sabato, novembre 14, 2009 | in : cinema e tv
2012: ho visto il papa precipitare dalla finestra mentre preziosi cocci michelangioleschi si abbattevano sul suo clero, piazza S.Pietro esplodere; ho visto un primo ministro italiano che non era Berlusconi; ho visto un presidente americano nero coperto di cenere per sembrare bianco; ho visto il Big One portarsi via Los Angeles e mezza California. Soprattutto ho visto un Antonov 225 volare sopra Las Vegas distrutta, sopra le Hawai modello Krakatoa ed eseguire una perfetta azione stile James Bond sulle montagne del TIbet. Non ho visto tornado, tempeste di fulmini, super tempeste congelanti, neppure meteore: solo dei gran terremoti e qualche vulcano, e qualche tsunami. Mi sono divertito per 2 ragioni principali: viene distrutto un pò tutto con un sacco di esplosioni e cg spettacolare, la sceneggiatura demenziale. In questo suo ultimo film Emmerich sceglie di non avere un protagonista principale, più o meno, mette insieme una serie di eventi lontani tra loro, ognuno con i propri personaggi, e li sbatte in mezzo alla fine del mondo: la trama è stupida e banale, Emmerich la cavalca come impazzito. E' un susseguirsi di situazioni al limite della parodia, debordante autoironia dove ogni oneline dei protagonisti innesca un'immediata catastrofe di sfiga: Emmerich finge di buttare nella mischia il solito buonismo americano da mal comune mezzo gaudio, ma rivela un senso dell'umorismo volontariamente grottesco; non si può fare di più in termini di distruzione, la trama è un accessorio, tanto vale abusarne. Il sole fa i capricci, un'importante costante fisica viene meno, il nocciolo della Terra si supersurriscalda, il mondo è condannato: il G8 decide di salvare quanto possibile, i ricchi si pagano un biglietto per le astronavi che porteranno in salvo gil ultimi e i migliori della razza umana. Come dicevo niente di originale, il senso è costringere i protagonisti a viaggiare e così aprire panoramiche sulla Terra in via di distruzione. In pratica è Battlestar Galactica. Se facessero una serie tv seguito sarebbe Battlestar Galactica. Un grande spasso. 2012 è ciò che è: roba che esplode e non si trasforma. Incuriosisce la sorte toccata agli Italiani nel film: di tutto il G8 il primo ministro italiano è l'unico a morire (l'america viene gestita diversamente), insieme con il papa. Un messaggio di speranza.
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mercoledì, novembre 11, 2009 | in : cinema e tv
Kill (2008): da non confondersi con l'omonimo del 1968... oserei dire ''ennesimo'' omnibus, antologia di cortometraggi, curata e partecipata da Mamoru Oshii; creato sulla falsa riga del precedente, da me ricercatissimo e ancora introvato, Killers: antologia di cortometraggi incentrata su combattimenti con armi da fuoco, Kill presenta lo stesso sistema sostituendo alle pistole le spade. Il primo segmento è diretto da Takanori Tsujimoto, che aveva già lavorato con Oshii nel seguito di Amazing Lives of the Fast Food Grifters: un'assassina viene uccisa mentre cerca di salvare la sorella minore catturata da un maledetto yakuza, il suo cervello viene infilato nel corpo della sorella minore (anch'essa morta) a mo' di Frankenstein, pronta per la vendetta. I combattimenti sono molto scarsi, coreografie banali: ho però apprezzato la spada connessa a catena, è un genere che si vede poco ma ricorda sempre l'egregio Jubei. Il secondo segmento è diretto da Kenta Fukasaku, il figlio scemo del grande Kinji: è uno pseudo episodio di uno pseudo serial televisivo anni '20 giapponese con giovani samuari a scuola che risolvono le proprie bullesche controversie a colpi mortali di katana. Quasi bianco e nero, effetti pellicola vecchia, voce narrante che recita le battute in stile muto. Il terzo segmento è diretto da Minoru Tahara, non so chi sia. Minoru ha giocato a Final Fantasy VIII e il suo più grande desiderio si realizza in un corto che ha come protagoniste una spada e un coltello reincarnatesi in un fucile e una pistola, GUNSWORD. L'ultimo segmento è diretto dallo stesso Oshii ed è la seconda volta delle sue Assault Girls, viste per la prima volta nel suddetto seguito di Fast Food e prossime protagoniste del suo imminente nuovo lungometraggio live action: lotta tra bene e male, ancora molto Final Fantasy (plauso al costumista). Kill è una porcata, speravo in super-ultra-action e mi sono ritrovato tanti cortometraggi che promettevano di evitare storia e di concentrarsi sulla violenza, e invece hanno troppa storia idiota e niente violenza con combattimenti coreografati male e interpretati da attori senza la minima dote atletica.
