Moore riesce nella ripida impresa di terminare con la stessa legiadria del suo inizio, con un ottimismo raro e una solo accennata vena di autocompiacimento in quella citazione del titolo sul monologo finale, ripresosi pero' subito sull'ultima pagina di un'intima e memorabile vitalità e tranquillità acquisita che non lasciano scampo neppure al piu' incallito e cinico dei lettori a cedere a una soddisfazione personale per essere arrivati, salvi, alla fine di un'esperienza cosi' piena e tumultuosa come la lettura di un capolavoro del nostro tempo.
hellbly @ 22:08 | commenti (popup) | commenti
domenica, giugno 10, 2007 | in : cinema e tv
The Fountain: poco fa portavo fuori il cane e mi sono trovato a guardare disinteressato ma colpito una scena incongrua con l'ambiente urbano della mia quotidianità. Sugli scaloni dell'antica chiesa nei pressi della mia attuale abitazione una giovane ragazza in abiti fashion yppi, ipod ben in vista, auricolari inseriti e posizione del loto, occhi chiusi in quella che, a mio avviso, non poteva essere altro che una metropolitana richiesta d'attenzione mascherata da meditazione intraculturale e religiosamete trasversale. Poco prima mi ero guardato l'involontariamente comico film sui maya (un altro) diretto da quel signore che, a quel tempo, era accreditato per dirigere il Batman poi andato fortunatamente a Nolan: questo ''The Fountain'' e' il progetto che Aronofsky preferi' al Dark Knight. Il film ha vinto qualche premio canadese dedicato al conseguimento di originali temi d'espressività visiva, io l'ho trovato assai ridicolo. Tre linee narrative sceneggiate circolarmente secondo modalita' cosi' falsamente autoriali da far scuotere il capino anche a un affezionato giustificatore del manierismo come me: ai giorni d'oggi Hugh Jackman e' l'inconsolabile marito di una malata terminale con manie filosofiche e culturali maya, nel passato Hugh Jackman era un belloccio conquistador approdato in Nuova Spagna per spazzare via tutti i maya sul suo cammino e impossessarsi dell'Albero della Vita (il tutto, oserei dire, per un pelo di fica reale: per la serie piu' di un carro di buoi), nel (probabilmente) futuro, o comunque in uno spaziotempo spirituale aldila' della nostra odierna percezione della realta' Hugh Jackman e' un tatuatore con la passione per il tai-chi, una perversione erotica per gli alberi, e un certo gusto per il cosplay shaolin che svolazza in posizione del loto in giro per lo spazio sulla sua bolla astronave tipo Explorer. Il regista potra' anche imboccarmi a suon di vetrini da microscopio ingranditi a mo' di scenario digitale, ma se la sceneggiatura e' stupida, i dialoghi sono stupidi, il risultato e' un film stupido. Odioso: di quelli con l'omino onniscente che ti vende fumo per due ore, poi ti rivela l'arcano e tu rimani a chiederti ''tutto qui?''.  
