Star Trek: Ah! We came in peace, shoot to kill, shoot to kill, shoot to kill... in repeat come colonna sonora nel tragitto casa-multisala. Al cinema un silenzio surreale, di cui per altro mi sono reso conto solo dopo: religioso e devoto, il miglior pubblico mai visto in un cinema italiano dall'alba dei tempi; nessun cosplayer, nessun sotto la ventina abbondante: uomini con gli occhi sgranati e la bocca semi aperta, rapiti dallo stupore e dalla meraviglia, un fiero senso di fratellanza virile e non omoerotica verso l'amico vicino in condivisione dello stesso galattico entusiasmo. Quando cominciarono a circolare le prime immagini fui gettato nello sconforto: il tizio di heroes, le polemiche con shatner, il glitter e photoshop; quel merdone di Abrams, il fesso di Alias e Lost, appropriatosi della divina trinità per farne una commedia per teenagers. L'ostilità andò consumandosi a botte di trailer, ho prenotato i biglietti per l'anteprima come primo del mio campanile. Abrams, il genio di Cloverfield e Fringe, l'uomo che darà a Roland sicura giustizia. Ok, genio no: però un uomo di grande entusiasmo e sicuro nella sua visione di cosa sia figo, avidamente capace di fregarsene dell'originalità a ogni costo, pronto a saccheggiare non solo il mito trekkiano ma anche qualsiasi altra fonte disponibile pur di dare vita a quella visione, la visione di ciò che è Figo. Abrams ha preso il manual dei facts di Star Trek e l'ha seguito alla lettera, ha dato ai fan ciò che i fan anelavano: l'uomo in rosso con le armi DEVE morire, Archer non è mai esistito però in fondo sì, LA presa, il teletrasporto, il paradosso temporale, la realtà alternativa, persino Pike; Abrams, Orci e Kurtzman: la sceneggiatura è perfetta, le battute sono quelle e ci sono gli echi della storia in esse, le scene sono semplicemente giuste. La cura e lo studio di ciò che fa di Star Trek, Star Trek, e la passione di qualcuno che si diverte a fare il proprio lavoro e ha la fortuna straordinaria di riuscire a conciliare le esigenze e ottenere il massimo. Cosa si poteva chiedere di più? Volevate Spock, ce ne dà 2. Avete sempre sognato di vedere il Capitano Kirk pestato a sangue, magari avrete sognato Shatner pestato a sangue: Pine è un buon surrogato, viene pestato di brutto e spesso. Heroes è una serie stupida, Zachary Quinto è il pirla che si chiama come l'orologio: eppure sembra nato per essere Spock, nel senso di Nimoy, non so quanto si debba essere esercitato a fare il sopracciglio, è uguale; avere Nimoy, quello vero, accanto a sé ha spinto l'attore, non si può chiamarlo diversamente, a imitare l'originale, con personalità e fede. Pine non è Shatner, nessuno può essere Shatner perché è un uomo da sempre in bilico tra ridicolo (frequentemente) e culto: Pine è un nuovo Kirk, non è lo stesso e ci sono profonde e radicate ragioni di sceneggiatura per questo, ogni scelta è motivata; essendo impossibile replicare Shatner, e non volendolo fare, il film si è imbastito nel realizzare una gigantesca differenza nel background del personaggio permettendo, giustificando e incoraggiando lo sviluppo di un'interpretazione alternativa: è Kirk, non è Shatner. Apparentemente impossibile. Karl Urban nella parte di Bones McCoy è leggermente sacrificato, è spesso presente, gode di scene di qualità ma è l'inevitabile spalla necessaria a tutti i principali nessi tra le scene, la sua caratterizzazione viene leggermente costretta a ruoli meccanici e, pur amato dalla produzione, è leggermente discosto. Zoe Saldana potrebbe apparire su uno di quei poster dell'evoluzione umana, messa accanto a Nichelle Nichols darebbe il maggiore contrasto tra passato e futuro: la bellezza di colore anni '60 e quella di cinquanta anni dopo è abissalmente diversa; francamente il raffronto è arduo, l'originale Star Trek fece propria la forza delle nuove idee, si batté per la diversità di razze e cultura, la cultura del futuro era un calderone di fratellanza senza tradire le origini. In realtà però erano gli anni '60 e i personaggi femminili, per quanto estremi, non possono in alcun modo essere equiparati a quelli attuali. Non a caso è l'unico personaggio a guadagnare e non rispettare gli originali rapporti di forza e potere nel cast. I due attori che interpretano Sulu e Chekov godono di ampio spazio e caratterizzazione, sono bravi e sono fortunati perché posso aggiungere ai propri personaggi più degli altri, possono permettersi di aumentare senza modificare. Simon Pegg nel ruolo di Scotty, offre alcuni momenti comici: è un attore comico, è lì per questo; altera molto il senso del personaggio originale, in un certo senso lo tradisce ma nell'economia del film funziona e anche bene. Lasciamo stare Eric Bana, fa il cattivo: non è Khan, è pesantemente truccato; l'attenzione del film è talmente focalizzata sui suoi protagonisti da lasciare troppo poco spazio all'antagonista, è inevitabile, avrebbe dovuto durare due ore di più. Avrebbe proprio dovuto. Parliamo di Michael Giacchino, parliamo dell'Enterprise si innalza attraverso gli anelli di Saturno: colonna sonora impareggiabile, theme rispettato e onorato sui titoli di coda, il resto tutta materia originale di concitante forza emotiva.
