sabato, maggio 31, 2008 | in : cinema e tv
My Name Is Earl (episodi 1-22 stagione 3 completa): eccoci al post annuale dedicato alla serie interpretata da Jason Lee giunta attraverso il gran casino dello sciopero degli sceneggiatori americani a un'accorciata ma felice fine terza stagione. La storia riprende da dove l'avevamo mollata, Earl è in prigione. Eravamo a una seconda stagione leggermente scivolata di tono, tesa meno verso la comicità e più verso la commedia: la terza prova a ribilanciare il tutto, il cambio d'ambientazione e le nuove dinamiche tra i personaggi dovuti alla nuova collocazione di Earl danno lo spunto per una trama più solida portata avanti attraverso più episodi in maniera unitaria. Earl continua a spuntare voci dalla sua lista e intanto cerca di guadagnarsi anticipatamente la libertà, a metà stagione finalmente riuscirà a guadagnarsi la libertà finendo però per iniziare seriamente a dubitare di tutta la questione karma: questo nuovo Earl porterà la stagione a concludersi senza cliffhanger e con grande soddisfazione mentre vengono ristabilite le routine e con gentilezza la storia viene riportata allo status quo iniziale. Magari non la migliore delle iniziative, artisticamente parlando, ma per una serie tv può non essere la peggiore delle situazioni: Earl avrà una quarta stagione, per adesso tanto basta.
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venerdì, maggio 30, 2008 | in : cinema e tv
The Machine Girl: immediato cult giapponese del 2008, il nuovo film diretto da Noboru Iguchi (quello di Sukeban boy) sistema e definisce quel rinnovato sottogenere splatter che da qualche anno spuntava saltuariamente attraverso le produzioni indipendenti dell'underground cinematografico nipponico, Death Trance, Meatball Machine; stabilisce anche il ritorno agli onori della cronaca della Nikkatsu dopo varie peripezie aziendali: non a caso il cast è composto in larga parte da ex attori presi dal porno e dai pinku, mentre la protagonista è un'idol al suo primo film, Minase Yashiro. Parliamo di mega-splatter, di machine-gun, motoseghe, ninja-yakuza, geyser di sangue, mutilazioni e le solite urla. Comincia tutto con la tipica situazione di bullismo, un ragazzino viene preso in mezzo e muore. La sorella si incazza e comincia la vendetta. Sono stupefatto quando leggo su internet i tanti paragoni con Planet Terror: cristo, non dubito che Iguchi l'abbia visto ma penso che prima di parlare del mezzo Grindhouse sarebbe il caso finire di elencare le numerose citazioni da Evil Dead. La protagonista, nelle prime battute del film, viene mutilata di mezzo braccio sinistro: in un'epica scena presa direttamente da Army of Darkness aggancerà al moncherino (dapprima) una gatling gun, successivamente sostituita dalla storica motosega. A questo punto avremmo già tutto il blocco di temi e contenuti necessari al genere, compresa la patinatura da softcore: mancano però completamente scene di nudo, mezzo nudo o generici ammiccamenti sessuali, al massimo vengono concesse poche scene in reggiseno. Il film è anche troppo lungo, a volerlo sottolineare: i combattimenti sono continui ma un paio di scene preparatorie concedono troppo tempo a inutili approfondimenti caratteriali; se rimpiangete gli anni '70-'80 stringetevi forte al mercato giapponese perche' ne sta sfornando a ripetizione ma non si sa quanto potrà durare questo fenomeno. ANCORA ANCORA ANCORA ANCORA....
hellbly @ 19:29 | commenti (popup) | commenti
venerdì, maggio 30, 2008 | in : fumetti e libri
Shadowpact: dopo essere stata una delle rivelazioni della nuova stagione DC Nation con vendite e successo forse non imprevedibile ma sicuramente superiore alle aspettative, nel suo secondo anno, abbandonata dallo scrittore titolare Bill Willingham, l'avventura del super gruppo di mistici DC chiude con l'albo numero 25. Il buon Sturges non è mai riuscito a far presa sui personaggi e, nonostante cambi nel roster con l'introduzione di nuovi personaggi e l'uscita di altri dalla scomoda gestione, alla fine si è perso intorno a una trama priva di fine e raccontata con scarsa comprensione. Auguriamogli di non fare lo stesso con Blue Beetle. Difficile dire quanti dei protagonisti della serie troveranno spazio nell'imminente parallela di Final Crisis dedicata all'universo magico DC. In ogni caso la chiusura dell'avventura di Shadowpact apre degli spazi editoriali che la DC non sembra nell'immediato intenzionata a ricoprire, date le trame in corso non sarà certo possibile toglierli dal gruppo ufficiale ma non sarebbe per niente male veder tornare i Sentinels of Magic compreso Alan Scott e il Dr. Fate, magari pure Eclipso.
hellbly @ 14:27 | commenti (popup) | commenti
giovedì, maggio 29, 2008 | in : cinema e tv
CJ7: il desiderio di cambiare è comprensibile e nasce spontaneamente nel cuore di tutti gli uomini, anche di quelli cinesi; l'ultimo film di Stephen Chow è molto diverso dal suo passato, e dal suo presente visto lo scarso successo ottenuto: difficile per un comico di fama tirar fuori un film ''drammatico'' senza incorrere nell'astio dei fan. Il problema poi è maggiore se il film risulta essere di per sé mediocre e noioso. Il paragone di trama facilmente tira in ballo ET: un ragazzino povero (il padre è un manovale, la madre è morta; il padre potrebbe mantenere un tenore di vita meno povero ma preferisce far la fame e farla fare al figlio piuttosto che rinunciare alla super scuola privata dove lo manda) viene costantemente bullato a scuola sia dai compagni prepotenti e riccastri, sia dagli insegnanti spocchiosi e superficiali: il bambino però è sicuro di sé e vive secondo gli insegnamenti di integerrima moralità del padre. Un giorno però il più borioso degli altri bambini porta a scuola la versione taroccata cinese di AIBO e scoppia il casino: il bambino protagonista diventa capriccioso e non ne può più di essere il più sfigato di tutti, il padre disperato va a ravanare nell'immondizia e tira fuori un bagaglio alieno che poi si trasformerà in un cane alieno molliccio fatto di un materiale simile allo slime. Il bambino diventerà arrogante e bastardo....il resto del film è fatalmente prevedibile e non regala emozioni. Il molliccio alieno è un pokemon e, come tutti i pokemon, ha ormai rotto le palle, senza neppure riuscire a colpire quell'effetto ''adorabile'' da prodotto per ragazze (lo so, ho fatto la prova con la mia che ci cade sistematicamente ed è rimasta del tutto indifferente). Gli effetti speciali sono buoni, fatto che dimostra quanti soldi americani girino oramai nella macchina da film di Stephen Chow.