hellbly @ 20:59 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
domenica, giugno 10, 2007 | in : cinema e tv
Apocalypto: si può andare sul sicuro. Film preceduto da polemiche, uguale cazzata per il noleggio: eccoci. Probabilmente ho visto la versione per bambini perché le scene ultraviolente e scioccanti, splatter, che mi aspettavo di vedere non si sono fatte trovare: qualche testa che rotola da lontano, e di conseguenza qualche corpo senza testa, un paio di coltellate: niente che Indiana Jones non ci avesse già mostrato nel Tempio Maledetto. Il film poi e' bene diretto, su questo non si discute: c'e' parecchia azione in stile rambo precolombiano, gente che corre in continuazione che neppure i black action alla Bad Boys, una quantità di virili ispanici che sembrano usciti dall'ultima parata dei centri sociali e l'ormai consolidata di messaggi equivoci legati alle produzioni Gibson. Tra questi quello ad avermi lasciato più perplesso e' una teorizzazione della civiltà come malvagia, dalla cadenza vagamente amish che ci mostra nella prima metà film circa il trasferimento dalla primitiva e unita comunita' della giungla, superstiziosa ma saggia, all'insensatezza feroce e spaventata dei templi di pietra e delle città dove si inganna il popolo in nome di ricchezza e benessere personale; allo stesso modo il viaggio al contrario risplende per la forza dinamica e invincibile dell'uomo naturale opposta alla crudeltà umana del maya civilizzato. Gibson rubacchia, nelle scene d'azioni fodestali, qualche idea al buon Raimi di Evil Dead mostrandoci di tanto in tanto uno Zampa di Giaguaro in situazioni non dissimili dal Bruce Campbell inseguito dai deaditi, con tanto di primissimo piano dell'occhio e rotazione della macchina.  Storia: un gruppetto di maya vivono felici in mezzo alla giungla, una mattina vengono attaccati da un gruppetto di incazzatissimi maya schiavisti che ammazzano e catturano chi non ammazzano; vengono trasportati a mayacity e qui sacrificati per placare un qualche dio incazzato e risollevarsi dalla siccità e dalle epidemie. Non credo di fare un grosso spoiler rivelando che il protagonista scamperà a questo destino, non per niente e' il protagonista, non lo si puo' mica ammazzare a meta' film: dopodiche' si battera' per tornare a casa sua, inseguito dagli schiavisti incazzati di prima. Perche' tornare a casa sua, chiederete, se sono tutti morti? Perche' lui e' il protagonista e, non per niente, era gia' sveglio prima dell'attacco e fece in tempo a nascondere moglie e figlio. Un altro messaggio ambiguo del film: tutti i maya sperano che piova, solo con la pioggia potranno sperare in un futuro; il protagonista e' l'unico a pregare affinche' non piova. A guardare il film e basta non si direbbe ma, leggendo i vari suggerimeti disseminati per il film, si puo' quasi accreditare quel interpretazione del finale che lo vorrebbe vedere in una rinnovata luce di propaganda cristiana, razzista e fetente. Il finale taglia le palle al film lasciando tutto incompiuto: in effetti non valeva neppure il noleggio.
hellbly @ 20:43 | commenti (popup) | commenti
giovedì, giugno 07, 2007 | in : animazione e videogiochi
Highlander - The Search for Vengeance: quale che sia la cosa a fare di un highlander un Highlander, e' certo che nel clan MacLeod ce ne sia parecchia; dopo Connor, dopo Duncan, ecco Colin MacLeod, Highlander. Prodotto per il mercato occidentale dall'hongkonghese società IMAGI, animato dalla giapponese Madhouse, scritto da David Abramowitz (sceneggiatore di tanta tv USA e non a caso della stimata serie tv di Highlander), questo film cavalca l'onda revival che ha donato al famoso brand un nuovo film dal vivo (sempre quest'anno e interpretato dall'Highlander televisivo: lo