lunedì, settembre 29, 2008 | in : fumetti e libri
Tutti i Racconti Western (The Complete Western Stories of Elmore Leonard, 2004): all'interno di un rigoroso programma di traduzione e pubblicazione italiana di tutte le opere del famoso narratore americano, Einaudi non si tira indietro e quest'anno ha dato alle stampe la propria edizione della raccolta uscita nel 2004 americano contenente i 30 racconti d'ambientazione western scritti dall'autore tra il 1951 e il 1961. Un libro imperdibile. Anni fa, quando raggiunta l'età adatta, presi l'abitudine di saccheggiare la biblioteca di mio nonno alla ricerca di romanzi d'avventura non più in circolazione, fuori catalogo e lontanissimi da ogni idea di ristampa: tra i vari Salgari trovavo diversi romanzi western, genere letterario da noi morto e defunto che sopravvive tuttavia nel sottobosco americano e in versioni imbridate con più moderne forme d'intrattenimento, e li divoravo fino a esaurimento. Oggi bisogna vagheggiare qualche manga o puntare su Werewolf piuttosto che su King per avere qualche scampolo di frontiera, sempre confuso con qualcosa di più e di meno. I racconti di Leonard sono come la Sword and Sorcery di Howard, il weird di Lovecraft, o la science fiction di Wyndham: sono duri e puri. La narrazione secca, aggressiva, senza preamboli e rapida mostra un selvaggio west crudo e senza mezze misure: indiani, pistoleri, rancheri, whiskey, riserve, cavalleria, impiccagioni, proprietari terrieri, ladri di cavalli, sceriffi, evasi, posse, negri. Nei suoi racconti Leonard sfodera il repertorio completo, già allora terreno ricco per gli impresari hollywoodiani (basti pensare a 3:10 to Yuma), che lo avrebbe poi avviato a divenire uno degli scrittori più trasposti al cinema. Letterariamente il volume è un saggio sulla scrittura da rivista americana di un intero decennio, e ancor di più sull'evoluzione culturale occidentale: il passaggio dai '50 ai '60 è perfettamente rintracciabile, le tonalità di grigio che si vanno sostituendo alla rigida distinzione tra bianchi buoni e ''altri'' cattivi, la guerra madre di eroi persa nella tragedia reale del conflitto, le prime timide apparizioni di uomni di colore all'interno del socialmente accettabile. Non si trovano tracce di crepuscolarismo in Leonard, niente Eastwood vecchio per lui, solo Ford: cowboy nascosti nell'alcool, feroci indiani scalpatori, guide e cercatori di tracce, personaggi femminili da far cadere i capelli alle femministe. Quel pò di ingenuità che s'accompagna all'epoca dove gli scenari sono tutti sempre un pò troppo uguali tra loro e la semplicità dei sentimenti umani facilità un pò troppo la corretta chiusura delle trame: sono classici, sono racconti che fanno parte dell'immaginario collettivo, anche del nostro perché modelli di tanto fervore creativo italiano anni '70. Oggi, ''Tutti i Racconti Western'' di Elmore Leonard, è un unicum nel panorama editoriale italiano e per come vanno le cose lo rimarrà: è un volume eccellente e ripercorre un pezzo di storia che siamo troppo spesso abituati a intraprendere solo attraverso la mediazione cinematografica, dimenticando quanto vasta sia stata la componente e la dimensione libraria del genere western. Racconti senza tempo che affascinano a cinquant'anni di distanza senza aver perso in vigore.
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domenica, settembre 28, 2008 | in : cinema e tv
Jack Brooks - Monster Slayer: film horror canadese a basso budget del 2007, ha girato per i festival di genere per un anno e mezzo prima di trovare finalmente distribuzione in poche sale americane e un'imminente edizione dvd. Nel frattempo il sito ufficiale è stato sospeso e della casa produttrice si sono perse le tracce: avrebbe potuto essere il primo film di una serie, avrebbe dovuto essere il primo film di una serie revival capace finalmente di recuperare quel pò di magia da vero b-movie. Jack Brooks è un idraulico, come la sua famosa controparte italiana anche lui salta addosso ai mostri per ucciderli: diversamente da Mario però non si limita a rimbalzare via, resta lì e li massacra di pugni fino a sfondargli la testa. Era un ragazzino come tanti altri, un giorno (in campeggio) un mostro gli ammazza i genitori e la sorellina; Jack cresce e diventa un giovane uomo problematico con gravi problemi di anger management: è uno sfigato e un emarginato, tutti lo odiano e nessuno a pietà di lui. Finalmente un giorno, mentre attende al corso serale tenuto dal prof. Robert Englund, qualcosa di mostruoso accade: finalmente Jack potrà sfogare la sua rabbia incontrollabile su qualcosa di ammazzabile senza andare contro la legge o mettersi nei guai. Jack Brooks è chiaramente l'erede spirituale di Ash, a differenza dei tanti che ci hanno provato prima di lui Jack avrebbe avuto le carte in tavola per costruirsi una reale chance di successo. Regista e attore protagonista erano i fondatori della casa produttrice, Brookstreet Production, lavorato insieme dal primo all'ultimo film. Dal 2007 nessuno di loro ha più fatto alcunché. Si può solo sperare che l'edizione dvd diventi un insperato cult e permetta di raccimolare quei pochi fondi a loro necessari per una nuova uscita.
