venerdì, luglio 27, 2007 | in : cinema e tv
TMNT: lo ammetto, mi sono avvicinato a questo film con grande spocchia. E' vero: anni fa guardavo il cartone animato, compravo i giocattoli e ancora oggi mi vanto senza vergogna di aver visto i film dal vivo appena usciti; la spocchia prende origine da altro: leggo i fumetti originali della Mirage da taaaaanto tempo. Quindi mi guardo intorno e vedo persone immaginarie andare a vedere il film e, parlandomi addosso da solo, rimprovero loro l'ignoranza di non conoscere i veri personaggi e non quelli delle versioni popolari. Un passo indietro: quarto film ufficiale delle Tartarughe Ninja, il primo da più di dieci anni, e diretto seguito dei precedenti. Primo film del brand realizzato interamente in CG dall'emergente studio hongkonghese già co-autore (sempre quest'anno) del film d'animazione di Highlander (ixb), Imagi Animation Studio, che l'anno prossimo programma di stupirci con il nuovo re-revival dei Gathaman (e quello dopo ancora con Astro Boy). Scritto e diretto da Kevin Munroe al suo esordio come leader in un progetto di prima importanza dopo una gavetta d'una decina d'anni tra vari studi d'animazione: la sceneggiatura si basa su un'interpretazione delle Turtles a mezza via tra quella piu' nota e popolare e quella originale del fumetto, abbiamo quindi la mancanza della delirante stupidita' della prima serie animata e dall'altro lato una certa cospicua dose di tematiche e rappresentazioni più mature: senza però sfociare nella violenza urbana vera e propria che ha da sempre caratterizzato la versione piu' pura dei personaggi: Munroe ha realizzato una buona via di mezzo per accontentare sia gli estimatori sia il pubblico mainstream. Scontentando probabilmente i piu' integerrimi tra i primi e i meno interessati tra i secondi. La trama e' piuttosto semplice: all'inizio troviamo le 4 tartarughe allo sbando dopo l'abbandono a scopo d'allenamento di Leonardo, contemporaneamente ci viene raccontata la classica leggenda delle stelle in allineamento prossime ad allinearsi nuovamente portando distruzione e mostri; i dialoghi sono validi e rendono bene la caratterizzazione dei personaggi, specialmente per i protagonisti (Leonardo e Raffaello) lasciando però necessariamente indietro e appena abbozzati gli altri: da questo punto di vista la sceneggiatura si e' dimostrata eccessiva nei numeri, troppi personaggi da gestire e situazioni da sviluppare in uno spazio troppo esiguo. I doppiatori al solito offrono una performance molto professionale grazie anche al carisma di certe voci note nei ruoli secondari: basti citare Chris Evans, Sarah Gellar, il grande Mako, Patrick Stewart, Laurence Fishburn, Zhang Ziyi. Dopo aver visto la prova non propriamente ammirevole di Imagi e Madhouse insieme nel film di Highlander sono molto contento di trovare invece qui un'ottima realizzazione con movimenti molto fluidi, textures dettagliate, moviementi di macchina particolarmente incisivi e adatti a riprendere gli scontri ispirati da eccellenti coreografie, seppure non brillanti per originalità (e in questo senso neppure i personaggi originali sviluppati per il film mostrano grande carisma o creatività) risultano tutti incisivi e belli a guardarsi. Per la colorazione sono stati scelti toni molto vicini alle tinte scure del bianco e nero originale, aggiungendo cosi' una venatura oscura anche e immediatamente riscontrabile su schermo: davvero un bel progetto seguito con cura in ogni sua parte e adeguatamente bilanciato a dimostrare la tecnica dello studio, per qualcosa di originale ci sarà tempo a venire.
hellbly @ 23:50 | commenti (popup) | commenti
venerdì, luglio 27, 2007 | in : animazione e videogiochi
Skull-Man (episodi 1-13 serie completa): non me l'aspettavo ma questa volta lo Studio Bones ha messo in piedi veramente un'operazione da poco e di scarso valore caratterizzata da animazione carente, character design mediocre e convenzionale, storia inutilmente complicata, dialoghi e personaggi di una banalità sconvolgente. Nonostante il soggetto di grande interesse incentrato su uno dei primi grandi eroi dei tokusatsu e nonostante il simpatico prequel live action, la serie vera e propria ha dimostrato vuotezza, totale mancanza di profondità di pari passo alla pochezza quantitativa e qualitativa delle scene d'azione.

Genesis Surviver Gaiarth
: già che siamo in tema di schifezze cito al volo questi OAV del 1992 fansubbati dalla noia di qualche volenteroso in vacanza; tipico prodotto di quegli anni con il crollo dell'affinità tra autori giapponesi e fantascienza, e l'inizio della spirale discendente che avvilupperà da allora la maggior parte dei prodotti realizzati direttamente per l'home video. In un mondo futuro post apocalisse tra civiltà arretrata e vestigia di un futuro dimenticato, tra robot e spade laser.. bah. Niente, e' una schifezza.