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sabato, ottobre 31, 2009 | in : cinema e tv
The Monster X Strikes Back/Attack the G8 Summit: un film di Minoru Kawasaki non dovrebbe restare sul mio hd così a lungo ed essere visto solo per il bisogno di liberare spazio, tuttavia vedere berlusconi e/o una sua parodia mi schifa così tanto da avermi impedito la visione di questa specie di ritorno comico al Godzilla originale, quando il kaiju movie fu critica sociale. In Giappone c'e' il summit degli 8 Grandi per discutere del clima: i presidenti sono tutti parodiati, nomi leggermente diversi (Ibe per Abe) e attitudini stereotipate; Berlusconi, uno dei pochi a non venir mai presentato per nome, segno forse che all'estero più che a un uomo di merda si guardi alla somma dell'italianità, è codardo e fanfarone, è quello che fa battute volgari durante discussioni importanti e, profeticamente, viene mostrato corteggiare una donna molto più giovane e chiamarla ''bella bambina''. Tutti i leader parlano nelle rispettive lingue. Per il resto c'e' Sorkozy che pensa solo alla figa, i tedeschi gassano i loro nemici, l'americano Burger è violento e arrogante... roba così. I presidenti offrono i siparietti comici, mentre Guilala, il mostro venuto dallo spazio distrugge il Giappone. Una coppia di giornalisti scopre un vecchio villaggio dove viene venerato Take-Majin: una lunga danza dopo, la ''neci-coma'', pare sia una cosa inventata dal televisivo Takeshi Kitano in onore della Comaneci, ma a me ricorda più che altro il crotch chop della D/X, ecco apparire Take-Majin, guerriero gigante dorato con le sembianze di Kitano. Il grosso del film è comunque incentrato sui piani dei vari leader per abbattere Guilala, tutti falliscono, arriva Kitano e batte il mostro. Fine. Noioso, troppo lungo, non abbastanza comico.
hellbly @ 10:19 | commenti (popup) | commenti
domenica, ottobre 18, 2009 | in : cinema e tv
The Tournament: film indipendente inglese diretto da regista esordiente con Robert Carlyle, Kelly Hu e Ving Rhames. Ogni 7 anni i migliori assassini del mondo vengono invitati a partecipare a un Torneo mortale per decidere chi sia il migliore, vincere un pacco di soldi e divertire un gruppo di super ricchissimi annoiati: tutta l'azione è seguita in tempo reale, nessuno dice reality show, come fosse un olimpiade o simile evento sportivo. Nel film Carlyle, carriera distrutta, è un prete innocente coinvolto nel torneo a causa delle macchinazioni del maledetto concorrente francese: mi immagino il giovane regista inglese, dubito farà altri film, pensare alla sceneggiatura e decidere per un assassino negro-francese-parkour-odiapreti. Questa teoria potrebbe cadere visto che il campione degli assassini in carica è Ving Rhames. In ogni caso è un film del cazzo e non stupisce che ci sia un dvdrip prima dell'uscita cinematografica, ammesso che avvenga.
