sabato, settembre 29, 2007 | in : animazione e videogiochi
Gears of War: naturalmente tutta l'attenzione next-gen del mercato console è ora puntato sull'avvenuta uscita di Halo 3, mentre qualche settimana fa tutta l'attenzione del pubblico xbox 360 era rivolto a Bioshock; prima di questi grandi titoli la nuova generazioni di videogiocatori aveva toccato un primo scampolo di futuro con questo prodotto della Epic Games di Unreal. Impianto grafico sontuoso e chiara impostazione multiplayer per sfruttare al meglio il servizio Live di Microsoft. Gli sparatutto in terza persona non sono il mio genere, spenderci dei soldi non era nelle mie corde così l'ho scambiato a prestito con Bioshock da un mio amico: sparatutto in terza persona, tattico. Dove ''tattico'' sta per ''cerca una copertura e spara'': il gameplay gira tutto intorno allo sfruttare le ambientazioni del gioco per consentire al proprio alter ego di guadagnare una protezione dal fuoco nemico, da cui rispondere al fuoco nemico. Inizialmente l'avventura e' affrontabile a due livelli di difficoltà (con un terzo sbloccabile dopo completamento): la versione ''casual'' e' piuttosto facile e non fornisce la giusta sfida che un prodotto come questo, sostanzialmente privo di storia, dovrebbe offrire; a livello ''hardcore'' il discorso e' diverso, e cominciano anche i problemi. Il giocatore impersona un duro soldato del futuro proditoriamente ispirato a Warhammer 40.000, su un pianeta infestato da alieni sotterranei incazzosi e poco originalmente insettosi: cinque capitoli più un prologo, poche ore di longevità lineare ma la facilità a farsi ammazzare può esponenzialmente aumentarla dovendo andare a ripetere e ripetere le sezioni più ostiche. Il gameplay e' davvero ben realizzato, tanto da non risultare frustrante in senso negativo: il più delle volte ci si troverà a recriminare su un proprio errore e riprovare immediatamente a performare l'azione in modo migliore e vittorioso; i programmatori hanno inserito moltissimi checkpoint a breve distanza tra loro consentendo al giocatore di non dover ripetere segmenti troppo lunghi di battaglia. Fino a qui un grande gioco ma ecco il primo e unico problema davvero consistente: l'intelligenza artificiale dei propri alleati. Essendo un gioco palesemente orientato a svilupparsi in ambito multiplayer cooperativo, per tutta la campagna ci si trova a venir affiancati da uno o più compagni: quando guidati da altri esseri umani, tutto liscio, quando lasciati alla macchina invece il risultato e' disastroso. Troppe, troppe volte costretto a morire per l'incapacità dell'AI amica contro una ben più insidiosa AI dei nemici: alla lunga l'odiosa tendenza dei ns commilitoni a lanciarsi in attacchi suicidi rimettendoci la pelle e lasciandoci completamente in balia del fuoco nemico può realmente diventare un motivo di abbandono. Giocando oggi a Gears of War in cooperativo via Live succede una cosa un pò buffa: se da un lato, con l'IA del gioco, i compagni diventano un ostacolo piuttosto che un aiuto, dall'altra, giocando insieme agli espertissimi giocatori ancora in attività, ci si trova a inseguirli per tutto lo schema senza riuscire a essere minimamente utili. Graficamente bellissimo anche se davvero poco ispirato nel design e molto banale nelle caratterizzazioni: una sfida divertente ma breve, riscattata comunque dalla vastità delle opzioni multiplayer; un bel giochino ma vuoto al confronto di un Bioshock.
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venerdì, settembre 28, 2007 | in : animazione e videogiochi

Claymore (episodi 1-26 serie completa): epoca media occidentale e spadoni, un clone di Berserk? Non proprio. L’adattamento Madhouse dell’omonimo manga soffre, e’ bene dirlo fin da subito, di un problema non da poco: il manga e’ ancora in pubblicazione, il cartone lo ripercorre abbastanza fedelmente (almeno per quel poco che ne ho letto) e, perciò, alla fine della ventiseiesima puntata ci lascia con niente in mano che abbia l’aspetto di un finale. Gli estimatori del manga dicono che la serie non renda giustizia; ho smesso di leggerlo dopo pochi capitoli quindi non posso esprimermi in proposito, la serie e’ comunque piuttosto noiosa e mediocre. Madhouse, come altri dei maggiori studi produttivi, sta lentamente scivolando verso il baratro dei progetti multipli: quantità a discapito della qualità; l’animazione di Claymore non è malaccio ma niente di più, lo staff e’ composto da nomi senza carriera a parte quello di Takahiro Umehara che ha il dubbio onore di aver firmato anche il character design di Tenjho Tenge. Il medioevo in Occidente era una schifezza: tra le tanti morti orribili a cui potevano aspirare i tristi villagers la più temuta era divenire pasto per i mostruosi mostri capaci di mascherarsi da umani e vivere tra loro; per combattere queste schifezze demoniache una misteriosa organizzazione segreta di stampo religioso-mafioso creò un gruppo di guerriere (tutte donne e c’e’ una ragione di comodo spiegata nella storia) in armatura e armate delle suddette claymore (chiunque abbia visto Braveheart o ancora meglio abbia mai sfogliato un gagliardo manuale della prima edizione di Dungeons and Dragons saprà di cosa si tratti): dotate inoltre di incredibili poteri donati loro dall’essere per metà della stessa carne dei mostri da loro cacciati. A dirla tutta il soggetto e’ bello consistente: ci sono molte idee e tante variazioni sul tema; per il cartone i problemi cominciano in fase di rappresentazione: banale la regia, mediocre la grafica, narrativamente spento: ha tuttavia avuto un buon successo e non e’ certo da escludersi una prossima futura incarnazione.