hellbly @ 23:23 | commenti (popup) | commenti
giovedì, maggio 29, 2008 | in : cinema e tv
Be a Man! Samurai School: il Monte Fuji staglia (transitivo) lo scontro tra il bene e il male benedicendo con la sua maestosa figura l'età di Tak Sakaguchi, uomo, eroe, regista. Sakigake!! Otokojuku è la prima regia dell'attore diventato famoso esordiendo in Versus, dimostrazione lampante che del binomio Takaguchi-Kitamura, laddove l'ultimo è da qualche anno in un triste calando, era il primo la vera causa di tutto (dove per ''tutto'' intendo la corrente action seguitane). Non solo Takaguchi ha continuato a interpretare se stesso in ruoli sempre uguali in film d'azione demenziale, e lo dico in senso positivo, ma quest'anno ha compiuto il passo in più attraversando il confine e finendo a dirigere e scrivere il suo primo film, e coreografare i combattimenti dell'imminente Tokyo Gore Police. Parliamo un attimo della genesi di Samurai School: guardiamo da lontano senza nessuna base limitandoci a qualche graziosa congettura..... Sakigake!! Otokojuku? Uhm... il titolo, l'ambientazione e il tema... mi sembra di ricordare, sì: Tak aveva partecipato anche a Sakigake!! Cromartie High School. Guardiamo ora da più vicino: il film è composto quasi interamente da (semi)esordienti salvo qualche notevole eccezione, nel ruolo dell'antagonista troviamo per caso Hideo Sasaki. Lo stesso antagonista di Versus. Il rettore della scuola è Akaji Maro. Scherzi a parte, tra ingenuità e genuina serietà, Tak Sakaguchi ha deciso di cominciare la propria carriera occupandosi di cose conosciute senza lanciarsi in arroganti esperimenti ha mescolato le esperienze maturate in un super tamarro film d'azione umoristica di quasi due ore, senza paura e con stimabile autoironia. Ovviamente il film è tratto da un manga, diversamente dal solito non si tratta però di un fumetto recentissimo acquistato esclusivamente a fini di sfruttamento commerciale ma di una vecchia e dimenticata pubblicazione della fine degli anni '80: budget o motivi artistici poco importa. Otoko-Juku è una scuola segreta la cui missione non è quella di educare ragazzi, bensì formare uomini, leader, generali, guerrieri. Samurai. La scuola funziona così: i diventi uomo o muori; punizioni corporali, tortura, mortali prove di resistenza e coraggio, combattimento: alla Otoku gli studenti fanno fatica con la tabellina del 2 ma sono pieni di lealta, spirito e hotblooded devozione. La storia segue l'ammissione e il primo anno di cinque nuovi studenti: il silenzioso e gentile Momotaro, Tak, armato di katana e bandana alla Ryu, leader degli studenti del primo anno; il punk-karateka Toramaru; il gigante imbecille tutto palle Togashi, genialmente interpretato da un modello di Armani qui truccato con sfregi e per tutto il tempo sfottuto per essere brutto; lo sfigato e codardo Hidemaru e il computer umano Tazawa (fortissimo nella tabellina del 1). Dovranno affrontare sadici ma in fondo buoni insegnanti, sadici ma in fondo deboli studenti del secondo anno, sadici ma in fondo rispettosi appartenenti a una scuola rivale. Il film è un overdose di espedienti: ogni volta che uno dei personaggi si trovi a nominare qualcosa di specifico, una speciale tortura, un arte marziale o un colpo mortale urlato prima di essere inflitto o roba del genere, l'azione si congela e l'amico narratore ci presenta un piccola scheda con tanto di sovrimpressione e spiegazione; combattimenti in ring speciali pieni di trappole, la forza del Chi/Qi, la forza del tifo (non la malattia, l'attività del tifoso), sacre bandiere da 300 chili, tizi in armatura da shogun, esplosioni di sangue e gente che non muore nonostante siano esplose ma soprattutto gente che corre e urla, urla e corre (o compie un altro sforzo che urlando viene meglio). Il Monte Fuji, il Sole. Per tutto il tempo non si capisce se il film sia una pellicola di propaganda mascherata da intrattenimento o una divertente presa per il culo della propaganda: arrivato alla fine e dopo averci pensato qualche ora non sono ancora sicuro di quale delle due. Volete un difetto a tutti i costi? Troppo lungo:  i combattimenti sono troppo lunghi, gli urli sono troppo lunghi, c'e' una corposa perdita di misura verso la fine, il tempo viene dilatato che sembra di tornare a quando i cartoni animati giapponesi spezzavano i combattimenti in 50 episodi e ogni episodio i contendenti riuscivano a scambiare solo un pugno. Fantastico.
hellbly @ 18:17 | commenti (popup) | commenti
giovedì, maggio 29, 2008 | in : cinema e tv
Jumper: ovvero il film del ritorno alle grandi produzioni e alla fantascienza per il giovane Darth Vader; tratto dal primo, omonimo, romanzo in una serie di 3, Jumper racconta di persone rare e straordinarie nate con la capacità di teletrasportarsi istantaneamente in qualsiasi posto a portata di vista o precedentemente visto. Il romanzo non l'ho letto ma da quello che ne leggo pare fosse molto più denso di contenuti, socialmente teso e decisamente più adulto di quanto non sia stato messo in scena per la trasposizione cinematografica: la prima cosa da fare scoprendo di possedere un potere è capire come questo possa essere impiegato per fare soldi facili, trattandosi di teletrasporto rubare diventa facilissimo. Non a caso la maggior parte dei Jumper sono ladri o comunque vivono al di fuori della legge facendo poca fatica a impiegare il proprio dono per il male: per questo da millenni esistono i Paladins, setta religiosa e governativa la cui missione è sterminare l'altro gruppo. Ovviamente i Paladins sono cattivi, sono fanatici e non si fermano davanti a niente per uccidere i Jumper, compreso uccidere innocenti e civili. Darth Vader ovviamente è superfigo, vive da super ricco ed è super super; il suo arcinemico è un Samuel Jackson che, stranamente, non mi pare dica mai ''fucking'' qualcosa. In più ci sono la fidanzatina di Darth e un altro Jumper amico-nemico. Nella serie vengono citati i Marvel Team-Up. Gli effetti speciali sono piuttosto ben fatti, anzi sono veramente ad alto budget: il film è una sciocchezza, ma una sciocchezza bella a guardarsi.
hellbly @ 13:55 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, maggio 28, 2008 | in : cinema e tv
The Girls Rebel Force of Competitive Swimmers: premesso che probabilmente avrei dovuto guardare prima The Machine Girl, film che ultimamente sento spesso citare e che mi sono affrettato a reperire, tuttavia questo lo avevo in scaletta per primo e quindi, nonostante pare inserirsi sulla linea dell'altro... avete capito. Il film è anche intitolato ''Undead Pool'' o, come preferisco, Nihombie 2 (dove il ''2'' suggerirebbe l'esistenza di un ''1''... che però è in realtà quel Zombie Self Defence Force già visto qui sul blog: i due film non hanno alcuna parentela, probabilmente la questione dipende da qualche stupido distributore). Il film dura poco più di un'ora: un misteiroso virus si sta diffondendo in Giappone, tutte le studentesse e insegnanti di una scuola femminile vengono vaccinate e, dopo poco, si trasformano in vari gradi di zombie; alcune intelligenti, altre stupide, alcune corrono, altre arrancano, alcune brandiscono motoseghe e altre armi tipiche dello splatter, altre si limitano a esplodere in gorgoglii sanguinolenti e rossissimi. C'e' un di più: le protagoniste, Sasa Handa e Yuria Hidaka. I nomi non vi diranno nulla, neppure a me, d'altra parte è difficile ricordare i nomi di tutte le teen modelle giapponesi di video softcore. SDANG! Esatto! Scene lesbo, stupri e moine si alternano freneticamente a squartamenti, cannibalismo e grida di dolore e terrore. Tette e sangue! Tette e sangue! Tette e sangue! E' un vero peccato che io non abbia più tredici anni, sarebbe stato bello... E' bello comunque, però non così bello.
hellbly @ 21:06 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, maggio 28, 2008 | in : cinema e tv
Dai-Nipponjin: tra i vincitori della stagione cinematografica giapponese dell'anno passato c'e' questo particolare film d'esordio presentato con ottimi risultati a Cannes 2007, il regista/autore è Hitoshi Matsumoto, celebrissimo comico giapponese la cui carriera sta venendo sempre più frequentemente accostata a quella di Kitano. Collabora a questo gioco anche la diretta rivalità che pose Dai-Nipponjin in competizione con l'ultima opera di Kitano, quel Glory to the Filmmaker che da mesi provo a guardare solo per stufarmi dopo pochi minuti, uscito sconfitto per incassi e critiche tanto da suscitare in Kitano un famoso commento nel quale avrebbe ammesso la superiorità della prima opera di Matsumoto, congratulandosi. Premesso che ho mancato, temo, di capire il finale del film la trama è questa: Dai Nipponjin, ''grande giapponese'', è il nome di un supereroe in carne e ossa che, nel classico stile locale, si manifesta in un uomo in grado di assumere dimensioni gigantesche. Il film sceglie la forma del documentario e per quasi tutto il tempo seguiamo le scene attraverso la macchina da presa in prima persona di un presunto giornalista intento a realizzare un ''servizio'' sulla vita e le battaglie del suddetto superereoe. Il protagonista è interpretato Matsumoto stesso che si affida a un'improbabile pettinatura per caratterizzare l'annoiata, priva di senso, depressa vita del supereroe: costretto tra sponsor, manager sanguisuga, mostri irrispettosi, e scarso interesse da parte del pubblico sempre meno disposto a seguire le dirette dei combattimenti. Un dato particolare, che non saprei dire se rappresentativo della comicità dell'autore, gira intorno al fatto che non ci siano battute palesemente studiate per far ridere: l'umorismo nasce dalle scene e dall'essere dei personaggi, non da loro comportamenti specificatamente studiati per essere ridicoli o divertenti; i mostri sono grotteschi e rappresentati come disturbanti versioni degli yokai folkloristici, una gamba con una testa, un pollo con un occhio tentacolare che gli esce dal culo: roba di questo genere. Prestano le proprie fattezze ai mostri alcuni attori di calibro tra cui non si può non citare almeno Riki Takeuchi. Tecnicamente l'autore si avvale di ottimi modelli in cg sovrapposti secondo le più moderne tecnologie direttamente ''sopra'' gli attori: maschere e costumi digitali per rendere il realismo carnoso caratterizzante dei mostri e dell'eroe. Nel finale...................................vi lascio qualche punto per decidere se continuare a leggere......... Matsumoto cerca un effetto straniante introducendo dei cloni
della famiglia Ultraman, togliendo gli effetti speciali e regredendo ai costumi e ai modellini di città: lo scontro finale è un oltraggioso omaggio alle apparizioni più seriali di Godzilla e soci. Come dicevo sto ancora cercando di farmi un opinione sul senso: in ogni caso parlando di originalità e quel tipico nonsoché da film giapponese, Dai Nipponjin è certamente un campioncino. Una parodia di genere che sembra sottendere un filo conduttore con Django di Takashi.