hellbly @ 14:07 | commenti (popup) | commenti
domenica, settembre 28, 2008 | in : fumetti e libri
Ultimates III: la terza miniserie dedicata ai Vendicatori dell'universo Ultimate si conclude lanciando un paio di ami all'imminente super-crossover chiamato Ultimatum alla cui conclusione la Marvel affida la testa d'ariete del piano di rinnovamento per questo gruppo di serie da qualche tempo in flessione. Saltare dalla coppia Millar-Hitch alla Loeb-Madureira è stato un buon tentativo sfortunatamente conclusosi in un degrado del concept: Loeb è un buon autore ma sembra aver ceffato molte delle caratterizzazioni e aver mancato sul piano dell'organizzazione narrativa, forse anche a causa di costrizioni editoriali dovute all'imminente story-line suddetta. Tutta la storia sembra solamente una preparazione per il futuro. Madureira poi dovrebbe darsi una calmata, dedicarsi ai suoi videogiochi e mangari ristabilire alcune priorità figurative, magari provando anche a rappresentare la sceneggiatura e non a realizzare pin-up.

Hellboy - The Crooked Man: altro spessore per l'ultima apparizione assolto di Hellboy a opera Mignola-Corben. Ancora in viaggio alla ricerca di un significato più profondo l'ex-detective del paranormale finisce nel sud degli Stati Uniti tra paludi e streghe: Corben in forma spettacolare all'apice della sua arte, non disegnava così bene neanche in famosi e celebri apparizioni su Heavy Metal; Mignola per contro prosegue nello sfruttamento di Hellboy come protagonista fittizio, sfruttandolo come motore/osservatore di storie a lui estranee e realmente soggetto del fumetto: il risultato è buono ma dispiace un pò questa progressione da antologia horror decentrata dalla storia del titolare, Hellboy sembra avviarsi sulla via di Spawn a perdersi nella sua mitologia.

Superman 680: la gestione Robinson è partita in impennata e con la storia dello scontro tra Krypto e Atlas compie un perfetto backflip con atterraggio no-hand da 10 e lode con bacio alla francese accademico. Sarà che c'e' un cane e la mia debolezza verso i quadrupedi è nota, Robinson è spettacolare: sembra avere le idee chiare e soprattutto voler riaprire la propria carriera mostrando quella qualità che gli è costata e costa ancora adesso il continuo e costante accostamento alla miliare Starman. La forbice nelle produzioni DC continua ad allargarsi tra blocchi di serie in costante ascesa e altri in perdita allarmante: la superman-family sta prendendo a spallate il più blasonato Batman RIP grazie alla maggiore serietà e collaborazione tra i suoi team-creativi. L'approssimarsi di New Krypton potrebbe rivelare un crossover interno decisamente migliore. Johns e Robinson contro Morrison e Dini: c'e' da divertirsi. 
hellbly @ 12:28 | commenti (popup) | commenti
lunedì, settembre 22, 2008 | in : animazione e videogiochi
Qualcosa di Mai Visto: cortometraggio amatoriale italiano scaricabile dal sito linkato. Due culi astronauti... se avessi detto astronauti culi avrei inteso una cosa, qui sono invece proprie dei ''culi'' che sono degli astronauti, arrivano sulla Terra per trovare qualcosa di ''mai visto'' per il loro re. Sei minuti circa, umorismo dubbio: il primo minuto è notevole.
hellbly @ 22:18 | commenti (popup) | commenti
lunedì, settembre 22, 2008 | in : animazione e videogiochi
The Ark: cortometraggio d'animazione polacco visto a Cannes l'anno scorso, ora disponibile in visione gratuita sul sito ufficiale. La vita umana è stata quasi completamente spazzata via da un virus incurabile, i sopravvissuti abbandonano la terra affidando le proprie vite a gigantesce navi, arche, alla ricerca di terra disabitata libera dal virus. Terra con la ''t'' minuscola. Il corto dura 7 minuti scarsi, c'e' un colpo di scena alla fine, e comincia con la scoperta del virus su una delle arche. E' muto e non troppo brillante nella sceneggiatura; il character dei protagonisti ricorda quello di certe rivisitazioni gotiche di personaggi delle favole, l'animazione è di buon livello ma sorprende solo a pensarla proveniente dalla polonia. Niente di che.
hellbly @ 22:14 | commenti (popup) | commenti
lunedì, settembre 22, 2008 | in : animazione e videogiochi
Votoms - Pailsen Files (episodi 1-12 serie completa): ogni nuovo capitolo nell'epopea spaziale creata da Ryosuke Takahashi colpisce il bersaglio al centro, nel cuore di quella che è veramente fantascienza di guerra animata dove i real robot sono tali in tutto e per tutto. A essere super semmai sono i piloti. In giro per il blog dovreste trovare più o meno tutto il Votoms mai creato, è un concept hard-scifi di narrativa d'ampio respiro con vicende personali e politiche che si intrecciano vigorosamente tra intrighi e battaglie feroci. Pailsen Files è Votoms di nuova generazione tecnologica: proseguono le vicende di Chirico, l'Abnormal Survivor, l'immortale elite pilot passato più o meno involontariamente attraverso tutte le maggiori battaglie del mondo di Votoms: la novità di questo giro di oav riguarda la teorizzazione più esplicità dei perché e i per come dell'abilità inumana di Chirico, oltre all'adozione della CG per le scene di combattimento robotico. Scelta ormai consueta qui sfruttata nel migliore dei modi con modelli realizzati squisitamente e coreografie di combattimento tra le migliori mai viste: gli AT di Votoms guadagnano in spettacolarità pur non discostandosi dalla funzione pienamente nei dettami della filosofia real da sempre distintiva della serie.
