giovedì, novembre 29, 2007 | in : fumetti e libri
Wetworks: la debacle del nuovo e riformato universo Wildstorm prosegue portando alla morte anche la terza serie dei Wetworks, e presto anche il nuovo Deathblow, nonostante l'ottima partenza in stile World of Darkness con testi di Mike Carey e il buon seguito affidato a DeMatteis, e nonostante disegnatori sempre capaci. La chiusura in realtà non è propriamente ufficiale: DC Comics non si è espressa in questi termini, ma con zero numeri in uscita da qui a Febbraio sembra soltanto una questione di comunicazione e della consueta malaorganizzazione legata all'universo Wildstorm, e probabilmente al caotico evento Armageddon simpatica riproposizione del primo Monarch DC rivisitato e corretto. Peccato, prevedibile ma peccato.

World War Hulk: la Marvel rovina il miglior crossover non di nicchia della sua storia recente costringendo il finale a una serie di scene e scelte obbligate per sfruttarne gli esiti commerciali trasformandoli in tanti nuovi albi regolari. Non aggiungo altro perché tra l'incredibile Herc e il figlio di Hulk non posso fare a meno di offendermi, perché il crossover era straordinariamente buono, eccellente seguito di Planet Hulk, e perché lo scontro con Sentry sarebbe stato narrativamente sensato se non si fosse deciso di concluderlo senza rispondere alla domanda su chi sia più forte, se non in maniera tanto velata da lasciare l'amaro in bocca: per non parlare del tentativo di rendere meno ovvio il fattore Banner nella chiusura della serie deformando ancora una volta senza la minima logica la psicologia del personaggio ottenendo l'ennesima variante strumentale del rapporto tra le due identità del protagonista e svuotandola infine di ogni significato, oltre al fatto di rendere vane e insensate molte scene/dialoghi dell'ultima storia recente di Hulk.

The Loners: miniserie editorialmente in stile DC per la Marvel che continua ad affrontare la tematica supereroistica provando a concentrare e ritrovare una propria nota personale caratterialmente definita. Ecco quindi l'anonima supereroi per ex-teen titans: interessanti i dialoghi, ottimo soggetto, imprescindibile il ritorno dell'amatissimo Darkhawk. Questo gruppo di supporto per ex-eroi ex-ragazzini ora cresciuti e decisi a lasciarsi alle spalle poteri e costumi viene sviluppato perfettamente dal duo d'autori fino a circa tre quarti poi, sfortunatamente, ecco che il tutto si ritrasforma in una nuova formazione di x-men/runways perdendo lo smalto e l'originalità. Solo in parte però: miniserie molto buona, di gran qualità e abbastanza slegata dalla normale continuity (a parte l'ovvia secondarietà di tutti i protagonisti che potrebbe causare qualche dubbio nel lettore meno addentro) da essere perfettamente godibile da sé.

Hellboy - Darkness Calls: erano 3 anni che non si sapeva più niente di un Hellboy disperso in mare e spostato in secondo piano per la difficoltà di reindirizzarne le storie concluso più o meno il concept originario legato al suo personaggio. Un Hellboy vittima della sindrome di Spawn costretto a un lirico e squisito vagabondare per i regni del folklore mondiale in attesa che Mignola ne risollevasse le sorti disimpegnandosi dalle vicende del più fortunato e nuovo BPRD.
hellbly @ 23:53 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, novembre 28, 2007 | in : fumetti e libri
La Casa dalle Finestre Nere (Way Station, 1963 - inizialmente pubblicato in due parti con il titolo di Here Gather the Stars su Galaxy Magazine, 1963): vincitore dell'Hugo nel 1964, considerato uno dei migliori e allo stesso tempo più atipici romanzi di Simak, Way Station gira tutto intorno a un unico protagonista, un unico ambiente e dimostra quanto sia facile scrivere dell'ottima narrativa impostando una storia altamente sfaccettata e ricca di sottotrame senza dover per forza far accadere dei disastri. Enoch Wallas è un pluricentenario trentenne reduce dalla Guerra Civile americana, ora scosso testimone dell'imminente collasso umano durante la Guerra Fredda: Enoch è anche il prescelto funzionario di una speciale installazione aliena creata di nascosto dal resto della razza umana, è un ''oste'' dell'universo. Impiegato (pubblico) delle linee di teletrasposorto spaziale: i suoi compiti riguardano la manutenzione degli impianti per il teletrasporto e la cura degli ospiti intenti a utilizzarlo. All'interno della stazione che era la sua casa Enoch vive da solo, lontano da tutti e da sguardi indiscreti: per assicurare la corretta gestione del posto di transito gli alieni hanno reso Enoch immortale; non potendo quindi invecchiare, né parlare con altri della sua attività, vive come un recluso. Solitudine, il tema dell'incontro e del ricordo: molto fitta e varia la trama psicologica che avvolge e dona consistenza al protagonista del romanzo, superba l'integrazione in questa storia scarsa in colpi di scena e azione di divagazioni sulla guerra nucleare, la società del mid-west americano, misteriose visioni spirituali, scienza e magia. Romanzo breve, rapido ma scritto con visible propensione verso una lingua articolata e ricca di costruzioni subordinate e complesse adatte a rappresentare il labirinto di pensieri e monologhi al centro della solitudine del protagonista. Fantasmi elettronici, esper, culture e realtà aliene: il romanzo di Simak fortemente politico e schierato rispetto al suo orizzonte di eventi. Gustoso ed emblematico di genuini rompicapo intellettuali per gli uomini a cavaliere di fine millennio, Way Station è una squisita lettura sfortunatamente impolverata da un'inadattabile vecchezza capace di allentarne la germinale efficacia.