 

Kaze no Stigma (episodi 1-24 serie completa): l’ultima produzione Studio Gonzo e’ puro fanservice. Marinarette, capelli rossi e mutandine bianche ogni due-tre minuti: e’ anche una serie priva di qualsiasi originalità, quindi una relativa novità per lo Studio e un segno del nuovamente pessimo momento per l’animazione giapponese. Basata su una serie di light novel (romanzi illustrati) scritti da Takahiro Yamato, si racconta della famiglia Kannagi, un’antica stirpe di maghi del fuoco da sempre devota alla lotta contro mostri e demoni. La vita a casa Kannagi scorre tranquilla, il prossimo capo della famiglia e’ una bella ragazza dai capelli rossi e pessimo caratterei; quando ecco tornare il figlio scacciato di un ramo cadetto della famiglia, ora potentissimo mago dei venti (molto più potente di qualsiasi mago del fuoco Kannagi): scatta l’amore litigarello, scattano i combattimenti. Un po’ di comicità, un po’ di magia, tanto fanservice. Kaze no Stigma ha avuto la fortuna di capitare in un periodo di cartoni talmente brutti da trasformare la sua mediocrità in un passatempo accettabile.

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domenica, settembre 23, 2007 | in : cinema e tv
1408: atteso in Italia a breve, con il dvd internazionale già fuori da qualche tempo, l'horror di Mikaes Hafstrom (secondo film americano dopo il successo di Derailed) e' un altra di quelle pellicole persesi nel tempo della nostra infelice distribuzione che VI toccherà guardare con grande ritardo nonostante la sua indubbia e indiscutibile qualità. Un altro e' Live Free or Die Hard, che mi sto trattenendo da guardare solo per la lussuria di poterlo vedere sul maxi schermo. Governo ladro! Torniamo a 1408: tratto da un racconto breve di Stephen King vede protagonista John Cusack e in ruolo secondario ma illuminato d'importanza Samuel L. Jackson. A proposito del quale ci sarebbe da dire subito una cosa: il personaggio di Cusack e' uno scrittore, un uomo colto e intelligente che si esprime con grande proprietà di linguaggio e spesso in maniera ricercata; quello di Jackson e' il manager di un albergo di lusso abituato a trattare con l'alta società, raffinato ed eloquente. Guardando il film pensavo ''bello vedere Samuel L. esprimersi con questa gradevole eleganza e senza ricorrere al solito marchio del fucking questo fucking quello'': non dura. Fucking Evil Room! Mi viene da chiedermi se sia stata una debolezza del regista o un'esplicita richiesta dell'attore. La storia: Cusack e' uno scrittore cinico e disilluso che gira per gli USA smontando tutti i miti di alberghi stregati e cimiteri infestati, un giorno riceve una cartolina che lo intriga e decide che la sua prossima tappa sarà pernottare nella stanza 1408 del Dolphin Hotel di New York. Non così facile: il manager e' totalmente contrario, fa di tutto per impedirlo, in quella stanza infatti sono morte una cinquantina e più di persone nel corso dei decenni e da tempo viene considerata non utilizzabile. Il personaggio di Cusack pensa sia una montatura per rendere più interessante la vicenda. Pochi minuti dopo esservi entrato, ma abbastanza in là nel film, capiamo insieme a lui che questa volta ci sia davvero da farsela addosso. E' un bel film, un gran bel horror come non se ne vedevano da tempo e dignitosamente incline a non ricercare lo spavento a tutti i costi spostandosi piuttosto verso un più genuino senso di pauroso straniamento dalla realtà: non che questo vieti al regista di scadere su alcuni classici luoghi comuni e perdersi in qualche scelta e immagine troppo facilmente prevedibile; resta comunque un bel film, soprattutto invidiabilmente ben recitato.
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domenica, settembre 23, 2007 | in : cinema e tv
28 Weeks Later: il signor Juan Carlos Fresnadillo e' un giovane regista di grandi speranze fattosi notare in giro per il mondo tra mostre e premi per le sue opere d'esordio, qui alla prima seria prova internazionale accompagnato per mano dal produttore Danny Boyle alla realizzazione del seguito di 28 Giorni Dopo. I celebri zombie che non dovrebbero correre e invece corrono eccome vengono qui profondamente rielaborati: sparisce infatti completamente il paragone stesso con i consueti zombie, non si parla ne pensa più minimamente agli zombie; si tratta invece di un Rage Virus, di una super rabbia virulenta e contagiosa i cui infetti, e qui c'e' uno dei principali nodi narrativi del film, non necessariamente si trovano a spargerne la condizione. Lo zombie normale, seguendo l'istinto primario a nutrirsi di carne vivente, si trova costantemente a propagare la malattia attraverso le proprie azioni; l'infetto di 28 Settimane Dopo e' semplicemente, follemente violento: in questo suo stato alterato di rabbia esplosiva potrebbe spingersi fino a mordere e/o sputacchiare sulla propria vittima contagiandola, ma non necessariamente. Potrebbe infatti limitarsi ad ammazzarla di botte, pugni e calci senza, di fatto, trasferle il virus. L'altro elemento nuovo portato alla trama dal nuovo approccio ai protagonisti del film e' lo smettere il piano metafisico e simbolico dello zombie per sollevare temi scientifici propri di una comune malattia: l'alto nodo della trama e' il famigerato ''portatore sano''. Ricapitoliamo: 28 Giorni Dopo l'Inghilterra e' distrutta, 28 Settimane Dopo l'esercito americano ritiene di aver contenuto e assicurato un perimetro tale da consentire l'inizio della ricostruzione; qui troviamo già alcuni delle lacune a livello di sceneggiatura: mentre il film di Boyle si reggeva su un processo logico delicato ma inviolabile, la nuova storia adotta e spinge la vicenda alla bene e meglio chiudendo un occhio in nome dello spettacolo su tante sciocchezze rese accettabili solo in nome del proseguimento e di un fastidioso patetismo. Londra si ripopola lentamente sotto il benevolo sguardo dei cecchini, tra ex-inglesi fortunosamente fuori patria durante il contagio e sopravvissuti al contagio stesso; sfiga vuole che tra questi ci sia la portatrice sana: bang! Mezzora dopo Londra e' di nuovo a 28 Giorni Dopo con gli americani che mostrano tutta l'ormai celebre incapacità organizzativa infilando una cazzata dopo l'altro a partire dalle zone per il contenimento, passando per le procedure di contenimento fino alle inutili ultime risorse per il contenimento. L'occhio del regista segue un gruppettino di sopravvissuti, un paio di bambini e la solita coppia, sfuggire all'avida violenza degli infetti e all'impaurito comando di codice rosso dei soldati. Parlare di finale prevedibile e' dire poco. Fresnadillo prova a copiare diligentemente lo stile sparato e limpido di Boyle, riesce abbastanza ma si macchia qua e là di tante ingenuità nella gestione delle scene e nella ripresa di alcuni momenti chiave della storia; per contro offre anche qualche bella interpretazione come la fuga in auto dalle nubi chimiche e le sequenze con i cecchini. In alcune interviste Boyle avrebbe dichiarato di voler realizzare un terzo e conclusivo capitolo intitolato, facilmente, 28 Months Later. Intanto la seconda incarnazione poteva essere una grossa delusione e si e' invece rivelata una simpatica, non impegnativa, sorpresa.