hellbly @ 21:40 | commenti (popup) | commenti
giovedì, settembre 18, 2008 | in : fumetti e libri
All-Star Superman: con il dodicesimo albo si chiude l'epocale cavalcata del duo Morrison-Quitely in quella che tra una decina d'anni guarderemo come una delle migliori prove fumettistiche del decennio; nei suoi due anni e mezzo di vita All-Star Superman ha espresso il meglio del più celebrato scrittore contemporaneo, una commistione di profonda conoscenza del passato e inventiva fuori dal comune, riscrittura e reinterpretazione, aggiornamento, creazione di tutta una nuova prospettiva attraverso cui guardare qualcosa di già conosciuto. 12 singoli albi incredibili, un'unica storia narrata con lucida programmazione e consapevole rischio laddove i continui salti avrebbero potuto far perdere il filo: la ragione di Morrison è nell'aver saputo eccellere a ogni livello di scrittura, rischiando continuamente in nome della sperimentazione, senza parodiarsi o autocitarsi, o cadere nella ripetizione proposta da Miller nella gemella All-Star Batman. Certo, il meme del Goddamn Batman rimarrà nella cultura popolare ma è il Superman di Morrison disegnato splendidamente da Frank Quitely a prendere il volo verso le stelle.

Batman Confidential: no, no... la serie non ha chiuso ma non ne abbiamo mai parlato ed è da poco finito un ciclo particolarmente valido che mi fa venir voglia di spenderci qualche parola. Inoltre è una settimana scarsa quindi mi serve come commento positivo: Batman Confidential, arrivato al secondo anno di vita, è il seguito concettuale delle vecchie Legends con cicli non consecutivi di storie realizzati da differenti team creativi. Creata sulla scia di Batman Begins la serie tenderebbe a raccontare storie di Batman ambientate nei suoi primi anni d'attività: lo story-arc particolarmente gustoso ultimamente concluso a opera di Fabian Nicienza e Kevin Maguire (in una forma spettacolare come non si vedeva da tempo) racconta dell'incontro/inseguimento Batgirl-Catwoman, divertente e superbamente disegnato. E poi c'e' Batgirl. Le trame di Confidential cercano anche di spingersi ai limiti del rating: in questo caso troviamo riferimenti sexy sontuosi e castissimi. Una delle migliori storie di Batman fuori dalle regolari in anni.

Batman - Death Mask: dopo Otomo e Asamiya, tocca a un nuovo mangaka impegnarsi a realizzare un bat-manga. L'autore è quello di Togari e non mi piace. La miniserie è brutta e basta.

DC/Wildstorm - Dreamwar: in tema di miniserie impropobinibili si chiude finalmente con il sesto albo questo demenziale crossover DC-Wilstorm firmato Giffen.. mi rifiuto di credere che l'abbia scritto veramente. Capisco che DC necessiti di mantenere alto il numero di testate mensili per non avvantaggiare la concorrenza, ma il tenore delle ultime miniserie sta sollevando odiosi paragani con i primi anni '90.

Green Arrow/Black Canary
: Winick sta distruggendo un personaggio e la sua family. Shado ridotta a una farneticante frignona, Black Canary trattata come una spalla da niente invece che da coprotagonista: comprimari necessari a far sopravvivere la testata, colpi di scena inutili, continuity dubbia. Mi stupisce che la serie prosegua.

Dead, She Said: chiudiamo abbandonando il pericolante molo DC aprendo una parentesi, da riempirsi in futuro, a proposito della nuova e diversificata produzione IDW; il prolifico Steve Niles sforna miniserie a raffica e, vero periodo di grazia, tutte godibili: Dead, She Said è una detective story con zombie. Godibile e fresca, un toccasana per riprendersi dalle sofferenza supereroistiche degli ultimi mesi.
hellbly @ 12:50 | commenti (popup) | commenti
martedì, settembre 16, 2008 | in : fumetti e libri
Dilvish il Maledetto (Dilvish the Damned, 1982): la pubblicazione di Changing Land riscosse buon successo, l'anno successivo Zelazny pensò bene di raccogliere tutte i racconti più o meno lunghi pubblicati, più qualche inedito, dedicati a Dilvish e farne un volume seguito. In forma breve le avventure di Dilvish sono dieci volte migliori: laddove Changing Land non convinceva per la scarsa programmazione e la mediocre organizzazione della trama, i racconti veloci colpiscono la spina dorsale della fu-Sword and Sorcery affiancandosi con buoni risultati a Stormbringer. Niente Deep Purple, ovviamente intendo il principe Elric di Moorcock. Come Elric anche Dilvish è un personaggio dannato amico di diavoli, a differenza di Elric Dilvish non ha debolezze: il personaggio di Zelazny è troppo monolitico, più affascinato dal cavallo meccanico (una specie di Re Nero ante litteram) che da una vera introspezione caratteriale. Dilvish è letteratura d'appendice, niente di più. E' Zelazny commerciale e poco ispirato.