hellbly @ 21:11 | commenti (popup) | commenti
lunedì, novembre 26, 2007 | in : animazione e videogiochi
Futurama - Bender's Big Score: primo dei previsti 4 film direct-to-dvd intesi a riprendere la storia di Futurama là dove l'avevamo lasciata alla fine della quarta stagione. Premessa: tra tutti i cartoni di questo ''tipo''... Simpson, Family Guy, South Park: Futurama è il mio preferito, quindi la notizia di 4 film mi ha entusiasmato; questi quattro film saranno poi spezzati ognuno in quattro episodi che andranno a formare la quinta stagione della serie. Dicevamo: il film è ottimo, molto divertente e fa mangiare tanta merda a quello dei Simpson. Toltomi questo sfizio nel film ritroviamo i protagonisti due anni dopo alle prese con un trio di alieni truffatori capaci in poco tempo di fregare la Terra stessa ai terrestri, tutta la storia gira però intorno ai paradossi temporali: il film è una somma di tutti i più classici paradossi temporali fantascientifici messi e gettati in un pentolone contenente le classiche comparsate di personaggi visti una sola volta, riferimenti più o meno espliciti a vecchie trame e tutto il resto del comparto hard-core-fan. Bender's Big Score non è un film per tutti, è per gli appassionati orfani della serie e questo è il miglior complimento che si possa fare: da guardarsi con calma, in lingua originale, e ben riposati per avere la massima ricezione cerebrale per cogliere tutte le parodie e i rimandi.
hellbly @ 16:49 | commenti (3)(popup) | commenti (3)
sabato, novembre 24, 2007 | in : cinema e tv
Gegege no Kitaro: Katsuhide Motoki torna a dirigere film dopo 4 dal suo quasi successo, la simpatica commedia Drugstore Girl (ixb), cimentandosi nella versione 2007 del famoso Kitaro, personaggio giapponese protagonista di tanti manga, serie tv, altri film, radio etc. Facile stendere una linea discendente a partire dalla Great Yokai War di Takashi: anche in questa produzione infatti si vedono i celebri mostri del folklore nipponico, spesso in mediocre ma buffa cg, intraprendere accenni di scontri tra loro mentre accompagnano sullo schermo il solito inutile idol slash attore. E' un film per bambini tipo Fantaghirò: non è esattamente brutto ma essendomi sviluppato ormai da tempo oltre i 6-7 anni non posso fare a meno di trovarlo inguardabile.