hellbly @ 15:44 | commenti (popup) | commenti
martedì, maggio 27, 2008 | in : animazione e videogiochi
Gravion/Gravion Zwei (episodi 1-12+1-13 serie completa): un post solo perche' nonostante ci siano due anni tra la prima stagione e la seconda lo staff resta sostanzialmente invariato, i temi sono i medesimi, la storia è unica ma soprattutto perche' non mi è piaciuto e quindi non ne ho voglia. Parliamo di una produzione robotica dello Studio Gonzo che funge da pietra miliare in quel sottogenere robotico poi portato a massima fama dal successivo Godannar, quello che parafrasando il famigerato ''donne e motori'' unisce fanservice e robottoni. Maids, crossdressing, docce e bagni termali, tette di tutte le taglie, rossori, languori e un ammasso informe di tutti i più abusati, stupidi, noiosi elementi della commedia di genere giapponese. Il tutto abbinato a robot componibili, hot blood, alieni invasori e una generica impostazione alla Gaogaigar, ripresa fortemente anche a livello di mecha design (e non a caso, visto che entrambe le serie vantano la partecipazione di Obawara). Il tutto diretto da Masami Obari. Non è un caso se la serie sembri una produzione di cinque, sei anni prima: anche e specialmente a livello tecnico dove da un episodio all'altro lo sforzo di Gonzo cala vertiginosamente rasentando in certi casi l'obbrobrio e in altri quella lucida patinatura da Urushihara. L'avevo a suo tempo evitato, l'ho guardato esclusivamente perche' compreso nella lineup del prossimo Super Robot Wars: esatto, dopo  3 anni di Original, porting e giochi per portatili finalmente sta per uscire un nuovo srw per console di nuova generazione! Anzi no! Uscirà sempre per la ps2 ma non importa! Gravion è una schifezza: l'ho detto un pò dappertutto mentre lo guardavo e sono stato variamente offeso da un inaspettato numero di appassionati, secondo me è una delle peggiori serie robotiche che mi sia mai capitato di vedere.
hellbly @ 13:18 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
domenica, maggio 25, 2008 | in : cinema e tv
Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo: prendiamola da lontano. 1981: il regista Steven Spielberg non ha ancora realizzato ET ma arriva diretto dai planetari successi di Lo Squalo e Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, e lo stravagante 1941; il produttore/sceneggiatore George Lucas è a cavallo tra il secondo e il terzo Guerre Stellari; Harrison Ford è per il mondo intero Ian Solo. Cinque anni dopo il Tempio Maledetto, 1989: dopo il Colore Viole e l'Impero del Sole, Spielberg è pronto a rispondere ai fan donando loro una nuova avventura di Indiana Jones, l'ultima; Lucas, assunto a ruolo divino, acconsente; Ford dopo qualche film drammatico andato male, Frantic e Mosquito Coast, è tornato in auge con il successo di Una Donna in Carriera. Nasce L'Ultima Crociata e al gruppo si unisce, con geniale e opportuna scelta di casting e carriera, quello Sean Connery in quegli anni al culmine della sua seconda giovinezza: tra Gli Intoccabili e Caccia a Ottobre Rosso (veramente sarebbe tra Presidio e Sono Affari di Famiglia...). Il mito è compiuto e perfetto, trino, divino, eccellente. Lucas ha chiuso il suo secondo e definitivo franchise, la frusta e il cappello vanno al museo e tutti si separano in amicizia promettendo di non tornare più sul personaggio. 2008: dopo una quantità di film discutibili chiusi con l'assolo di Munich, il regista Spielberg è chiaramente sull'orlo del baratro, sono tre anni che non dirige. Lucas è diventato la puttana del cinema, il male incarnato ed è già riuscito a trasformare il suo Guerre Stellari in quanto di peggio ci sia nella società moderna: è inarrestabile e già da qualche tempo aveva rimesso mano a Indiana Jones rispolverndone la versione giovanile. Ford è già caduto nel baratro e arriva da 10 anni di porcherie e qualche stanco gossip dovuto alla sua relazione con una discutibile starlette televisiva. Saggiamente Connery decide di glissare. Il quarto film di Indiana Jones mi ha portato al cinema per la seconda volta in tre settimane, qualcosa che non succedeva da un anno ormai: le Reunion hanno questo potere, sai sempre di andare a vedere qualcosa di nostalgico, oggettivamente impossibilitato a essere allo stesso livello dei tuoi ricordi o di ciò che fu, ci vai per accontentare l'aspetto comune della natura umana che ci unisce tutti, la mortalità e la vecchiaia. Ho una sorella di 19 anni che non ha mai visto i tre Indiana Jones, ha visto il quarto e le è piaciuto: io sono uscito amaro e triste. Chissà se il vecchio Steranko l'ha visto questo film, e cosa avrà pensato del vecchio Ford ancora una volta in quei panni da lui disegnati: alla fine degli anni '80 Ford era un action-hero, Indiana Jones era un film d'azione. Questo alla fine degli anni '80: prima di Hong Kong e il digitale. La bellezza dei tre Indiana Jones, no: la ragione per cui il personaggio di Indiana Jones sia tanto radicato nei cuori dei suoi spettatori dipende dalla presenza in tutti i suoi film di azioni, battute e momenti cool; ogni film ne ha alcuni specifici inerenti trappole, donne, il cappello, la frusta, la pistola, un primo piano, una scazzottata, un salto da un veicolo in movimento a un altro, un attimo di paranormale: la sapiente e misurata mescolanza di questi lampi immortalati in scene memorabili ha fatto dei tre film e del loro protagonista un archetipo riconoscibile e amato. Quel porco di Lucas ha fatto quanto di peggio potesse: ha trasformato questo quarto film in un overdose di stilemi jonesiani, ormai completamente incapace a creare qualcosa di nuovo (e nel mezzo ci butto anche Spielberg) si è limitato a prendere tutto il marasmo di immagini classiche dei film precedenti e riproporle, replicarle, riprodurle in questo. Qualcuno potrebbe chiamarlo omaggio, io no. Una o due volte sarebbe stato un omaggio, l'insistenza demente che accompagna e diventa il motivo conduttore del film invece sono semplicemente la riprova dell'odiosa natura di Lucas e del suo malvagio impero commerciale. Abbassate gli occhi da Gates un momento e posateli sul vero mostro. La trama è circostanziale, un appendice inutile sfruttata esclusivamente per presentare i ''momenti indiana jones'' e caratterizzare il nuovo personaggio e candidato erede, quello Shia LaBeouf di Transformers e lanciatissimo nello stardom (se sopravviverà al successo), che per altro compie dignitosa figura per tutto il film. Indy è vecchio, per tutto il film la menano abbastanza che sia vecchio, eppure è più atletico di quanto sia mai stato: compie acrobazie e pesta come un fabbro, ma non sarebbe neppure un problema. C'e' sempre stata una controfigura, non è un mistero anche se Ford pare si impegnasse a recitare personalmente un certo numero di scene relativamente pericolose. Parliamo del magnetismo: per tutto il film c'e' 'sta storia del magnetismo. Ora, sospensione dell'incredulità a parte, da un regista intelligente come Spielberg mi aspetto almeno logica nel trattare il tema: invece il magnetismo va e viene a seconda della scena, i dettagli sono trascurati ed emarginata è l'attenzione e la cura. Buttiamo in mezzo qualche stronzata per inquadrare il periodo guerra fredda.... ma a cosa diavolo servono quei dieci minuti di agenti FBI e l'interrogatorio annesso?!? Scene infilate a forza e senza senso solo per buttare qualche nozione di biografia del personaggio utili a futuri sfruttamenti. Senza sottilizzare il film è tutto così: un ammasso di minuti spesi per ''accontentare'' i fan. Alla fine è come tutte le reunion, una perdita di tempo, una spesa di soldi: un affronto alla memoria che si giustifica esclusivamente nel più grande quadro della vita moderna dove nulla riesce a morire con la propria dignità intatta.
hellbly @ 21:22 | commenti (9)(popup) | commenti (9)
sabato, maggio 24, 2008 | in : fumetti e libri
Loveless: si conclude al ventiquattresimo albo la serie Vertigo brillantemente esordita a fine 2005, prevedibilmente. Dopo le tante difficoltà a mantenere la cadenza, l'abbandona del cocreatore e vero spirito Marcelo Frusin (qui autore di alcune delle sue migliori tavole), la serie wester di Azzarello si è lentamente spenta in circoli precipitando nell'insensatezza narrativa e perdendo di vista trama e compattezza rappresentativa. A partire dagli ottimi storyarc iniziali con la coppia protagonista, la città di Blackwater e tutti i villain, vendetta e redenzione, le premesse di Loveless erano ottime; con l'introduzione di ulteriori personaggi, il pessimo finale dato alla vicenda, e l'improvvido arrivo di Zezelj ai disegni (a onor di cronaca lo odio da quando lo spacciavano nelle fumetterie, dieci, quindici anni fa, come un grande artista), la serie è morta restando in vita solo grazie al basso numero di copie vendute necessarie alla pubblicazione Vertigo.

