mercoledì, dicembre 31, 2008 | in : fumetti e libri, cinema e tv, animazione e videogiochi, musica e internet
sapete come funziona... Il Meglio del 2008

CINEMA USA/JP/ALTROVE
-The Dark Knight
-Shoot'em Up
-Iron Man
(My Name is Bruce)

-Dai Nipponjin
-Tokyo Gore Police
-Be A Man! Samurai School

-Mongol
-District B13
-JCVD

ANIMAZIONE SERIE/CINEMA/HOME
-(Zoku) Sayonara Zetsubo Sensei

-Wall-E
-Evangelion Rebuild 01
-Sword of the Stranger

-Batman: Gotham Knight

COMICS SERIE/COMICS GN/COMICS NUOVO EDITORE/MANGA
-All-Star Superman
-Punisher MAX di Garth Ennis

-Laika

-Radical Comics

-Shin Angyo Onshi
-Eatman

LIBRI
-Il Sindacato dei Poliziotti Yiddish
-Le Memorie dello Squalo
-Tutti i Racconti Western di Elmore Leonard

VIDEOGIOCHI
-Fallout 3
-Bionic Commando: Rearmed
-Castle Crashers

ALTRO
-Elio è... Frankenstein
-Dr.Horrible Singalong blog
hellbly @ 17:14 | commenti (popup) | commenti
domenica, dicembre 28, 2008 | in : animazione e videogiochi
Ga-Rei Zero (episodi 1-12 serie completa): produzione AIC prequel del manga dallo stesso titolo racconta, principalmente, l'inizio carriera di Kagura, giovane esorcista al servizio del governo armata di spada. La serie animata parte fortissimo presentando tutta una serie di personaggi mai visti nel manga, li uccide tutti alla fine del primo episodio ridefinendo il concetto di ''parte fortissimo'': tutti i personaggi massacrati in questo primo episodio sono migliori di tutti i personaggi originali e protagonisti di Ga-Rei, in sostanza dall'episodio 2-3 in avanti la storia è un calando sia narrativamente sia per qualità dell'animazione. Ga-Rei racconta di famiglie di esorcisti al servizio del governo contro apparizioni demoniache, tutti i protagonisti hanno il dono di vedere gli spiriti a differenza dei normali esseri umani, alcuni di questi sono anche in grado di evocare speciali bestie da combattimento, altri si limitano a sfruttare armamenti specializzati. Nel primo episodio c'e' una sequenza di combattimento in moto che è semplicemente strepitosa, quello è il punto più alto della serie: non so dire sul manga, ma l'anime è lentamente scivolato nelle solite dinamiche scolastiche tra hentai, fan service, tragedia spicciola e scontatissimo finale. Il primo episodio è da guardare, il resto no.
hellbly @ 13:11 | commenti (3)(popup) | commenti (3)
venerdì, dicembre 26, 2008 | in : fumetti e libri
Flash: comincia con la serie dedicata a Wally West l'ondata di chiusure che tra dicembre e febbraio aprirà la strada al nuovo DC Universe post Final Crisis. L'agonia di Flash Wally West è stata lunga, massacrato durante l'One Year Later, spezzato dalla pessima gestione dei figli e alla fine sacrificato all'altare di Barry Allen: DC non si è sbottonata sul futuro del personaggio, né della testata. Vedremo un Flash: Rebirth tra qualche mese e Wally è pur sempre nei Titans (forse). Curioso, questa serie è riuscita a chiudere due volte in un paio d'anni. Il finale è semplice, la famiglia West decide di prendersi una vacanza dal pericolo per stare insieme. Già visto, già successo.

Terra: è apparsa di straforo qua e là nel corso dell'ultimo paio d'anni, finalmente la nuova Terra ha visto chiarite origini e background in una mini in quattro albi per mano di Grey-Palmiotti con funzioni di prologo ed esperimento all'imminente, annunciata da secoli, serie di Power Girl. Fumetto per ragazze.

Batgirl: tra le tante miniserie personali vistesi recentemente quella dedicata a Batgirl scritta da Beechen è stata una delle più scialbe, tentennante nella continuity con l'annuncio adozione da parte di Bruce Wayne, senza risoluzione nel conflitto con il padre e in ultimo scioccamente portatrice di chiarimenti nel casino One Year Later e della versione bad del personaggio.

Rann-Thanagar Holy War: Starlin e Lim concludono anche la seconda miniserie dedicata agli eroi spaziali DC (tranne le Lanterne Verdi), il nuovo assetto spaziale vede il pianeta Rann una landa desolata, i suoi abitanti trasferiti in blocco su Throneworld, la cui popolazione nel frattempo è stata sterminata lasciando quello Starman un principe senza sudditi; Weird è in una condizione dubbia alla fine della serie, gli eroi terrestri tornano a casa, altri vanno a infoltire i ranghi di Hardcore Station. Tutto è bene quello che finisce bene, c'e' superficialità e un modo di raccontare storie antiquato e poco dinamico: è fumetto vecchio stampo che difficilmente potremo rivedere in questa forma a causa degli sconfortanti dati di vendita, possiamo però credere che l'imminente Adventure Comics possa in qualche modo diventare posto per continuare le vicende di questi personaggi.

Atomic Robo - Dogs of War: secondo giro per Red 5 e il suo miglior prodotto, niente da dire, è un Hellboy fantascientifico più umoristico che cupo. Steampunk, ottimi disegni e dialoghi brillanti. Continua a essere una delle migliori proposte indipendenti del mercato americano.