hellbly @ 18:14 | commenti (popup) | commenti
sabato, ottobre 17, 2009 | in : cinema e tv
Goemon: ritorna Kazuaki Kiriya. 5 anni dopo il suo primo film, il flop di successo Casshern, ritorna il regista di video musicali più famoso del giappone. Oggi come allora: dirige, scrive, monta e fotografa tutto da sé; diversamente da allora si produce anche da solo: non traetene conclusioni affrettate, c'e' anche di mezzo la Warner. Goemon Ishikawa è il robin hood giapponese, è anche il famoso avo del Goemon di Lupin. Secondo l'interpretazione di Kiriya fu addestrato da Hattori Hanzo, fatto ninja insieme a Saizo Kirigakure sotto Nobunaga Oda, diventato ladro e spirito libero in un fashion molto simile al celeberrimo Juuza delle Nuvole (avete visto le prime scene di Hokuto no Ken Musou?). Nel film lo incontriamo durante un furto, oltre al denaro Goemon porta via anche una scatoletta, senza sapere di scatenare così eventi storici di drammatica importanza. Mitsunari Ishida, Ieyasu Tokugawa, Hideyoshi Toyotomi, Sasuke Sarutobi. Nel film ci sono nomi e personaggi del migliore folklore nipponico. Ciò detto c'e' solo una parola a cui dovete prestare particolare attenzione: NINJA. NINJAAAAAAAAAAAAAA. E' vero, tra qualche mese parleremo svariatamente di Ninja: in america stanno per uscire due film di Ninja. Ninja e Ninja Assassin, entrambi interessanti per motivi diversi: inutile anticipare. Considerazione bizzarra: i ninja americani visti nei trailer sono molto fisici, il ninja giapponese Goemon è per lo più CG. Nei cinque anni trascorsi Kiriya non ha minimamente rivisto la propria estetica, l'ha ripulita, rifinita e, per fortuna, ha sostenuto un corso intensivo di montaggio narrativo coerente: faccio fatica a quantificare quanti minuti di attori in carne e ossa ci siano nel film, ma realmente non importa, l'effetto visivo è magnifico; non credo ci sia un solo set reale, forse un paio di interni, per il resto è tutto virtuale; d'altra parte il 2004 di Casshern fu l'anno topico dei film con virtual set, fu l'anno di Sky Captain and the World of Tomorrow. Kiriya sembra rimasto ad allora. Si resta colpiti e francamente affascinati dalla perseveranza e dalla sicurezza del regista: Casshern fu presentato in pompa magna e cadde rovinosamente, cinque anni di silenzio e ci riprova senza abiura, non rinnega e si ripresenta con la stessa insolente follia impressionista, debitamente debitrice di tanto cinema americano nel frattempo e dello Zatoichi di Kitano (tra le altre cose). Uno spettacolo di immagini e musica, il trionfo di un desiderio surreale di motrare qualcosa all'eccesso: il ninja Goemon potrebbe papparsi il cyborg Casshern in un boccone, tanto è assurdamente potente. Il cast è specialmete interessante: Goemon è interpretato da Yosuke Eguchi, Samurai Commando Mission 1549 e Swallowtail Butterfly; Saizo da Takao Osawa, incastrato in ruoli di genere dall'ultimo(a) Ichi ma già hai tempi di Aragami; la bella Chacha, nipote di Nobunaga e amata di Goemon... ho continuato a chidermi per un pezzo dove l'avessi già vista: era la figlia di Jean Reno in Wasabi, e la ragazzina dello spettacolare Arita. E' diventata molto graziosa. I tre vecchi sono interpretati da Masato Ibu, Tokugawa, Eiji Okuda, Toyotomi, e Susumu Terajima nei panni di Hanzo. Hanno tutti l'espressione giusta, tutti l'atteggiamento da grande pellicola epica con uno spruzzo di sopra le righe dovuto alla chiara impostazione artistico-edonistica. Kiriya se ne sbatte dei passaggi logici, le scene contano in sé e poco importa passare da una all'altra bruscamente: quando il budget per la CG supera una certa cifra immagino sia inutile perdere tempo a filmare interlocuzioni, ci si butta sui punti caldi e si spende tutto il possibile. Goemon è un crescendo, puro e semplice, è anche uno dei pochi film in cui il regista riesca realmente a tenere la scena più forte alla fine cementando il progresso battagliero-emotivo in un'operazione matematica di moltiplicazione degli ambienti e delle vittime. Fateci caso: gli scontri cadenzano il film e sono progressivamente sempre più importanti. I dialoghi sono striminziti, la trama è semplice e non ci sono colpi di scena, i passaggi narrativi sono chiari e noti a chiunque abbia visto più di un film simile nella propria vita, abbia un certa conoscenza dei cartoni animati giapponesi e in generale di come funzioni il genere: Kiriya si rivolge a un pubblico dotto, presuppone conoscenze e salta pari oltre tutta la cianfrusaglia piombata e abusata. Non si racconta niente di nuovo e tutti sanno come si arriva dal punto A al B, finalmente la linea retta è la soluzione usata, non c'e' bisogno di curve inutili a spiegare quanto sia intuibile e soprattutto arcinoto: il fulcro è spalmare l'originalità sopra la roba vecchia, una bella manata di computer graphic e il mondo diventa nuovo e fresco. E' una concezione estrema e rigorosa, chiaramente può irritare e offendere: io riesco ancora a vedere le spade spadare attraverso corpi di ogni materiale, tanto mi basta.