hellbly @ 01:32 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
venerdì, settembre 21, 2007 | in : cinema e tv
Yakuza Zombie: Hirohisa Sasaki e' regista di pellicole horror da pochi soldi, quel genere di film trash capaci di conquistarsi edizioni semi pirata in dvd giusto per circolare tra gli amici dello splatter. Durante una guerra tra famiglie di yakuza un delinquente di mezza età da quattro soldi viene circuito e tradito dai suoi sadici capi, e sepolto nel cimitero degli Yakuza. Però non in una tomba apposita. No: nella tomba del più famigerato e terribile Yakuza mai vissuto. Lo spirito inquieto del defunto super yakuza si impossesserà del corpo dello yakuza sfigato trasformandosi in Yakuza Zombie (anzi Zombi) e resusciterà per seminare morte e distruzione. Simpatico in certe scene, soprattutto quelle dove lo zombie viene trattato in maniera normale dalle persone che lo conobbero in vita, a parte questo niente di particolare: spari, morsi, qualche sanguinaccio. Un inutile prodotto di genere del 2001.
hellbly @ 23:09 | commenti (popup) | commenti
venerdì, settembre 21, 2007 | in : cinema e tv
Red Spectacles: uno dei primi film dal vivo di Mamoru Oshii datato 1987 e primo tentativo di progetto multimediale per l'autore, infatti questa pellicola si colloca nella ''Kerberos Saga'' di cui fanno anche parte vari manga, un famoso film d'animazione (Jin Roh, ixb), un altro film dal vivo, un programma radiofonico e sicuramente dell'altro. Il nesso del racconto e' uno speciale corpo di polizia formato da uomini e donne pinnacoli della razza e pesantemente corazzati e armati. Il film e' farcito di citazioni letterarie, molte delle quali occidentali: molto pretenzioso, noioso, realizzato con pochi soldi e troppa prepotenza, per larga parte virato su quel seppia che avrebbe poi anche contraddistinto il molto successivo Avalon; tante tematiche e dialoghi filosofico-spirituali e qualche curioso effetto visivo. Insomma: tutto l'Oshii che oggi amiamo e stimiamo in un formato giovanile e inesperto, pieno di germi di grandezza che allora (e oggi rivendendolo) erano però solo germi.
hellbly @ 23:01 | commenti (popup) | commenti
venerdì, settembre 21, 2007 | in : animazione e videogiochi
Devil May Cry (episodi 1-12 serie completa): ci ha messo persino tanto a raggiungere il piccolo schermo il buon Dante della fortuna serie di videogiochi Capcom e in un momento privo di utilità di merchandise essendo ancora prematura l'uscita del quarto capitolo. Madhouse mette insieme a fatica 12 episodi animati malamente e sceneggiati in maniera demenziale: il drammatico personaggio di Dante subisce la classica trasformazione nello stereotipato eroe d'azione giapponese dei cartoni che sembra sfigato di giorno e poi quando si incazza sono cazzi amari per tutti. Ho aspettato fino all'ultimo episodio e, data la bruttezza della serie, non mi faccio remore nel dirvi che fino all'ultimo Dante non si trasforma: la serie finisce senza mostrare la demon form di Dante. Uno spreco. Il regista e' quello del tristo Black Cat, il character invece e' del buon Hisashi Abe. Pensando al videogioco questa serie e' un tradimento orribile, pensandola per sé e' uno dei più brutti cartoni della stagione.