Bio-meat: la batch natalizia di un ottimo gruppo di scanlators ci permette di leggere il finale del survival horror scritto e disegnato da Yuki Fujisawa. La storia segue un gruppo di ragazzi nel corso di 3 differenti eventi tutti legati alla premessa del manga: in un futuro prossimo il Giappone sconfiggerà il problema ''fame'' mondiale creando esseri sintetici commestibili che non necessitano di cure, mangiano qualunque cosa e si autoriproducono. Tutto bello finché sono contenuti in apposite celle, meno bene durante i 3 suddetti eventi che porteranno il mondo, e soprattutto il Giappone, sull'orlo della distruzione per l'infestazione di queste bestiacce. Ottimi disegni, storia drammatica e bella caratterizzazione dei protagonisti: ragazzi qualunque costretti a sopravvivere, capaci di sviluppare un istinto di sopravvivenza disumano. Sfortunatamente circa al capitolo 60 la storia finisce in un buco nero di mancanza d'idee, si trascina per altri quaranta capitoli circa finendo poi chiusa con rapidità e scarsa cura al capitolo 105. Uno di quei manga che avrebbe fatto meglio a restare incompiuto.
hellbly @ 19:02 | commenti (popup) | commenti
venerdì, dicembre 26, 2008 | in : cinema e tv
The Good, The Bad, The Weird: una volta ogni tanto provo a gettare un amo nella bolla esplosa del mio interesse per il cinema coreano, questo giro ho tirato su l'ultimo film di Kim Ji-woon che, dopo i successi di A Tale of Two Sisters e soprattutto A Bittersweet Life, viene a realzzare il suo progetto più importante per impegno produttivo e budget. Lampante come il titolo, il film è un omaggio al cinema western di Sergio Leone: siamo nella desertica Manchuria invasa dai Giapponesi, tra irregolari indipendentisti e bande armate, tre individui si scontrano all'inseguimento di una mappa del tesoro; il buono è un cacciatore di taglie solitario, il cattivo è uno spietato assassino a capo di una delle suddette bande, lo strano è un ladro. Cowboy a cavallo o in motocicletta, spade e pistole, ma anche pezzi d'artiglieria: è circa il 1930 quindi come western affonda gli artigli su una più moderna tecnologia. All'interno del film si susseguono scene reinterpretate dai famosi film o piccoli dettagli nascosti nella baraonda spettacolare delle sue fughe e corse, senza rivelare troppo sappiate che quasi tutti i duelli simbolo della trilogia del dollaro sono in qualche modo rappresentati: è un appeal considerevole per un film che, comunque, soffre per l'eccessiva lunghezza delle sue scene singolarmente ripetitive e stancanti. I protagonisti sono volti noti e non poco, anche a chi segua solo sporadicamente: lo strano è Song Kang-ho, qui in un ruolo dei suoi di tragedia e violenza nascoste sotto l'aspetto goffo e incapace, il cattivo è il bellone Lee Byung-hun di A Bittersweet Life mentre il buono è Jun Woo-sung da Musa.
Non si scappa all'inevitabile e, naturalmente, con l'accrescersi delle pressioni produttive il risultato finale sfigura rispetto ai precedenti lavori del regista: manca l'originalità visiva del suo horror, l'incisività drammatica della sua gangster story, manca persino l'attenzione ai dialoghi e alla comunicazione dei suoi precedenti film; è fracassone e spassoso, troppo lento nonostante l'azione continua, una giostra di combattimenti poco ispirati, musica pop internazionale e corse infinite e faticose.
hellbly @ 14:19 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, dicembre 24, 2008 | in : cinema e tv
Tokyo Gore Police: super bazooka jump, doppia motosega, pistole oculari, wii kill, splatter middle finger rocket punch. Sono solo alcuni dei pregevoli ricordi donati dalla nuova produzione nata dalla rinnovata collaborazione tra Fever Dreams e Nikkatsu, seguito spirituale a Machine Girl e maestoso vento in poppa alla diabolica nave del moderno ''tokyo shock''. Diretto da Yoshihiro Nishimura, celebre special make-up effects artist già autore di tutto lo splatter del succitato e miliare Machine Girl, combattimenti coreografati da Tak Sakaguchi, scritto da Kengo Kaji e interpretato dalla superba Eihi Shiina memorabile interprete di uno dei primi successi internazionali di Miike Takashi, Audition. A sorprendere maggiormente in Tokyo Gore Police non è però la qualità dei sanguinacci, l'ammontare dei geyser di sangue, l'infinita teoria di arti mozzati, l'originalità assurda delle trovate pulp, stupisce l'imprevedibile natura del film, il fatto che sia veramente un film. In Tokyo Gore Police c'e' una sceneggiatura, c'e' interpretazione attoriale, c'e' dramma, c'e' persino la gustosa ambientazione e cura nel mostrare la bislacca società giapponese con polizia privatizzata e feroci mostri assassini. Misteriosamente il film ricorda molto Robocop, il primo Robocop, e non solo per gli spottini sparsi pubblicizzanti prodotti improbabili disponibili al pubblico, anche e soprattutto per l'atmosfera malata di una società in balia della violenza, anzi, dell'iper-violenza. Non voglio dire che non sia ciò che è, uno splatterone gorgogliante di frattaglie e cannibale, dove il macinato d'umani imbratta con tale frequenza l'occhio della macchina da presa che alla fine potreste perfino sentire il bisogno di farvi una doccia: per di più Tokyo Gore Police schifa l'atteggiamento splatter mainstream di Machine GIrl, rifiuta di evitare il troppo estremo per problemi di rating e visibilità; Tokyo Gore la butta su Tsukamoto, tette e cazzi di gomma sono presenti e importanti, e non c'e' esitazione a fondere un pò di metallo in qualcuno dei personaggi. Corruttivo e malsano, è un film coi fiocchi dove si dimostra quanto il crossover sia di pubblico bersaglio sia di possibilità e genere produttivo sia l'ultima frontiera dell'intrattenimento adulto. Il finale promette un seguito e dato il successo che questo genere di pellicole riscuote trasversalmente nel globo non riesce difficile credere che potrà esserci, oggi Tokyo Gore Police impone il nuovo standard dove alla basilare estasi del grottesco e della morte ridicolizzata si impone una briglia di delirio razionale per spingere l'orrore a scivolare sotto la pelle, con piacere.
hellbly @ 18:32 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, dicembre 24, 2008 | in : cinema e tv
Disaster Movie: segnalazione prioritaria, questo film è il peggiore della sua specie, assolutamente da evitare, trattasi di serio candidato al titolo di più brutto film della storia.