hellbly @ 22:14 | commenti (popup) | commenti
domenica, settembre 14, 2008 | in : cinema e tv
Hancock: non mi sorprende che quest'ultimo blockbuster americano ricada nella categoria dei mediocri, non ovviamente per il fatto di essere un'ammiraglia hollywoodiana (sulle quali salgo sempre con il massimo ottimismo e pregustandomo il divertimento) ma per la presenza di Will Smith. Non si fraintenda: penso che Will Smith sia uno dei migliori attori in circolazione, i suoi ruoli drammatici sono emozionanti, i suoi ruoli comici sono simpatici e nei ruoli d'azione è capace e credibile: però, per una qualche ragione ignota, tutti i suoi film ad alto budget non mi hanno mai raggiunto. Non tutti a dire il vero, solo dal 1999: l'anno di Wild Wild West; Men in Black 2, I-Robot, I'm Legend, Hancock. Tutti film che hanno in comune due cose: un ottimo Will Smith, che infatti sopravvive con successo anche quando floppa, e registi e produzioni di alto calibro semplicemente incapaci a gestire, soprattutto conciliare, i potenziali economici messi in campo e la necessità di colpire target universali. E' il minimo comune denominatore a fregare, come sempre. A Peter Berg capita lo stesso: una sua ricorrente citazione, relativamente a Hancock, descrive il senso di non-controllo subito dal regista nei confronti di tutte le scene con effetti speciali; Berg stesso si dichiara insoddisfatto di alcuni passaggi del film a causa di necessità tecnico-tecnologiche insubordinate alla sua autorità direttiva. Sarà poi vero? Il problema più evidente di Hancock non ho trovato fosse banalità registica o abuso di effetti speciali, è la sceneggiatura a far schifo: prima di andare al cinema a spendere dei soldi mi informo sempre, poi magari ci vado ugualmente perché ho una teoria su quali film andare a vedere al cinema e quali no, ma tutti quei colpi di scena di cui avevo letto sono immediatamente prevedibili. Il regista li tradisce tutti in un momento semplicemente ripetendo e attardandosi su primi piani completamente inutili, non è comunque colpa sua: Hancock è divertente fino al colpo di scena, dal colpo di scena in poi diventa una schifezza con tanto di Origini obbrobriose e improbabili punti deboli. Avanti: si fa svoltare il film sul tragico e poi lo si accoppia con un trio di antagonisti da farsa? Manca l'antagonista, il pathos si spegne nella stupidità e il castello di carte va all'aria: poi anche in questo caso si dovrebbe andare a verificare un dato. La sceneggiatura è sempre stata una merda o lo è diventata quando la produzione ha cominciato a tagliare e modificare scene per farsi togliere il bollo di censura? Gli sceneggiatori magari avevano fatto un lavoro straordinario pieno di morte e sangue, poi per consentire ai bambini di vedere il film hanno dovuto ritagliare e castrare qua e là. Oppure è solo il solito tam tam per aumentare le vendite dei dvd e promettere le solite scene tagliate? Salomonicamente penso sia per entrambe. Altre cose che non funzionano: Charlize Theron non funziona. Bellissima ma come viene che sia diventata una specie di star d'azione? Aeon Flux non era stato abbastanza? Pensare che tutta la prima parte: Hancock ubriacone e Hancock riformato, con tanto di geniale e apprezzatissima ripresa del tema di Superman, mi aveva in palmo di mano.
hellbly @ 10:39 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
venerdì, settembre 12, 2008 | in : fumetti e libri
Terra di Mutazioni (The Changing Land, 1981): questo è il romanzo ''ufficiale'' dedicato a Dilvish il Maledetto, il libro omonimo è invece la raccolta edita l'anno successivo di storie pubblicate precedentemente... chiariremo il punto tra qualche giorno quando avrò finito di leggerle. E' il mio primo tentativo al lato fantasy di Roger Zelazny, e non è stato un gran successo: la narrazione è confusa, si passa da un protagonista all'altro e spesso capita che alcuni eventi determinanti accadono non raccontati; nessuno dei protagonisti riesce a essere pienamente convincente, i combattimenti sono statici, la magia gode di qualche idea interessante ma fondamentalmente inespresse e lasciate in embrione. Dilvish e il suo cavallo-demone meccanico sono alla ricerca di un malvagio stregone e arcinemico che potrebbe trovarsi all'interno del Castello Senza Tempo, luogo di riposo di un semidio incazzoso e folle la cui presenza mostruosa ha deformato tutta la terra circostante (da cui il titolo) rendendola infida e imprevedibile. Ci sono un paio di personaggi femminili e una quantità esagerata di comprimari inutili. In certi passaggi sembrerebbe quasi un romanzo di sword and sorcery ma per lo più tradisce la propria creazione di fantasy anni '80 clone dei tanti Shannara e compagnia.