Countdown to Mystery: pur rallentata per motivi fatali anche l'ultima delle miniserie collaterali a Countdown giunge alla sua naturale conclusione lasciandoci con un pugno di nuovi personaggi e qualche domanda di troppo. Abbiamo un nuovo Doctor Fate, direttamente inserito nel discorso ''tradizione'', un nuovo Kent Nelson: niente di particolare, parliamo di embrione di personaggio. Incidentalmente la storia guadagna importanza a causa della morte del suo sceneggiatore, Steve Gerber: non sapendo come avrebbe voluto terminarla, e con la consueta, discreta, resa degli onori tipica del mondo dei comics, quattro nomi forti DC hanno realizzato altrettanti minifinali tutti contenuti nell'ultimo albo della serie. Il nuovo Doctor Fate non nasce sotto i migliori auspici. A divide l'albo abbiamo invece una nuova indicazione di Crispus-Spectre, parlo di ''indicazione'' perche' esattamente come ai tempi di Hal Jordan ci troviamo con un characters semplicemente ingestibile secondo la moderna sensibilità: l'ira divina è fuori dal tempo moderno e crea storie solo in virtù del proprio concept paradossale. Come si fa a scrivere di un personaggio semi onnipotente che incarna la rabbia di Dio, una rabbia omicida? Aldilà dei motivi teologici di cui ci sbattiamo allegramente ci sono propriamente degli interrogativi sociali moderni ed etici che francamente lasciano in imbarazzo: gli sceneggiatori sembrano percepirlo e finiscono per girarci intorno lasciando all'alter umano dello Spettro il compito di trovare una soluzione, ma non ci si riesce. Vedremo se Final Crisis ci darà qualcosa di più. A livello di DCU sottolineiamo, per quanto possa essere non necessario, il solito vizio di continuity questa volta riguardante Eclipso: abbiamo un Eclipso qui e uno completamente diverso in Countdown to Final Crisis (Ms Palmer e Mary Marvel); addirittura qui riportiamo Eclipso ai tempi della sua serie regolare, mentre là... mah. Se se ne sono sbattuti in DC...

Madame Mirage: abbandoniamo i lidi non troppo felici della DC Comics per abbracciare l'eccellenza dell'arrembante nuova onda Image-Top Cow. Miniserie in sei albi guidata dal rinato Paul Dini che tra questa e i recenti Detective Comics sembra aver trovato una nuova vena creativa: ambientata in un universo altro rispetto ai titolari Top Cow, Madame Mirage ci presenta un'interpretazione che ultimamente trova riscontro nel mercato, quella di un futuro altamente tecnologico ma socialmente vicino dove i poteri siano derivati da ritrovati (in questo caso chiamati mega-tech) normalmente banditi da leggi varie, dove eroi e cattivi si scambiano colpi di genio scientifico e cyberfrag. Penso a Black Summer, ma anche altri. Dini ci racconta la storia di una vendetta non particolarmente originale ma girata su un perno-concept intrigante e graficamente rivelato dal sontuoso tratto di Kenneth Rocafort, altro nuovo talento prodottosi su altri media e attratto dalla libertà creativa di Top Cow, personalità da inquadrare ma indubbio il valore artistico che non a caso rivedremo presto sul nuovo top crossover. Madame Mirage rappresenta una nuova via del comics che riprendendo dalle ceneri dell'esperienza anni '90 delle Femme potrebbe riportare vera luce sull'indipendenza main stream nel circuito superomistico.

Wizard 200: chiudiamo con una doverosa segnalazione. Non sono un lettore affezionato, anzi tendenzialmente evito e naturalmente disprezzo la rivista Wizard. Tuttavia 200 numeri e 17 anni di pubblicazione valgono di più del mio snobbismo: l'evento è festeggiato da un doppio numero, nel senso di due distinti numeri 200, il primo dedicato alle classiche classifiche e a un pò di autostoria con ottimi esempi e migliori momenti tratti dagli anni passati e dalla storia del comics, soprattutto ovviamente a quel fenomeno Image che ancora oggi grava su tutto il mercato con le sue infinite ripercussioni; il secondo invece contiene interviste e la solita roba. In alto i calici e bla bla.
hellbly @ 18:48 | commenti (popup) | commenti
sabato, maggio 24, 2008 | in : cinema e tv
Meet the Spartans: migliore di quanto mi aspettassi; nonostante sia parte integrante di quel blocco di spazzatura parodistica che gli americani sfornano annualmente, sistematicamente prendendo malamente in giro grossi successi cine-televisivi della stagione passata buttandola sul minimo comun denominatore di rozza volgarità, questo film presenta inaspettati lati comici realmente divertenti. Innanzitutto nonostante sia al solito spiacevolmente grezzo incalza il motivo centrale, l'omosessualità degli spartani, con notevole furbizia: il saluto speciale uomo-uomo, uomo-donna; la marcia; la formazione di battaglia. E' tutto invitabilmente, visivamente, comico. Il resto è stanco e alla corda, a partire dall'invecchiatissima Carmen Electra passando per tutte le battute a colpi di palle e cazzi. Però l'allenamento del figlio è spassoso, l'attenzione a riproporre scene da 300 considerevole, e in definitva è realmente realizzato con maggior cura di quanto fosse lecito aspettarsi. Potrei persino spingermi a dire che varrebbe la pena spendere dei soldi per vederlo, ma lo farei solo per l'apprezzamento nei confronti del sublime Kevin Sorbo e del suo ''I am gonna go Hercules on your ass!''.
hellbly @ 18:13 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, maggio 21, 2008 | in : cinema e tv
The Bank Job: c'era una volta Roger Donaldson, regista poco prolifico autore di alcune perle tra la fine degli anni '80 e i '90 quali Cocktail, Cadillac Man, l'indimenticabile The Getaway (quello con la Basinger, mica cazzi), il primo Species e il fortissimo Dante's Peak. Questo tizio nell'anno 2000, benedetto da qualche millenaristica epifania, realizzò quel Thirteen Days con Kevin Costner i cui forti contenuti politici fecero pensare a un qualche rapimento alieno. Uno straordinario insuccesso con Pacino e Farrell dopo, una specie di film tv con Hopkins, lo ritroviamo costretto in territorio britannico con un cast all british capeggiato da Jason Statham in quello che NON e' il seguito di The Italian Job, ma è il solito film di rapina dove i rapinatori credono di rubare soldi ma si trovano tra le mani le solite foto che scatenano loro contro servizi segreti e super malavita. La cosa più interessante del film è l'incomprensibile slang inglese che rende non solo necessari dei sottotitoli, ma specialmente dei sottotitoli con traduzione in plain american. Il resto non vale la pena.
hellbly @ 22:40 | commenti (popup) | commenti
lunedì, maggio 19, 2008 | in : fumetti e libri
Conan: nel 2003, circa tre anni dopo l'ultimo rovinoso tentativo Marvel di rilanciare il personaggio, l'editore Dark Horse si accaparra i diritti e riesce nell'impresa di mettere in moto un ingranaggio che nel successivo minimo giro d'anni farà della serie un successo di critica e pubblico divenendo il primo nato di una nuova riscoperta heroic-fantasy immediatamente raccolta dagli altri editori. Red Sonja e compagnia per Dynamite, Warlord e Claw per DC tanto per citarne qualcuno. Una decina di miniserie, cinquanta albi secchi e qualche one-shot, al timone d'avvio un ispirato e insolito Kurt Busiek poi sostituito dall'affidabile Tim Truman (quello di HAWKWORLD! e un passato in TSR) : ottima continuità tra i due scrittori e i tanti ospiti alternatisi sulle mini, copertine e art interne sempre d'altissimo livello; toni adulti magistralmente tenuti al limite del rating. Dopo 50 numeri della regolare e cinque, sei anni di pubblicazione Dark Horse ha preso atto dell'indebolirsi inerziale dello strepitoso lancio optando per concludere l'avventura.... più o meno. No, per niente, qui parliamo del più classico e bieco rilancio editoriale: nonostante il mercato si avvicini a satuararsi sul tema con l'arrivo anche di altri editori nella mischia del genere e l'aumento geometrico delle proposte affini, Dark Horse si butta nel più abusato ''riparto da 1'' possibile. Con il numero 50 ''Conan'' chiude, dal mese prossimo ci ritroviamo tutti sulle pagine di ''Conan the Cimmerian'' numero 1 e, già che ci siamo, ripartiamo come un maglio perforante buttando nel mezzo anche un Kull 1 e un Solomon Kane 1. Spero che gli vada bene, e lo spero soprattutto perché nel cinquantesimo albo hanno deciso di omaggiare decenni di Conan ripubblicando un classico di Thomas-Buscema. Lo dico: era dalla chiusura di Savage Sword che non si leggevano comics di Conan così avvicenti.

