The Steel Remains (Id, 2008): vorrei parlare subito del libro ma è necessaria una piccola introduzione. Richard K. Morgan è autore di fantascienza raggiunto da vasto e trasversale successo grazie all'originale taglio pulp-noir delle sue storie e al suo stile secco, ricercato ma totalmente mainstream; una base di indubbia qualità sostenuta da un appoggio pubblicitario ed editoriale raro al giorno d'oggi: i libri di Morgan hanno attraversato tutti i giusti canali e sono rapidamente arrivati in tutto il mondo. E' oggi uno degli autori più noti, seppur ancora nudo di quei premi che la community hard core della scifi ama tanto: due più due uguale Dark Fantasy. E' il genere del momento, è in voga, è cool, arricchisce ed è il veicolo di più profonda penetrazione a cui un autore possa oggi puntare. Ora, la mia premessa potrebbe non essere delle più lusinghiere, so che mi lascio trasportare da questo gusto elitario che mi vorrebbe da solo a lottare per il mio orgoglio di nicchia e conoscere cose che solo pochi conoscono: The Steel Remains è un romanzo di altissimo profilo, difettoso ma eccellente: è inoltre, nella mia comunque non approfondita conoscenza del fantasy contemporaneo, il primo caso di fantasy alla Martin. Sì, non fatevi ingannare dal ''dark fantasy'': questo non è twilight o uno dei suoi cugini con gli elfi o i magus di città, qui ci troviamo davanti a qualcosa che ha il gusto maturo e adulto delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Morgan nel suo sito riporta alcune proprie dichiarazioni: ''sono un figo, ho scritto fantasy ma voi sapere che quello che scrivo ha il mio stile figo, è fantas ma è figo, sono io, figo, fantasy, scifi, tutto uguale, se lo scrivo è figo''; ok, ancora non lusinghiero ma il senso nascosto è che ci sono molte somiglianze con quanto scritto da Martin, anche sufficienti differenze da allontanare il rischio di un prodotto derivativo. A differenza delle avventure di Takeshi Kovaks, una trilogia di avventure isolate e non correlate, The Steel Remains è il primo libro di una trilogia con una trama più ampia e connessa, possiede anche un titolo comune ''A Land Fit for Heroes'': il romanzo si chiude e conclude, ha un ottimo e perfetto finale, ma ci sono linee narrative più sottili che proseguiranno e, nonostante l'aspetto compiuto, si avverte un certa funzione introduttiva in questo romanzo e il peso di cose non dette ma già previste per accadere nei prossimi; ciò detto si legge e finisce con giustezza, già solo per questo Morgan andrebbe premiato, per non essere caduto nella peggiore trappola del genere, la serialità da cliffhanger. Steel Remains ha 3 protagonisti, la prima notevole trovata dell'autore è quella di tenerli coscientemente separati da chilometri geopolitici di distanza: i tre personaggi in sé sono dei classici, ma è il tono a essere diverso, non è l'invenzione ma la reinterpretazione. I protagonisti non hanno lo stesso peso, hanno diverso spazio pagine: il primo è Ringil, un nobile cavaliere proveniente dallo sfondo culturale della Lega, un insieme di città-stato; Ringil è anche un faggot, un frocio: non un omosessuale, Morgan non è politicamente corretto così come non lo è il mondo in cui vive il suo personaggio, Ringil è un finocchio e tutti lo sfottono per questo. Il problema di chi lo sfotte è che Ringil è una macchina di morte e uno dei più grandi guerrieri del mondo. Il secondo è Archeth, donna mezzosangue ultima rimasta in questo mondo dell'antica razza dei Kiriath: non sono elfi, niente magia ma super scienza, il mondo è pieno di loro manufatti, i Kiriath hanno lasciato questo mondo, hanno lasciato anche Archeth, unica del suo genere; come dicevo non sono elfi, Morgan gioca con la scorretteza e invece di orecchie a punta dà ai Kiriath la pelle nera. I Kiriath sono neri, Archeth è nera: il fantasy è storicamente un genere, film o libri o altro, senza gente di colore. Non a caso ci sono tutti quei fantastici aneddoti su Tolkien e il fascismo. Acheth vive e serve l'Impero, l'altra grande organizzazione sociopolitica in questo mondo, un impero profondamente religioso che odia i finocchi e tutti i diversi: la Rivelazione degli imperiali è chiaramente cristianologica; Archeth è lesbica e ha qualche problema con le autorità religiose ma l'Imperatore la tiene in grande considerazione e protegge. Terzo e ultimo, Egar the Dragonbane: Egar è un majak, un nomade delle steppe e un berserker, è anche un capoclan e gli piace scopare ragazzine molto giovani, non un pedofilo (Morgan gioca ma non è pazzo) ma certamente un gusto per l'underage; nella sua cultura è permesso ma non proprio ben visto. La prima idea di Morgan è quella di identificare sessualmente i suoi personaggi, questo butta subito una bella scure sugli stereotipi del fantasy: Morgan non si lascia trascinare dagli eventi e invece di scendere nel reame del softcore tipico delle storie di vampiri si mantiene distaccato lasciando che il sesso sia movente ma non fondante, non si mette neppure a descrivere intermibabili e continue scopate, solo un paio. FIno a cento pagine dalla fine questi tre personaggi non si incontrano, è un libro lungo e diventa divertente capire fino a quando Morgan riesca a tenere in piedi quest'impostazione: l'incontro finale è un momento di entusiasmo bruciante. La seconda idea di Morgan, la migliore, è quella di partire ''dopo'': i tre protagonisti sono veterani, sono tre ex-compagni d'arme sopravvissuti alla peggiore guerra che il mondo conosca; lo svolgimento della trama, fatti che tramano per portare una nuova guerra nel mondo li riportano indietro nel tempo, con la mente, a ricordare i fatti della guerra che fu, gli amici che furono e quelli che sono ancora vivi: in certi casi è un pò strumentale ma il legame tra i tre veterani, fatto di aneddoti e ricordi condivisi funziona squisitamente, non si incontrano ma sono l'uno nei pensieri dell'altro ed è molto furbo e intelligente. Lo stesso per la trama: i tre vivono tre storie completamente apparentemente slegate tra loro, Ringil cerca una cugina venduta in schiavitù, Archeth investiga sulla distruzione di un avamposto imperiale, Egar porta avanti il suo clan; eventi slegati conducono allo stesso incontro, Morgan è bravo, niente scherzi qui, butta piccoli ami qua e là e alla fine diventa tutta un'unica storia. Badate, non funziona tutto così bene: specialmente alla fine lo scrittore lascia andare un pò di coesione narrativa in nome di scene particolarmente d'effetto. Certo il prezzo vale la candela: Morgan scrive alcune delle più esaltanti scene d'azione con spada e altro che mi sia capitato di leggere, niente di campale, duelli e scontri tra piccoli gruppi, molto sanguinari, molto dettagliati e veloci, brutali. Potevo scegliere un sacco di citazioni, ma questa volta mi accontento di qualcosa di semplice: ''You think things changed after the war, fuckhead?” He reached out and chucked the slave trader hard under the chin. He hefted the mace. “Got news for you. Things just changed back.'' Segue indicibile violenza. Morgan sceglie di scendere anche su qualche dettaglio di storia passata e butta al vento un pò di mitologia che spero verrà meglio espressa più avanti: i Kiriath sono i Black Folk, i cattivi di turno sono i Vanishing Folk, i nemici di una volta erano Scaled Folk. In più ci sono i draghi, non qui ma sono sicuro ci saranno, quanto meno ci sono stati. Il seguito è previsto per il 2010 inoltrato.