The Humanoid: si', anche negli anni '80 a voler guardare bene di vaccate fantascientifche se ne trovavano eccome; qualche altro fansubber annoiato ci regala un porcile del 1986 con una donna robot e una trama inesistente. Giusto per dovere di cronaca.
hellbly @ 20:33 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, luglio 25, 2007 | in : fumetti e libri

Checkout: dopo il crossover JLA-JSA-LoSH le cui conseguenze sono state la chiusura della nuova serie di Flash e la riapertura di quella vecchia, si è concluso anche il crossover tra i nuovi Outsiders di Nightwing e il nuovo Checkmate ‘’guidato’’ da una vecchia amichetta di Batman. Non a caso la storyline gestita in combo da Rucka e Winick (inutile dire quali parti siano state scritte meglio) vede proprio l’interessamento risolutivo del Cavaliere Oscuro, a cui seguirà nei prossimi mesi la chiusura della testata Outsiders (con il numero 50) e il rilancio autunnale della vecchia gloria Batman and the Outsiders. Il gioco di specchi e’ il nuovo trend editoriale americano: basti pensare ad Amazon Attack-World War Hulk e Sinestro Corps-Annihilation Conquest. Il connubio tra i due gruppi e’ interessante: l’agenzia di superspie e il gruppo di supereroi illegali giocano a sbandarsi approfittando dei considerevoli conflitti interni e le divisioni ideologiche tra i membri; gli autori se la cavano sviluppando dinamiche interessanti tra ex-supereroi: il nesso e’ infatti poi la perdita dell’innocenza da silver age per un approccio professionistico o necessario ai problemi del mondo con superpoteri. La trama si svolge senza grosse sorprese seguendo i moduli classici degli incontri tra gruppi con divisioni e scambi: l’elemento più intrigante e’ la componente cinese. Come durante la seconda guerra mondiale o la guerra fredda, ancora una volta la DC sceglie di schierarsi (seppur con una più dignitosa imparzialità) e affrontare la realtà del mondo e la percezione popolare dello straniero nelle proprie storie: i 10 eroi del popolo sono notevoli, difficilissimi da gestire senza sollevare vespai ma certo comportano un raro grado di serietà e onestà artistica nella pubblicazione di fumetti.

 

Shazam! Monster Society of Evil: nel gioco di specchi tra i due grandi editori non e’ mancato neppure il duello a distanza tra due miniserie autoriali in senso lato. Contro la Dark Tower della Marvel (comunque comprensibile all’interno del progetto Marvel Illustrated), la DC ha schierato una storia delle origini di Captain Marvel scritta e disegnata dal sublime Jeff Smith di Bone. Non e’ stato il miglior fumetto dell’anno, come lo si poteva attendere, ma si e’ dimostrata una buona storia: disegnata splendidamente ma dove l’autore sia caduto, o abbia scelto, di rinunciare al suo invidiabile humor per affrontare la storia con un approccio di semplice realismo solo parzialmente mediato da contenuti e temi infantili. L’opera di Smith e’ per tutta la famiglia ed esula facilmente dal DCU proponendo una narrazione priva di riferimento di continuità e strettamente abbracciata alla gioiosa ingenuità del bambino con l’aspetto di adulto nella sua caratterizzazione più genuina. E’ limpida, e’ gradevole: e’ un tipo di lettura propria di uno degli autori più amati del settore; un’opera originale e unica da ricordare seppur troppo leggera e delicata per scolpirsi.

 

Empowered: parliamo adesso di Dark Horse e di un serio candidato a migliore pubblicazione del 2007. La nuova opera di Adam Warren, l’autore mangaamericano più famoso, celebre… anzi: l’unico autore mangaamericano che sia giustamente famoso, celebre e acclamato. Warren ha già scritto di supereroi, Gen13 e’ sicuramente la sua operazione in questo campo che sia più nota: personalmente amo la storia alternativa dei Titans (Rock, Paper, Scissors); oggettivamente le sue opere più famose sono però tutte le storie delle originariamente giapponesi Dirty Pair. L’origine della serie Empowered e’ particolare: Warren iniziò con alcune tavole, a mezza via tra la pin up e la striscia, che faceva circolare attraverso il sui circuito internet; poi l’accordo con Dark Horse per la pubblicazione di un primo TP contenente tutto il materiale già prodotto e altro realizzato appositamente, con un opzione per un secondo volume già confermata dall’editore all’alba delle ottime vendite e con un terzo promesso per un periodo imprecisato del prossimo anno. Detto con parole sue Warren descrive questo suo lavoro come una commedia supereroistica sexy: la protagonista e’ Empowered, bella bionda con il fondoschiena un po’ abbondante e detentrice di un potente costume capace di moltiplicare la sua forza, proteggerla e di emettere di raggi. Questo costume è però molto fragile, si rompe come niente: e una volta rotto perde tutti i suoi poteri (si rigenera con il tempo); inoltre sotto e sopra il costume non e’ possibile indossare altro, pena il non funzionamento dello stesso. Empowered e’ quindi molto spesso eroicamente semi nuda. Un fidanzato thug, un’amica ninja, colleghi supereroi STD, supercattivi e tutto quanto il necessario: comprese esaltanti citazioni umoristiche (anche da grandi classici kirbyani). Adam Warren segna il punto più alto della sua carriera, sia come disegnatore sia come scrittore: l’intero albo e’ completamente realizzato a ‘’matita’’, niente chine. Una rarità e un ruggito da leone per la sua straordinaria arte: comica, erotica, sexy, mai volgare. Il fulcro sono però situazioni e testi: tante volte abbiamo letto di vite normali di supereroi tra conti da pagare e problemi domestici, qui troviamo il tutto sotto una squisita e freschissima chiave da sit-com che esalta lo stile del suo autore. Empowered oggi e’ come Invincible ai suoi esordi mescolato al meglio dell’esperienza Wildstorm, una forte innovazione sfruttando e interpretando un crossover di media e temi. Salvo canonici ritardi a settembre potremmo trovare il secondo volume.