hellbly @ 21:14 | commenti (popup) | commenti
lunedì, novembre 19, 2007 | in : cinema e tv
The Last Sentinel: soddisfo l'illogico impulso a spararmi sci-fi movie di seconda categoria accoppiando al Dacascos Omega Man di ieri questa nuova co-produzione dello Sci-fi Channel.... a proposito del quale sarei veramente curioso di leggere i vincolanti contratti che legano i suoi attori, peggio che nella hollywood degli studios anni '50: altrimenti non ci spiegherebbe come la bionda Katee Sackhoff, star(buck) dell'ottima Battlestar Galactica, fresca comprimaria del ributtante remake della donna bionica (non ne parleremo mai quindi tenetevi stretto questo avvertimento: non guardare il remake della donna bionica) con carriera in non vertiginosa ma certa ascesa, sia stata costretta a interpretare la presente schifezza. Nessuna sorpresa, a parte quella di scoprirlo ancora vivo, a vedere il ruolo da protagonista occupato da Don Wilson... scusate: Don ''the Dragon'' Wilson, inossidabile cinquantatreenne impegnato a salvare il mondo ancora una volta a suon di spadare e smitragliate intelligenti. Nel futuro un esercito di Darth Vader - Robocop difensori dell'umanità decide di cambiare politica e passare all'eliminazione dei propri creatori: Don Wilson è l'ultimo di un corpo scelto e super armato di soldatissimi, da tempo si dà alla nullafacenza privato di qualsiasi ragione o voglia di combattere. Basterà un pelo di f... non un carro di buoi per farlo tornare alla pugna. La scena è memorabile: prima lui la salva senza particolari ragioni, poi la disdegna, poi lei gli fa vedere il culo e le tette (solo a lui ovviamente, i nuovi b-movie come dicevamo non prevedono i nudi frontali) e lui ringalluzzisce d'un tratto e salva il mondo. Vi ho già parlato del fucile parlante? E del cane? Ci sono. Passi Don Wilson ma non si capisce cosa sia successo a Katee: solitamente è un attrice decente, televisivamente nella media, qui ha la faccia di una costretta dallo scifi channel ha distruggere la propria carriera baciando una cariatide di rambo pseudo cinese in attesa della nuova infornata di ruoli televisivi d'alto profilo. Me li immagino questi aguzzini dello scifi channel: vedono uno dei loro attori riscuotere successo, ricevere qualche chiamata dal cinema con i soldi, e subito decidono di violentarli in qualche interpretazione che allontani tutti i sogni di gloria e li leghi alla grande famiglia felice dei prossimi Bruce Campbell wannabe.
hellbly @ 21:41 | commenti (popup) | commenti
domenica, novembre 18, 2007 | in : cinema e tv
I Am Omega: come saprete tra qualche settimana i cinema di ogni nazione non del terzo mondo saranno testimoni dell'ennesimo remake degli ultimi anni, per dirla tutta questo remake sarà l'ennesimo remake in una personale serie di riproposizioni della mai troppo celebrata opera di Richard Matheson. Ovviamente parlo di I Am Legend con Will Smith. Alcuni di voi ricorderanno che tra le tante trasposizioni del romanzo esista una serie di variazioni più o meno ''ufficiali'' e accettate dall'autore: qui riprendiamo la versione con mutanti al posto dei vampiri. Plauso solenne ai signori della Asylum per aver prodotto nello stesso anno della megaproduzione un remake b-movie cogliendo la geniale idea di riproporlo con il titolo alterato per rassomigliargli. Al posto del prossimo Will Smith, dopo Vincent Price e Alzheimer Heston, il ruolo di Omega/Legend è nelle mani di........Mark Dacascos. Ricorderete con me il buon Dacascos in alcuni indimenticabili ruoli d'azione degli anni '90, spesso ripresi da manga e videogiochi come Crying Freeman, Sanctuary, Wing Commander; qualcuno più attento lo avrà visto recentemente nel ruolo dell'host di un assurdo programma culinario americano, The Iron Chef..... tum tum tum tum ''BROCCOLIIIIIII''
Un b-movie genuino, splatter, stupido, recitato male: perché un film del genere di dieci, venti anni fa è oggi ancora guardabile mentre questi moderni non lo saranno? Primo per la mancanza di tette, non ci sono più nudi, secondo perché una volta questi film provavano a sperimentare e dare e fare qualcosa di diverso rispetto ai canali ufficiali: ora sono ridotti a brutte copie per un mercato home video inspiegabilmente florido. Voglio dire: se li guardo io non c'e' niente di male, che li guardino abbastanza persone da giustificarne le spese di produzione è malato.
hellbly @ 23:17 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
venerdì, novembre 16, 2007 | in : fumetti e libri

Mass Effect – Revelation: il prossimo venerdì uscirà in Europa ‘’Mass Effect’’, il nuovo action-rpg fantascientifico da Bioware, attesissimo e già osannato come miglior gioco un po’ dappertutto con recensioni entusiastiche e clamore di folla. Per chi fosse interessato a saperlo l’edizione italiana sarà in italiano, e basta: chi lo volesse giocare in lingua originale godendo dello spettacolare doppiaggio originale dovrà aspettare, come me, i tempi di consegna dal Regno Unito. Revelation è figlio della crescente industria libraria dedicata alla novelization di videogiochi, si tratta di un prequel alla storia del gioco: è un libricino, corto e poco impegnativo, abbastanza divertente ma troppo visibilmente impostato come supporto al pezzo forte del brand piuttosto che come opera a sé. La funzione principale del libro è quella di introdurre Saren, l’antagonista del videogioco, e presentare un po’ di storia recente della razza umana, ultima arrivata, all’interno della comunità spaziale. L’autore è Drew Karpyshyn, scrittore veterano in forza a Bioware e già titolare dei dialoghi di Knights of the Old Repubblic, vari Baldur’s Gate e qualche romanzo per i marchi Star Wars e Forgotten Realms: professionista senz’anima decentemente istruito e capace di qualche momento di grazia specialmente nella descrizione delle scene d’azione. Varrebbe la pena leggerlo solo per ingannare l’attesa per il gioco.