Scud
: dieci anni dopo la chiusura senza finale della sua prima e più fortunata creazione, dieci anni segnati anche da una classica disputa legale sui diritti, Rob Schrab torna per portare a termine l'avventura del robot assassino con un cuore grazie all'impegno di Image, sulla cui bontà magari riparleremo. Dieci anni di sentono, non è certo lo stesso tempo di quando Scud spaccava: Shrab resta fedele e scrive come avrebbe fatto, chiude la storia con i toni più tosti possibili e fornisce un finale accettabile seppur confuso e ancora incompleto. Fumetti come Scud fanno miglior figura e restano bei ricordi facendo la fine di tutte le produzioni indipendenti del genere, interrotte prima di commercializzarsi. Scud ci prova e non fallisce ma arriva lungo dal centrare quel traguardo di immortalità e questi quattro albetti finiscono per essere il piccolo impegno di chi ricorda il personaggio. SPOILER SPOILER SPOILER: per chi sia interessato, alla fine Scud non muore. Dopo averlo tanto menato Shrab si limita a lasciar vivere Scud con un mezzuccio sentimentale di scarso valore.

Serenity - Better Days: mentre l'ottava stagione di Buffy spopola negli States (parliamo di un fumetto Dark Horse, seguito ufficiale delle serie), Whedon insiste nel riproporre i suoi successi in forma cartacea sperando sempre nel grande colpo. Mentre aspettivamo di vedere il suo nuovo telefilm, ci amareggiamo a comprare la seconda miniserie in tre albi dedicata a Firefly: ancora una volta incontriamo un'avventura ''x'' prima del film. Whedon non ha le palle per dare un seguito al film. I personaggi sono quelli, Whedon li ha chiari in testa e li muove a dovere senza ripensamenti: la mini è leale, è però anche disegnata male; troppi soldi a Hughes per le cover e troppi pochi per un artista decente.

Foolkiller: leggevo e amavo il Foolkiller nei suoi giorni sullo storico Punisher della Star Comics, carico di aspettative per il suo ritorno sotto il marchio adulto della Marvel mi aspettavo chissà quale estatica violenza motivata; non basta citare un poeta ogni tanto e infilare a forza del sociale per ritrovare lo spirito del Foolkiller, Hurwitz manca completamente il colpo finendo per scrivere il solito splatter fotocopia del punitore completamente incapace a distaccarsi o realizzare qualcosa di innovativo e formidabile come fu la celebre serie scritta da Gerber. La cosa peggiore è che Huewitz sembrerebbe averlo fatto apposta, ancora peggiore che la Marvel glielo abbia fatto fare.

Bat Lash: c'e' una ragione se DC Comics è il mio editore preferito. Chi altro avrebbe potuto scarica nell'arena del mercato americano un prodotto così retrò e diamantino come la mini in 6 albi di Bat Lash appena conclusasi? Dopo essere apparso in un paio di occasioni sulle pagine di Jonah Hex, il personaggio è sembrato pronto a un rientro a marce ridotte scritto e programmato con grande cura: 6 albi non proprio dedicati all'origine del personaggio, che per altro non ha una qualche origine da raccontare, quando piuttosto a una sua storia giovanile. Ai testi troviamo l'inedita accoppiata Sergio Aragones-Peter Brandvold: ora, il primo è semplicemente leggendario e non ha bisogno di presentazioni, il secondo invece è un affermato scrittore western da noi ovviamente sconosciuto. Alle cover troviamo Walt Simonson in preda a un revival professionale in piena regola, all'interno John Severin professionista del genere.
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domenica, maggio 18, 2008 | in : fumetti e libri
Annihilation/Annihilation Conquest: mi prendo un momento per ricapitolare gli ultimi due crossover cosmici, in attesa dell'ovvio terzo, che hanno riequilibrato e riscritto personaggi e rapporti tra i characters spaziali del Marvel U a opera principalmente di Giffen (prima di passare stabilmente in DC) e Abnett e Lanning. Gabriel the Air Walker è morot, anche Red Shift; Silver Surfer è tornato l'araldo ufficiale di Galactus, Stardust fa l'araldo ombra, Terrax e Firelord si fanno gli affati loro; Nova è l'unico sopravvissuto del Nova Corps e ha una sua serie regolare. Thanos è morto uccido da Drax nella sua nuova versione intelligente ma depotenziata. Annihilus è morto e rinato in versione cucciolo, Ravenous e l'Annihilation Wave si sono insediati nel vecchio e distrutto (da loro) impreso Skrull e parte di quello Kree; Ronan è il nuovo imperatore Kree e Super Skrull è suo amico. Quasar è morto e la figlia di Captain Marvel ha ereditato le Quantum Bands ed è ora la nuova Quasar. Moondragon è morta. La Suprema Intelligenza Kree è morta. Nella storyline di Conquest invece il nemico sono i borg Marvel, Phalanx guidati da Ultron e da tutta una serie di nemici terrestri che stanno facendo cadere terribilmente la serie verso la Terra e le conseguenze di Secret Invasion. Starlord è tornato a fare lo starlord insieme a Lovebug, Rocket Racoon e tutta una serie di personaggi secondari poi morti o messi temporaneamente in coma. Ah, Adam Warlock è rinato, ringiovanito e con poteri nuovi (e anche se appare nella serie non intendo quello dei Nuovi Mutanti ma l'altro): la nuova serie regolare si chiama Guardian of the Galaxy ma ha niente a che fare con l'originale (a parte il tizio nel ghiaccio), qui si parla di Infinity Watch restyle. E' morta dell'altra gente ma nulla di significativo. Due bei crossover, ho apprezzato di più il secondo: specialmente le mini. Pollice giù: il costume da Black Adam di Adam Warlock, niente Firelord in Conquest, la misteriosa sparizione di Aegis e Tenebrous in Annihilation, niente Cammi in Conquest.
hellbly @ 15:06 | commenti (popup) | commenti
sabato, maggio 17, 2008 | in : fumetti e libri
Actarus - la Vera Storia di un Pilota di Robot: non è certo un libretto nuovo, l'avevo già adocchiato varie volte e sempre ero riuscito a trattenermi dall'acquistarlo. Ho ceduto un mese fa circa, lo iniziai immediatamente per poi lasciarlo sul comodino fino a ieri quando ho deciso che preferivo vederlo nella libreria: sarebbe stato meglio se fosse stato comico fino in fondo e non avesse nascosto amarezza e triste critica sociale. Ho cercato qualche informazione sull'autore, Claudio Morici: a vedere il suo sito personale, che volontariamente non linko, mi è immediatamente stato sulle palle. Niente di personale, vivo con le mie idee e tendenzialmente mi stanno immediatamente sulle palle quasi tutti gli altri esseri umani, certi più immediatamente di altri in base al modo di presentarsi e quindi al nostro primo impatto: in ogni caso, se si fosse impegnato in questo senso invece di fingersi impegnato, Actarus sarebbe stata un'esilarante narrazione comica sviluppata intorno ad alcune trovate comiche di grande effetto visivo: Actarus sul divano che beve Peroni, Alcor-Alcol, il reality show a giustificare l'andamento episodico della vita del pilota, l'ambientazione new age del Laboratorio-Fattoria, la propaganda. Tante idee eccellenti che rispecchiano un pò quel periodo fortunato in un'era di internet imberbe quando i newsgroup erano la massima forma associativa e certi signori di IAC scrissero il formidabile elenco dei facts sull'animazione classica. Invece a un certo punto la storia vira ed entrano in gioco elementi di disperazione e sofferenza umana stranianti rispetto al contesto originario, alla fine ci si stanca perché poi i discorsi e le menate sono sempre le stesse e non val la pena mettere Actarus in copertina se vuoi raccontarmi quelle stesse cazzate che ho già tranquillamente scelto di ignorare.