hellbly @ 00:17 | commenti (popup) | commenti
lunedì, dicembre 22, 2008 | in : fumetti e libri
Il Sindacato dei Poliziotti Yiddish (The Yiddish Policemen's Union, 2007): ci sono processi mentali che non vale la pena combattere così come idiosincrasie che tutto sommato fanno parte del nostro carattere e ci piacciono, si arriva poi a un punto in cui diviene fondamentalmente inutile lottare per essere totalmente anticonformisti, per mantenere sempre una rigida purezza ideale, ci si piega e si assecondano pulsioni recondite o manifeste, si attenua il giovanilismo e con saggezza si adottano quei costumi globali che non sono poi tutti da buttare. Ho questo libro in giro per casa da mesi, mi sono deciso a leggerlo solo ultimamente ricapitolando l'anno come nelle migliori riviste e cercando di capire cosa provare a ricordarne mentre trascorrerò il prossimo; è il secondo libro di Chabon che leggo, il primo essendo l'imponente Cavalier and Clay: lo stile è profondamente cambiato, la sintassi si è complicata e l'accessibilità narrativa è diminuita in favore di una maggiore espressività rappresentativa, forse anche per sorreggere un'impianto classico come quello del noir all'autore è venuto in mente di mescolare punti di vista, prospettive, tempi e luoghi cercando di seguire il codice di pensiero del suo protagonista, narrato in terza persona ma con la fortissima impressione di un io parlante. Il primo impatto con la vicenda è crudo e brutale, il romanzo è stato premiato da tutti i maggiori cortei fantascientifici, non ci sono navi spaziali ma una Storia alternativa i cui presupposti vengono dati per scontato ruggendo in quelle partenze ostiche approvate da molti libri di fantascienza per non lasciare ai lettori il tempo di abituarsi, per aumentare l'interesse e la concentrazione e la volontà di capire. Nel 1948 lo Stato d'Israele fu distrutto, gli ebrei dispersi e costretti alla fuga: gli USA ne accolsero un gruppo imponente segregandoli in Alaska, adattando la legge e lo statuto federale dello stato per diventare un insediamento temporaneamente indipendente. Una nuova Terra Promessa nell'estremo nord del mondo. Il romanzo è ambientato ai giorni nostri, a pochi mesi dalla Restituzione, il giorno quando l'Alaska tornerà a essere un integro stato dell'Unione e gli ebrei saranno cortesemente invitati a sloggiare. Il protagonsita è Meyer Landsman, è il detective della omicidi perfetto: alcolista, divorziato, sulla via della mezza età, stanco, depresso suicida a tempo perso, pieno di intuito e istinto, naturalmente ispirato a combattere per tutte le cause perse come la sua. E' veramente, come dicono tutti i commentatori, un protagonista ripescato dal noir anni '40; però è anche un ebreo, un ebreo ateo per di più, in un mondo fatto di ebrei provenienti da tutti i paesi storici, di russi e filippini, di bigotti cappelli neri, mafiosi, lobby e luoghi di potere, ma anche di droga e perdizione uguale per tutti anche per gli ebrei. A differenza di Cavalier and Clay, qui Chabon calca la mano sulla caratterizzazione etnica intercalando in continuazione termini yiddish e costringendo il lettore non cosmopolita a ricercora sul dizionario il significato di molte parole e concetti: il romanzo è leggibile anche con la più totale ignoranza in fatto di religione e costume ebraico, ma non avrebbe senso leggerlo senza sforzarsi di capire, oltre al fatto che così facendo se ne perderebbero sottotesti e si rishierebbe di venire rispinti da questa scelta per niente amichevole e tanto affascinante. Landsman vive in un albergo topaia, la sua carriera è finita per lo scarico del cesso come il suo matrimonio, solo il suo collega riesce a guardarlo in faccia e a reprimere il desiderio di sputargli: no, non ''solo il suo collega'', anche quei mentecatti e pezzenti che condividono con lui l'albergaccio e che una notte come le altre lo svegliano per essere il primo a indagare sul tossico trovato morto nella stanza 208. Un tossico come tanti altri, magro e distrutto, eppure e inspiegabilmente comincia da qui un'indagine che porterà Meyer in rotta di collisione contro tutto e tutti. Vorrei spendere qualche parola di più, la quarta di copertina rovina abbastanza la trama e non voglio svilire quelli che sono colpi di scena attentamente progettati e perfettamente capaci di sorprendere e intrigare: lo svolgimento è un crescendo, si parte piano con l'ambientazione e la partenza, personaggi introdotti lentamente e poco per volta, poi una volta ingranata la prima scoperta il resto si sussegue senza soluzioni di continuità costringendo a una forsennata lotta contro gli aggettivi che accompagnano i nomi, contro la voglia di saltarli per leggere subito cosa accadrà. Il finale è perfetto.
hellbly @ 20:12 | commenti (popup) | commenti
domenica, dicembre 21, 2008 | in : animazione e videogiochi
Resident Evil - Degeneration: più passa il tempo e si aggiungono capitoli alla serie Capcom, più il suo nome internazionale perde senso rispetto all'originale Biohazard. Realizzato da Sony e Capcom, Degeneration è il primo lungometraggio in CG dedicato all'universo del celebre Survival Horror, sviluppato contemporaneamente sia con il doppiaggio inglese che giapponese, è recentemente uscito in dvd: sette anni dopo Racoon City, Leon S. Kennedy e Claire Redfield si reincontrano sul luogo di un nuovo outbreak del virus-T. Leon continua nella sua carriera di super agente segreto alle dirette dipendenze del Presidente, come in visto in RE4, mentre Claire appartiene a un gruppo di protesta che si oppone alla nuova megacorporazione farmaceutica succeduta alla Umbrella. Il regista è un esordiente, lo sceneggiatore è un'incapace già fattosi notare nel live action di Casshern e in alcuni degli episodi peggiori di Eureka Seven. Blocchiamo subito un punto: Degeneration non è male, non è un brutto film ed è tecnicamente piacevole. Aggredendo subito l'aspetto animazione RE:D offre textures e shaders di squisita fattura seppur fredde, i modelli poligonali sono buoni ma ancora rigidi nelle giunture e innaturali nei movimenti, paradossalmente ad anni di distanza nessun prodotto d'animazione cg giapponese è riuscito a tornare ai livelli del film di Final Fantasy, pur marcando con RE:D una tacca di buona qualità. Gli americani possono ancora ridersela con tranquillità. Degeneration dà il peggio di sé nella sceneggiatura: banale, sciocca, dialoghi che sarebbero stati ridicoli in videogiochi di quindici anni fa, colpi di scena privi di qualsiasi spettacolarità o sorpresa. Andamento stanco, tempi morti, stupidità complessiva, salti logici completamente illogici, comportamenti assurdi: Degeneration ha la trama del classico videogioco d'azione alla ricerca di pretesti per passare da un livello all'altro; ci sono due macroambienti: lo stage ''aereoporto'' e lo stage ''laboratorio'', nel mezzo qualche cut-scene per lo sviluppo caratteriale dei personaggi. Non è un film, è un ammasso di animazioni precalcolate che ripetono senza introdurre alcuna originalità fatti e mosse già viste non solo nei precedenti RE ma ovunque nel genere. E' una gran cazzata ma resta abbastanza divertente e guardabile.