hellbly @ 14:35 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
venerdì, novembre 16, 2007 | in : animazione e videogiochi

The Orange Box – Team Fortress 2: ieri ho raggiunto le 1000 uccisioni al titolo multiplayer contenuto nell’ormai noto Orange Box di Valve, così facendo mi trovo ad aver sbloccato tutti gli achievment che mi ero prefissato e dichiaro quindi conclusa la mia prima esperienza con l’Orange Box. Team Fortress 2 avrebbe potuto essere, anzi avrebbe dovuto essere l’alternativa a Halo 3: la mancanza di server, i problemi di lag e connessioni solo parzialmente e troppo in ritardo risolti da Valve, le vendite non all’altezza e una troppo asciutta e minima personalizzazione hanno invece condannato il gioco a una minuta schiera di appassionati, spesso tristemente accomunati dal detestare Halo 3. Oggi, a un mesetto dalla sua uscita, trovare da giocare è difficile: i ranked match si contano sulle dita di una mano, e durante certi orari (quando gli americani dormono) non si contano proprio; gli altri si trovano sempre meno. A potersi integrare con gli utenti pc il discorso sarebbe completamente diverso, ma l’esperimento multiplayer esclusivamente dedicato al gioco di squadra ha dimostrato nuovamente come gli utenti console siano refrattari all’idea di community e alla cooperazione di gruppo aldilà della coppia di amici. Team Fortress 2 presenta 6 mappe, una per capture the flag e le altre tutte dedicate a varianti di conquista territoriale: sono tutte buone mappe però finisce qui. In Team Fortress 2 il giocatore è chiamato a impersonare un particolare tipo di personaggio tra una scelta di 9 classi: la distinzione tra le classi è fortissima e considerevole e solo un paio di queste risultano fortemente sconsigliabili durante partire con pochi giocatori, provarle tutte e trovare le proprie preferite e potersi adattare all’andamento della partita tra un respawn e l’altro è uno dei maggiori pregi del titolo. Oltre a una squisita caratterizzazione grafica in stile cartoon e a perfette animazioni. Il gameplay è molto immediato ma non date retta a chi lo marchi esclusivamente così: ogni partita può dare al giocatore che la ricerchi la possibilità di votarsi a un gioco d’attesa, cecchinaggio o ingegneria, agguati col lanciafiamme, trappole esplosive. Imparare a giocare è un attimo, imparare a usare bene certi tipi di personaggio è già più complicato, diventare bravi ovviamente richiede un po’ di tempo. Ogni classe ha una diversa riserva di energia vitale, una diversa velocità di spostamento, un diverso equipaggiamento: tutto bellissimo, però poi fai girare Halo 3 e ci sono infinite tipologie di partite, un casino di mappe, ampia configurazione; lo scarso supporto Valve alla versione console del gioco ne sta causando la prematura scomparsa.

hellbly @ 14:34 | commenti (popup) | commenti
venerdì, novembre 16, 2007 | in : fumetti e libri

I Reietti dello Spazio (Space Barbarians, 1964): avevamo lasciato gli Esiliati di Ragnarok pronti a calare vendetta contro gli ancestrali nemici, nel riprenderne la narrazione Godwin sceglie di saltare tutta la fase guerresca e farci invece ritrovare i protagonisti già vittoriosi presentati sotto la prospettiva di un popolo rimasto senza scopo e indeciso sul da farsi. Secoli di lotta e preparazione hanno trasformati gli ex-umani in una nuova razza incontenibilmente guerriera e spaventata dalla pace come da un male letale per la sopravvivenza della specie. Dopo essere sopravvissuti al pianeta della morte e all’impari guerra, i ragnarokiani si trovano spiazzati contro la pace. Circondanti dai diffidenti alleati umani e bramosi di nuovo conflitto e ulteriori sfide. La premessa è notevole e calza perfettamente con il titolo originale e con una presentazione a tratti precursiva del migliore Vance piuttosto che direttamente decisa e ispirata a una mescola fantastica, la resa invece appare decisamente più commerciale e narrativamente facile rispetto al precedente romanzo. Spulciando la biografia di Godwin risulta facile immaginare una certa ristrettezza economica e la necessità di vendere il più possibile, oltre che di un’attività maggiormente remunerativa rispetto alla scrittura fantascientifica. Space Barbarians gira intorno a nuovi nemici alieni, una nuova guerra ma soprattutto prova a progredire l’esperimento sociale dei ragnarokiani mostrandone spesso l’attività di gruppo e l’individualismo organizzato e utile: senza però addentrarsi in concettualizzazioni troppo marcate e mantenendo il timone ben puntato verso l’avventura e un’ombra di mistero. Lettura veloce e snella, più evidentemente datata e meno appagante del precedente: più per completezza che per piacere.