hellbly @ 22:50 | commenti (popup) | commenti
venerdì, settembre 21, 2007 | in : animazione e videogiochi
Superman - Doomsday: primo dei film ''copia marvel'' per la nuova linea direct to dvd della Warner (seguiranno JLA e Titans), nei suoi scarsissimi 70 minuti prova a raccontare una delle vicende più epiche e pubblicamente note del fumetto moderno. La morte di Superman. Anche questo film e' più o meno interamente realizzato da simpatici animatori coreani, ma in questo caso non si tratta di una gran novità: da parecchi anni le produzioni Warner Animation si servono di asiatici per il lavoro sporco. Tuttavia, sia la produzione, che la regia e il character sono invece pienamente guidati dal grande Bruce Timm: il più rivoluzionario autore dell'animazione americana dagli anni '90. Solo citando il suo nome potrete già immaginarvi lo stile grafico e la bontà complessiva dell'operazione: la storia e' trasposta secondo linee tutt'altro che fedeli, si comincia con un corposo combattimento Superman - Doomsday, si prosegue con Metropolis senza Superman, e si finisce con Superman contro l'Impostore (uno solo); nel mezzo c'e' parecchia Lois Lane e decisamente troppo Olsen. Superman e' doppiato da Adam Baldwin, Lois da Anne Heche e Luthor da James Master (lo Spike di Buffy): fanno tutti il solito ottimo lavoro guidati da una professionalità sconfinata. Dimenticandosi del pathos della storia cartacea il cartone scivola con molto gusto tra dialoghi dignitosi e ottime scene d'azione: sono infatti i due combattimenti a farla da padrone e non a caso il film spicca per un inedito vietato ai minori di 13 capace di regalare brutalità e persino qualche schizzo di sangue. Gli scontri sono squisiti, avrebbero dovuto chiamare Timm per le coreografie d'azione del film dal vivo: solo che probabilmente sarebbe finito per diventare un film d'animazione tanto tecnico e' l'approccio ai poteri applicati alla battaglia. I due combattimenti da soli occuperanno quasi mezzora, capirete che per l'approfondimento della trama non rimanga molto spazio; meglio così: non è male vedere delle gran mazzate e apprezzare la spesa sostenuta dalla Warner per la sua realizzazione.
hellbly @ 18:24 | commenti (popup) | commenti
venerdì, settembre 21, 2007 | in : animazione e videogiochi
Il Film dei Simpson: facendomi spesso bello dell'essere un non-fan dei Simpson non era mia intenzione andare a vederne il film cinematografico, tuttavia non mi sono fatto pregare. Questa bella produzione coreana brilla per la fluidità dell'animazione e per lo sviluppo dei colori... ah ah, ho fatto la stupida gag di sottolineare il fatto che il film sia stato realizzato interamente in corea: mi faccio morire da solo. Fatto sta che non manco di dirvelo: il giorno che scoprirò un film d'animazione americano recente fatto in america sarò lieto di vederlo solo per questa ragione.  Un mio esperto amico mi ha fatto notare una diversa colorazione della barba di Homer, non saprei: non mi esprimo. Io non ho mai riso. No: ho riso solo una volta, durante Spider Pork; a parte quello ho trovato il film particolarmente palloso: accanto a me però si rideva a crepapelle quindi vi offro il beneficio del dubbio. Non mi sono divertito perché, pur non piacendomi, ho visto tantissimi episodi della serie.. no, non sto per dire che il film sia come un lungo episodio: e' una stronzata. A non piacermi è stata la sceneggiatura fondata mettendo insieme alcuni luoghi comuni storici della serie tutti in un unico calderone; la storia manca completamente di originalità, ci sono invece tutti i motivi narrativi classici: la crisi coniugale, la crisi padre-figlio, l'amorazzo di Lisa, il trasferimento, il viaggio spirituale di Homer. Dall'inizio alla fine il film ripropone tutte scene già viste più volte come nuclei separati di tanti episodi, quindi non dà niente di nuovo: forse un omaggio? Si potrebbe vederlo così, si celebrano i 13 mi pare anni di programmazione con uno spettacolo autocitazionistico: potrebbe anche essere. Tranquillamente visibile a casa.
hellbly @ 18:13 | commenti (popup) | commenti
martedì, settembre 18, 2007 | in : cinema e tv
The Condemned: l'idea di un reality show mortale comincia a entrare nel girone delle idee abusate; un super riccone senza scrupoli intende rivoluzionare il mondo dello spettacolo mandando in onda una versione di Survivor a tinte forti evitando la censura televisiva e le limitazioni morali della trasmissione via etere appoggiandosi interamente sulla più libera e incontrollabile rete internet. Con insolenza rara Scott Wiper, regista e sceneggiatore, infilza la pellicola di battute e dialoghi dedicati alla critica costruttiva del mondo dello spettacolo parodiando diabolicamente tutto il blocco produttori-spettatori e provando in tutti i modi a snaturare un film pagato con i soldi della WWE spingendolo verso l'orrore di incomprensibili di un film da ascoltare e portandolo a durare la bellezza di quasi 2 ore. Una completamente inutile. In questo film ci sono Stone Cold Steve Austin e Vinnie Jones: entrambi, insieme ad altri 8, sono stati pescati nelle peggiori carceri del terzo mondo, tutti dalla lista dei condannati a morte; viene loro offerto di partecipare al gioco, il sopravvissuto sarà libero: niente di particolare. A questo proposito, visto che se ne legge in giro, trovo ridicolo accostare, e di conseguenza offendersi, The Condemned a Battle Royale: sicuramente ci saranno elementi plagiati ma questo film, al più, riprende l'immortale filone di The Running Man passando attraverso tutte le moderne interpretazioni dei reality show a sfondo snuff. Tirare in mezzo Fukasaku e' da idioti. Dicevamo: Stone Cold e Mean Machine insieme, l'uno cattivo ma buono l'altro cattivo cattivo; entrambi piuttosto invecchiati: Stone Cold, a parte la breve comparsata nel rifacimento americano di Mean Machine, the Longest Yard (ixb), lo ricordavamo più che altro a contendersi gli affetti di Yasmine Bleeth in Nash Bridges. E' invecchiato ma non così tanto e non così male come Jones: si vede che sono passati gli anni d'oro di Ritchie del pulp inglese, Vinnie e' fuori forma, bolso, rigido e troppo spesso controfigurato. Riflessioni sulla violenza e sul mondo malvagio dello spettacolo ammazzano un film che se fosse girato intorno a mazzate e sganascioni sarebbe pur stato divertente.