hellbly @ 15:07 | commenti (popup) | commenti
domenica, luglio 22, 2007 | in : fumetti e libri
Sette Pezzi d'America: dalla piccola casa editrice nostrana Minimum Fax una raccolta di 7 storiche inchieste giornalistiche americane, dagli anni '70 a oggi alcune delle storie che più hanno scosso l'opinione pubblica americana e, di conseguenza, hanno trovato eco internazionale. Tutte premiate con il pulitzer sono qui raccolte e proposte per la prima volta in traduzione italiana: attraverso le pagine di prestigiosi quotidiani USA un prezioso aggiornameto di storia contemporanea che non manca di gettare altro fango sullo squallore della stampa italiana. 1) Si parte con il prototipo del potere dei giornali, il più significativo, noto, riprodotto evento della storia mediatica mondiale: lo scandalo Watergate; molto lontano nel tempo, già visto nei film, sempre citato: ecco la vera storia. 2) Scientology: seguiamo gli inizi della religione burla fondata da Hubbard tra complotti amatoriali e demenza, quando Xenu non stringeva ancora il suo pugno di ferro intorno a Hollywood. 3) L'esplosione del Challenger e la fine del sogno spaziale americano: nuovamente la stampa contro il governo e ancora una volta sono tante le teste amministrative a cadere d'avanti al palesamento dell'incompetenza e dell'avidità. 4) Il Plutonio e gli esperimenti condotti dal governo USA su cavie umane inconsapevoli. 5) Le Sigarette e la rivolta dei consumatori contro le società del Tabacco tra bugie e processi. 6) I Preti Pedofili. Ancora scandali religiosi ma questa volta contro la più oppressiva potenza mondiale: la chiesa romana; non a caso la mia storia preferita: ne abbiamo sentito parlare anche qui, ma leggere gli articoli con i racconti mai fatti arrivare in Italia e' impressionante sul potere omertoso che il Pope esercita sulle nostre vite. 7) Vietnam: questa invece mi e' risultata la meno intrigante. Sarà che sono decenni che i cineasti americani ci raccontano delle violenze inflitte dai soldati ai poveri civili indifesi vietnamiti, leggerne le conferme sui giornali non aggiunge più di tanto.
Ieri e' uscito il settimo Harry Potter, diciamo solo che c'e' altro da leggere al mondo.
hellbly @ 11:29 | commenti (popup) | commenti
domenica, luglio 22, 2007 | in : cinema e tv
Il Cane Giallo della Mongolia: il dvd italiano non possiede l'audio originale. Detto questo ho dovuto quindi guardare il film con uno squisito sottofondo di italico doppiaggio fatto da cani. Documentario travestito da film dove la macchina da presa segue, tra attività reali e pacchiane finzioni narrative, la vita di una famiglia nomade nella moderna Mongolia tra motociclette, carri e buoi, mulini a vento per l'elettricità, candele, e l'archetipa lotta tra tradizione e progresso con gli altipiani e i pascoli abbandonati per le luci della città. Spazi sterminati e verdi, e vuoti: le pecore, i lupi, i figli; più che a una storia sembra di assistere a una lunga clip della proloco mongola. L'elemento del piccolo cane e' introdotto giusto per movimentare una scena dove comunque non accade nulla: il cane lo teniamo sì, il cane lo teniamo no. E' una noia micidiale: interessante culturalmente per l'esotica ambientazione; ma con il cane così poco su schermo resta troppo spazio per gli insopportabili bambini: e giusto il lampo completamente gratuito della favoletta inserita solo a mo' di giustificazione per il titolo. Coproduzione germania-mongolia.
hellbly @ 11:10 | commenti (popup) | commenti
sabato, luglio 21, 2007 | in : cinema e tv
The Host: il 2006 coreano e' stato segnato dalla terza opera di Bong Joon-ho, già autore del simpatico Barking dogs never bite e del più intrigante Memories of Murder (ixb entrambi), film molto più ambizioso dei precedenti, prodotto con un alto budget e totalizzatore del più alto record d'incassi nella storia del cinema sud coreano. E' un film di mostri, nel senso kaiju del termine ma con tante differenze. Nettamente diviso in due parti, nella prima metà sono concentrati elementi comici e d'azione che potrebbero rassomigliare a tante produzioni simili produzioni americane: quel genere di film ben realizzati girati intorno a un soggetto di puro intrattenimento. Una famiglia disastrata gestisce un chiosco in riva al fiume Han, un giorno dal fiume emerge un pescione mutante grosso come un camion e piuttosto affamato che rapisce la figlioletta e scatena una reazione sconsiderata e spropositata da parte del governo locale. Nella seconda parte gli stessi elementi buffi della prima divengono improvvisamente drammatici, pressanti e tragici: implicazioni politiche e ideologiche trasformano il film in una pellicola tacciata di sentimenti antiamericani a causa della parodia dell'agente giallo, del coinvolgimento di personalità straniere e in generale per il comportamento delle autorità che decidono di mascherare la presenza del mostro con una finta storia alla virus letale con tanto di perseguitazione degli innocenti. Aldila' di queste connotazioni sociali il film vira sulla tragedia per lo svolgersi della vicenda della famiglia. Il regista sceglie una via apparentemente tipica mostrando l'affiatamento rinnovato dal pericolo tra i consanguinei, deviandola immediatamente verso una complessa struttura di azioni separate che convergono verso lo stesso obiettivo senza però sincronizzarsi e decretando alla fine l'inevitabile conclusione. Molto lontana da quella che si sarebbe adottata in un film americano. Il film si commenta da solo: e' un film di mostri diretto da un regista emergente con una forte caratterizzazione autoriale tale da rassomigliare a quelle fortunate escursioni nel cinema di genere di registi con le palle che hanno segnato la storia culturale del media. Allo stesso modo l'animazione di serie B del mostro vizia irrimediabilmente il successo internazionale del progetto, oltre all'insistenza del regista sugli aspetti grotteschi della vicenda che in un qualche modo tradiscono un'immaturita' o un'esagerata autocompiacenza espressiva.
hellbly @ 17:47 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