hellbly @ 10:58 | commenti (popup) | commenti
sabato, novembre 10, 2007 | in : cinema e tv
Live Free or Die Hard: più o meno mentre nelle sale italiane usciva il film negli USA il dvd colpiva le reti di distribuzione domestica, più o meno a luglio la rete cominciava a far girare sui suoi canali vari cam-rip, telecine e roba del genere. Cominciava l'attesa, l'agonia. Volevo vederlo al cinema, avrei dovuto vederlo appena uscito ma la vita si è messa in mezzo per così dire: alla fine l'ho visto in dvd. Normalmente mi considero persona posata e tranquilla, facile a facili entusiasmi ma generalmente attenta a non manifestare eccessivi stati d'esaltazione in pubblico: me lo sono guardato a casa, non ero da solo, non ho smesso di annuire per tutta la durata del film. EVVAI Bruce Willis, EVVAI Die-Hard 4.0.
Quando Mel Gibson realizzò il suo Arma Letale 4 tutto il film girava intorno al fatto del personaggio invecchiato incapace di tenere i ritmi del passato se non a botte di forza di volontà: Mel Gibson aveva 42 anni; Bruce Willis ne ha 52 e non è più un uomo con un attitudite, è attitudine. Len Wiseman è il regista di alcuni dei più brutti film che abbia mai visto, eppure il miracolo di aver realizzato un ottimo capitolo di Die-Hard gli è riuscito pienamente: passano i minuti e Willis sanguina, passano i minuti e smette di sanguinare, poi passano altri minuti e ricomincia più copiosamente. Nel frattempo ammazza una quantità di persone, distrugge milioni di dollari in immobili e mezzi di vario genere, non smette mai di parlare: enuncia il vangelo direttamente sul digitale della macchina da presa, immortala il verbo del Main Man in doppio audio, surround, subwoofer, dolby digital hyper extreme e quando finalmente arriva a fare il cowboy spara il più grosso proiettile della sua vita attraverso la carne infrangendo il regno umano e transumanando ad aeternum. Ok, arrivato a rispolverare il latino mi fermo e placo. Il film è fantastico, il miglior action movie americano da chissà quanto: fa il paio con Transformers e mi dichiara soddisfatto a vita, perfino tutto il trip tecnologico e il teen-coprotagonista veleggiano verso la gloria del cool senza limiti. Non riesco a pensare come faccia Willis a guardarsi alla specchio, allo stesso modo di Eastwood voglio dire: si guarda allo specchio al mattino lavandosi i denti e pensa ''non c'e' niente di più figo di me che mi lavo i denti'', poi si sorride e si mette a ridere perché sorridendosi allo specchio diventa così figo che non può non ridere di quella gioia che solo vedere qualcosa di incredibilmente figo può darti. A questo punto mi tilta il cervello perché pensare a Willis allo specchio con lo spazzolino in mano che ride di sé mi costringe a sollevare e ignorare alcuni pensieri sulla sanità mentale mia e di chi vive con me tollerando questi miei pensieri pubblicati. In ogni caso a vedere Live Free or Die-Hard dovrebbero andarci solo persone come me perché gli altri finirebbero per sparare stronzate parlando di sceneggiatura, regia, e cazzate che con Bruce Willis hanno niente a che vedere. EVVAI Bruce Willis!
hellbly @ 23:40 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
sabato, novembre 10, 2007 | in : cinema e tv
Sicko: come sempre innegabilmente intrigante a guardarsi l'ultimo documentario di Moore è però il più evidentemente fazioso e pilotato, a parte l'inevitabile mitomania sviluppata dal regista i problemi girano intorno alla contrapposizione tra modello americano della sanità e quello dei ''restanti'' paesi occidentali dai cugini canadesi all'europa finendo a Cuba. Non si può semplificare così tanto la complicata gestione della sanità pubblica selezionando accuratamente interviste, commenti e interventi subdolamente mirati a denigrare l'USA ed esaltare insensatamente e irrealmente gli altri. Un esempio su tutti è la parentesi UK del documentario, la parte con il medico della ''mutua'' inglese armato di super Audi e casa a 6 zeri. Manca inoltre completamente l'elemento tragicomico che aiutava a digerire la mole di dati e dichiarazioni contenute nei precedenti: qui Moore è troppo serio o troppo diretto a suscitare scalpore, comunque vogliate il messaggio si indebolisce e perde d'incisività; per contro la scena dei cori soviet di pompieri e insegnanti è geniale. Opaco e sopravvalutato in partenza Sicko affonda in quei patetismi e cede il fianco ai denigratori per l'eccessiva superficialità dell'analisi costruttiva.