hellbly @ 11:04 | commenti (popup) | commenti
giovedì, maggio 15, 2008 | in : cinema e tv
Semi-Pro: prosegue l'avventura comico-sportiva di Will Ferrell dopo i successi di Talladega Nights e Blades of Glory. Parliamo di fatti comuni: nonostante anche Semi-Pro abbia raggiunto l'obbiettivo di guadagnare è evidente come dal favoloso esordio la formula continui a perdere consensi a ogni nuova riproposta, ogni film successivo incassa un pò meno; i produttori continuano a buttarsi su Ferrell bypassando completamente la questione regia e sceneggiatura, danneggiando la performance dell'attore-comico troppo caricato di responsabilità e della continua necessità di stupire, quindi proiettato a tornare nel vicolo dove giaceva esausto qualche anno fa. Resta quanto detto, Semi-Pro ha i suoi momenti comici brillanti e soprattutto alcuni lampi di esilarante demenzialità: Will Ferrell è Jackie Moon, meteora musicale proprietario/coach/giocatore dei Flint Tropics della ABA. E' il 1976 la ABA sta morendo fondendosi con la NBA, 4 team passeranno alla grande lega e tutti gli altri saranno sbandati: i Tropics sono l'ultima squadra del campionato ma si faranno in 4 per arrivare al quarto posto ed entrare nelle 4 fortunate a sopravvivere. A questo punto entra in scena Woody Harrelson, ex-Celtics, ginocchio partito, alcolizzato, carriera finita: scambiato al posto di una lavatrice. Tra le condizioni per passare alla NBA ci sarebbe stata anche quella di avere una media pubblico intorno alle 2000 unità, inutile dire che gli spalti dei Tropics scarseggiavano al conteggio procapite: ogni prepartita il buon Jackie ne inventa una per promuovere il match. Tutto qui: c'e' spettacolo, Ferrell fa l'idiota in modi assurdi e spesso divertenti, la squadra gli dà supporto e c'e' persino un pò di classica eroica serietà da sacrificio sportivo che non fa mai male.
hellbly @ 23:39 | commenti (popup) | commenti
martedì, maggio 13, 2008 | in : cinema e tv
Kamen Rider the Next: seguito di Kamen Rider the First. Non ricordo che il progetto fosse pianificato per diventare seriale, evidentemente la Toei sarà rimasta sufficientemente soddisfatta dal primo capitolo del remake cinematografico dedicato alla generazione showa di Masked Rider da trovare i fondi per questo secondo. ''The First'' aveva un senso in quanto avente per protagonista il primo Kamen Rider, il progenitore di tutta una serie di successi e simboli saldamente appiccicati alla cultura popolare giapponese; ''The Next'' è molto stupido, soprattutto visto che nel primo film (certamente ricorderete) apparivano come protagonisti sia Kamen Rider 1 che Kamen Rider 2 (ufficialmente, quindi, sarebbe stato Kamen Rider 2 il ''the Next''): qui arriviamo a Kamen Rider v3. Ora, qualcuno potrà obiettare così: ''certo, ma ricalcando le serie sia Kamen Rider 1 che Kamen Rider 2 erano protagonsiti della serie Kamen Rider; Kamen Rider v3 era protagonista della seconda serie ufficiale, Kamen Rider v3''. Non mi interessa: contesto il ''The Next''. Alla Toei invece hanno contestato il regista del primo film, sostituendolo qui con Ryuta Tasaki, ovvero l'uomo dietro la generazione heisei di Kamen Rider; hanno invece confermato lo sceneggiatore, Toshiki Inoue: il film è schifoso quanto il primo, forse peggio. Che sia colpa sua? Probabilmente sì visto che è proprio la sceneggiatura a essere rivoltante nella sua troppo ricercata idiozia: lo scopo di questi film non penso sia quello di riuscire nell'ardua dimostrazione di scrivere nel 2008 soggetti tanto stupidi da sembrare degli originali anni '70, penso si volesse aggiornare il mito per riuscire a vendere le serie di dvd recentemente programmate per l'uscita cogliendo da un lato il fandom coltivato dalle nuove serie e dall'altro l'odio dei vecchi fan. Torniamo a noi: Takeshi Hongo si finge insegnante di scienze, viene messo sotto dai suoi studenti che lo scherzano continuamente; stolti, loro non sanno chi sia realmente Takeshi. Mezzora circa dall'inizio del film finalmente lo vediamo trasformarsi, anche in questo film si è scelto di evitare il POSING: scelta ancora una volta insensata essendo proprio le pose dei kamen rider prima delle trasformazione uno dei segni più caratteristici e amati dal pubblico. Ovviamente combattendo contro nuove generazioni di nemici l'obsoleta tecnologia di Kamen Rider 1 ha la peggio: passa un'altra mezzora ed ecco Hayato Ichimonji. Lui non lavora, passa il suo tempo al bar e non sta troppo bene. Passa un altro pò ed ecco, finalmente, Kamen Rider v3 interpretato dal tizio che faceva Kamen Rider Libellula nella serie di Kamen Rider Kabuto (il personaggio più sfigato di quella serie, per altro). Ovviamente all'inizio è cattivo, poi diventa buono. I kamen rider hanno pochissimo tempo in costume, combattono male e le prendono per tutto il film: coreografie ed effetti speciali penosi persino se comparati a quelli per la tv. Lo scontro finale è già un pò meglio ma non riesce di certo da solo a salvare dalla noia e dalla bruttura di The Next. Il prossimo giro toccherebbe a Kamen Rider X ma non troverei impensabile se Toei saltasse direttamente a Black. Sicuramente torneremo per parlarne male.
hellbly @ 21:35 | commenti (popup) | commenti
giovedì, maggio 08, 2008 | in : fumetti e libri
Uncle Sam and the Freedom Fighters: si è conclusa alla fine dello scorso mese la seconda miniserie dedicata alla nuova formazione dei Freedom Fighters di Uncles Sam; il primo esperimento si era chiuso senza indicazioni precise venendo mediamente apprezzato da crtica e pubblico senza però dare quei segni positivi che potessero dare sicurezza ai vertici DC: così hanno ben pensato di provare una seconda volta. Al timone troviamo confermata l'accoppiata Palmiotti-Gray: questa volta la vicenda si svicola completamente, anche e propriamente in senso di continuity, dalle vicende centrali pre-Final Crisis (salvo un minuscolo riferimento proferito da Sam nelle ultimissime battute della mini) proponendo una narrazione esclusiva incentrata sullo sviluppo degli ultimi arrivati nel gruppo. Riflettori puntati su Red Bee e trama molto classica, o banale a seconda di come la vogliate vedere, e e qualche cambiamento nel tentativo di raggiungere una formazione più appetibile al pubblico: Doll Man viene sostanzialmente scartato con la scusa di mettere su famiglia, Miss America si trasforma in una meno convenzionale e più sciocca Miss Cosmo; siparietto per Ray padre e trasformazione in una versione potenziata con nuovo battlename, Neon. Ritorno su binari di equilibrio mentale per Phantom Lady. Gli altri personaggi sono comparse poco visibili nel corso di tutta la storia. Dire che il progetto sia andato male è poco: a causa di un pessimo sviluppo narrativo e di idee a dir poco manchevoli la miniserie è collassata sotto il peso della propria inutilità, concludendo un malloppone di sceneggiatura con la più truce troncatura e abbattendo il pathos da scontro finale in due battute restringendo all'ultimo numero una quantità di questioni sollevate negli albi precedenti per la sostanziale incapacità degli sceneggiatori a organizzare meglio il lavoro. E lo dico da estimatore del duo. Fino all'albo 7 la miniserie si legge e si guarda: niente di che e poco di buono ma un decente prodotto supereroistico di contorno, con l'ottavo albo si apre un precipizio senza fondo che segna la scomparsa del gruppo vissuto il tempo di due Crisis. Che una volta sarebbe stato un tempo considerevole ma oggi si riduce a ''due anni''.