cercherò) e una serie a fumetti per uno dei maggiori editori indipendenti americani, la Dynamite. Soprattutto questo film ricompone la coppia straordinaria della pietra miliare dell'animazione mondiale Ninja Scroll, riportando insieme il regista Yoshiaki Kawajiri e il character designer Yutaka Minowa. Kawajiri e' sicuramente una delle personalità piu' influenti degli anni '90 giapponesi, il buon Minowa invece, dopo Ninja Scroll ha prestato la propria opera a poco e niente: giusto, per restare in genere, il film di qualche anno fa dedicato a Vampire Hunter D (ixb). I due pare siano impegnati a realizzare il seguito di Ninja Scroll, ma il progetto non ha ancora caratteri definiti né date, quindi resta sospeso in aria come la nuova serie di Farscape. Partiamo dalla fine: Kawajiri avrebbe dichiarato, parlando del cut americano di questo suo Highlander, di esserne fortemente deluso e di non ricoscerlo; probabilmente l'unica ragione di queste dichiarazioni sarà la pubblicità per una prossima edizione director's in uscita dvd. Possiamo comunque essere d'accordo con il maestro: Search for Vengeance non gli e' certo riuscito bene. Banalmente potremmo limitarci a definirlo ''troppo americano'': tanta colpa andrà alla sceneggiatura ma certo e' che il regista si sia lasciato trascinare da tanti stereotipi e abbia probabilmente prestato piu' attenzione al compenso che alla produzione. Innanzitutto la trama: Colin e' un highlander vissuto la prima volta un centinaio d'anni prima di Cristo, morto la prima volta per mano dell'immortale condottiero romano Marcus (a suo a volta poco prima ucciso dalla moglie di Colin, a sua volta poco dopo uccisa da Marcus redivivo), e da allora al suo inseguimento in nome della vendetta. Non che Marcus fugga, sia ben intenso: Marcus si fa gli affari suoi, poi arriva Colin, i due combattono, Marcus vince ma Colin riesce con qualche botta di culo a salvarsi. Questo copione si ripete, come vediamo nei classici flashback marchio di fabbrica della serie, per migliaia di anni: la linea temporale principale e' infatti situata nel 2200 e qualcosa, a New York dove Marcus ha costruito la sua Crose del Sud modello Hokuto no Ken sorretto da un chiaro programma mentale, costruire la città perfetta, ricostruire Roma. C'era una volta un'idea che era Roma, o qualcosa del genere diceva il buon Gladiatore, e Marcus ripete il tutto fedelmente. Se Marcus e' il Gladiatore, allora Colin e' Rambo: e non tanto per la fascia rossa intorno alla fronte, o per la pettinatura alla Stallone, o per i pantaloni militari. Anzi si', proprio per questo. Nel mezzo Kawajiri riesce anche a inserire qualche scena in bullet time e persino una scena di sesso a dir poco cinematografica che sembra rubata dal manuale per la realizzazione di scene di sesso nei film americani precedenti a Basic Instinct. Tornando alla trama: Marcus e' nella sua reggia New Yorkese e, come ogni bravo pazzo dittatore, affamo e mortifica il popolo. Colin arriva e, pur non volendolo essere non puo' fare a meno di diventare l'eroe che e' sempre stato, si mette alla loro testa verso la vittoria. L'animazione e' Madhouse, quindi molto buona anche se non cosi' buona: qualche deformazione, qualche stonatura nelle espressioni facciali, qualche indecisione (o risparmio) nelle scene d'intermezzo tra i combattimenti. Un altro aspetto fastidioso e' l'autocitazionismo basato su Ninja Scroll: dalla katana di Colin (come ogni MacLeod che si rispetti anche lui e' stato in Giappone a comprare spade), alla tecnica di spada di Colin (come quella di Jubei), alle brettelle di Marcus (uguali a quelle di Genma, il cattivo di Ninja Scroll), al personaggio femminile principale. Si guarda bene ma e' uno stupido film americano fatto dal solito orientale.