hellbly @ 13:35 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, dicembre 17, 2008 | in : fumetti e libri
Laika: graphic novel uscita nel 2007 per l'editore specializzato First Second, scritta e disegnata da Nick Abadzis. Basata con accuratezza storica sulla vera vicenda del primo essere vivente nello spazio, la povera cagnetta che i russi spedirono a morire atrocemente tirandosi addosso l'invidia degli americani per un programma spaziale più (allora) avanzato e l'indignazione pubblica per il maltrattamento e la sorte dell'animale. Protagonisti del racconto sono Laika (che poi non si chiamava veramente così), il Capo Ingegnere del progetto russo e la dog-sitter di Laika e degli altri cani-cavie utilizzate durante gli esperimenti: per sua stessa natura la narrazione non presenta eroi, protagonisti positivi o antagonisti. Solo persone con ragioni e fini, contraddizioni e sentimenti: l'unico personaggio privo di questa scrupolosa umanità è naturalmente Laika. Il cane è una povera vittima, come tutti gli animali domestici è spesso trattata come un oggetto o una proprietà, in altri casi è detestata incoerentemente dall'ignoranza, allo stesso modo incondizionatamente amata da chi geneticamente predisposto in questo senso: Abadzis percorre la storia lentamente, soffermandosi frequentemente sulla quotidianità solo occasionalmente interrotta dagli Eventi poi entrati nella memoria collettiva: la routine militare, la routine civile, la routine animale; testi frequenti e fitti, sempre controllati e solo raramente slanciati verso considerazioni metafisiche ulteriori alla banale realtà del lavoro. I disegni sono espressivi e stilizzati al punto da ricordare vecchie strip umoristiche anni '60-'70, o le vignette propagandistiche degli stessi anni: inizialmente risultano ardui, presto sostengono amorevolmente il procedere fatale della vicenda.  Alla fine non è difficile sentire il magone, un groppo e pensare che una lacrima potrebbe anche decidersi a scendere.
hellbly @ 20:24 | commenti (popup) | commenti
lunedì, dicembre 15, 2008 | in : cinema e tv
My Name is Bruce: non potevo arrivare a 3 anni di attesa per vedere il coronamento della Bruce Campbell's Way, mi sono ridotto a guardare un fottuto screener (per altro di buona qualità), e mi sono goduto, stra-goduto ogni stronzo minuto. Il film è in giro per i festival da un paio d'anni, solo da novembre in ''selezionate'' sale americane: che film è? Beh, praticamente è il JCVD di Bruce Campbell. L'uomo, l'eroe, il Re interpreta se stesso: viene rapito da un fan esagitato e portato nella cittadina di Gold Lick per sconfiggere un maledetto demone cinese. E' semplicemente il più bel film di Bruce Campbell da quando è fallito anche il suo ultimo tentativo di successo con Bubba, è il risultato di una presa piena sulla propria vita, sulla propria carriera e su tutto il non cinematografico che più di ogni altra movie-star la circonda: Bruce Campbell è come Mark Hamill, è e sarà sempre Luke Skywalker. No, volevo dire: Ash. Boomstick, sugar, groovy, chainsaw. Cosa passasse per la sua testa e per i tizi di Dark Horse difficile dirlo: prendere per il culo i propri fan, dire senza mezzi termini che sono per lo più degli idioti, allo stesso tempo amarli e ringraziali. Ci vuole consapevolezza, non coraggio, coscienza dei propri limiti e autoironia: quella forse viene automatica con l'età. Il film è esilarante, dico per davvero: non ''esilarante'' nel senso b-movie con i mostri che fanno ridere per quanto sono stupidi; ''esilarante'' nel senso di divertente, colmo di battute perfette che voi mentecatti che non amate Hail to the King non potrete mai capire né apprezzare: pezzenti bastardi. Autoreferenziale, dedicato a un pubblico talmente ristretto da rasentare la follia: ignorate il contenuto e il contorno, pensate allo sforzo produttivo; questa non è Troma, allo stesso tempo lo è: Bruce Campbell può fare qualcosa di unico, tutta la storia del b-actor, tutti i flop e i film per lo sci-fi channel, tutti quei colpi che hanno stroncato ed eliminato le altre persone normali hanno rinforzato il suo successo, lo hanno reso un'anomalia impossibile da replicare e totalmente autosufficiente. Il fenomeno che lo circonda si autosostiene e autoalimenta, non gli serve niente: può mettersi davanti a una macchina da presa e fare l'idiota e sapere che le persone per cui lo fa lo ameranno incondizionatamente, è un potere religioso concesso a pochi. Sono profondamente commosso e felice per aver visto questo esempio di arte talmente di nicchia da non avere nome, se non il nome del suo protagonista e unico membro: Bruce Campbell.
hellbly @ 22:31 | commenti (popup) | commenti
lunedì, dicembre 15, 2008 | in : cinema e tv
JCVD: se non è questo un film amarcord non so chi possa.... eguagliare. Mi si dislessica il cervello a pensare che nei miei momenti più bui alla fine degli anni '80, quando uscivo di casa solo per andare a vedere l'ultimo Van Damme o l'ultimo Seagal, quando guardavo i film in piedi per poter replicare in minima differita le mosse di Van Damme o Seagal e cercavo in tutti i modi di slogarmi l'inguine per eseguire la mitica possa in spaccata sospesa di Van Damme (e solo lui), arrivai a un certo punto a preferire, traviato dal motivo ecologico, il tizio con due mogli. Oggi guardo la produzione francese diretta da Mabrouk El Mechri e penso: ''film francese diretto da un algerino? Dieci anni fa mi ci sarei fiondato, quando pensavo che intellettuale e minoranze etniche fossero indissolubilmente legate. Oggi se il conto dei morti non supera le decine non riesco neppure a tenere focalizzata l'attenzione.'' L'amico franco-africano scrive pure la sceneggiatura, inevitabile il coinvolgimento dello stesso Van Damme nella stesura: il confine tra bio e pseudo-bio è varcato talmente spesso nel corso del film, saltando da un lato all'altro come il peggiore dei Remo per salvare l'innocenza legale di personcine realmente viventi e scatenare la purezza interpretativa di un attore che non è mai stato tale perché il massimo richiestogli era un high-kick più alto del normale, che si scopre improvvisamente il migliore a interpretare se stesso. Van Damme è Van Damme in un film sulla sua vita che non è proprio la sua vita ma poco ci manca, ricorda vagamente, per amarezza e umorismo tragico, il Make Love di Bruce Campbell. Van Damme ha 47 anni, il suo manager lo costringe a passare da un merdoso film d'azione