lunedì, luglio 16, 2007 | in : animazione e videogiochi
Kotetsushin Jeeg (episodi 1-13 serie completa): le immagini promozionali si sono fortunatamente rivelate svianti rispetto al prodotto finito; alla fine il seguito alternativo all'originale serie nagaiana si e' dimostrato un bel prodotto super robotico di quelli che mi fanno pensare ''vedo già il super robot war'': il massimo del complimento secondo i miei standard. 50 anni prima Hiroshi Shiba e la Regina Himika combatterono la battaglia decisiva che costò al Giappone la penisola del Kyushu, avvolta da allora da un'impenetrabile nebbia: dopo 50 anni di relativa pace Himika si risveglia e toccherà a un nuovo Jeeg combatterla. Il meglio della serie dipende dall'uso dei personaggi classici: un'invecchiata Miwa e' la nuova comandante della Build Base, il padre di Hiroshi e' sempre lo scienziato pazzo di turno (in carne e ossa però), e...... Hiroshi....... non faccio un grosso spoiler visto che lo si vede chiaramente, benché in ombra, nell'opening. Anche Hiroshi avrà la sua parte dando al cartone quella spinta conclusiva degna di farne un'apprezzabile seguito anche per i vecchi amatori. Alla regia ritroviamo Jun Kawagoe, già regista di tutti gli ultimi 3 Getter e di una fortunata serie dei Transformers, sinonimo quindi di grande hot blooded action e già firmatario di piaciute rivisitazioni del mito; all'animazione ritroviamo Akira Kikuchi, fedele spalla di Kawagoe. Il mecha del nuovo Jeeg e' invece opera di Hiroshi Ogawa, esperto artista del settore che ci regala una leggera e umile variazione sul tema originale: niente di sfrontato. A parte..... ''vedo già il super robot war''. Diciamo che il nuovo Jeeg non tradisce uno dei punti cardine delle serie super robotiche: il potenziamento.
Una buona serie con tanta azione e alcuni momenti di nostalgica grandezza accompagnati alle comparsate dei vecchi eroi, peccato che lo studio Actas produttore del tutto sia riuscito nonostante la cortissima programmazione a farsi scappare 4, 5 episodi di visibilmente inferiore resa tecnica capaci di offendere gli occhi anche del piu' benevolo spettatore: peccato soprattutto che anche l'ultimo episodio soffra di una resa non ottimale. Ma in questo senso allora si sarebbe potuto spuntare un po' piu' di impegno anche in sceneggiatura e nella caratterizzazione dei personaggi: in ogni caso, nella baraonda dei remake, Kotetsushin Jeeg si piazza senza rimorsi tra i promossi.
hellbly @ 22:01 | commenti (popup) | commenti
domenica, luglio 15, 2007 | in : cinema e tv
Music and Lyrics: bisognerebbe erigergli un monumento a Hugh Grant, attore capace di rivoluzionare il concetto di professionalità nella sua occupazione ed eroe senza paragoni in epoca moderna del cinema americano e della commedia romantica. Il giorno che, guardandosi allo specchio, Hugh Grant decise di smetterla con i tentativi di farsi una carriera a tutto tondo: quello fu il giorno in cui divenne un vero attore. A 47 anni suonati riesce nell'impressionante impresa di peformare interpretazioni inimitabilmente ambigue dove il confine tra maturità e finta giovinezza si confondono dando vita a personaggi sospesi nel tempo e originalmente in grado di vivere storie romantiche al contempo ingenue e romantiche, vissute e adulte. Lo sceneggiatore Marc Lawrence torna dietro la macchina da presa ripartendo da dove aveva lasciato con Two Week Notice, da Hugh Grant; e proseguendo riprendendo non dal proprio ultimo film ma da quello del suo attore. Music and Lyrics e' infatti, pur con toni e obiettivi completamente diversi, un ritorno sui temi di American Dreamz: ancora una volta sguardo puntato sul business musicale. Hugh Grant e' una meteora anni '80 che vive di fiere e convention, e' un bravo artista ma non e' completo: sa scrivere musiche ma non parole; un improvviso colpo di fortuna lo vede contattare dalla super teen-sex-idol del momento che lo richiede per un duetto. La fortuna di Hugh continua incontrando la scrittrice fallita Drew Barrymore. Il resto e' classe e stereotipi. La trama e' la stessa di decine e decine di film, di tutti gli ultimi di Grant: ma i dialoghi regalano spesso ottime battute e le situazioni divertono senza macchia, gli attori sono bravi e brillanti e tutto fila liscio e perfetto fino alla conclusione attesa. Music and Lyrics possiede un appeal in piu': le canzoni, e i video delle canzoni. ''Pop  goes my Heart'' fa sbellicare, e cosi' tutte le altre canzoni anni '80 del repertorio del personaggio di Grant, cosi' come c'e' da piegarsi in due per il personaggio della idol e per le sue canzoni e balletti e per il trip religioso: la colonna sonora e' eccezionale.
hellbly @ 20:19 | commenti (popup) | commenti
domenica, luglio 15, 2007 | in : cinema e tv
Deja Vu: sarebbe simpatico, ad averne voglia, contare tutti i film di Denzel Washington e vedere in quanti di questi abbia interpretato un poliziotto o comunque un affine alle forze dell'ordine. Eccolo questa volta nei panni di un agente ATF coinvolto nell'indagine seguita a un violento attentato terroristico, ancora una volta in coppia con il regista Tony Scott ormai felicemente e ferocemente abbrancato allo stile proprio faticosamente conquistato e definito nel corso dell'ultimo decennio. A volerla buttare li', cosi' nel mezzo, Man on Fire mi ha decisamente  carezzato con maggiore abilita' : Deja Vu dà molto poco in termini di caratterizzazione dei personaggi, e di trama; l'elemento fantascientifico della macchina del tempo, così come viene interpretato nella sceneggiatura, riprende piu' o meno l'idea alla base di quello stupido e sfotunato telefilm ''Seven Days''. Poca azione, troppi dialoghi e una consistente pochezza del soggetto affossano un film che sopravvive esclusivamente per le evoluzioni registiche di Scott: varazioni sul tema della stessa idea abbondantemente ribadita ma ancora strettamente efficace nella rappresentazione della concitazione e della frenesia. 
hellbly @ 20:04 | commenti (popup) | commenti
venerdì, luglio 13, 2007 | in : cinema e tv