hellbly @ 09:44 | commenti (popup) | commenti
lunedì, novembre 05, 2007 | in : cinema e tv
Eleven Samurai: Eiichi Kudo conclude la sua trilogia tematica nel 1966 affrontando ancora una volta il soggetto di un gruppo di samurai impegnato a sgominare attraverso l'omicidio il regno di terrore instaurato da un qualche nobile rampollo ebbro di potere e viziato da tare caratteriali indegne del suo rango e testimoni della falsità dell'ideale bushido nella sua applicazione al governo. Rispetto ai due precedenti tuttavia Eleven Samurai si distingue nettamente nello stile della narrazione: ci troviamo a guardare una pellicola che, rispetto ai suoi fratelli maggiori, si configura come un vero action abbandonando con repentina facilità il tipico andante lento del genere per affrontare con audacia la sfida di un movimento pià rapido e insistito fatto di battaglie, cambi di scena e ambientazione, continui rilanci del passo narrativo grazie allo sfruttamento di consistenti colpi di scena. A partecipare della rinnovata impostazione è specialmente il lavoro degli attori: emerge infatti un vero protagonista a dominare l'arena e il gruppo dei rivoltosi sostituendosi all'impianto corale precedentemente adottato; risplendono maggiormente anche i ruoli femminili qui sfruttati non solo a fine decorativo ma pressantemente introdotti nell'economia della sceneggiatura.
hellbly @ 20:44 | commenti (popup) | commenti
domenica, novembre 04, 2007 | in : cinema e tv
The Darwin Awards: contrariamente a quanto pensassi i Darwin Awards non sono una creazione del film ma sono ''realmente'' esistenti con tanto di sito ufficiale. Mi pare strano non essermici imbattuto prima di oggi: ridere della morte è qualcosa che mi piace ma... ehi: capita. Regista quasi esordiente, variopinto cast composto da tanti nomi famosi dai Metallica ai tizi del Discovery Channel passando per una sfilza di attori più o meno famosi impegnati in particine da cameo. I Darwin Awards sono premi assegnati ogni anno alle persone morte nel modo più stupido, ovviamente postumi si prefigono in qualche modo di gratificare i defunti per esserti tolti di mezzo e aver migliorato, eliminandosi, la razza umana. Protagonista del film è un profiler della polizia caduto in disgrazia e costretto a cercarsi un lavoro presso un'Assicurazione da anni vessata dai risarcimenti di persone morte in modo tanto assurdo da sembrare impossibile. Caso dopo caso il film presenta alcune leggende metropolitane tra le più impensabili e ridicolmente drammatiche: divertente, fatto con poco, un trionfo interpretativo da parte di Joe Fiennes grandioso nella sua parte di maniaco ossessivo, veramente simpatico e affascinante. Un bel film originale e valido.
hellbly @ 00:39 | commenti (popup) | commenti
domenica, novembre 04, 2007 | in : cinema e tv
Man of the Year: quando Barry Levinson ancora aveva una carriera cinematografica il suo nome era spesso legato a un celebre film con Robin Williams, in questo estremo tentativo di rilancarsi a vicenda i due provano a tornare insieme presentando un film presidenziale piuttosto scontato e cavalcando l'onda del rinnovato successo di tanta informazione alternativa, infotainment, che se avesse avuto la fortuna di uscire in Italia un pò più tardi avrebbe potuto capitare a fagiolo con il V-Day e tutto il suo seguito. Robin Williams presta una performance rilevante che finalmente torna a mostrarlo con quella verve così visibilmente spentasi negli ultimi anni, sia lui che Levinson però non possono esimersi dal mostrare la stanchezza di un pacchetto idee consunto e ridotto al lumicino: il film si guarda, non è malaccio, ma trascurabile e dimenticabile si accartoccia sulla sceneggiatura troppo banale solo di tanto in tanto lusingata da qualche graziosa battuta da late night. Fortunatamente basta guardare a Mr. Walken per sentire che non si sono buttati via soldi od ore di vita.