hellbly @ 22:32 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, giugno 06, 2007 | in : animazione e videogiochi
Afro Samurai (episodi 1-5 serie completa): senza andare a riprendere tutta la storia dell’animazione giapponese in america rivediamo un momento l’ultimo anno e mezzo circa (animamericani, cartoon network). Un grande successo, punto. Tanto da dar il via a una serie di progetti coproduttivi di vario spessore e impegno: da qualche parte si e’ perso nel buio il film di Aphrodite XIII che avrebbe visto insieme Top Cow e (probabilmente) lo Studio Gonzo, allo stesso tempo e’ invece iniziato e finito con discreta visibilità la serie in 24 episodi dello Studio Gonzo dedicata a Witchblade, sempre Top Cow. Allo stesso tempo il canale televisivo alternativo americano Spike TV trasmise i 5 episodi della serie Afro Samurai, sempre Studio Gonzo, di cui parliamo adesso. Nel frattempo e’ prossimo all’uscita in dvd, e quindi ne parleremo a breve, l’attesissimo (da me) film d’animazione realizzato da Madhouse (insieme con lo studio hongkonghese IMAGI, autore del film in cg sulle Teenage Mutants Ninja Turtles, di cui parleremo a breve essendo anche questo in uscita dvd prossima) con protagonista (un) Highlander. A questo complesso periodo segue un semplice commento su Afro Samurai: mediocre. Al primo episodio, ben animato e caratterizzato, sono seguiti i restanti 4 in caduta verticale: sia tecnica, sia narrativa; lo staff non comprende nomi noti ma andiamo con ordine. Siamo in un Giappone alternativo futuro tra lo sci-fi e il western dove vivono, in mezzo alla gente normale, tanti guerrieri: questi guerrieri sono ordinatamente ordinati in tre classi. I guerrieri normali, il guerriero numero 2 e il guerriero numero 1. Il guerriero numero 1 e’ il piu’ forte della Terra, puo’ fare tutto quello che vuole e puo’ essere sfidato solo dal guerriero numero 2: il guerriero numero 2 puo’ essere sfidato da chiunque e, anzi, tutti possono diventarlo. Chi riesce a diventarlo puo’ quindi, di diritto, sfidare numero 1. Afro Samurai Jr., il nostro protagonista, e’ il figlio di Afro Samurai Sr. che era il numero 1 prima che il diabolico cowboy Justice lo freddasse, ed e’ l’attuale numero 2. Se fosse stato disegnato e animato bene avremmo avuto un'ottima premessa per combattimenti in grande stile, non essendolo, tutti i combattimenti che si susseguono risultano via via sempre peggiori e meno interessanti: la serie e' stata trasmessa parallelamente sia negli USA che in Giappone ma, per forza di cose, la versione americana e' quella piu' interessante. Non fosse altro per gli altisonanti nomi assoldati per il doppiaggio: Samuel L. Jackson, soprannominato ''la puttana del cool a tutti i costi'', e il buon Ron Pearlman nella particina del malvagio. La carriera di Jackson, a mia modesta opinione, si divide in due blocchi: quella ''nero e' bello'' da Die Hard 3 a Shaft (gli esordi impegnati non mi interessano), e quella culminata con Snakes on a Plane, anche detta la fase ''hai rotto il cazzo''. Afro Samurai finisce in quest'ultima: non vale la pena ascoltarlo, ne' per il tono ne' tanto meno per i dialoghi al limite dell'idiozia. Colonna sonora di RZA (uno del Wu-Tang) del tutto inconsistente. Afro Samurai non e' un'idea originale, ne' in senso lato ne' di fatto: si tratta della trasposizione di un manga amatoriale. Una caratteristica centrale del Jackson ''hai rotto il cazzo'', qui anche in veste di coproduttore, e' la multimedialita': infatti sarebbero nell'aria un videogioco e un film dal vivo. Mi auguro non vedano mai la luce.