magari uno non ci pensa perché tutti i suoi film hanno titoli specifici come ai tempi di Indiana Jones e Guerre Stellari, ma a guardare bene questo e’ proprio Harry Potter 5. Cinque. Come Rocky. Farne tre ormai e’ facilissimo, ma farne 5 con altri due in previsione comincia davvero a scrivere un pezzo di storia cinematografica: anche e soprattutto perché tra questi 5 e’ difficile trovarne uno che non sia stato all’altezza. L’Ordine della Fenice avrebbe potuto essere il primo a fallire: il regista convocato, un tale David Yates con solo tv alle spalle, certamente non faceva ben sperare; ma in definitiva i personaggi ora si raccontano da soli: il regista e’ poco utile in fin dei conti, basta un buon adattamento in sceneggiatura e il solito impeccabile casting. Il resto viene da sé. L’unica stonatura, ma non ne sono neppure convinto vedendo i ragazzini reali della stessa presunta età, e’ l’atteggiamento messo su dagli attori: la modalità Take That! di recitare con le labbra pronunciate in avanti, i vestiti da figaccioni e via dicendo. Stona perché e’ fastidioso, poi vedi per strada e ti accorgi che e’ fastidioso perché realista.

Harry Potter matura, e’ pieno di rabbia e testosterone: come un giovane manzo in calore cerca figa e rissa.

Questa e’ la trama del film: poi ovviamente ci sono tutte le questioni collaterali di Voldemort, della scuola, dei combattimenti e via dicendo.

No, va bene: a parte gli scherzi. E’ un bel film, degno successore dei precedenti quattro: le uniche note discordanti riguardano gli effetti speciali non sempre all’altezza e una certa indecisione se prediligere l’azione o il sentimentale. In questo senso il film prova ad accontentare i gusti di tutti: mi viene fatto sapere da fonti esperte che pur essendo fedele, a causa dell’abbondanza impaginata nel corrispondente libro, molte parti siano state eliminate durante la realizzazione del film. Spesso in casi del genere la sceneggiatura si tradisce, qui non accade.

hellbly @ 15:51 | commenti (5)(popup) | commenti (5)
martedì, luglio 10, 2007 | in : fumetti e libri
Rush City: miniserie in 6 numeri scritta dal sempre fedele Chuck Dixon e primo esempio di fumetto pubblicitario sponsorizzato. DC Comics e Pontiac insieme per un nuovo personaggio da introdurre nel DCU: un uomo normale su una supercar, una via di mezzo via tra Kitt e The Transporter. Per l'occasione viene tirata in ballo per un paio di albi anche Black Canary. Dixon scrive come sempre nel migliore dei modi: personaggi tosti, linee di dialogo da macho, una trama banale buona per una serie tv ma spinta con destrezza e portata alla piu' aperta delle conclusioni. La macchina fa un figurone, gode di buone scene e viene ottimamente disegnata da Green (che qui mette in piedi una performance degna di sollevarlo dalle schiere di mediocri disegnatori).

Dragon's Lair: Arcana Studio si getta nella mischia delle licenze revival ripescando dal cilindro degli anni '80 il nome di un videogioco epocale, il primo Laser Game, il cartone interattivo di Don Bluth, l'ipnotico mangia soldi, la mistica avventura di Dirk the Daring contro il Drago per salvare la Principessa Daphne. Questo editore indipendente e' famoso per una bella e fortunata miniserie ''100 Girls'' (ixb), e in generale accompagna le proprie produzioni con qualità e impegno costante: con Dragon's Lair però lo sforzo non e' stato sufficiente fino alla fine. Tra il primo albo e l'ultimo si nota infatti un repentino e deprecabile calo qualitativo nel disegno: dalla perfetta imitazione dello stile di Bluth del primo albo, alla mediocre rappresentazione conclusiva il passo e' lungo ma brevissimo. La storia ripercorre piu' o meno fedelmente la trama del videogioco. Solo per affezionati.

Punisher Presents - Barracuda: il Punitore della linea Max della Marvel e' di fatto una delle piu' fortunate ed elevate serie pubblicate dall'editore da parecchio tempo, non stupisce che non sia lasciato sfuggire l'opportunità di tirarne fuori un mediocre spinoff prendendo per protagonista uno facile character creato da Ennis e ridotto a macchietta per una mini in 5 albi che rispolvera l'Ennis che speravamo dimenticato e scomparso dietro anni di meravigliosamente intenso Punisher. Barracuda, sopravvissutto allo scontro con il Punitore, accetta un nuovo incarico e bla bla... la trama non ha senso, le battute sono vecchie, e l'atteggiamento immaturo di Ennis non paga piu'.