hellbly @ 20:39 | commenti (popup) | commenti
lunedì, settembre 17, 2007 | in : cinema e tv
Bug: non mi pare che questo film sia uscito nel circuito delle sale italiane, so della sua presentazione prima a Cannes e poi al Festival di Torino ma non mi risulta abbia poi raggiunto il grande pubblico. L'ultima fatica di Friedkin e' un piccolo thriller molto pretenzioso con Ashely Judd e un paio d'attori di seconda fila: siamo nell'arretrata e depressa america sul genere di tanti film horror con il motel e il benzinaio lungo una strada in mezzo al niente; qui vive la Judd, non più giovane alcolizzata con una vita schifosa, un lavoro schifoso, un'amica lesbica, un ex-marito violento appena uscito di prigione e nessuna prospettiva: tutto va di merda quando nella sua vita entra un uomo, spacciatore a tempo perso, ex-soldato in fuga dal modo di parlare e le idee che alla seconda battuta lo fanno immediatamente catalogare sotto la voce ''teorico del complotto''. Paranoico. Il film e' incentrato sulla paranoia: io pensavo di guardare una terrificante vicenda di insetti blasfemi e assassini, e invece mi becco 'sti due poveretti che si caricano le molle a vicenda trasformandosi nello stereotipo dei genere con tanto di alluminio alle pareti. La regia pesta sull'espressività inventandosi effetti per portare lo spettatore nella distorta percezione del reale dei due protagonisti, il risultato e' più ridicolo che altro. Prevedibile fino all'inevitabile conclusione.
hellbly @ 22:11 | commenti (popup) | commenti
lunedì, settembre 17, 2007 | in : animazione e videogiochi
Shrek the Third: plauso agli sceneggiatori per il buon risultato nel difficile compito di portare avanti la storia d'amore tra i due orchi facendoli finalmente accasare con prole secondo i più felici schemi del perbenismo, non a caso tre figli, e allo stesso tempo raschiare il fondo delle favole da parodiare senza poter contare sullo sconfinato parco del folklore mondiale, dovendo solo affidarsi a quelle poche fiabe molto famose da potersi utilizzare senza far sentire troppo stupidi gli spettatori. Popolarità e cultura non vanno di pari passo quindi ecco Re Artù e le principesse delle favole Disney contendersi spazio in scena a suon di frasi fatte e trovate prive di originalità e dello spirito dei precursori. Il terzo film di Shrek non è brutto, ma è noioso con troppi dialoghi e poca azione, con riferimenti prevedibili e per nulla stuzzicanti, e' ancora un gradino più in basso rispetto al secondo nella discesa a diventare semplicemente un film per bambini. L'animazione e' come sempre straordinaria pur offrendo il fianco come qualità pura e semplice dei modelli poligonali: specialmente Artù sembra sia stato realizzato frettolosamente rispetto agli altri, e' scolpito, inespressivo e con un incarnato privo dei toni naturali degli altri protagonisti. Il problema però colpisce un pò tutti i nuovi personaggi: Biancaneve ha degli ottimi sguardi ma troppo simili tra loro, Cenerentola e la Bella Addormentata sono contorni senza sostanza; il divertimento è poco, l'unica scena realmente comica e' la vecchia gag, sempre valida, della morte del re verso inizio film: per il resto tra qualche scambio di corpi e l'offensiva pateticità della caratterizzazione di Merlino il rischio e' quello di desiderare di alzarsi prima del tempo.
hellbly @ 21:58 | commenti (popup) | commenti
domenica, settembre 16, 2007 | in : animazione e videogiochi
Bioshock: c'e' un dettaglio significativo nell'odierno mercato videoludico. Un passo indietro: all'uscita di un dvd video, in maniera direttamente proporzionale al budget o al successo del film proposto, e' possibile che viva in un'edizione per mortali e una limitata ripiena di contenuti speciali, ovviamente per un costo maggiore. Ultimamente nel mondo dei videogiochi accade la stessa cosa ma con una fondamentale differenza: nessuno del pubblico conosce il prodotto finito, il gioco, prima di acquistarlo. Comprare l'edizione speciale e' un atto di fede. L'acquirente potrebbe anche aver provato la demo o qualcosa di simile, aver letto recensioni, ma a giustificare la spesa extra c'e' soltanto l'hype prodotto dall'apparato commerciale precedente alla distribuzione. Detto questo di Bioshock ho comprato l'edizione speciale con il Big Daddy. I videogames mi piacciono, e parecchio: tuttavia non ero ancora entrato nella next-gen; un pò per la delusione della playstation3, un pò per l'antipatia verso nintendo e un pò per indifferenza verso microsoft: comprai il primo xbox per ultimo e solo ed esclusivamente per pareggiare i miei desideri di possere il definitivo simulatore robotico di Capcom, Tekki aka Steel Battalion. Bioshock mi ha fatto comprare xbox360 al volo e per primo. Ex-Irrational Games ora sotto l'egida 2K di Take-Two, i realizzatori di Bioshock non sono un gruppo di programmatori prolifico: il loro maggiore successo prima di Bioshock fu però campione d'incassi e uno dei maggiori successi internet prima dei moderni morpg, Freedom Force; ufficialmente Bioshock dovrebbe essere il seguito di una precedente produzione intitolata System Shock che non ho mai giocato. Chiunque segua di striscio il mondo videoludico conoscerà almeno il nome di del gioco di cui stiamo parlando, recensioni positive ovunque, killer application, encomi e apprezzamenti di critica e pubblico e tutto il pacchetto dei grandi successi e delle pietre miliari. Peccato che non tenga conto delle ore di gioco, mi piace sempre verificare quanto a lungo mi abbiano tenuto impegnato la drenante sessantina di euri spesi: direi comunque una ventina di ore, un tempo di tutto rispetto per un fps. Il successo di Bioshock e' però propriamente nel suo non essere semplicemente un fps: i suoi programmatori hanno vivacemente depredato tutti i generi possibili per realizzare un prodotto di crossover fuori dall'ordinario con ottima fusione di elementi provenienti dai trend più efficaci degli ultimi anni. Vi troverete nei