Space: the final frontier. These are the voyages of the starship Enterprise. Its ongoing mission: to explore strange new worlds, to seek out new life-forms and new civilizations; to boldly go where no one has gone before.
Watchmen: l'adattamento cinematografico dell'opera seminale di Moore.... scrivere ''seminale'' e Moore insieme mi diverte molto pensando all'autore... è solo una parte, benché centrale, nel complesso progetto multimediale sviluppato da Warner Bros. La neonata sussidiaria dedicata al mercato dei videogiochi ha rilasciato, contemporaneamente all'uscita del film, il primo di una (prevista) serie di giochi via digitale dedicati a raccontare avventure degli eroi precedentemente al film, all'epoca d'oro, o silver delle loro storie pre-clandestinità. Abbiamo parlato del videogioco, una porcheria. Parallelamente al film live action è stato prodotto un cartone animato dedicato alla vicenda-inserto contenuta negli albi originali di Watchmen, le celebri Tales of the Black Freighter: il cartone uscirà direct-to-dvd a brevissimo, successivamente verrà sviluppata una supposta limited edition dei due film intersecati alla maniera del fumetto originale. Le edizioni dvd e affini si preannunciano già da ora una croce per i fan. A tutto questo si aggiunge, oltre al vario merchandise, una docu-fiction intitolata Under the Hood e puntata sugli eroi Golden Age dell'universo di Watchmen, quei Minutemen predecessori degli Watchmen. L'impegno produttivo è stato evidente, costoso e imprevedibilmente curato. Il regista di 300 torna a cimentarsi con un'adattamento a fumetti, il suo stile si è perfettamente definito: l'attenzione all'impatto visivo, adattato ai diversi cromatismi del passaggio tra Miller e Gibbons, conferma la mania per il dettaglio saturante che colma l'immagine di effetti, filtri e oggetti impedendo allo sguardo dello spettatore l'assorbimento di tutto l'insieme nelle sue parti, costringendo ad agognare un fermo immagine e un rewind. I titoli di testa sono emblematici e già un cult , mal che vada il film saranno per sempre annoverati tra i migliori del loro piccolo mondo; la rappresentazione narrativa segue lo stesso ragionamento, istantanee si susseguono tra flashback e visioni, lo svolgimento dell'azione tra una fotografia e l'altra è affidata a rallenty o accelerazioni improvvise: il combattimento non rispecchia nelle mosse quello di 300 ma le movenze e il concetto sono i medesimi. La fedele trasposizione del fumetto viene solo saltuariamente abbandonata in nome di immagini più forti e moderne: il sangue e lo splatter sono originali della pellicola e mostrano una macabra e divertita prepotenza della violenza sul dramma, il senso è semplice e raffinano; gli eroi sono psicopatici, sociopatici, laddove Moore poteva permettersi pagine e pagine di dialoghi e monologhi, a Snyder è richiesto un approccio più rapido e movimentato. Ecco perché lo spappolamento indiscriminato di corpi diventa importante per la caratterizzazione psichiatrica dei presunti ''eroi''. Allo stesso modo il dramma decostruttivo di Moore sarebbe stato troppo grigio per una sala che, pur essendo blandamente rated, si aspettava pullulante di ragazzosa umanità: ecco allora l'elemento tragicomico, la battuta un pò sciocca e il sorriso di troppo. Offensivi per Moore ma estremamente funzionali sul grande schermo. Ovviamente l'autore si è dissociato dalla produzione, lo fa sempre, guardatelo: sembra l'allenatore dell'Inter, schiavo del proprio personaggio. Ben più interessante è stata la gravosa disputa legale intorno ai diritti di proprietà e adattamento cinematografico di Watchmen, contesi dalla Fox e alla fine sistemati, tra gaffe e rivelazioni improbabili, con la concessione di una quota sugli introiti dal botteghino. L'unico grosso cambiamento alla storia è il finale, Snyder deve aver pensato che, per quanto irresistibile, l'idea conclusiva originale fosse vagamente troppo anni '80, meglio sostituirla con un pò di scinza-fringe e lasciare il resto invariato. Sono rimasto per altro contrariato dalla scelta di adonizzare Nite Owl 2, l'eroe con la pancia si è trasformato in un macho un pò sfigato ma sempre macho... a proposito di macho e citando il grande Carletto: ''ehi amico, che gran pacco!''... oppure Mina ''i mille cazzi blu''. Lasciamo perdere. Il film funziona, gli attori un pò meno.
30 Days of Night: sul blog non mi pare si sia mai parlato di questo brand dell’editore IDW, non ricordo esattamente. Credo di non averne mai parlato, o forse solo della primi mini, perché non ne sono appassionato: Steve Niles, lo scrittore, mi piace ma preferisco gli Strange Cases o Simon Dark; Ben Templesmith, il disegnatore diventato in poco tempo il nuovo ‘’artista’’ del settore, mi piace ma preferisco Wormwood Chronicles. Non vogliatemene ma 30 Days of Night è la solita storia di vampiri e ormai ne ho le palle piene dei succhiasangue, benché sia un poderoso fumetto (almeno la prima mini). Curiosità produttiva nota ma che riportiamo ugualmente: 30 Days of Night è stato il trampolino di IDW nel mondo dei comics che contano riuscendo a coniugare la forte tendenza espressionistica delle sue pubblicazioni con ottimi risultati di vendita (lasciamo perdere i Transformers), pare che già nel 2004 Niles avesse in mente questo progetto intendendolo come sceneggiatura per un film. Allora venne interpellata