Marvel Zombies vs Army of Darkness: dopo la DC con la mini di Claw, anche la Marvel decide di farsi vedere giovane e attenta alle nuove realtà del fumetto incrociando gli albi e i personaggi con la sfolgorante Dynamite. Se il crossover Red Sonja - Spiderman non sembra promettere niente di buono, a parte un vago ricordo di quando i diritti per i personaggi di Howard erano della Marvel, maggiore interesse e divertimento sono sicuramente da imputare al brillante incrocio di Ash con il fenomeno più riuscito della linea ultimate, i Marvel Zombies. La produzione e' in tutto e per tutto Marvel, affidata ai nomi famosi per gli Zombie alternativi e quindi perfettamente a prova di errore: la presenza di Ash e' simpatica, la miniserie e' molto simpatica. I Marvel Zombies continuano a pestare duro e a far vendere a ragione parecchie copie.

Danger Girl - Body Shots: o Campbell o Warren, qualsiasi altro disegnatore impegnato sulle Danger Girls della vecchia Cliffhanger non ha la minima ragione d'essere. Di conseguenza questa mini in quattro albi e' penosa, brutta, e sottolinea come se già non fosse abbastanza chiaro quanto il brand sia morto e defunto privato della cornice creativa del defunto studio DC. Con la saturazione di mercato pericolosamente vicina ai livelli di metà anni '90 e' sorprendente come in casa Time-Warner si permettano pubblicazioni così futili e prive di appeal.
hellbly @ 23:29 | commenti (popup) | commenti
lunedì, luglio 09, 2007 | in : animazione e videogiochi
Tales from Earthsea: le vicende produttive e distributive dell'ultimo nato dello Studio Ghibli sono decisamente piu' interessanti del film stesso. Come saprete si tratta del primo film diretto da Goro Miyazaki, figlio di tanto padre, liberamente basato su una fortunata e già bistrattata serie di romanzi scritti dalla piu' famose autrice di fantascienza mondiale, Ursula Le Guin, qui però impegnata in una storia fantasy. Qualche anno fa la scrittrice concesse gli stessi diritti qui interessati allo Sci-Fi Channel, che li usò per realizzare una miniserie delle sue: ''delle sue'' nel senso campbelliano del termine. La Le Guin, indignata, ne disse di tutti i colori arrivando a prendere le più lontane distanze dalla produzione. Visto però che i soldi non sono acqua, e che il Giappone non e' gli Stati Uniti, e che lo Studio Ghibli non e' lo Sci-Fi Channel: la Le Guin ha ben pensato di concedere nuovamente i diritti della sua, a questo punto, piu' famosa opera. Ovviamente neppure questa volta si e' potuta dire soddisfatta, anche se in termini più cordiali. Il bello sta però nella morale di questa favola: lo Sci-Fi Channel, offeso in tutti i modi dalla Le Guin, e' fino al 2008 o 2009 detentore legale dei diritti americani per Earthsea; e naturalmente non ci pensano neppure a rinunciare a tali diritti. Conseguentemente Tales from Earthsea non potrà vedersi negli USA fino allo scadere del contratto, e in questo mercato un tale ritardo piò fare molta differenza in termini di successo. L'avidità e la pedanteria della vecchia.....
Il primo fatto notevole riguarda l'aspetto estetico del film: a prima vista si potrebbe quasi dire che per questa produzione lo Studio Ghibli abbia stanziato una cifra inferiore rispetto a quanto speso nei suoi ultimi due corposi successi; l'animazione di Earthsea sembra infatti tornare indietro di una decina e anche piu' d'anni: via la perfezione digitale di un Mononoke, via i lucidi colori di Spirited Away, via i morphing e tutti gli effeti speciali di Owl's. Earthsea e' Nausicaa, fondali dipinti, animazione a mano, colori pastello. Voluto o dovuto difficile a dirsi, sicuramente gradito. Visivamente quindi ritroviamo il classico Ghibli forse, dico solo ''forse'', giunto un filino a stancare con quelle due facce sempre uguali da Lupin e quella tecnologia e quegli animali sempre uguali. Voglio solo dire che varrebbe la pena tentare qualcosa di piu' originale in fase di caratterizzazione.
Sorvoliamo sulla sceneggiatura narrativamente insensata con cambi di direzioni, strade abbandonate e improvvisi incroci da sembrare un incubo urbanistico; sorvoliamo ma giriamo in torno in quota a mo' di avvoltoi sul cadavere di questo plot in qualche modo adattato dal terzo e quarto romanzo della serie con tanto di pseudo-gandalf, misteriosa ragazzina e l'eroe perseguitato. Su quest'ultimo varrebbe la pena soffermarsi, varrebbe la pena farlo se gli autori lo avessero fatto: il concept, se sviluppato con piu' profondita', avrebbe potuto darci un eroe perseguitato di particolare forza e oscurita' considerando la solitamente mediocre personalita' dei protagonisti Ghibli. Alla fine del film, ripercorrendo con la memoria quanto appena vistosi, tante domande restano in sospeso e tanti accaduti restano privi di seguito. Piu' che insistere sull'argomento chiudiamo ricordando l'ultimo caso della produzione ad aver sostentato varie discussioni: la presunta (pubblicitaria?) critica di Hayao al figlio dove lo accusava di essere inesperto (o proprio incapace) e di star realizzando una porcata. Forse aveva letto la sceneggiatura.
hellbly @ 22:53 | commenti (popup) | commenti
lunedì, luglio 09, 2007 | in : animazione e videogiochi