direct-to-dvd all'altro, ripetendosi all'infinito: sua moglie vuole portargli via la figlia, sua figlia si vergona di suo padre perché gli amichetti la sfottono. Va tutto di merda e in fondo non fa più abbastanza soldi per potersi permettere di pagare i peccati di quando ne aveva, quindi gli va davvero di merda: torna nel suo Belgio per sfuggire alla merda da super star e rifugiarsi nel suo paesello che lo adora come allora, come un Pantani nel paese dove ti lapidano se gli dai del drogato, e finisce coinvolto in una rapina. L'occasione per essere un eroe davvero e per riscattare se stesso, se fosse un film: JVCD non è un film, finge di non esserlo e Van Damme finisce per essere un uomo che non ce la fa più. El Mechri spinge sull'acceleratore, pesta di brutto e decide che o la va o la spacca: fa quello che solo i grandi registi osano e fa il suo Rashomon rigirando la stessa scena da punti di vista diversi. Fa anche 31 mettendo in pausa il film per meta-monologhi interpretati dal vecchio Van Damme, nuova conferma che a forza di fare film anche i peggiori dventano attori emozionanti.
hellbly @ 13:56 | commenti (popup) | commenti
domenica, dicembre 14, 2008 | in : cinema e tv
Banlieue 13: nel 2004 i rinnovati ingranaggi produttivi francesi, soldi da Canal + e collaborazione nominale (in questo caso la sceneggiatura) con Luc Besson, buttarono fuori un film passato basso sotto il radar internazionale; un edizione americana a bassa distribuzione, District B13, in Italia non ne ho trovato traccia quindi suppongo non sia mai arrivato nonostante quel giro d'anni abbia portato altri titoli simili come Yamakasi. Il film è diretto da Pierre Morel, allora esordiente alla regia ma da tempo direttore della fotografia in quasi tutti i più significativi titoli del genere usciti prima e dopo: Morel non deve fare molto, il massimo della sua attività riguarda i titoli di testa, da quel momento in poi è solo questione di trovare i giusti angoli per garantire il massimo della copertura e chiarezza nella ripresa dei due protagonisti. Nell'angolo destro troviamo David Belle, considerato uno dei fondatori del Parkour: la sua carriera cinematografica vanta gli stunts di Transporter 2 e I Fiumi di Porpora 2, qualche apparizione in pochi altri film, sfogliando la sua scheda la nota interessante lo vede coordinatore per le scene parkour (si presume molte) che verranno viste nel prossimo film dedicato al Prince of Persia. Belle ha un aspetto simpatico, fisicamente è un demonio: salta e corre senza fermarsi mai, esegue personalmente tutte le scene e dal vivo senza ricorrere a effetti scenici o grafici. Nell'angolo sinistro c'e' Cyril Raffaelli, lo ricorderete venir preso a pugni in faccia da Jet Li in Kiss of the Dragon, anche lui segna a referto una quantità di stunts in molti film celebri: atleticamente notevole e molto più vario nelle azioni di combattimento di quanto non avesse mostrato nel suddetto film, il suo apporto è quello dell'esperto di arti marziali. Belle e Raffaelli insieme fanno un Tony Jaa. La trama è semplice: Parigi è in mano alla delinquenza, alcune sue aree sono completamente fuori controllo. Il governo decide di erigere muri protetti e isolare questi quartieri violenti, regni dell'illegalità, lasciandoli in balia di se stessi. In puro stile Fuga da New York, Raffaelli interpreta un poliziotto costretto a infiltrarsi in questo luogo di depravazione per recuperare un ordigno nucleare finito nelle mani del boss locale; per la missione costringe, in puro stile 48 Ore, un residente del luogo da tempo in prigione a fargli da guida. Il film è una bomba, azione senza sosta senza pretese di narrazione: i due sono simpatici e fanno a botte acrobatiche, non si può chiedere altro. La preziosa sceneggiatura di Besson prevede due intro, una per ognuno, in solitaria con la presentazione dei protagonisti e rispettive abilità: i due vengono poi messi insieme e spediti nella giungla di cemento a seminare distruzione. Ho scoperto la sua esistenza perché ne stanno producendo un seguito con budget superiore. Banlieue 13 è uno dei migliori film d'azione conmporaneo prodotti in Francia, strepitoso film d'azione e basta: poco serio, rapidissimo, gustoso nella sua replicazione interpretata di tanti stereotipi del genere.
hellbly @ 17:37 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
venerdì, dicembre 12, 2008 | in : fumetti e libri
Secret Invasion: mi faccio i complimenti da solo per aver contenuto negli ultimi mesi la mia jeekitudine e aver riabbracciato alcuni ottime produzioni (quasi)slipstream Marvel affiancandole senza colpo ferire a tutti i crossover succedutisi senza soluzioni di continuità. Civli War, World War Hulk, Secret Invasion. Adesso basta però, mi sono veramente rotto le palle: Dark Reign mi sta addosso ancora prima di cominciare. Non voglio parlare di questo però, ma di quanto triste sia stato Secret Invasion: invece di abbruttirvi con i miei commenti di parte vorrei linkare l'apprezzato articolo apparso su IO9. In sintesi: l'hanno montata per anni, infilando quei cazzoni di Skrull ovunque, fingendo di uccidere una ventina di personaggi fondamentali e minare motivazioni e credenze di qualsiasi avvenimento successo negli ultimi 3-4 anni. Invece niente: hanno ammazzato Wasp. Sai che roba: il vendicatore più disprezzato di sempre. I cambiamenti più interessanti sono la caduta in disgrazia di Tony Stark, la ''chiusura'' dello Shield (ma con Nick Fury in giro c'e' poco da crederci), e basta. Norman e gli Anti-Illuminati sono una presa per il culo bella e buona. Profonda delusione, specialmente per la serie in sé assai poco ispirata e priva di eventi.