hellbly @ 20:11 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
martedì, giugno 05, 2007 | in : animazione e videogiochi
Paprika: l'ultimo parto di Satoshi Kon e' il mio preferito a oggi, forse perché e' il primo concepito per il trasporto internazionale, o forse perché presenta una quantità d'azione a stemperare le a volte soffocanti atmosfere parapsicologiche dell'autore, o piu' semplicemente la nuova direzione intrapresa a partire da Paranoia Agent incontra maggiormente il mio gusto. Paprika e' un film semplice, complesso solo superficialmente, dotato di spessori totalmente piu' lievi rispetto alle grandi produzioni sociali di Millenium Actress o Tokyo Godfathers: il futuro della psicologia e' un'interfaccia neurale che consenta al medico di immergersi nella mente del paziente per condividerne insieme la viva memoria piuttosto che limitarsi al solo ricordo verbale. Data l'ovvieta' del paragone Kon sfrutta palesemente la prossimita' di questo concetto alla piu' classica connessione internet di matrice cyberpunk, appoggiandosi anche senza troppo pudore a quel mediocre film che fu The Cell, per non parlare dell'originale Aeon Flux e di tutti i predecessori del Viaggiatore dei Sogni, fino a Lovecraft e al Sandman. Filo tematico della sceneggiatura e', senza troppa originalita' e sicuramente punto debole di tutta la narrazione, il dubbio confine tra realta' e sogno: in questo senso difficile aggiungere qualcosa che non sia già stato detto da Freddy Krueger, e conseguentemente per tutto il film ci si attende prevedibilmente accontentati di veder languire le leggi della fisica continuamente soverchiate dall'intraprendenza del mondo dei sogni, o piuttosto dalla costante e sempre ansiogena difficolta' per la coscienza a distinguere tra veglia e sonno. Inevitabili le scene con i personaggi che pensano di essersi svegliati e invece. Un cast di protagonisti molto ristretto: due scienziati, una donna doppia, un poliziotto; diventa immediatamente chiaro come, piuttosto che puntare alla novità a tutti i costi, l'interesse di Kon si sia diretto alla qualita' della rappresentazione. Madhouse produce animazione di altissimo livello, senza sbavature, nitida, colori intensi, fluida e dettagliata con la sempre piu' apprezzabile cura per la muscolatura espressiva dei volti umani con punte di assoluta grandezza nella resa emotiva del personaggio di Paprika e in alcune scene particolarmente riuscite con il poliziotto. Fuga dalla realta', inibizioni e megalomania formano il gruppo psicologico votato a soggetto di questo suo ultimo lavoro: Kon tratta la materia con perizia ma sfociando in una serie di conclusioni desolanti per semplicismo e mancanza di approfondimento; per contro la genialita' visiva del regista raggiunge il suo apice completamente liberata dai confini della normalita' per esplodere in rutilanti sequenze di giochi estetici e trasformazioni, e pindarici deliri visivi e folkloristici basandosi su assiomi culturali fondati sulla base comune di un popolo che dovrebbe, in qualche modo, garantire la comprensibilita' di simboli e situazioni aldila' dei confini individuali. Diciamo che abbassando il proprio standard in favore di una maggiore visibilita' Kon ha stabilito un ottimale misura tra intrattenimento e poetica stabilendo al contempo il suo prodotto piu' divertente e piacevole e il meno significativo.
hellbly @ 23:51 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
domenica, giugno 03, 2007 | in : cinema e tv
Noriko's Dinner Table: qualche anno dopo aver segnato la recente storia cinematografica giapponese Sion Sono torna sulle piste del Suicide Club scrivendo e dirigendo una side story che va a raccontare eventi connessi, successi prima, durante e dopo l'originale. Non esattamente un seguito, e neppure un prequel. Al centro della narrazione la disfunzionale famiglia nipponica fondata sull'incomunicabilita' e la solitudine individuale resa ancora piu' feroce e insopportabile dalla fittizia vicinanza di genitori, fratelli e sorelle. Parallelamente il mondo digitale delle community di internet dove interpretare l'alterego desiderato e incontrare persone amiche e consimili. Lo scatenante del film e' il momento quando Noriko, disillusa e sempre piu' dissociata dalla realta', finisce per