hellbly @ 00:34 | commenti (popup) | commenti
venerdì, ottobre 09, 2009 | in : cinema e tv
Turbo the Movie: questo cortometraggio è in spiccioli la tesi di laurea al DAMS di Los Angeles. La globalizzazione non è ancora arrivata a questo punto: 20 minuti circa, effetti speciali degni di una produzione da home video, un giovane regista accreditato di essersi fatto notare da Spielberg, giovani attori professionisti. Quando è cominciata la produzione di Turbo il Natal di Microsoft non era ancora stato mostrato: oggi potremo dire che i protagonisti di Turbo si sfidano tra loro a uno street fighter natal. Sul sito ufficiale, linkato al titolo, potete vedere il film in streaming: non è granché ma è amatoriale e fatto bene. L'idea sarebbe stata notevole, se non fosse per l'uscita di Natal che avvicina troppo la fantascienza del film. Uhm... trama? Hugo è un giovane che passa troppo tempo ai videogiochi, per altro è incapace; suo fratello era un kickboxer destinato a grande fama, finito sulla sedia a rotelle; un torneo per decidere chi affiancherà il super campione di Turbo Arena come nuovo membro della sua squadra. Il protagonista ha avuto una parte in Twilight. In effetti è una schifezza ma vale più lo sforzo del risultato, in questo caso.
hellbly @ 21:18 | commenti (popup) | commenti
martedì, ottobre 06, 2009 | in : cinema e tv
Kung-fu Cyborg: ho visto qualcosa che non credevo possibile, o almeno non ancora. Ho visto un film cinese impreziosito da computer graphic di qualità. Il film è stato massacrato dalla critica, io mi sono molto divertito: sarà che sono passati anni dall'ultima commedia made in HK, mi sono liberato il sistema da quel tipo di umorismo e ritrovarlo dopo il giusto tempo mi ha realmente fatto godere l'ora e mezza passata con l'ultima fatica di Jeffrey Lau. Tempo fa era uno dei miei registi preferiti: mi sbellicavo con i suoi Chinese Odyssey. Questo film si vanta di essere la risposta cinese ai Transformers: una tranquilla cittadina di provincia viene scelta come luogo per la prima prova sul campo di un nuovissimo modello di robot poliziotto, camuffato da umano viene affiancato al capetto dei poliziotti locali. Tempo due minuti e K1 ha risolto tutti i ''crimini'' del posto e conquistato il cuore della (ignara) fidanzata del capetto e conseguente super rivalità; poco tempo dopo un altro robot si dà alla macchia, ci vogliono quasi quaranta minuti prima che accada un combattimento: tutta la prima parte è esclusivamente comica. K1 e i suoi simili si trasformano, in senso lato: possono diventare veicoli, super robot, super robot componibili. Più che insistere sulla bontà degli effetti speciali e sulla simpatia generale degli elementi comici non saprei cosa aggiungere: si resta molto spiazzati dal finale, stonato e improvviso, l'effetto non mi è piaciuto; cercando di razionalizzare l'unanimità del disprezzo e il mio soggettivo gradimento penso che l'unica spiegazione sia proprio la ripetitivà o meno di questo film sul Vs personale ruolino di ultime visioni: se fate manbassa di commedie hongkonghesi, probabilmente lo troverete manchevole in tutti i campi, nell'altro caso lo troverete sicuramente simpatico e godibile. Lau per altro non rinuncia ad alcune delle sue trovate più sceme come L-Pod e l'I-Gun.