Project Arms (episodi 1-52 serie completa): non starò a dilungarmi troppo. Il manga originale e' uno dei miei preferiti, anche se forse gli preferisco ancora Spriggan per un fatto nostalgico: la presente serie animata non gli rende giustizia ne' onore. Diviso in due parti da ventisei episodi (First e Second Chapter), il cartone ripropone piu' o meno fedelmente, specialmente la prima stagione, la vicenda del fumetto; nella seconda invece si semplifica e riduce parecchio andando a eliminare un paio di personaggi e situazioni tutt'altro che di minore importanza e finendo per stralciare i momenti di maggiore pathos in cambio di qualche combattimento in piu'. Scelta che sarebbe pure potuta essere condivisibile se fosse stata supportata da una piu' ricca realizzazione tecnica: il character e' altalenante, spesso piuttosto mal fatto; cosi' anche l'animazione in genere. La regia, le musiche, la sceneggiatura. Tanta mediocrità e un ultimo episodio quasi tutto composto da scene riciclate, un suggerimento della comprensibile scarsa risposta di pubblico.
hellbly @ 20:46 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
mercoledì, luglio 04, 2007 | in : cinema e tv
Pathfinder: dopo averci deliziati già una volta con la sua insipienza registica, il Marcus Nispel del nuovo Texas Chainsaw Massacre ritorna con un nuovo remake. Questa volta si tratta di un oscuro film norvegese di fine anni '80. Dopo aver dimostrato grande prestanza e incazzo nel maneggiare una motosega, il Karl Urban di Doom ritorna per mostrarci di sapersela cavare egregiamente anche con lo spadone (ce lo aveva già fatto vedere in Riddick a dire il vero). Il film e' Pathfinder ma noi lo chiameremo Vichinghi vs Indiani. Normalmente quando in un film volano delle spadate io sono già abbastanza contento, qui però il livello di idiozia e' tale da non lasciare scampo: questo film e' indubitabilmente una stronzata. Tra l'altro, sarà forse stata un'allucinazione, eppure mi pareva di averne visto il trailer al cinema: poi non credo di averlo mai visto uscire realmente in sala; i nostro abili distributori se lo terranno caldo per l'estate. Un cinquecento anni circa prima di Colombo i vichinghi veleggiavano senza grossi problemi da una parte all'altra dell'oceano: essendo un popolo violento e brutale a ogni approdo si divertivano a sterminare uno dopo l'altro tutti i villaggi indiani incontrati senza una precisa ragione. Durante una di queste sportive escursioni si perdono un bambino. Essendo invece gli indiani dei mollaccioni incapaci di combattere e privi di qualsiasi spirto guerrier abili solo a farsi sterminare senza opporre resistenza, pensano bene di adottare il bambino. Karl Urban e' Ghost, l'indiano bianco e biondo. Non proprio l'idea più originale degli ultimi anni. Ghost e' straordinario: non solo piace alla piu' figa di tutte le indiane, non solo e' immotivamente scelto dal piu' saggio degli indiani per essere il suo successore, non solo tutti i bambini indiani vorrebbero essere come lui, e' anche nato imparato. Ghost maneggia la spada come Highlander dopo dieci secoli di combattimento, tira con l'arco come 4 Robin Hood, conosce così tanti trucchi per il combattimento nella giungla da far vergognare Rambo. Per fortuna la vita e' giusta e' Ghost porta una sfiga terribile. Tutti quelli che stanno intorno a lui muoiono violentemente e male: da solo porta alla morte direttamente o indirettamente 3 villaggi indiani e 2 navi piene di vichinghi. E' un film stupido, ma cosi' stupido che a non saperlo si potrebbe tirare a caso e dirlo diretto da Uwe Boll: in definitiva dopo aver visto Pathfinder il mio vago interesse per il prossimo progetto di Nispel, l'adattamento dell'Alice di American McGee, e' finito tre metri sotto terra. Per finire: visto che metterci del fumetto in mezzo di questi tempi pare sempre bello, Nispel avrebbe, e se guardate il sito ufficiale linkato al titolo lo vedete, dichiarato di essersi ispirato a un dipinto di Frank Frazetta.
hellbly @ 22:45 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, luglio 04, 2007 | in : cinema e tv
Electroma: due robot su una ferrari targata ''HUMAN'' in giro per il deserto e poi per una città popolata di robot che si comportano e vestono come esseri umani. Ai due protagonisti però non basta agire come umani, vogliono anche averne le sembianze per poterlo essere completamente. Terza opera filmica per i Daft Punk, due di loro svolgono i ruoli principali, tutti insieme firmano produzione e regia: dopo D.A.F.T. e Interstella 5555 in questa produzione originale il gruppo sceglie di sfruttare una colonna sonora non originale interessandosi al film esclusivamente da un punto di vista cinematografico. L'anteprima e' stata vista a Cannes. Un'ora senza dialoghi con solo l'accompagnamento delle musiche e degli effetti sonori per raccontare una storia di fallimento che si conclude con un gesto di profonda autodeterminazione. O quello o due tizi con caschi lucenti che vanno in macchina prima, e a piedi dopo. La parte migliore e' probabilmente l'inizio: mai vista una pubblicita' della Ferrari, mai visti tanti modi per inquadrare un auto in movimento tutti in una volta. Sembra un film amatoriale, e sono combattuto se considerarlo una puttanata o la riprova che a montarsi la testa si fa presto tutti, o un quid di rinnovamento aprente uno spiraglio di luce nella tenebra e bla bla.
hellbly @ 21:16 | commenti (popup) | commenti
lunedì, luglio 02, 2007 | in : fumetti e libri
