domenica, febbraio 25, 2007 | in : cinema e tv
Memories of Matsuko: frugando nel blog, o semplicemente seguendolo da qualche tempo, dovreste ricordare un film del 2004, probabilmente qui visto l'anno successivo, dal titolo Shimotsuma Monogatari (titolo del post, visto che allora quando lo scrissi non era ancora stato ufficializzato il titolo internazionale ''Kamikaze Girls''). Innovativo e originale come niente altro partorito dalla cinematografia nipponica degli ultimi anni. Nel 2006 il regista-sceneggiatore di quella straordinaria perla, Tetsuya Nakashima, ha presentato la sua nuova opera, tratta da un romanzo: un musical in certi posti scioccamente indicato come il Moulin Rouge orientale, ma in realta' film crossover come niente di simile in occidente, o in oriente. Memories of Matsuko, il cui titolo originale ''Kiraware Matsuko no Issho dovrebbe tradursi con un La Vita dell'Odiosa Matsuko, e' il racconto delle sofferenza e della felicita' dell'eroina che da' il nome, dall'infanzia alla morte; narrata in flashback a morte gia' avvenuta durante le ''indagini'' svolte dal nipote che mai l'aveva conosciuta. IMDB, tanto per citare una fonte celebre, definisce il film Comedy, Drama, Musical: e cosi' e', ma nessuna descrizione puo' calzarlo completamente. La protagonista, interpretata da una fantastica Miki Nakatani (qualche horror, un po' di tv, nuovamente un po' di cinema e un futuro ruolo importante in Seta), canta: canta quando e' di buon umore e quando e' invece colpita da tragedie, questi numeri musicali, numerosi nel corso del film, non sono mai, pero', dei dialoghi; Memories of Matsuko non e' un film cantato, e' un film con diverse canzoni: spesso intese come mini video musicali all'interno della narrazione e naturalmente ed efficacemente adibiti a mostrare e ricordare il marchio di fabbrica del regista, quel espressivita' quasi parodistica ma esteticamente pregna di un giovane aspirante Autore. Quindi larghissimo spazio a colori saturi, effetti speciali disegnati e cartoon integrati nelle scene nel piu' classico stile Roger Rabbit: immaginazione dimostrata allo spettatore, vivace e cordiale, e cosi' potentemente lontana e distante dalla teoria di tragedie che si abbatte sulla povera Matsuko, martire della malizia umana, e specialmente maschile, figura quasi cristiana di accettazione e amore infinito ma lungi dal perdere la propria natura mortale o capace di ignorare la perseguitante pioggia di dolore che la costringe a ripararsi dall'inizio alla fine del film. Melodramma in certi punti troppo ricercato e insistito e, specialmente nel finale, troppo vistosamente alla ricerca di un conclusivo climax patetico. Attraverso gli occhi e le parole di chi la conobbe, il giovane nipote  (l'idol-attore Eita di Azumi e Summer Time Machine Blues) ripercorre la vita della zia da quando fu costretta in seguito a uno scandalo a lasciare l'insegnamento fino alla carriera nella prostituzione, a una serie di relazione con uomini violenti, e tutte le altre esperienze sempre terminate con una Matsuko abbandonata; il film rientra pienamente nel filone giapponese delle donne bistrattate e sofferenti costrette a una vita di devozione e rivalse sempre abortite e spazzate via dalla sfortuna: nessun uomo riesce a sopportare l'intensita' emotiva di Matsuko, e Matsuko non riesce a trovare pace se non nel rapporto con uomini. E' notevole come questa tematica cosi' tradizionale vada di pari passo a un film sperimentale e fantasioso. La regia e' fanaticamente insistente nella ricerca di vie rappresentative che riescano a mettere nella composizione scenografica il riflesso di tutto il tormento interiore della protagonista, rendendo ogni ambiente uno specchio della condizione della protagonista, e finendo per palesare un po' troppo le proprie chiavi di lettura; la sceneggiatura e' molto piu' interessante: a partire dalla trama pura e semplice con inganni e colpi di scena, ai dialoghi. Tutto molto artefatto ma non in senso negativo. Le canzoni e i video sono una spina: personalmente li ho apprezzati quasi tutti, ma in definitiva sono troppi e oggettivamente potrebbe risultare, anche qui, un'eccessiva enfasi e ripetitivita'. Forse desiderando spingersi oltre l'inventiva visiva affiancondole un po' di spessore narrativo, Nakashima ha finito per perdere di vista la misura finendo per estremizzare troppo un film comunque valido e particolare.
hellbly @ 18:22 | commenti (6)(popup) | commenti (6)
Commenti
#1    28 Febbraio 2007 - 08:01
 
Ciao, il titolo giapponese si può tradurre non tanto con "odiosa" quanto "odiata". Però anche "odiata" non rende bene. Il senso è più simile a un "a cui non vogliono bene" e nel film è evidente in quel che hai scritto più sotto quando la definisci "bistrattata e sofferente".