hellbly @ 16:18 | commenti (popup) | commenti
venerdì, settembre 12, 2008 | in : fumetti e libri
Woken Furies (id, 2005): stanco di aspettare la traduzione del terzo romanzo di R. K. Morgan dedicato al personaggio di Takeshi Kovacs me lo sono andato a cercare in originale. Ben informati attendevano l'uscita dell'edizione italiana per l'estate passata, conclusane la lettura penso che lo si possa lasciar perdere: non un brutto libro ma un'avvertibile delusione dopo i precedenti bei capitoli. Il tratto distintivo cardine, variamente reclamizzato, che decretò l'iniziale successo della serie rispondeva al nome di ''noir fantascientifico'': trama e prosa raccontavano una vicenda d'altri tempi ambientata in un mondo futuro altamente tecnologico. Il primo libro fu esattamente questo, l'indagine di un investigatore privato, un caso di omicidio tra polizia, ninja, magnati e personalità digitalizzate: sigarette e sparatorie, inseguimenti, amori destinati male. Tutto il comparto di genere elaborato e filtrato attraverso una solida infrastruttura tecnologica. Già dal secondo romanzo il tiro era stato spostato su un soggetto di più ampio respiro con tanto di guerriglia e attività militare. Questo terzo romanzo è inteso dal suo autore per essere l'ultimo: Kovacs torna al suo mondo d'origine e la vicenda si centra su quegli aspetti culturali che ne primi romanzi venivano buttati lì a fine atmosferico, tutto il discorso religioso-filosofico da rivoluzionari anti-regime di Quell e compagnia. Cardine dello scontro è una faciloneria in cui cade Morgan, la duplicazione del protagonista: i cattivi si assicurano una copia di Kovacs e gliela sguinzagliano contro. Un Kovacs vecchio contro uno giovane, nel mezzo troppa metafisica e troppa fantascienza classica il cui cimento costa a Morgan tutte le proprie caratteristiche sollevando il velo di originalità che copriva e abbelliva il suo stile non proprio unico e la superficialità nella composizione della sceneggiatura. Con queste premesse il libro di Morgan diventa mediocre e tralasciabile, il mercato straniero offre tanto di meglio: in vista di un'eventuale edizione italiana potrebbe invece trattarsi di un acquisto obbligato.
hellbly @ 13:26 | commenti (popup) | commenti
giovedì, settembre 11, 2008 | in : fumetti e libri
The Vinyl Underground: con la cancellazione al dodicesimo numero si conclude l'ultimo dei nuovi progetti di casa Vertigo decretando definitivamente il fallimento di tutte le proposte regolari degli ultimi due anni. Quasi. Jack of Fables non conta perché vive come spin-off, Scalped è eccellente e nonostante le vendite non siano il massimo gode ancora di buona salute, Northlanders deve sopravvivere al giro di boa del nuovo story-arc, il resto sono progetti nuovi ancora non testati: piccole eccezioni che non servono a mitigare lo sconforto editoriale che dopo anni di trionfi sembra aver pesantemente investito l'etichetta matura DC portando negli ultimi tempi addirittura a qualche minore avvicendamento manageriale e forse pagando lo scotto della nuova attività di Karen Berger con Minx. La trama base di questa serie racconta di investigatori del sovrannaturale a Londra, niente di eccessivo e nulla a rientrare nei margini di Book of Magic: la trama è pretestuale alla dimostrazione dei protagonisti, tutta la serie scritta dall'autore inglese Si Spencer verte sui suoi protagonisti e su quanto siano fashion, cool e moderni. Non c'e' narrazione, solo sfilate di moda e atteggiamenti: si parte dal protagonista, immaginario figlio di uno pseudo George Best, passando per la bionda l'assistente medico legale e cam-whore notturna, fino alla principessa metropolitana d'origine africana... ci sarebbero altri due coprotagonisti ma sono suppellettili. Riferimenti musicali, nudi e sesso per quanto possibile, socializzazione da anno 2K con abusi di ogni genere: chisura prevedibile.
hellbly @ 15:00 | commenti (popup) | commenti
martedì, settembre 09, 2008 | in : cinema e tv
Mongol: a livello di produzione questo film è un miracolo. Una coproduzione Germania-Kazakistan-Mongolia-Russia, co-scritto e diretto dal russo Sergei Bodrov, interpretato nei ruoli protagonisti maschili da un giapponese e un cinese, e in quasi tutti i ruoli secondari da attori locali (il film ovviamente è girato per larga parte in Cina o sui confini ex-URSS) alle primissime armi, recitato di conseguenza per lo più in lingua mongola e doppiato laddove impossibile: tutto questo con un budget ridicolo. Una sfilza di premi asiatici dopo Mongol arrivava alla notte degli oscar con una candidatura come miglior film straniero. Un pò scioccamente, immediatamente consapevoli di aver realizzato un pezzo da novanta, la produzione come entità unica lo dichiara primo capitolo di una trilogia: Mongol non è un primo capitolo, non è pensato in questo senso ed è un film compiuto e concluso. Saltando attraverso momenti fondamentali, sia storicamente sia privatamente, il regista racconta la vita di Gengis Khan: figura storica di conquistatore da sempre fascinoso per il mondo occidentale e protagonista di tanta narrativa scritta o a fumetti, videogiochi di strategia in tempo reale o a turni e via dicendo. La narrazione parte da metà e pone due terzi del film circa come flashback, separando nettamente la giovinezza perseguitata del futuro Khan dalla sua svolta universalista. La premessina per affrontare il tema realismo/mito leggendario gira intorno all'assenza di testi di storia ufficiale mongola antica, cultura prettamente orale il riferimento centrale per