Thor - ''Ancient Asgard Trilogy'': negli ultimi mesi sono usciti 3 imperdibili one-shot tra loro collegati e parzialmente consecutivi scritti da Matt Fraction, l'autore esclusivo Marvel più interessante a mio avviso, dedicato a Thor in versione totalmente divina e mitica. Thor prima del fumetto Marvel quindi, un Thor impegnato a vivere i miti nordici interamente e da protagonista: non proprio un'idea mai vista prima ma difficilmente così ben realizzata. Mi pare d'aver visto un possibile quarto albo in uscita tra un pò ma credo non sia, questo sì, direttamente connesso. Per completezza i tre albi sono: Ages of Thunder, Reign of Blood, Man of War. La regolare di Thor è ottima ma vessata da lentezza e aperiodicità, se avete fame di Dio del Tuono questi sono prelibati.

Salem - Queen of Thorns: era da un pò che non parlavamo di Boom! Studios, editore non più nuovo che fu di grandissimo interesse ma spentosi lentamente nell'ultimo anno a causa di produzioni decisamente sottotono, poco interessanti e spesso disegnate in modo improponibile. Salem non inverte questa tendenza ma offre qualche motivo di valore: scritta da Chris Morgan, ennesimo sceneggiatore cinematografico passato ai fumetti (tra i suoi lavori degni di nota: Wanted, Fast and Furious Tokyo Drift... un genio), e disegnata da Un Tale racconta di uno pseudo Solomon Kane impegnato a combattere una super strega diabolica affamata di sacre reliquie cattoliche. La storia si perde in corso d'opera, i personaggi sparicoscono e ricompaiono senza logica, il finale è scemo. No, ripensandoci: Salem conferma il pessimo periodo di Boom!