panni dell'unico sopravvissuto a un disastro aereo, scampato all'affogamento raggiungendo a nuoto uno strampalato faro in mezzo all'oceano, disceso grazie al batiscafo lì nascosto nella città sottomarina di Rapture, delirante follia architettonica steam-punk. La forza di Bioshock e' nella libertà d'azione: e' impressionante la quantità di azioni diverse capaci di portare allo stesso risultato tra cui si possa scegliere in base alla propria tendenza e stile. Il gioco e' fondato su una trinità di approcci: si può combattere personalmente con armi e poteri (e limitatamente agire in maniera stealth), si può manipolare la tecnologia di Rapture e sfruttarla a proprio vantaggio, si possono manipolare gli abitanti di Rapture per sfruttarne le debolezze. Si può entrare in una stanza piena di nemici e massacrarli a suon di fucilate, si può strisciare alle spalle di un avversario muovendosi nell'ombra e sfondargli il cervello con un colpo alla testa, si possono hackare le difese tecnologiche di Rapture per far credere loro che gli amici siano nemici e viceversa, si possono ipnotizzare o controllare i movimenti di alcuni avversari e lasciare che si uccidano tra di loro, si può far caso all'ambiente e appiccare un incendio o causare una violenta esplosione o sfruttare la conduttibilità elettrica o piazzare trappole, e altro. E' un first person shooter, si vede dalla prospettiva del protagonista e si portano un numero disumano di armi da fuoco; e' però anche un rpg nella misura delle possibilità e dei modi di personalizzare il proprio alter ego a seconda delle strategie e delle tattiche preferite: gli scienziati di Rapture, isolati dal mondo, hanno sviluppato una tecnologia genetica fantascientifica capace di donare agli esseri umani considerevoli super poteri. I più evidenti tra questi sono i plasmids (nota: parlo con i nomi in inglese perché ho settato il 360 in questa lingua), speciali modifiche genetiche d'importanza parallela alle armi; oltre a queste ci sono i tonics, potenziamenti meno evidente ma altrettanto utili distinti tra abilità tecnologiche, fisiche e per il combattimento. Si posso potenziare le armi, ma non tutte insieme quindi bisogna scegliere; si possono usare proiettili diversi a seconda del nemico e della situazione; ci sono macchine per curarsi, macchine per inventare nuova roba, si possono saccheggiare i cadaveri e frugare nella spazzatura. Il successo prodonfo di Bioshock e' da trovarsi nel suo profondo, non innovativo ma completo e quasi perfetto, gameplay; il grande successo invece Bioshock lo deve al suo game design, a Rapture e ai Big Daddy: la città sottomarina e' favolosa, magari le ambientazioni dopo un pò iniziano ad assomigliarsi tutte tra loro... ma non e' forse generalmente così in ogni città? Rapture e' un'utopia in rovina, uomini contro schiavi e parassiti, volontà contro conformismo: i temi di Bioshock sono molto forti, la violenza costante e continua; Rapture era un'oasi, un sogno, poi le ricerche genetiche e le modifiche hanno trasformato la sua popolazione, l'hanno resa dipendente e violenta, disumana. Non zombie però, tranquilli: l'AI dei nemici non sarà la fine del mondo ma alcuni avversari riescono a mettere insieme qualche offensiva decente. A livello normale e' comunque molto facile, in definitiva però e' così per scelta dei programmatori: non a caso e' impossibile morire. Meglio: si può morire ma disseminate per la città ci sono camere speciali per risorgere e tornare all'attacco dei nemici che non si e' riusciti a battere, i quali però mantengono la riduzione d'energia sostenuta durante il precedente scontro. Volendo si potrebbe semplicemente tornare ad attaccare ancora e ancora fino alla vittoria: personalmente non ho usato queste camere neppure una volta, mi sono limitato a sfruttare la possibilità di salvare e caricare in qualsiasi momento del gioco. Dicevamo: Rapture e' sommersa dai cadaveri, i suoi ponti sottomarini fanno acqua e ovunque sembra si sia combattuta una guerra furiosa; il suo creatore e' un pazzo asserragliato in una camera di sicurezza che blatera propaganda superomistica via radio; ma non e' il solo, il protagonista e' aiutato/guidato da uno dei pochi sopravvissuti ancora sani di Rapture, ma altri personaggi si incontreranno nel corso della storia con anche qualche vigoroso colpo di scena (il principale dei quali è però molto prevedibile): la sceneggiatura e' imponente e classica, i messaggi radio lasciati in giro dai protagonisti della storia di Rapture sono squisiti come il doppiaggio originale e l'interpretazione dei doppiatori; ci sono due finali: già, tra le tante cose prese a prestito in Bioshock c'e' anche la scelta morale di cosa fare con alcuni specifici personaggi del gioco, in base a questa scelta si può ottenere un good ending o un bad ending, ed e' abbastanza da giustificare un replay (oltre al desiderio di raggiungere tutti gli achievement). Il miglior fps per console, il miglior gioco per xbox360 e di conseguenza per console nextgen.
hellbly @ 21:12 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, settembre 12, 2007 | in : fumetti e libri
Amazons Attack: si fa un gran parlare e scrivere di come questa sia la Event Era del fumetto, un modo dispregiativo per sottolineare l'inutile susseguirsi di crossover e super mega crossover; il concetto di fondo e' mostrare universi supereroistici più uniti e reciproci, i soldi dei tie-in e' tutto di guadagnato: in un contesto imbecille e sceneggiato a tirar via la DC colloca la propria versione dei poveri di World War Hulk. Le amazzoni attaccano gli USA, seminano distruzione, segnano qualche punto sullo score della scacchiera di Darkseid in vista del mega super final crossover DC dell'anno prossimo, fanno andare giù di testa sia Supergirl sia Wonder Girl, danno una scusa di più a Batman per rifare gli Outsiders e tante cazzatine simili. I sei albi principali hanno un unico merito: i superlativi disegni di Pete Woods.