Ho parlato con qualcuno molto vicino a Nakashima e a quanto pare il motivo per cui questo film è bello (anche a me è piaciuto) ma non bellissimo è che strizza l'occhio al pubblico "non da festival" più dei film precedenti. Facendo un film così, personale ma non troppo, ha un riscontro di pubblico e critica in patria molto più alto che facendo film troppo personali. Un riscontro di pubblico significa maggiori guadagni (e infatti è andato bene al box office ed ha ricevuto molte nomination ai recenti oscar giapponesi, dove la protagonista ha vinto il premio di miglior attrice) e quindi maggiori possibilità di essere prodotto in futuro e quindi di poter fare i film che vuole.

Infatti avrai notato anche tu certe trovate narrative fondamentalmente inutili che paiono proprio rivolte a un pubblico generico: vedi per esempio il modo in cui ripresenta subito dopo pochi minuti il flashback del tizio col neo in fronte, in modo che il pubblico meno accorto possa dire "ah, ecco perché ha fatto quella faccia lì". In realtà si era capito benissimo, e non c'era bisogno di quel flashback, come nemmeno della ripetizione della scena di lei che esce dall'appartamento per dire all'amica di lasciarla in pace con il suo ragazzo, scena che è riproposta dall'interno ed è fin troppo lunga, senza che ce ne fosse davvero la necessità.

Idem per lo spazio, anche troppo, concesso all'emergente cantante "rap" di turno che canta in primo piano, e così via.

Nakashima in una specie di "making of" che ho visto diceva che gli era piaciuta molto la storia, quando aveva letto il romanzo da cui il film è tratto, e che voleva far conoscere questo personaggio anche al cinema, ma nel libro non c'è quell'ironia e comicità presente nel film. Non c'è nemmeno la famosa smorfia. Tutte quelle cose, compresa - soprattutto - la musica e il tono da musical allegro che ha in certi momenti, ce le ha messe perché altrimenti la serie di disgrazie a cui è sottoposta Matsuko sarebbero risultate troppo pesanti.

Ultima cosa, Nakashima è un regista "giovane" fino a un certo punto: tra due anni fa i 50. :-)

Ciao!
ERNESTO
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#2    01 Marzo 2007 - 00:53
 
Dai! Sei stato fin troppo tiepido... per me è un film GRAN BELLO.

Ciaoo Rob
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#3    01 Marzo 2007 - 01:50
 
ma hai fatto sparire i permalink? e ora come li linko i tuoi post?
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#4    01 Marzo 2007 - 08:50
 
grazie a Buroggu per i prezioso commento; il problema dei permalink sto cercando di risolverlo: intanto per linkare un post puoi usare il link che compare nella colonna di destra quando si aggiunge un commento (ovviamente non quello con il tuo nick ma quello con il titolo del post). Poi cerchero' di rimediare la scomparsa dei permalink
utente anonimo

#5    01 Marzo 2007 - 20:02
 
Il problema dei permalink forse è dovuto solo al fatto che hai cancellato una riga nella zona del template in cui ci sono le informazioni su data del post eccetera. In particolare la riga dovrebbe essere tipo questa:
[a href="[$BlogItemPermalink$]"]permalink[/a]

L'ho scritta con le parentesi quadre in modo che diventasse visibile come testo qui nel commento, ma basta che le sostituisci tutte e 6 con i soliti simboli per i tag html.

Ciao!
ERNESTO
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#6    01 Marzo 2007 - 20:25
 
rispondo a Ernesto: grazie per la precisazione sul titolo; un film commerciale ogni tanto ci sta bene, soprattutto rimanendo in un ambito di impegno come quello dimostrato qui, vedremo il prossimo. C'e' come un'insistenza a spiegare alcuni chiari passaggi logici, come dici probabilmente dipende dal target di pubblico (come quelle voci fuori campo che spiegano le scene), l'effetto finisce pero' per essere di eccessiva lunghezza; deduco quindi che il libro sia realmente e genuinamente drammatico: non so mai come considerare questo genere di operazioni, generalmente preferisco l'adattamento fedele di un'idea originale su un altro media, ma una reinterpretazione resta certamente piu' immediatamente interessante e vitale. Diciamo ''giovane'' professionalmente, per salvarmi in corner.
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