hellbly @ 00:03 | commenti (popup) | commenti
sabato, novembre 03, 2007 | in : animazione e videogiochi
The Orange Box - Half-Life 2 Episode Two: con il quarto capitolo delle avventure di Gordon Freeman chiudiamo la proposta single player contenuta nel meraviglioso Orange Box, il miglior affare videoludico mai commercializzato, considerando finalmente il punto focale del pacchetto insieme a Team Fortress 2. Il proseguimento della storia di Black Mesa, dei Combine, del misterioso G-Man e di una narrazione che dopo il fragile capitolo di Episodio Uno torna su binari fermi sviluppando il soggetto troppo a lungo rimasto intasato intorno alla bella architettura di City 17. Gordon e Alyx sono fuggiti e ora si aggirano tra foreste, miniere e l'area suburbana intorno alla grande città: il fulcro della missione è raggiungere la nuova base ribelle, consegnando le informazioni rubate ai Combine e mantenendo il passo avanti guadagnato al prezzo di tante morti e dramma. Tuttavia, per quanto efficaci i dialoghi, la caratterizzazioni dei personaggi, per quanto ben strutturate le ambientazioni, per quanto vario il gameplay, ben registrati i controlli e dinamiche le azioni di combattimento: nonostante tutto questo alla fine i fan di Half-Life si troveranno a giocare con il nuovo, ottimo capitolo della serie perfetta tra gli fps fantascientifici, dove il nuovo si riduca però esclusivamente al numero nel titolo. Non si può rovinare un così collaudato e strepitoso gameplay, l'assenza di novità però costa al titolo qualcosa: gli anni passano, altri giochi propongono costanti innovazioni, è necessario che Valve faccia lo stesso per non perdere quell'appeal superiore profondamente intriso nelle sue produzioni. Episode Three sarà la prova del fuoco: dovrà concludere la vicenda di Half-Life 2 e gettare le basi per il tutto nuovo capitolo che dovrà essere Half-Life 3; c'e' troppa storia da racontare ancora per credere che il prossimo capitolo, soprattutto considerando quanto brevi siano stati gli ultimi due (per inciso: Episode Two è di una lunghezza media rispetto agli fps, due/tre volte più longevo di Episode One ma molto più corto dell'originale o di tanti altri concorrenti), possa risolvere tanta trama. Borealis dovrà essere un botto per lanciare un approccio nuovo alla vicenda: sempre Gordon, sempre Alyx ma alla Valve dovranno seriamente prendere in considerazione l'idea di chiudere la storia per sempre o di rilanciarla impregnata di originalità. Tornando al furuto Episodio Tre, insieme con larga parte del fandom, mi attendo di veder integrata la Portal Gun: in un modo o nell'altro. Tornando al gioco ora disponibile: abbiamo Alyx, abbiamo la Gravity Gun, abbiamo il graditissimo ritorno della sega circolare, l'apprezzata conferma del Mattone ma, sopra ogni cosa, abbiamo lo Gnomo. Seguendo un pò il mondo dei videogiochi non potrete non aver sentito parlare dello Gnomo: in Episode Two Valve ha dato il peggio e il meglio di sé nella definizione degli Achievement, il nemico numero uno dei possessori di XBOX 350. Intanto vorrei precisare che lo Gnomo non sia il più difficile tra quelli presenti nel gioco: il più difficile è indubbiamente quello di abbattere tutti gli Strider senza lasciar loro distruggere alcun palazzo (ehi, sia chiaro: giocare a livello facile non è permesso nella confraternita degli hardcore gamer), il più noioso è invece sicuramente quello di pestare e stanare tutte le larve. Lo Gnomo è però quello più rappresentativo e, per chi non lo sapesse, la sostanza è questa: proprio all'inizio del gioco, sotto una specie di letto, è nascosto un gnomo da giardino, lo Gnomo. Per completare il compito bisognerà trascinarselo dietro per quasi tutto il gioco, a piede e, specialmente, in macchina: proprio la parte della macchina è quella più odiosa. Valve non si è presa il disturbo di curare particolarmente i poligoni e la fisica dello Gnomo: passa attraverso le portiere, è privo di attrito. Qualsiasi dosso, buca, curva, accelerazione, frenata, proiettile, bomba e altro lo faranno cadere fuori dalla macchina: ci sono ovviamente varie strategie e teorie su quale sia il modo migliore di gestirLo, nessuna è più valida di altre; odierete lo Gnomo ma quando ve ne liberete il vostro cuore sarà vuoto e freddo. Lo Gnomo non è una buona arma, non ammazzerebbe neppure un headcrab, ma è un fidato compagno da appoggiare un pò ovunque per commemorare i momenti migliori di tutto il gioco.