il film è un testo vecchio d'un centinaio d'anni di origine cinese: Mongol è un film epico con molte concessioni liriche ed eroiche, persino una punta di sovrannaturale misticismo, qualche effetto speciale nella CG sullo stile dello Zatoichi di Kitano. Niente uomini volanti ma qualche schizzo di sangue poligonale. Nella prima parte Temudjin, interpretato da un particolarmente sublime Tadanobu Asano, cerca di sopravvivere all'eredita paterna fatta principalmente di nemici in attesa di poterlo uccidere senza tradire la legge mongola di non massacrare i bambini: scappa e viene catturato, scappa ancora e viene nuovamente catturato. La narrazione salta gli anni, salta i luoghi: il filo legante comune diventa la relazione con l'amatissima moglie da cui passa molto più tempo separato di quanto insieme. Lunghe scene in giro per la steppa infinita: scene funzionali al film però, niente a che vedere con la fotografia artistica e inespressiva del Cane Giallo; combattimenti-duelli e piccole scaramucce. Passano gli anni e Temudjin acquista prestigio e fama nel mondo mongolo per la sua natura diversa e il suo carisma eccezionale, il privato di coppia e la sopravvivenza indivuduale cedono il passo al problema della nazione, ai nemici esteri e al popolo da guidare: la parte finale del film regala una notevole battaglia campale, un epilogo scritto e un vittorioso conquistatore alle prese con tutto un infinito numero di possibilità e un destino già scritto dalla storia. Sommiamo: un regista molto preciso senza fronzoli, diretto e immediato nello stile narrativo con un buon occhio per la drammaticità delle scene di guerra, niente di originale salvo un paio di particolari riprese ricercate nel corso di un paio di scontri con la visuale inchiodata in una soggettiva rigidissima che non avrebbe sfigurato in Doom; eccezionale fotografia romantica fatta di naturalismo e solitudine morale; recitazione di altissimo livello; combattimenti e coreografie di battaglia ben orchestrate, gestite senza inutili eleganze, rapide e feroci come la carica di cavalleria mongola. Mongol è un ottimo film che farà felici tutti gli orfani di grandi celebrazioni di storica gagliardia virile.
hellbly @ 22:35 | commenti (popup) | commenti
martedì, settembre 09, 2008 | in : fumetti e libri
The Un-Men: avrei voluto scrivere questo post parlando anche di Vynil Underground ma non mi risulta sia uscito quindi cederò su una possibile simmetria; cancellata dopo 13 albi, appena all'inizio di un nuovo story-arc, l'avventura in Vertigo dello quasi-scrittore John Whalen chiude con la coda tra le gambe segnando una nuova sconfitta nel lancio di nuove regolari per l'editore. Gli Un-Men risalgono a Swamp Thing e ai vari filoni weird sviluppati negli anni da DC, sono dei freak e vivono nella libera città-stato dei freak comandati da uno scienziato pazzo che i freak li crea. Protagonista della storia è un agente governativo albino utilizzato come collegamento tra gli USA e i freak. Niente di particolare, qualche vuoto di troppo nello sviluppo delle trame con alcuni singhiozzi logici difficilmente digeribili e nessun percepibile filo conduttore. Chiusura attesa fin dai primi albi.

Lost Boys - Reign of Frogs: qualche tempo fa abbiamo parlato del seguito al famoso film, tra l'uno e l'altro si colloca questa miniserie uscita per Wildstorm nella quale si riprendono certi elementi visti nel primo e si spiegano premesse non chiare dal secondo. Ovvietà. Avrebbe potuto essere peggio, DC-Wildstorm continua a stupire per il tenore medio delle sue serie su licenza.

Hercules: si conclude anche la seconda serie di lancio per Radical Comics, la mia preferita e quindi la mia migliore in una gara a due dove la seconda arrivata (Calibur) da lunghezze all'ottanta per cento del mercato americano. A differenza di Caliber troviamo almeno un nome molto noto nel team creativo, Steve Moore autore inglese tra AD e Doctor Who. La serie punta a una rappresentazione storica, o almeno all'impressione di realismo e accuratezza: la Grecia classica è violenta e barbarica, forse un pò hyboriana ma affascinante e squisita nella veste artistica; Hercules è uomo o semi-dio? Non si capisce, forse, non si capisce. Hercules e la sua banda di mercenari raggiungono le terre di Tracia alla ricerca di fortuna, finiscono assoldati come istruttori per insegnare le tattiche e il sistema bellico greco agli arretrati traci: da lì a far scorrere litri di sangue il passo è brevissimo. Rispetto a Caliber questa serie mostra i denti e un'impostazione molto matura con tanto di sesso, dialoghi crudi e brutale violenza. Due centri olimpici per Radical Comics, solo un mero gusto personale può dichiarare superiore l'eccellenza di Hercules su Caliber

Fables: no, questa volta e per fortuna non si tratta di una chiusura. Fables gode ancora di ottima salute nonostante si profilino per il futuro, a causa di una comprensibile stanchezza del team creativo, qualche inevitabile cambiamento: il settantacinquesimo numero della testata conclude la lunga trama portante sviluppata fin dall'esordio. La guerra tra Fabletown e l'Impero finisce, Fabletown vince e l'Avversario (Mastro Geppetto) finisce costretto ad armistizio e forzatamente serrato nei ranghi urbani delle ex-favole ribelli. Willingham e Bachalo e Jean sono favolosi, portano avanti i colori Vertigo riuscendo a mantenerla in attivo nonostante l'ultima crisi protratta: Fables resta tra le dieci serie a fumetti americane da seguire per forza per poter capire e seguire l'evoluzione culturale del media.