Metal Men: di ben diverso rilievo la miniserie in 8 numeri dedicata al rilancio dei Metal Men (parallelamente all'arco sviluppato sulle pagine di Superman-Batman). La mini è stata un one-man show a opera di Duncan Rouleau: forse lo conoscerete per essere parte del poker di autori di quella specie di manifesto letterario Man of Action la cui principale (e unica?) creazione è lo strano fenomeno cartoon-televisivo (+fumetti e videogiochi) conosciuto come Ben 10, su cui non esprimo al momento opionioni essendomi sforzatamente rifiutato di guardarlo a causa dell'aspetto repellente. Rouleau non è esattamente il vostro classico autore da supereroi e lo dimostra molto in fretta inscenando per i Metal Men un'astrusa vicenda sviluppata su più linee temporali di ardua e stancante comprensione: passato, presente e futuro di Magnus e delle sue creature si mescolano tra una macchina del tempo e qualche vecchio/nuovo antagonista . Morrow e i Death Metal Men hanno ovviamente una loro parte ma c'e' spazio anche per qualche Manhunter (quelli di OA) e qualche solido trip psicoanalitico su Magnus che, ricordiamo, ultimamente era stato rinchiuso ''pazzo'' e successivamente ''rapito'' per far parte delle menti Oolong Island.... diciamo che durante l'OYL gli autori ne hanno approfittato per fare un reboot senza troppe spiegazioni. Il disegno di Rouleau è sicuramente il suo pezzo forte, molto piacevole e morbido, particolare a vedersi e completamente privo di senso narrativo o della pur minima capacità di rappresentare l'azione in corso: totalmente anti-fumettistico. Metal Men è un prodotto snob da far arricciare il naso e renderne gli adulatori passibili di sarcasmo gratuito, è anche uno dei pochi prodotti artistici che DC abbia passato sul suo circuito main stream quest'anno: quindi varrebbe la pena sostenerlo.

Logan: passiamo brevemente in casa Marvel per commentare la miniserie in 3 albi dedicata a una storia di guerra di Wolverine. Freghiamocene della continuity, tanto lo fanno tutti: la storia si sviluppa su due linee temporali, tanto per cambiare e dimostrare che gli autori non tendono a copiarsi, il flashback ce lo mostra prigioniero di guerra dei giapponesi (in Giappone), evaso insieme a un quasi commilitone, che trova rifugio, protezione e sesso nella casa di un'aperta e ospitale bellezza locale. Prima che ve lo chiediate, NO: Mariko non ha niente a che spartire in zona, qui si parla di un'altra giapponese. La seconda linea temporale ritrae Wolverine nel presente (?) in visita sugli stessi luoghi. Ah, giusto per la cronaca: la bomba atomica ha invece a che spartire in zona. Capitando lì per caso Wolverine incontra qualcuno da quella vecchia storia del passato. Glissiamo sulla sceneggiatura e sulle accennate e gratuite scene di sesso, sempre apprezzabili e che ci ricordano la miniserie essere uscita sotto l'imprint Marvel Knights (pensavo fosse chiuso): cosa rimane? Beh, nonostante vi voglia spingere a glissare i testi sono di Vaughan: forte della chiusura di Y ha ben pensato di scribacchiare qualcosa per la concorrenza; i disegni sono di Risso. Volete vedere Wolverine disegnato da Risso e scritto da Vaughan, volete vedere Wolverine come sarebbe se a pubblicarlo fosse Vertigo? Io non avrei voluto ma ho ceduto alla tentazione, il risultato è gradevole e si piazza nello scaglione medio alto nella sterminata produzione di miniserie dedicate al tizio con gli artigli.

Wormwood - Gentlemen Corps ''Calamari Rising'': uhm. IDW, Templesmith, la nuova miniserie dedicata all'equivalente IDW di Planetary. Non vedo perché non la si dovrebbe leggere avendo letto quelle prima, vedo parecchie difficoltà a leggerla non avendo letto quelle prima: fan del prodigioso autore che tra poco sparirà nel buio (previsione personale) accorrete numerosi, gli altri si comprino i primi volumi e tornino più tardi. Mi scoccia dire ''sempre la solita minestra'' considerando che cosa io legga abitualmente, tuttavia considerando la scena falso underground sui Templesmith continua a insistere mi sento di poter buttare questa affermazione nel mucchio dei complimenti per la sempre carismatica caratterizzazione dei personaggi e il sempre personale e dubbio stile grafico.

Abyss
: si chiude il secondo progetto di Red 5, l'editore che con il suo Atomic Robo si candida a vincere la palma di miglior nuova realtà del mercato, il prossimo giro probabilmente parleremo di Radical. A dimostrazione che in queste realtà le idee buone sono sempre poche, Abyss è una cazzata come se ne vedono ormai troppe in giro: tipica parodia supereroistica dove il figlio del più grande supervillain della storia è buono e si allea con i soliti batman wannabe per sconfiggere il proprio retaggio tra una battuta, una citazione palese e una qualche meta battuta che offendendo l'intelligenza del lettore dovrebbe esaltarne il palato. Comincio a essere troppo vecchio per questa roba, o almeno troppo vecchio per farmi prendere per il culo da qualcuno che non stia scrivendo Batman.
hellbly @ 22:24 | commenti (popup) | commenti
sabato, maggio 03, 2008 | in : cinema e tv
Iron Man: molti anni fa ho capito che essere contemporaneamente un DC Jeek e un Marvel Zombie fosse possibile solo a creature dalla mente più aperta, dal portafoglio rigonfio, soprattutto però baciati dalla buona sorte di una gran quantità di tempo libero. Iron Man l'ho sempre letto, più o meno: lessi tutto il volume 1, arrivai fino a quel punto quando la bruttura del Marvel Universe portò alla Rinascita degli Eroi; lo ripresi al tempo del Ritorno ma era troppo tardi, il Tony Stark che apprezzavo: quello delle Guerre delle Armature, era scomparso per sempre. Sono quindi nostalgicamente e semplicemente entusiasta nel trovarmi a guardare un film dedicato al primo Iron Man, quello del sogno: quello che come Batman, Green Arrow e tutti i ricconi votati al bene segnava in quei dorati anni americani l'impronta social-capitalistica più forte incontrando nel più avvantaggiato anche il benefattore supremo. Ci voleva un regista costantemente sull'orlo dell'insuccesso e l'attore pronto al riscatto per mettere in piedi la migliore produzione possibile, un film che dalle parti di newsarama sono andati a vedere tre volte tanto erano increduli a scoprirlo così bello. Atteniamoci all'Origine: Tony Stark è un genio per retaggio famigliare votato alla meccanica e all'elettronica applicata all'industria bellica, ricco e sfrontato, annoiato, arrogante, ha tutto. Un giorno se ne va a fare un giro in un paese che, per motivi di aggiornamento storico, è stato modificato sulla carta geopolitica rispetto all'originale riassumendolo al tipico imprecisato luogo mediorientale del mito moderno: viene catturato, ferito a morte e costretto a costruire armi per i suoi catturatori; incontra il suo Damasco e gli viene donata una seconda vita e, per coincidenza, il motore e la causa del suo potere: fuggito e tornato in patria Tony Stark cercherà di riordinare la sua vita secondo le nuove e più pressanti cause del suo cuore. A questo punto il film poteva andare in merda: il regista e il suo protagonista hanno potuto sfruttare però quell'esperienza che tanti registi cinematografici contemporanei dovrebbero forse spendere per ottenere, le sit-com televisive su cui i due hanno fondato il primo successo e il ritorno alla scena concede loro tempi comici e ritmo narrativo impareggiabile. I dialoghi scivolano leggeri, mai pretenziosi, puntuali, irriverenti e pungenti: nessuno dei personaggi si perde in sciocchezze stereotipate prive di autoironia; Downey Jr. riesce nella difficile impresa di mostrare la doppiezza connaturale di Stark: non solo quindi il rimediare ai torti fatti ma in pari misura il soddisfare quella ricerca dell'emozione e della fuga dalla noia, dell'azione e del pericolo che mescolano egoismo umano all'atruismo superumano. Sembra scrittogli addosso. Il contorno funziona bene: al posto della Paltrow potrebbe esserci chiunque, data la sua funzione semplice di spalla e ribattuta per Downey Jr., però e' graziosa e si comporta con la dovuta dose di severità e divertita tolleranza che rese Pepper un personaggio fondamentale del primo Iron Man; Favreau stesso si ritaglia il minuscolo ruolo di Happy lasciando quello più articolato e proiettato verso il secondo capitolo di Rhodes a Terrence Howard. Il Drugo veste i panni di Iron Monger: ti aspetteresti sempre di vederlo con un white russian in mano ma riesce a fare il cattivo con sufficiente caricaturalità ed è tuttosommato convincente in una parte comunque piccola e di contraltare al dominante ruolo del protagonista. Tecnicamente il film è uno spettacolo: il genio Stark è circondato da IA che gli organizzano la casa (il maggiordomo Jarvis qui trasfigurato) e da animali domestici meccanici che gli fungono anche da assistenti, adopera sistemi operativi così avanzati ed evoluti da rendere l'iphone un grillo parlante Clementoni; poi c'e' l'armatura: mark 1, mark 2 e mark 3. Dalla progettazione alla vestiozione è un tripudio di mechaservice, una volta in volo è l'apoteosi dell'esaltazione: il volo è perfetto, persino migliore di quello visto in Superman; i repulsori sono impressionanti. Il miracolo però sono le collisioni: l'armatura è fisica, non ha niente di virtuale, tocca e viene colpita con assoluta credibilità e fisico rispetto della realtà strutturale; è chiarissima nella sua visibilità, Favreau non si nasconde dietro confusione e ambiguità, tutto viene mostrato in piena luce e non c'e' la minima possibilità di fraintendere gli scontri o di non comprenderne lo svolgimento. Alla fine del film, che si chiude con una botta straordinaria e una battuta eccellente, dopo i titoli di coda, Favreau si prende il tempo di dedicare una perla ai lettori: non dirò cosa succede, ma quello che succede è puro fanservice dove si riesce a mescolare universo Ultimate e le più recenti trame del Director.