Outsiders 50 e Five of a Kind
: alla fine di checkout Nightwing arrende la propria crociata come capo degli Outsiders al fondatore del gruppo originale, Batman. Tra l'albo 49 e il 50 la DC ha fatto uscire cinque albi speciali dedicati ognuno, più o meno, a due aspiranti Outsiders impegnati a dimostrare a Batman di essere degni del gruppo. I 5 speciali sono chicche: disegnati e scritti da team creativi inediti con nomi che rivedremo presto in progetti regolari, Outsiders 50 chiude la serie per rilanciarla a breve con il classico Batman and the Outsiders, ripartendo da 1. Il gruppo non e' ancora completamente formato (basta guardare la cover del numero 1 per capire chi avremo nel rooster), comunque sappiamo per certo esserci: Grace, Thunder, Martian Manhunter, Katana, Metamorpho, Catwoman. Disprezzo Bedard come scrittore ma in quest'albo non ha proprio fatto schifo, speriamo di non dover attendere a una prematura chiusura definitiva della testata.

Bump!: Fangoria e' un celebre magazine di genere dedicato all'orrore, allo splatter e a cose simili; Bump e' il primo fumetto pubblicato dalla sua estensione di recentissima creazione Fangoria Comics: e' ovviamente una storia horror, ha qualche tono particolarmente originale pur in un contesto facile e immediatamente fruibile; disegnato e scritto da Mark Kidwell, autore di qualche prodotto legato all'ambiente della rivista e noto per alcune opere ''underground'': come sceneggiatore poco da dire, come disegnatore sembra di aver per le mani un albo della Avatar. Esordio decente ma niente di più.
hellbly @ 21:49 | commenti (popup) | commenti
domenica, settembre 09, 2007 | in : animazione e videogiochi
Reideen (episodi 1-26 serie completa/2006-2007): escludendo il Rahxephon questa serie risulta essere la terza incarnazione dell'originale robot di Suzuki; la produzione questa volta passa nelle mani di Production IG, studio che non necessità (spero) più di presentazioni e qui impegnato con grande dispendio di mezzi e volontà: alla regia troviamo Mitsuru Hongo (Outlaw Star e Spirit of Wonder), character di Takuya Saito (Macross Zero, Outlaw Star), mecha di Atsushi Takeuchi (Appleseed e Ghost in the Shell) e Shinji Aramaki (varie collaborazioni). In questa serie non viene inventato niente né visivamente-esteticamente né come sceneggiatura: animazione di ottima qualità e ormai consueta scelta di affidare alla CG tutte le scene meccaniche, in questo caso tutto il robotico viene caratterizzato dalla massiccia imponenza del design e da un volontario ed efficace senso di lentezza e pesantezza dovuto alle dimensioni ''reali'' dei robot. Soprattutto all'inizio i combattimenti sono molto lenti come ci si potrebbe aspettare dai movimenti di simili giganti di metallo. A livello di puro mecha il nuovo Reideen e' piuttosto banale e semplice: non verrà certo ricordato per l'originalità o per ardite scelte tecnologiche; la sceneggiatura funzionerebbe bene se non fosse per tanti e troppi elementi secondari introdotti e poi abbandonati con superficialità e disinteresse, il finale dopo un notevolissimo scontro conclusivo rubacchiato al Gaogaigar si perde su un'apertura ancora una volta non incisiva e prima di coraggio. Si guarda bene e volentieri e la bontà dell'animazione lasciano passare in secondo piano la lentezza e la pochezza di dialoghi e situazioni messe in piedi, ma avrebbe potuto essere molto meglio e si continua a rimarcare il periodo discendente dello studio produttivo costretto forse a venire a patti con un necessario cambio politico e artistico dal quale non si scorge ancora luce in fondo al tunnel. NOTA: il costume/tuta da combattimento del protagonista è identico alle divise della Darkstar della DC Comics.
hellbly @ 13:09 | commenti (popup) | commenti
domenica, settembre 09, 2007 | in : animazione e videogiochi
Heavenly Sword Animated (episodi 1-5 serie completa): prequel animato in cinque micro episodi distribuiti attraverso il sito ufficiale di uno dei più attesi giochi per la Playstation 3, costruito sulla falsa riga stilistica di Samurai Jack e influenzato pesantemente da congeniali tecniche realizzative frequentemente riviste nelle ultime produzioni americane, racconta l'origine della spada soggetto del videogio e la nascita di Noriko, la protagonsta. Per i fan.
hellbly @ 09:23 | commenti (popup) | commenti
venerdì, settembre 07, 2007 | in : cinema e tv
Grindhouse - Death Proof: la faccio breve. Tarantino mi sta sulle palle più o meno da quando si iniziò a parlare di Kill Bill:  adesso ogni volta che vedo la sua faccia da culo o sento il suo nome associato a un qualche progetto di revival o finto b-movie mi si accappona la pelle e irrita lo stomaco. Tarantino e' venuto nel mio orticello di nicchia e l'ha distrutto con i trattori trasformandolo in uno sfavillante luna park per famiglie e decerebrati: la cosa peggiore poi e' che tante idee infilate nei suoi film mi piacerebbero pure, se solo riuscissi a isolare il concetto di lui dal prodotto. Su Death Proof c'e' una cosa sola da dire: fino a una ventina di minuti dalla fine il film e' a due velocità, se la telecamera si ferma su Kurt Russel o se, ancora meglio, Kurt Russel parla, e' una figata perché Kurt Russel ha la faccia e l'attitudine giusta, quella del Kurt Russel mito; in tutti gli altri momenti il film e' una schifezza e quella finta pseudo exploitation dei gruppetti di ragazze rompe le palle dopo un paio di minuti. Il finale poi e' una gran stronzata che non avrebbe mai dovuto essere.