hellbly @ 18:06 | commenti (popup) | commenti
giovedì, novembre 01, 2007 | in : cinema e tv
The Great Duel: 1964, Eiichi Kudo replica la positiva avventura dell'anno precedente dirigendo con maggiore sicurezza e personalità il secondo capitolo dei suoi racconti di rivolta samurai; il soggetto varia leggermente da quanto vistosi in 13 Assassins: questa volta si tratta di una vera e propria rivolta popolare contro le ingiustizie del governo. Ritornano tutti gli elementi intravisti nel precedente, qui rafforzati e sviluppati fino a raggiungere una vera impronta artistica distinguibile e ricorrente: l'unico samurai buono è quello morto, la paura e la confusione accomunano tutti gli uomini, non esiste nobiltà solo avidità; la società dell'epoca viene rappresentata con quello che i critici definirebbero realismo: tutti corrotti, tutti spaventati. I combattimenti si svolgono nella più totale baraonda spingendo i corpi contro gli altri, fuggendo, cercando sempre di colpire alle spalle, un solo samurai riesce a tenere testa a una decina di avversari per la paura di questi ultimi di venire uccisi, la disperazione porta alla fuga e si scappa continuamente, correndo e nascondendosi. A fine film ritorna ancora più vasta e libera la scena di scontro finale già vistasi in 13 Assassins: un villaggio intero diventa teatro della fuga disperata del bersaglio e del suo seguito incalcazati dalla follia omicida dei rivoltosi. Ancora di più si perde il senso del protagonista: qui abbiamo solo qualche personaggio utilizzato come filo conduttore, nessuno gode di caratterizzazioni particolari ed è nella massa degli attori che Kudo svolge la propria attività registica conducendoli sempre in gruppo e non lasciando mai intravedere personalità forti all'interno di quello che viene rappresentato come un'umanità incapace e tradita abbellita da ideali e costumi privi di significato, condannata a rincorrersi tra grida e sgraziati agitarsi di spade, cadute e implorazioni. Gli unici a emergere sono campioni di paura e pazzia, sono i peggiori nella massa dei terrorizzati pronti a rivoltarsi anche contro i propri alleati al primo accenno di pericolo. Torna la camera a mano ma l'impianto resta quello classico di campi lunghi e precise scarrellate orizzontali, scene statiche e molto lente: solo qua e là Kudo riesce a inserire le proprie innovazioni finendo per realizzare una singhiozzante narrazione di grande fascino ma ardua.
hellbly @ 11:42 | commenti (popup) | commenti
giovedì, novembre 01, 2007 | in : cinema e tv
The Thirteen Assassins: immediatamente a seguito di Castle of Owls (ixb), sua prima concreta prova registica, Eiichi Kudo realizzò il primo capitolo di una trilogia tematica, recentemente raccolta in box dvd, conosciuta come ''samurai revolution''; era il 1963 e i 13 Assassini di Kudo facevano senza troppo mistero il verso ai 7 Samurai di Kurosawa. Il giovane fratello dell'imperatore abusa del proprio potere protetto dalla benevolenza dello shogun, uccide e violenta senza mai venire punito: il suicidio a scopo di denuncia (mitico Giappone) di un serio personaggio dell'epoca spingerà un'eminente personlità del governo a organizzare, di nascosto, l'omicidio del bastardo incaricandone il suo più fedele e abile vassallo. Durante la successiva fase di reclutamento comincia la migliore parte del film: a difesa del bastardo si erge un suo fedele consigliere, pienamente consapevole della malvagità/follia del suo padrone non può però esimersi dal proteggerlo. Per aggiungere un pò di pathos alla vicenda i capi dei due ''schieramenti'' si conoscono: parte quindi una dichiarata partita di scacchi la cui conclusione troverà sanguinario epilogo in uno sperduto villaggio trasformato dagli assassini in trappola mortale. Il gioco e i dialoghi a distanza tra i due sono considerevoli, equilibrati e, per quanto oggigiorno ingenui, ben strutturati. Il villaggio trappola è una chiara citazione-clonazione dei Sette Samurai, così come parte del reclutamento e una certa dose di riprese: Kudo mette il proprio nelle coreografie di combattimento, prossime alla più completa casualità, centrate sul mostrare il panico e la totale diversità tra il vero combattimento e gli esercizi giornalieri dei samurai; il realismo emotivo e comportamentale dei protagonisti diviene presto il fulcro dell'azione in un continuo susseguirsi di fughe e attacchi alle spalle. L'onorevolezza viene lasciata solo nelle mani dei capi che, con una punta di sarcasmo finiranno per vedersi risolvere nell'economia del film all'interno di un breve spazio epilogativo: non viene celato dal regista come, durante lo sviluppo della storia, siano i corpi agitanti spade, senza nome se non nella morte, dei meschini combattenti privi degli alti ideali distintivi dei rispettivi capi. Interessante ma quasi accidentale il ricordo alla telecamera a spalla durante alcune scene quasi a richiamare un effetto in prima persona unico e inusuale per il samurai eiga anni '60.
hellbly @ 01:36 | commenti (popup) | commenti