hellbly @ 23:52 | commenti (popup) | commenti
lunedì, ottobre 05, 2009 | in : cinema e tv
Yatterman: l'adattamento live action della celebre produzione animata Tatsunoko combacia lecitamente con quanto era facile aspettarsi. Una noiosa lecornia di un Miike Takashi sempre più deciso a trasformarsi nel Burton giapponese: il film corrisponde al cartone in un rapporto 1:1 talmente pedissequo e rigido da non poter in alcun modo essere visto in un'ottica favorevole. Tutto troppo sopra le righe. Eterno e ripetitivo in modi imbarazzanti: la serie animata durava venti minuti, un episodio alla settimana, un combattimento alla settimana; Takashi mette insieme 2 ore abbondanti di film, tre combattimenti con altrettanto intro e uscite: è troppo, è faticoso e per niente divertente. La cg è probabilmente la migliore mai vistasi in un film giapponese, Yattacan e Yattaking sono spettacolari, così come i robot dei Dorombo: negli anni '70 la serie di Yattaman scherzava con molta ironia sulla passione teatrale dei combattenti e delle loro macchine, con la sensualità di Doronjo e con i siparietti sarcastici che sottolineavano genialmente l'inevitabile sconfitta settimanale dei cattivi e la vittoria dei buoni; quasi quaranta anni dopo la sessualità in giappone è bandita nel giro mainstream se non trattata con volgare offensività, l'ironia è scivolata in una melma di demenzialità riprovevole e stucchevole, e l'unico elemento d'efficiacia è unicamente centrato sulle scene in cg e sulla corporeità meccanica ma trucidabile dei robot rappresentati. Il peggiore esempio di involuzione nel cinema giapponese contemporaneo e prova evidente di quanto sia necessario per i produttori cominciare a rieducare il proprio pubblico togliendone il gusto dalle mani di ipertrofici autoincensanti autori da festival diventati troppo egomaniaci per riuscire a distanziarsi dal mito di se stessi. La Fukada è sempre una bellezza da guardare.
hellbly @ 22:45 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
domenica, ottobre 04, 2009 | in : cinema e tv
G.I. Joe - The Rise of the Cobra: la cosa più bella di tutto il film è quando qualcuno dice ''General Hawk'', il personaggio interpretato da Dennis Quaid non è molto presente, appare poco e in definitva non ha scene particolari. Però, quando viene chiamato in causa: i soldati adoranti lo chiamano ''General Hawk''; ci si riempie la bocca solo a dirlo. General. Hawk. Il film è divertente, la sua forza è nel non prendersi troppo sul serio: Sommers non torna certo al tempo della Mummia, l'esperienza Van Helsing tuttavia deve avergli insegnato abbastanza sulla tragicità del fare un film imbecille senza godere della necessaria autoironia. Gli effetti speciali tradiscono la natura non propriamente ad alto budget della produzione: è evidentemente chiara la scelta effettuata a monte di avere migliore cg in certe scene e peggiore in altre, contenimento dei costi. Quindi abbiamo certe scene meno importanti con inserti in cg decisamente sotto tono, appena decenti in poche occasioni; poi ci sono le scene centrali, specialmente l'inseguimento con le armature attraverso Parigi che, pur essendo comunque al di sotto dell'eccellenza, fanno la loro porca figura. Tutto il film è studiato per offrire ampie possibilità di un seguito, palese l'intento di Sommers di tornare in sella dopo aver ammazzato la sua Mummia, ciò rovina vari passaggi del film a causa degli ami lanciati e non recuperati: queste narrazioni condizionate si alternano a scene d'azione globalmente affascinanti, avrebbe potuto esserci più Snake Eyes e avrei preferito la sua versione commando piuttosto che quella esclusivamente ninja; anche Duke è un pò troppo quadrato, il resto funziona allegramente.
hellbly @ 00:06 | commenti (popup) | commenti
domenica, settembre 27, 2009 | in : cinema e tv
The Proposal: niente di nuovo sotto il sole, nella prima metà ci si diverte abbastanza ma appena scattano i sentimenti tutto si trasforma nel solito, melenso e indigeribile, polpettone. La regista Anne Fletcher gioca sul ribaltamento, per altro non completamente originale dei ruoli, Sandra Bullock è la super manager con il permesso di soggiorno scaduto e una decina d'anni più del suo giovane e macho assistente, il lanciatissimo Reynolds che dovrebbe però sbrigarsi a tirar fuori un film di successo prima di perdere inerzia, costretta a ricattare il suddetto in matrimonio per non essere buttata fuori dal paese e perdere tutto. Volano in Alaska per informare i genitori di lui, casino, i due si innamorano. Prodotto industriale di largo consumo e bassa qualità.