The Man with No Name: chi invece se la passa molto bene nel settore ''cade editrici indipendenti'' sono quelli di Dynamite continuamente alle prese con nuovi progetti e sistematicamente benedetti da consenso di pubblico e interesse da parte di autori più o meno noti devoti a mostrare la propria abilità al di fuori del claustrofobico mondo di DC-Marvel. Questa volta tocca a Gage far perdere le sue tracce e prestarsi a scrivere il primo story-arc, sei episodi, dell'ultima serie western varata dall'editore (con una già annunciata per il prossimo futuro): per chi non lo sapesse l'Uomo Senza Nome altri non è che il personaggio interpretato da Clint Eastwood nella trilogia di Leone. La serie vanta licenza ufficiale e riprende la storia da poco dopo la fine de Il Buono, il Brutto e il Cattivo. Massimo Entusiasmo. La storia non è male anche se Gage non risulta troppo adatto a questo tipo di narrazione, copertine molto gradevoli di Isanove lanciatissimo sul genere dopo Dark Tower, disegni intermittenti che ronivano un poco la rappresentazione. Il prossimo giro di walzer tocca a Lieberman, poi a Dixon.
hellbly @ 19:08 | commenti (popup) | commenti
giovedì, dicembre 11, 2008 | in : fumetti e libri
La Città-Labirinto (The Man in the Maze, 1968): attenzione attenzione, questa è una rilettura. Di solito non rileggo i libri, mi piacerebbe farlo e spesso penso che mi piacerebbe rileggere un libro particolare: allo stesso modo di un fumetto piuttosto che riguardare un film o rigiocare qualcosa, finisce che non lo faccio mai a causa delle novità sempre incombenti. Ho riletto questo romanzo di Silverberg perché l'altro giorno ne ho letto uno nuovo, che non mi è piaciuto, e volevo tornare sulla scena del delitto: Città-Labirinto è stato causa, anni e anni fa, dell'unico caso in vita mia di incubo ricorrente continuativo. Adesso ci torniamo. La storia è quella di Richard Muller, celebre avventuriero spaziale, da nove anni in esilio autoimposto sul pianeta disabitato Lemnos: in un passato ancestrale il pianeta fu patria di una razza aliena particolarmente xenofoba, l'unica traccia degli abitanti di allora è la città-labirinto del titolo. Un labirinto di trappole mortali che nessuno è mai riuscito a superare, protetto da un campo di forza impenetrabile che rende la città al suo centro accessibile solo attraverso il suddetto labirinto: Dick lo superò anni prima e da allora vive lì, ''nessuno'' tranne lui. Tuttavia non è la storia dell'uomo nel labirinto, è la storia di una spedizione umana arrivata su Lemnos per tirare fuori l'uomo dal labirinto: l'uomo non vuole uscire, il labirinto è mortale, gli altri uomini sono molto risoluti, il perché di tanta risolutezza viene spiegato nel corso del libro ma non è importante. The Man in the Maze è uno dei classici di Silverberg, un romanzo che presta il fianco ,specialmente nella sua vecchia traduzione urania, ai colpi dell'età ma ancora vigoroso nei suoi concetti di base: l'odio verso l'umanità del protagonsita, i limiti della razza umana, l'alieno e via così. Hellbly bambino fu particolarmente colpito dal fatto dell'uomo nel labirinto e per mesi, non vorrei spingermi a dire anni perché non ne sono sicuro, è capitato che sognasse di essere in un labirinto pieno di trappole svegliandosi dopo ogni morte. Oltre al libro allora dovevo essere anche particolarmente ossessionato dai videogiochi perché quando il sogno si riproponeva ricordavo la trappola mortale in cui ero caduto, la evitavo e crepavo in quella successiva. A parte questo è un bel romanzo, ho visto che è stato recentemente ristampato da Fazi...
hellbly @ 19:23 | commenti (popup) | commenti
lunedì, dicembre 08, 2008 | in : fumetti e libri
L'Arca delle Stelle (Starborne, 1996): il Silverberg di fine anni '90 è un autore molto diverso dal suo passato classico, molto più impegnato professionalmente in produzioni seriali ad alta vendibilità come le raccolte di racconti e l'immancabile ciclo a episodi, il suo interesse per l'esplorazione fantascientifica perso in cottarelle metafisiche che da ''I Viaggiatori di Jeposdar'' fino al qui presente non hanno mai marcato un punto deciso o impresso un'impronta importante. L'Arca delle Stelle è un romanzo frivolo di un'umanità distante nel futuro, annoiata e priva di pericoli se non la famigerata ristagnanza culturale: se fosse stato scritto oggi l'autore avrebbe potuto trarne un reality show, il risultato è comunque simile. Cinquanta persone, venticinque uomini e altrettante donne, vengono imbarcati su una nave spaziali e spediti nel cosmo, tra loro una gemella costantemente in ponte telepatico con sua sorella rimasta sulla Terra per gli aggiornamenti sulla missione a mo' di svago per gli spettatori comodamente rimasti a casa. Sulla nave spaziale c'e' poco da fare: ecco quindi anche qui quell'elemento sessuale da qualche anno continuamente inserito dall'autore,  sempre contrassegnato da un'ipocrita idencisione tra pudori d'altri anni e copule degne di un'educanda, il tutto inframezzato da mal riusciti tentativi di multietnicità espressi da una partita a Go piuttosto che dalle nordiche (nel senso europeo) fattezze del comandante. Passano quasi 4 anni, esplorano due pianeti, come quelli delle ''Case'' televisive costretti in spazi ristretti senza niente da fare, parlano e parlano e parlano e si parlano addosso e alla fine vanno tutti giù di testa... macché, magari: fossero tutti impazziti e si fossero sterminati tra loro il romanzo avrebbe avuto un finale strepitoso, invece finsice con una mega orgia spirituale (per altro immotivata) e un saltello evolutivo per la razza umana.
hellbly @ 17:36 | commenti (popup) | commenti
lunedì, dicembre 08, 2008 | in : cinema e tv
The Mummy 3: un film che superi le aspettative entusiasma, un film cos' brutto da essere peggiore di qualsiasi aspettativa negativa... è una vera merda. Fan della Mummia 1 e 2 con il dvd del Re Scorpione in casa fatevi avanti! Eccolo! Come si fa a massacrare così una serie? Bisogna impegnarsi per fare un film così mal fatto, bisogna sforzarsi per sbagliare ogni cosa e anche molto: la Mummia 3 annoia dopo pochi minuti, irrita dopo qualche altro minuto per la demoralizzata figura di Brendan Fraser, disgusta in ogni scena con il figlio, traumatizza in quelle con Jet Li o la Yeoh. Guardarlo è torturarsi, alla fine resta solo la curiosità malata di conoscere lo sceneggiatore... vai su imdb... un paio di click ed eccolo! Maledetto! Sei quello di Smallville! Brutto ladro! La Mummia 3 avrebbe poi anche un regista, quel Rob Cohen di Fast and Furious e XXX: cosa gli è successo? Poverino, deve aver smesso di drogarsi e avrà scoperto la fede: solo un rincoglionimento di questo tipo può trasformare un decente regista d'azione in un regista di Hallmark.