hellbly @ 22:16 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
venerdì, settembre 07, 2007 | in : animazione e videogiochi
Dangaioh: finalmente colmata una mia sofferta lacuna con i tre OAV di fine anni '80, incompiuti come da tradizione nipponica, coprodotti da AIC e BANDAI che vide insieme nella realizzazione alcuni dei più celebrati nomi dell'animazione. Regia di Toshiki Hirano (Zeorymer, Iczer, Rayearth), direzione artistica di Hideaki Anno (Mr. Gainax) e Kazuhiro Arai (Mazinkaiser, Bubblegum Crisis), mecha design di Koichi Ohata (Borgman, Gunbuster, Char's Counterattack) e Masami Obari (Dancougar, Gravion) e Yasushi Ishizu (Dirty Pair e vari Gundam) e soprattutto Shoji Kawamori (Macross, Patlabor, Escaflowne, Eureka Seven). E' proprio il mecha design della serie ad averla eternata nella storia del genere robotico a cartoni: il Dangaioh e' largamente considerato uno dei più bei robot mai disegnati, stilisticamente squisito, colori e forme impeccabili, ottimo armamento, componibile, straordinario schema cromatico, belle mosse finali. 3 ragazze e 1 ragazzo furono rapiti da uno scienziato pazzo, da 4 pianeti diversi, a causa dei loro latenti poteri psichici: potenziati e messi alla guida di 4 astronavi, moduli di un incredibile robot realizzato per potenziare ed essere potenziato dai poteri mentali dei suoi piloti. Lo scopo dello scienziato era venderli ai pirati spaziali, i 4 si ribellano, scappano, e combattono: non c'e' molta storia, nei tre episodi si ripercorre il passato dei protagonisti impegnati contro i piloti spaziali; capolavoro incompiuto del genere robotico, vuoto e bellissimo OAV.
hellbly @ 21:18 | commenti (popup) | commenti
giovedì, settembre 06, 2007 | in : cinema e tv
Kill!: samurai eiga del 1968 per la regia e la sceneggiatura di Kihachi Okamoto (Samurai Assassin e Sword of Doom ixb) con protagonisti Tatsuya Nakadai (Yojimbo, Sanjuro, Sword of Doom) ed Etsushi Takahashi (Red Lion, Shogun’s Samurai, Return from the River Kwai). Rocambolesco e rivoluzionario nella rottura con la precedente produzione del regista, con i ruoli degli interpreti e genericamente con il severo stile dei jidaigeki classici: la filosofia anni ’60 finalmente impatta sul Giappone portando con sé influenze e contaminazioni, modificando a livello cromosomico il fino ad allora rigido sistema d’autorità per la produzione cinematografica. Kill fonda la propria storia sullo stesso romanzo di Yamamoto Shugoro che ispirò Sanjuro di Kurosawa, lasciandosi però avvincere da quel filo rosso che, dall’altra parte del mondo, portò alla nascita del gemellare spaghetti western alla Leone: con tanto di scene citate e incipiente e reciproca ammirazione cult. Nakadai e’ un ex-samurai stufo del costrittivo e folle stile di vita bushido, trasformatosi in yakuza vagabondo, disilluso, spiritoso nei riguardi della propria condizione e cinicamente lieve verso la vita; Takahashi invece e’ l’ex-coltivatore deciso a riscattare la propria povera nascita senza speranze con la spada e speranzosamente e ingenuamente dedicato a ottenere lo status di samurai per elevarsi. I due finiscono ai lati opposti del classico omicidio per l’onore del clan condotto da 7 giovani samurai anch’essi accecati dalla (vana)gloria del nobile vassallaggio, traditi dalla completa mancanza d’onore e dall’avidità del loro signore e costretti alla fuga come traditori. Nakadai si schiera immediatamente dalla parte dei giovani stupidi ritrovando il proprio io abbandonato nella loro vitale stoltezza, Takahashi affida invece i propri sogni al malvagio lasciandosi assoldare come mercenario. Tra i due nasce spontanea e pure un’amicizia virile identica nei tempi e nei modi a quelle di Clint Eastwood e i suoi vari partner di allora. La libertà concessa da Okamoto come scrittore non si riflette nella sua regia: statuaria, immancabilmente spaziosa e controllata, lirica nella composizione perfettamente misurata e composta. Il risultato straordinario fu proprio quello di ottenere, a fronte di tale classica impostazione scenica, un marasma spigliato di commedia drammatica che, accanto alle imprescindibili morti, risolleva le sorti con scelte e gesti di simpatia e apertura. La riflessione sull’insensatezza del bushido non copre mai l’eleganza polverosa e trasandata dei sentimenti sviluppati dalla trama, i due attori offrono ironia e predisposizione comica, presenza e disponibilità verso la novità delle parti: quanti cowboy abbiamo visto inseguire un’oca o un pollo o quello che era nei tanti anni a venire? Geniale, infine, il ricorso insistito e continuo al ‘’kill’’ del titolo: per i samurai ogni questione può venir risolta con un’uccisione, solo gli ex o i non samurai comprendono la non necessità della morte. 
hellbly @ 09:11 | commenti (popup) | commenti