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giovedì, maggio 01, 2008 | in : cinema e tv
Teeth: l'esordiente Mitchell Lichtenstein.... no, non è un di quelli quando si dice ''nessuna parentela'': questo è proprio il figlio di Roy.... lungometraggio d'esordio a sfondo horror, black comedy incentrato sul non proprio popolare mito della Vagina Dentata. Non credo di dover linkare qualcosa o spiegare nel dettaglio: il nome dice tutto; la protagonista è una signora Bobbitt seriale, ma non le servono forbici o coltelli. Passo indietro: la giovane Dawn è attivista convinta ed entusiasta della verginità, della castità e tutto il resto; la sua però non è una scelta puramente idealista, non ne è al corrente ma questa sua visione del sesso nasce da una particolarità genetico-anatomica in suo possesso, e unica. La famiglia, l'inconscio e via dicendo l'hanno portata ad allontanarsi dal sesso tuttavia, come dire, se Maometto non va alla montagna... la giovane Dawn, sfortuna vuole, è una graziosa biondina dal seno piccolo e sfacciato: i ragazzetti le ronzano intorno come falene. Un pò di curiosità, qualche prurito di troppo da una parte, testosterone a palla dall'altra e in un attimo il film si trasforma in un tripudio di cazzi mozzati. Mi rivolgo ai maschi: è abitudine di tutti i maschi l'immediata e naturale, pubblica partecipazione a ogni dimostrazione di dolore genitale; quando un uomo vede un tizio prendere una gran pacca sulle palle istintivamente comprende il dolore e si porta le mani a difesa delle proprie. Inizialmente il film sembra puntato a non mostrare esplicitamente il troncamento e la caduta, c'e' però una svolta verso la fine: arrivano le tette e lo splatter, prima è un filmetto stupido, dopo diventa quasi uno slasher. Ora, indugiare sul film c'e' poco da dire: non è granché, si guarda, è simpatico, potrà persino fare impressione; è proprio su questa impressione che vorrei soffermarmi prima di andare a copulare senza particolari problematiche residue: quale sarebbe la differenza tra una vagina dentata e la fellatio? Ultimamente mi sono accorto di un accentuato involgarimento del mio dizionario, però non vorrei fraintendimenti: la fellatio è il pompino. Bocca, vagina: se ha i denti può mordere, differenze poche. Il mito poteva avere senso in tempi proibizionistici, oggi fa poca differenza: a parte, ovviamente, la sorpresa. In effetti gira poi tutto intorno alla sorpresa, no? E' che non te lo aspetteresti in quella posizione, il morso intendo. Diciamo così: Teeth è un film che insegna una grande lezione di vita sociale. Mai saltare i preliminari con i nuovi partner.
hellbly @ 23:34 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
giovedì, maggio 01, 2008 | in : cinema e tv
Sukiyaki Western Django: sono un paio d'anni ormai che in Giappone sembra siano rimasti solo e sempre quei due, tre registi in tutto. Alla fine, volendo evitare i prodotti troppo mainstream, si finisce a cercare negli stessi posti, sono i soliti credits: avendone visto il trailer avevo intenzionalmente evitato il remake caciarone dell'accoppiata Miike-Tarantino basato sul mio amatissimo classico di Corbucci; se quel Hideaki Ito visto spesso in ruoli d'azione sofferta come quelli di When the Last Sword is Drawn e Princess Blade, poteva anche andarmi bene nei panni che furono principalmente di Franco Nero: Miike Takashi al posto di Corbucci mi dava solo vibrazioni molto negative. Alla fine il film mi è piaciuto, lo dico subito così tolgo i dubbi: certo, non capisco perché sia stato necessario andare a scomodare e scopiazzare Le Lacrime della Tigre Nera, o quale sia il fine nel trasformare le due gang rivali in boy bands uscite direttamente dall'ultimo emo-video del via cavo giaponese, per non parlare della sempre troppo ricercata provocazione con il cast interamente impegnato a parlare engrish a ottenere effetti metaqualcosa. Magari non si capiscono ma si guardano con soddisfazione e stupore, dirizzoni di sfrenata originalità a tutti i costi che pur mancando sovente di conformarmi a quelli che dovrebbero essere prioritari e necessari fini narrativi e rappresentativi, finiscono ugualmente per divertire e convogliare una vago senso del meraviglioso. Peccato soltanto che il raccontare una storia sia qualcosa di definitivamente messo da parte, trascurato e ignorato: riduttivamente si finisce per vedere il film come esclusiva forma artistica audio-video, dimenticando che la grazia d'arte cinematografica derivi dalla commistione di più forme precedenti e che quella letteraria non ne sia suppellettile cassabile e inutile ma parte integrante. Guardando il tutto più come un balletto strettamente coreografato che un film, si riesce ad apprezzarlo enormemente: lasciamo perdere la parodia linguistica del suriyaki al posto dello spaghetti, evitiamo di scendere sul dettaglio socio-culturale dell'origine del suriyaki, sorvoliamo sul film giapponese che rifa il film italiano con stile rubato ai giapponesi (e idee rubate agli americani), sforziamoci anche di dimenticare l'opprimente ed epidemica presenza di Tarantino; resta un non-film troppo lungo con tanta bellezza organizzata a dovere, esplosioni e spari, combattimenti vessati da qualche effetto speciale di troppo ma dinamici e fieri. Di Ito abbiamo detto: a capo delle boy band troviamo Yusuke ''Kyashan'' Iseya, leggermente invecchiato rispetto a quando l'avevamo visto l'ultima volta in Memories of Matsuoko, intrigante e ambiguo, chiaramente vizioso, fluido, agile e molto elegante. Non a caso Miike lo dota di katana e lo veste di bianco. Dall'altra parte c'e' Koichi Sato, una ventina d'anni di più, a suo tempo infelice Jubei in Samurai Resurrection qui nella parte dell'uomo-tank con gatling gun d'epoca, corazza e abito rosso. In mezzo c'e' pure spazio per Kaori Momoi. Curiosa la scelta di Miike di ridurre la presenza dell'infame bara di Django, non vediamo Ito portarsela in giro di qua e di là: la scena è ridotta e concentrata; trovo sia strano perché la bara negli anni è stata ampiamente ripresa ed è spesso ritornata nel giro di anime e altre forme simili di intrattenimento giapponese (ne parlammo tempo fa alla fine della serie animata di Gungrave). Avrei preferito meno spettacolo fine a se stesso, ma il convento questo passa.
hellbly @ 16:49 | commenti (popup) | commenti
giovedì, maggio 01, 2008 | in : cinema e tv
Waru: primo di 2 film direct to video realizzati da Miike Takashi nel 2006, scritto e interpretato da Hisao Maki, basato su un suo manga. La combinazione dei due autori ha costantemente dato vita alle peggiori produzioni dell'amato regista giapponese: il trend viene qui confermato in pieno. Hisao interpreta il ruolo del capo di un'organizzazione privata che si pone come obiettivo la lotta al crimine, è tanto intelligente e forte, tutti lo rispettano: un boss mafioso viene incaricato da super boss mafiosi di eliminarlo; accanto a Hisao troviamo Sho Aikawa, qui nella parte di braccio destro e samurai fuori dal tempo. Regia pessima, sceneggiatura inesistente, dialoghi e caratterizzazioni stupide anche per i canoni del duo, i combattimenti di Hisao farebbero ridere Steven Seagal, i combattimenti di Aikawa sono della peggior specie con gretti effetti in cg e mediocrità idiota che potevano essere un marchio di fabbrica intellettualmente elevato ai tempi di DOA ma ora risultano solo per quello che sono. Dubito valga la pena guardarne il seguito.
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