E' Superman (It's Superman, 2005): vorrei cominciare con una precisazione su quanto viene spesso detto di questo romanzo. Pur essendone l'indubbio protagonista lo spazio narrativo all'interno del libro viene equamente diviso, come si conviene alle classiche interpretazioni del personaggio, da Clark Kent con Lois Lane e Lex Luthor. Inizialmente, fino a metà circa, l'autore porta avanti con geometrica precisione un capitolo a testa: alternando le origini del futuro Uomo d'Acciaio, a quelle della futura giornalista d'assalto e del prossimo genio del male. Il centro del romanzo gira intorno all'interpretazione delle Origini secondo un'ottica verista ambientata seguendo la storia editoriale del personaggio e quindi integrandola con gli anni della Grande Depressione americana: cominciando quindi a raccontare la storia del giovane figlio adottivo di una coppia contadina del Kansas dal 1935, accostandola a quella di un rampante politico-criminale di un importante municipio e a quella di un'emancipata donna nuova della classe media, e sfruttando questa prospettiva multipla per mostrare l'evoluzione sociale di un paese con tanto di sguardi oltreoceano all'incombente tensione europea. La vicenda e' solida e la caratterizzazione dei personaggi quanto di piu' diverso dalla solita versione a fumetti si sia mai vista: Clark non nasce boyscout, i poteri sono forti e gli permettono di fare cose incredibili, gli danno alla testa, lo spaventano, lo rendono diverso, minacciano la sua identita', lo tentano, lo illudono, lo sconcertano, gli aprono le porte di hollywood e alla fine lo costringono a venire a patti con la propria persona. Ma sono i poteri o e' la normale crescita di un uomo? E' l'origine aliena appena sfiorata dal racconto, o l'educazione amorevole di Pa e Ma Kent? Tom De Haven, l'autore, e' collaboratore del New York Times e di Entertainment Weekly: un giornalista con già diversi romanzi alle spalle. A questo proposito c'e' un altro errore spesso riportato dalle maggiori fonti italiane: ''E' Superman'' non e' il primo romanzo di De Haven tradotto in italiano, anni fa venne già pubblicato dalla Magic Press la sua opera per Paradox ''Green Candels''. Un giornalista che racconta di due aspiranti giornalisti e in un corrotto del Palazzo: si vede la familiarita' con l'argomento e, per questa ragione, alcune delle pagine migliori sono proprio quelle dedicate a Lois Lane. Migliori come scrittura e idee. Il personaggio meglio caratterizzato e' chiaramente Superman: le origini grottesche del nome e del costume, intessute con tanta vita americana degli anni. Colpisce per accortezza e da' speranza contro chi dichiari che non sia piu' possibile dire o fare qualcosa di nuovo, l'originalita' riuscita all'autore nel raccontare qualcosa di cosi' abusato e ripetutamente visto e rivisto come le origini di Superman: tante trovate sottili, dialoghi credibili che tradiscono la natura abituale della scrittura di De Haven puntando sulla trascrizione piuttosto che sulla letterarieta'. Dove il romanzo si perde e' nell'eccedenza di linee secondarie: troppi altri personaggi, troppe trame inutili al racconto, una quantita' di pagine realizzate senza impatto sul corpo principale infilate una dopo l'altra apparentemente per dilatare quello che forse stava saltando fuori come un romanzo troppo breve, o forse per il desiderio di offrire una prospettiva piu' ampia ma indesiderata dell'ambiente intorno al giovane Superman. Il libro rifiuta, naturalmente ma vale la pena sottolinearlo, l'approccio televisivo di Smallville, punta anzi dichiaratamente su riferimenti culturali e sulla ricercatezza del narrato. Un esperimento di notevole crossover artistico che potrebbe arrivare a scontentare tutti: troppo arduo per i normali lettori dei fumetti, anche se tutti sappiamo quanto la qualita' del lettore DC medio sia superiore a quella del medio lettore supereroistico, tanto quanto gli appassionati del media senza figure che potrebbero restare infastiditi dalle citazioni, delicatissime ma avvertibili, tese a solleticare il fumettista. La scena della macchina e' l'esempio piu' ovvio. Un romanzo particolare, unico, e per questo quanto di meglio si possa desiderare.
hellbly @ 21:57 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
lunedì, luglio 02, 2007 | in : cinema e tv
Rocky Balboa: dopo lungo scambio di idee le teorie avanzate si riducono a tre: la prima vede Stallone come ammiratore di Lucas e quindi aspirante pappone cinematografico disposto a vendere dignità e marchi con la stessa equa, avida indifferenza. Nella seconda Stallone e’ un veicolo del botulino, ormai invaso dalla pericolosa sostanza, la mente di Rocky e’ incapace di intendere, volere, comprendere: una versione anabolizzata dell’Alzheimer. La terza e’ quella che preferisco, quella proposta dal film: dai titoli di coda, dai flashback, dai ‘’champ’’; quella di un Rocky oltre il confine del personaggio cinematografico: un vero pugile, un vero campione che ha segnato non solo spettatori ma persone. Detto questo il film e’ un tripudio patetico di steroidi. C’e’ un nuovo campione dei pesi massimi, talmente forte e imbattibile da aver unificato tutte e tre le cinture: tutti lo odiano perché e’ uno stronzo. Nessuno va a vedere i suoi incontri, i suoi manager sono disperati e via dicendo: contemporaneamente il vecchio Rocky, vedovo inconsolabile in stile meridionale, con un ristorantino di buon successo e una bestia interiore che lo divora (nel film danno vari nomi a questo demonio, ma mai quello vero: noia), ha ottenuto una nuova licenza professionistica. In un attimo ecco organizzato l’incontro tra la cariatide e il giovane distruttore di facce: segue allenamento di Rocky e incontro all’insegna della sportività.

Si potrebbe parlare per ore a proposito del fisico di Stallone, ma perché farlo? I fan di Rocky riposino tranquilli: il quinto film e’ ancora il piu’ brutto della serie, quest’ultimo si guarda. Tutti gli altri dubito stiano leggendo un post su Rocky 6.

hellbly @ 16:47 | commenti (popup) | commenti