hellbly @ 20:59 | commenti (popup) | commenti
martedì, settembre 09, 2008 | in : cinema e tv
Things We Lost in the Fire: primo film americano della regista danese Susanne Bier, uscito in Italia con il titolo ''Noi due sconosciuti''. Duchovny è uno stupendo padre di famiglia e amatissimo marito, è ricco e abile, buonissimo e prossimo alla trascendenza: muore cercando di salvare una donna sconosciuta; lei è inconsolabile e incapace a vivere senza l'amore della sua vita, anche perché le ha lasciato un sacco di soldi e non ha molto da fare; ad aumentare il dramma il buon samaritano aveva un amico drogato, Del Toro chiaramente, che entrerà nella vita della famigllia. Un pò come quel film con Costner. Primi piani degli occhi e qualche gioco ambientale, la regista la butta molto sull'immagine del dolore senza perdersi troppo in dettagli o cruenze: persone soffrono, gli occhi... specchi... anima: tutto molto banale ma realizzato con cura.
hellbly @ 01:08 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
sabato, settembre 06, 2008 | in : cinema e tv
You Don't Mess with the Zohan: è un film grossolano e volgare che riesce in qualche modo a far costantemente ridere e a inanellare continuativamente lampi di umorismo socioculturale stratificato ed elegante. E' di difficile lettura, non scherzo: da una parte ci sono ripetitive battute sul sesso e atteggiamenti di bassa umanità che non sfigurerebbero nella più recente ondata di patetiche parodie americane, il tutto è però perfettamente amalgamato in un molto poco politicamente corretto gioco di prese in giro sugli stereotipi arabi gestito e organizzato su una molteplicità di sfumature, nonché abbondantemente giostrato sui contrasti con la vita occidentale. Assurdamente tra gli atti di profonda demenza freneticamente presentati dal regista Dennis Dugan, sul quale azzarderei una teoria di prestanome (osservandone la più immediata carriera) o almeno fortemente influenzato dal mattatore Sandler, si scorgono altrettanto rapide frecciate di grande profondità e perdurante comicità. Non a caso tra le tante stroncature spiccano i forti apprezzamenti mossi da giornali newyorkesi. Adam Sandler, tornato a scrivere sceneggiature per l'occasione, è Zohan Dvir, per gli amici e i nemici, e soprattutto i fan, semplicemente The Zohan; è un agente del mossad, il Rambo del mossad: in un paese dove tutti sono terroristi o soldati il più forte tra loro non è semplicemente un eroe, è una rockstar. The Zohan in patria è un divo, sogna però di appendere mitra e coltello al chiodo e trasferirsi in america per andare a lavorare in un salone di Paul Mitchell: lo spietato massacratore vorrebbe tagliare capelli. Finge così la propria morte ed emigra: Zohan, come tutti i suoi fratelli israeliani e i cugini palestinesi, vive il sogno di un america riflessa a decenni di distanza, ama la disco music e si acconcia e veste come fosse a Miami Beach insieme a Don Johnson. Si scontra quindi contro la realtà della ghettizzazione araba negli USA e il perdurare degli odi ancestrali anche lontani da Gerusalemme, quando però sai fare piegamenti sulle braccia senza usare le braccia, nuotare più veloce di una moto d'acqua, prendere al volo i proiettili e sei smodatamente peloso dove conta di più, nessuna difficoltà è insormontabile. Giocando con i generi Zohan potrebbe a oggi essere la più riuscita parodia di un film di supereroi: The Zohan è inumanamente forte, è il migliore in quello che fa (qualsiasi cosa faccia). A piantonare le spalle di Sandler troviamo Turturro nel ruolo del suo acerrimo avversario, The Phantom, e il rabbioso ex-pastore di capre diventato tassista, Rob Schneider. Donne grasse, giocare a calcio, bere bibite assurde, le capre, negozi d'elettronica... The Zohan.
