Memories of Matsuko: frugando nel blog, o semplicemente seguendolo da qualche tempo, dovreste ricordare un film del 2004, probabilmente qui visto l'anno successivo, dal titolo Shimotsuma Monogatari (titolo del post, visto che allora quando lo scrissi non era ancora stato ufficializzato il titolo internazionale ''Kamikaze Girls''). Innovativo e originale come niente altro partorito dalla cinematografia nipponica degli ultimi anni. Nel 2006 il regista-sceneggiatore di quella straordinaria perla, Tetsuya Nakashima, ha presentato la sua nuova opera, tratta da un romanzo: un musical in certi posti scioccamente indicato come il Moulin Rouge orientale, ma in realta' film crossover come niente di simile in occidente, o in oriente. Memories of Matsuko, il cui titolo originale ''Kiraware Matsuko no Issho dovrebbe tradursi con un La Vita dell'Odiosa Matsuko, e' il racconto delle sofferenza e della felicita' dell'eroina che da' il nome, dall'infanzia alla morte; narrata in flashback a morte gia' avvenuta durante le ''indagini'' svolte dal nipote che mai l'aveva conosciuta. IMDB, tanto per citare una fonte celebre, definisce il film Comedy, Drama, Musical: e cosi' e', ma nessuna descrizione puo' calzarlo completamente. La protagonista, interpretata da una fantastica Miki Nakatani (qualche horror, un po' di tv, nuovamente un po' di cinema e un futuro ruolo importante in Seta), canta: canta quando e' di buon umore e quando e' invece colpita da tragedie, questi numeri musicali, numerosi nel corso del film, non sono mai, pero', dei dialoghi; Memories of Matsuko non e' un film cantato, e' un film con diverse canzoni: spesso intese come mini video musicali all'interno della narrazione e naturalmente ed efficacemente adibiti a mostrare e ricordare il marchio di fabbrica del regista, quel espressivita' quasi parodistica ma esteticamente pregna di un giovane aspirante Autore. Quindi larghissimo spazio a colori saturi, effetti speciali disegnati e cartoon integrati nelle scene nel piu' classico stile Roger Rabbit: immaginazione dimostrata allo spettatore, vivace e cordiale, e cosi' potentemente lontana e distante dalla teoria di tragedie che si abbatte sulla povera Matsuko, martire della malizia umana, e specialmente maschile, figura quasi cristiana di accettazione e amore infinito ma lungi dal perdere la propria natura mortale o capace di ignorare la perseguitante pioggia di dolore che la costringe a ripararsi dall'inizio alla fine del film. Melodramma in certi punti troppo ricercato e insistito e, specialmente nel finale, troppo vistosamente alla ricerca di un conclusivo climax patetico. Attraverso gli occhi e le parole di chi la conobbe, il giovane nipote (l'idol-attore Eita di Azumi e Summer Time Machine Blues) ripercorre la vita della zia da quando fu costretta in seguito a uno scandalo a lasciare l'insegnamento fino alla carriera nella prostituzione, a una serie di relazione con uomini violenti, e tutte le altre esperienze sempre terminate con una Matsuko abbandonata; il film rientra pienamente nel filone giapponese delle donne bistrattate e sofferenti costrette a una vita di devozione e rivalse sempre abortite e spazzate via dalla sfortuna: nessun uomo riesce a sopportare l'intensita' emotiva di Matsuko, e Matsuko non riesce a trovare pace se non nel rapporto con uomini. E' notevole come questa tematica cosi' tradizionale vada di pari passo a un film sperimentale e fantasioso. La regia e' fanaticamente insistente nella ricerca di vie rappresentative che riescano a mettere nella composizione scenografica il riflesso di tutto il tormento interiore della protagonista, rendendo ogni ambiente uno specchio della condizione della protagonista, e finendo per palesare un po' troppo le proprie chiavi di lettura; la sceneggiatura e' molto piu' interessante: a partire dalla trama pura e semplice con inganni e colpi di scena, ai dialoghi. Tutto molto artefatto ma non in senso negativo. Le canzoni e i video sono una spina: personalmente li ho apprezzati quasi tutti, ma in definitiva sono troppi e oggettivamente potrebbe risultare, anche qui, un'eccessiva enfasi e ripetitivita'. Forse desiderando spingersi oltre l'inventiva visiva affiancondole un po' di spessore narrativo, Nakashima ha finito per perdere di vista la misura finendo per estremizzare troppo un film comunque valido e particolare.