convincersi a volter realizzare le sue fantasie telematiche sostituendole alla propria vita: riportando fuori dal computer il nickname e le conoscenze. Cosi' Noriko scappa di casa e va a cercare l'amministratrice del suo preferito forum online, finendo per lasciarsi coinvolgere in un gioco di interpretazioni e recitazione, un'organizzazione andata oltre il cosplay e le call girls, bensì costruita per fornire famigliari a persone sole. Chiamare il numero giusto, cliccare il link giusto e ricevere a casa una moglie e un paio di figlie devote: prezzo modico per colmare la solitudine. Come sempre in questi casi l'artificio narrativo rivela porzioni della malattia sociale del nuovo millennio che colpiscono per l'internazionalita' della questione: perche' aldila' della finzione rimane costante un richiamo alla posizione della famiglia nel tessuto sociale che e' argomento di controversa e ambigua discettazione ovunque nel mondo. Materia interessante, argomentata con cura nel corso del film ma viziata da un contorto manierismo e l'inutile, benche' gradita, surreale virata iperviolenta prima della conclusione. Noriko scappa di casa, seguita qualche tempo dopo dalla sorella: a quel punto il padre comincia a interrogarsi sulla vita, l'universo e tutto il resto. Cambiato decide di seguirle e ritrovarle. L'idea del gioco delle parti alla ricerca di un archetipa vita famigliare che soddisfi e conforti seduce un lato insicuro della personalita' di chiunque: il soggetto sicuramente affonda con puntualita' riuscendo ad accapparrarsi punti di vista sufficienti a colmare il gap generazionale e farsi visibile a una fascia di pubblico trasversale, senza pero' cancellare la sostanza di essere un film mediocre. Elemento ricorrente fin dal titolo e tormentone temuto ricordato universalmente e' il tavolo da pranzo: il momento del pranzo/cena con la famiglia, un contorcersi di conversazione odiosa e cercata allo stesso tempo, di domande indesiderate e richiesta d'attenzione; la catarsi prefinale della sceneggiatura e' banale e perde gli ultimi colpi di un ritmo mancato andando a gettare alle ortiche gli ultimi scampoli di film sorretti dalla forza del soggetto.  Il tema disturba, il film annoia.
hellbly @ 20:47 | commenti (popup) | commenti
domenica, giugno 03, 2007 | in : cinema e tv
Meatball Machine: remake del 2005 dell'omonimo cortometraggio del 1999, codiretto da Junichi Yamamoto, già autore dell'originale, insieme al sempre attesissimo Yudai Yamaguchi (Battlefield Baseball, Cromartie High School). La storia e' semplicemente meravigliosa: piccoli alieni malvagi atterrano sulla Terra decisi a sterminarsi tra di loro, per farlo si introducono come parassiti nei corpi di inermi esseri umani trasformandoli in cyber-robot-organici da combattimento. Mi spiego meglio: immaginatevi la fase uno dei piu' famosi Aliens Gigercinematografici, i bagagli tentacolari che vi sbattono la proboscide in bocca iniettandovi il piccolo alieno pronto a farvi un simpatico chest breaker dall'interno, rendeteli meno organici e un po' biomeccanici. Fatto. Una volta penetrati dall'alieno, questo si mette subito in attivita' modificando con la sua portentosa tecnologia aliena gli organi e le frattaglie umane in... altro. Si costruisce un simpatico cockpit tumorale esterno con tanto di comandi superobotici in connessione con l'umano invaso che, nel frattempo, si vede trasformare arti, occhi e corpo in armi. In sintesi e' come Tetsuo ma con in piu' l'alieno-pilota. I robot umani vengono guidati in giro alla ricerca di avversari con cui scontrarsi in una battaglia senza fine. Una coppia di amanti finisce vittima dei terribili alieni: lei viene trasformata per prima, lui, in qualche modo, riesce a sottrarsi al controllo alieno (ma non alla trasformazione) mantenendo la propria coscienza. Splatterpunk nipponico fantascientifico da sganasciarsi per l'assolutamente volontario e parodistico umorismo dei piccoli pupazzini alieni nelle loro cabine di pilotaggio membranose e fetali che si agitano pilotando i grossi robotumani con pugni a razzo, cannoni, spade e quant'altro. Che gioia vedere film assurdi e corposi come questo: divertimento, sanguinacci, e pupazzini. Difficilmente si potrebbe sperare di piu'.
hellbly @ 01:51 | commenti (2)(popup) | commenti (2)