hellbly @ 13:19 | commenti (popup) | commenti
sabato, dicembre 06, 2008 | in : musica e internet
Guccini - Paladozza: nella lista di cose ancora da fare non trovo ''assistere a un concerto di Guccini'', i cantanti politicizzati e campanilisti non hanno mai riscosso simpatia e le poche sue canzoni che conosco sono dovute alle interpretazioni di Nomadi/Vandelli e compagnia. Al concerto avrei volentieri visto bruciare tre quarti del pubblico, tra gentaglia dei centri sociali, ex-sessantottini incapaci di adattarsi all'invecchiamento, busoni e ragazzini pronti a riempirsi la bocca di ''proletaria'' a squarciagola. Non è il mio genere. A questo punto mi tocca chiosare prima di venir tacciato di fascismo: no, non sono di destra e no, non sono di sinistra e no, ahimé, non sono neppure di centro. Aborro estremismi e conformismi, io sono per la politica del buon senso, l'ideologia la lascio agli idioti. Ciò detto: Guccini non è così. Lui personalmente, come si presenta: certo, salito sul palco a detto qualcosa di sinistra per scaldare il pubblico... ''Buonasera fannulloni di sinistra!''... sarebbe stato fenomenale e pieno di ironia se avesse urlato ''Evviva il Duce!'' annichilendo il pubblico, capisco perché non l'abbia fatto ma sarebbe stato davvero fenomenale. Voglio dire meglio: Guccini non è più così, il senso della sua età lo capisce, le sue idee sono chiare ma l'esposizione è quella dettata dalla saggezza capace di mitigare il fuoco della gioventù. Una roba da trattato politico greco. Riprendendo non conoscevo le canzoni, spesso andare a un concerto senza conoscere l'artista diventa opportunità per apprezzarlo di più: mi sono piaciute quasi tutte e alcune, specialmente quelle campanilisti che adesso capisco e comprendo, particolarmente; mi è piaciuta moltissimo Don Chisciotte, Eskimo... stendo un velo su Locomotiva ma ammetto di essere condizionato dal comportamento della gente intorno a me. La demenza delle masse mi lascia sempre nauseato e afflitto. Sono andato al concerto perché un mio collega che potrebbe essere mio padre, e non nel senso che un giusto tempo fa si sia scopato mia madre, esclusivamente per il rapporto di età è venuto da me qualche giorno fa dicendo: ''c'e' un concerto di Guccini''; e io: ''uhm''; e lui: ''da solo non ci vado''; e io, visto che mi sta molto simpatico e che erano giorni che vagheggiavo l'idea di trascorrere una serata diversa: ''ok''. In più a mia ''moglie'' piace. Il passare del tempo, la morte, Bologna: temi che oggi amo, canzoni che immetterò nella rotazione della macchina; la lotta partigiana e la guerra, ok; la lotta operaia, meno ok. Un concerto di circa 3 ore con molto parlato tra le canzoni in forma di cabaret politico, battute buone altre no, voce ancora potente e limpida, strumentisti eccellenti. Bel concerto e alla fine lo zoo intorno forse mi stava più sul cazzo per la gioventù che per altro. 
hellbly @ 12:16 | commenti (popup) | commenti
giovedì, dicembre 04, 2008 | in : cinema e tv
Death Race: prego aggiungere nuova tacca alla voce ''perché non si dovrebbero produrre remake di vecchi film fantascientifici'', senza gongolare però; Death Race il remake non è poi così brutto, solo stupido con pretese di grandezza, diretto scialbamente da quel Paul Anderson sempre più prossimo a diventare il fratello meno scemo di Uwe e penosamente interpretato da un Jason Statham alla ricerca di rinnovata visibilità americana in un periodo dove gli Action Hero fanno fatica a trovare film decenti a cui prestarsi. Jason almeno ci prova senza arroganza, non come Vin.. The Rock continua a essere disperso. Ciò detto, cosa? Niente: ci sono le macchine corazzate e smitraglianti che sono deludenti per la scarsa fantasia e personalità, e fammi un Twisted Metal dannazione, ci sono i prigionieri stronzi che cercano rogne e c'e' Jason che li falcia come grano, c'e' il solito Direttore di Prigione stronzo come pochi e il vecchio prigioniero pieno di esperienza e buon cuore. La sceneggiatura è un abominio, le corse in macchina sono guardabili e ci sono un paio di pestaggi interessanti dove la fisicità dell'attore dà i suoi frutti d'esaltazione: dura un'ora e tre quarti, mezzora circa vale la pena.
hellbly @ 13:09 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, dicembre 03, 2008 | in : animazione e videogiochi
Mnemosyne (episodi 1-6 serie completa): rara produzione nipponica realizzata da Xebec per i 10 anni del network cavo/satellitare AT-X, ''rara'' perché produzione originale non trasposta e perché adulta nel senso più pieno del termine con la sua straripanza di sesso e violenza; Mnemosyne ricorda l'animazione giapponese che fu, quella del successo internazionale degli anni '80, quella che da un decennio a questa parte sembra essere stata completamente bandita: protagonista della storia è Rin, donna immortale, investigatrice coinvolta nelle millenarie trame di altri personaggi immortali intricate all'esistenza di molte vite umane; potendo approfittare della longevità della sua protagonista l'anime si sviluppa quasi per un secolo iniziando all'indomani degli anni '90 e arrivando alla seconda metà del secolo successivo: accanto a Rin altri immortali, alcuni alleati altri nemici, una speciale famiglia umana dal destino connesso e il mistero della natura stessa e dello scopo della vita immortale. Sarebbe stato un ottimo film, sei episodi si dimostrano troppi per l'effettiva esiguità della vicenda centarle: c'e' un magico albero che periodicamente appare liberando nell'aria infinite spore, il tutto invisibile all'occhio umano, una percentuale minuscola di queste spore ha la proprietà di attecchire nel corpo di uomini e donne, rendendo queste ultime immortali e trasformando i primi in mostri. I primi episodi sono molto ben realizzati, crudi e truculenti, noir al punto giusto; poi la mitologia immortale entra e prepotentemente sposta il tutto su un piano fantasy demenziale nel quale l'elemento sessuale viene estremizzato a fini di trama in modi spesso discutibili, il tutto con una quantità di punti morti e lassismo ritmico. Lo staff messo insieme da Xebec non è certo di primo piano ma pesca nomi esperti tra le proprie risorse, il risultato è di buona fattura con il solito pesante contrasto tra i primi episodi e gli ultimi, peccato per la sceneggiatura poco ispirata.
hellbly @ 22:55 | commenti (popup) | commenti