hellbly @ 13:00 | commenti (7)(popup) | commenti (7)
venerdì, settembre 05, 2008 | in : cinema e tv
Glory to the Filmmaker!: dopo il deludente Takeshi's e prima dell'ultimo (finalmente) successo alla mostra di Venezia, Achille e la Tartaruga che dovrebbe finalmente concludere la trilogia del suicidio artistico, Kitano scrisse, diresse, montò e interpretò questo strambo film. Ancora una volta si torna sull'autobiografia in corso e continuativa, Kitano su Kitano mediato dal pupazzone ''dummy'' costantemente impegnato a veicolare misteriosi messaggi stilistici e comicità spicciola: nella prima parte del film un supernarratore descrive le peripezie professionali del regista Kitano dopo la fatidica e classica dichiarazione ''non farò mai più film di questo genere'', motivo ricorrente di tanta storia reale cinematografica; passando da un genere all'altro, inanellando una sequenza di flop passando per tutte le tipologie produttive giappones (il narratore spiega tutto ma ci vuole più di una superficiale conoscenza del cinema giapponese moderno per comprendere i tanti gustosi riferimenti), il Kitano dietro la macchina apre senza soluzioni di continuità a un volo pindarico di assurdità e nonsense decisamente troppo protratto e lungo, tanto da stancare e stufare molto prima della fine e ben prima dell'elegante ripresa dei titoli di testa abortiti in principio di film. Non è certo il film da guardarsi mentre si crolla dal sonno dopo una provante settimana di lavoro, né da guardarsi per distrazione e neppure quando alla ricerca di emozioni forti: è un film senza momenti per essere visto, manca di pubblico e per questo resta perfettamente centrato sul suo autore, che ne è soggetto, ripreso a riprendersi senza imbarazzo o pudore mentre spiega a tutti quanto gli riesca facile fare tutto e il contrario di tutto, e quanto sia imbarazzante la facilità di riprodurre un modello vincente a oltranza senza mai lasciarsi scoperti alle critiche. E' un film che dice tanto del suo autore perché il suo autore si volta e ci parla scandendo le parole ed esagerando i labiali: il problema è la lingua, per quanto internazionale resta giapponese e questo non aiuta. Dire qualcosa di sé e della vita, chiunque potrebbe fare lo stesso e alla fine, come Kitano: a tutti interessa più la propria vita. Più ci penso più mi è piaciuto: ciò detto, troppo lungo, troppo verboso, troppo arzigogolato, in definitiva troppo noioso e faticoso.
hellbly @ 23:09 | commenti (popup) | commenti
venerdì, settembre 05, 2008 | in : cinema e tv
Masters of Science-Fiction: è il tentativo di clonazione del fortunato e analogo originale creato da Mick Garris di cui parlammo un paio d'anni fa, la serie Masters of Horror. Quello che qui cambia, e che ne ha decretato il sonante flop, è riducibile a tre elementi: 1) la serie è detta prodotta dai creatori di Masters of Horror, non è chiaro cosa questo significhi visto che le persone coinvolte sono tutte diverse. Salvo la creativamente fondamentale figura dei produttori stessi. 2) la serie è stata preparata per la messa in onda sicura sulle reti televisive, cercando di evitare quello che fu un punto dolente e al contempo fondamentale nel successo di Masters of Horror: gli elementi censurabili; Masters of Science-Fiction non ha sangue e non ha sesso. 3) laddove Masters of Horror fu l'incontro di Maestri dell'Horror cinematografici, Masters of Science-Fiction si limita a prendere sceneggiature scritte da famosi autori di fantascienza e affidarne la rappresentazione a poveri mentecatti televisivi. C'e' una qualche differenza. La serie floppò, andarono in onda solo 4 dei 6 episodi realizzati (sui 10 previsti). In ''A Clean Escape'': un uomo affetto da una peculiare patologia amnesiaca affronta giorno dopo giorno una caparbia psicologa svelando a poco a poco i motivi della malattia e i ricordi così atrocemente sommersi; In ''The Awakening'' si parla di alieni e rapporti internazionali; ''Jerry Was a Man'' riguarda i diritti degli esseri non propriamente umani; ''The Discarded'' riguarda un freakshow spaziale; ''Little Brother'' di fusioni uomo-macchina e giustizia; anche ''Watchbird'' parla di fusioni uomo-macchina e giustizia. In tutti gli episodi si incrociano attori dai volti riconoscibili, non per questo buoni attori o buoni attori in buona condizione.
hellbly @ 22:11 | commenti (popup) | commenti
venerdì, settembre 05, 2008 | in : cinema e tv
3:10 to Yuma (2007): ho in giro qualche film che ho tenuto da parte per una quantità di mesi per lasciarli invecchiare il giusto e poterli guardare con maggiore riservatezza e attenzione in momenti giusti; questo è il remake dell'anno scorso del celebre film di fine anni '50 tratto da uno dei più noti racconti brevi del primo Elmore Leonard (di cui per altro Einaudi ha da poco stampato l'intera collezione): la storia è stata decisamente modificata rispetto a entrambi i precedenti. Christian Bale è un ex-soldato ora ranchero, vive una vita triste e merdosa non dissimile da quella di Eastwood agli inizi di Unforgiven: la sua fattoria è uno schifo, non ha soldi e figli malati; Russell Crowe è un famigerato e spietato fuorilegge che, dopo essere stato catturato, necessita di venir scortato fino al treno che, alle 15:30, lo trasporterà in prigione e da lì all'impiccagione. I tizi della ferrovia pagano bei dollari per ogni pistola disposta a farsi carico della pericolsa missione: Bale è costretto ad accettare.
Il film è diretto da quello di Walk the Line, sfortunatamente il risultato è molto lontano: la nuova coppia di protagonisti è un pò eccessiva e troppo piacente, i dialoghi sono melodrammatici ma è specialmente la logica narrativa a peccare frequentemente. Sono innumerevoli le situazioni e le conseguenti scene dove gli accadimenti sono tanto insensati e improbabili da scivolare verso il ridicolo e smontare il pathos: il finale è gustoso, più vicino a Butch Cassidy forse, un pò troppo heroic bloodshed, bello. Le scene d'azione mancano di ritmo, le sparatorie sono banali: tutto il film funziona maluccio senza però eccellere neppure in bassezza, semplicemente mediocre. 
hellbly @ 01:41 | commenti (10)(popup) | commenti (10)