hellbly @ 09:51 | commenti (3)(popup) | commenti (3)
giovedì, settembre 24, 2009 | in : cinema e tv
Drag Me to Hell: il mondo si divide in due categorie: chi crede che bruce campbell sia un dio, e chi raimi un genio. Tu scavi. Pare che fosse stato offerto un ruolo a Bruce Campbell, pare che lui l'abbia rifiutato perché impegnato inderogabilmente con Burn Notice. Pare anche che il ruolo da protagonista fosse stato accettato da Ellen Page, poi rifiutato all'ultimo istante e al suo posto presa Alison Lohman. Il concetto base che dovete avere chiaro in testa è però il seguente: NON C'E' BRUCE CAMPBELL.
Chiarito ciò: questo film, in cui NON C'E' BRUCE CAMPBELL, è il risultato di un impegno poetico creativo pari a quello dei Dogma; Raimi nel realizzarlo ha messo in immagini una rigidissima presa di posizione estetica: rifare da capo tutto quello che era stato da lui inventato 28 anni fa nel primo Evil Dead, ogni singola scena di Drag Me to Hell è in citazione diretta di Evil Dead (e seguiti) ma NON C'E' BRUCE CAMPBELL. In più c'e' la CG.
Ragioniamo un momento: stupende idee del 1981, allora realizzate con geniali espedienti capaci di trasformare mezzi da due soldi in effetti speciali rivoluzionari, interpretate da un uomo capace di diventare un istantaneo ed eterno uomo-eroe con milioni di fan nel mondo nonostante da allora abbia fatto solo film comunemente considerati merda; riprodotte nel 2009, realizzate con mediocre grafica CG capace di copiare l'originalità e svuotarla di ogni significato, NON C'E' BRUCE CAMPBELL. Al posto di Ash c'e' Christine, lavora in banca, il suo compagno è un uomo ricco e senza palle: un giorno una vecchia e lurida zingara arriva e la maledice. Tocchiamo solo marginalmente il discorso sceneggiatura: Raimi dovrebbe vergognarsi ad averla personalmente firmata; delle due l'una: o una sceneggiatura vera e allora è tra le più prevedibili e insulse che si siano viste in un horror recente, con uno dei colpi di scena più telefonati della storia, oppure è falsa e realizzata appositamente per prendere in giro ancora una volta la seriosità del genere, e in questo caso allora mancano totalmente delle one-line d'effetto e ironia. Giuro su Primus, Crom e Cthulhu che se ci fosse stata una sola motosega brandita da qualche parte avrei potuto in qualche modo arrivare ad apprezzare questo film; Raimi sembra dire a tutti ''ehi, ho venduto l'anima e ho fatto una barcata di soldi dirigendo quei leziosi film di spiderman approfittandomi di tanti ragazzini idioti, però ho sempre dato lavoro a BRUCE CAMPBELL quindi tutto som
mato non sono male e adesso voglio dimostrarlo usando una misera e minima parte di quei soldi per fare un film horror come se fossimo tornati indietro di vent'anni però non c'e' bruce campbell. Amatemi, non sono cattivo''. Il passato è morto, non lo si può riportare in vita: il revival, l'omaggio e la parodia è qualcosa che altri possono fare; farseli da soli è ambiguo e a mio modo di vedere triste e desolante. Poi, ''ehi'', e sono io a dirlo, ''il film è andato bene, ha guadagnato tre volte i suoi costi. Sì, anche Spiderman 1, 2, e 3 sono andati bene''. Non c'e' molto da criticare, è difficile prendere sul serio un prodotto pensato per dare soddisfazione al suo regista e far spendere un token di presenza ai suoi affezionati: avrebbe potuto essere diretto da qualsiasi copycat di Raimi, averlo fatto di persona implica la sua incapacità di riconoscere il cambiamento e la sufficienza verso chi ancora oggi riguarda quei film come se fossero un caro prezioso. Drag Me to Hell è un film che ovviamente non spaventa, non può neppure essere grottesco né divertente perché nel frattempo il mondo è andato avanti, e di certo non può entusiasmare perché NON C'E' BRUCE CAMPBELL.

hellbly @ 23:33 | commenti (popup) | commenti
venerdì, settembre 18, 2009 | in : cinema e tv
Blood - The Last Vampire (Live Action):alla ricerca di sempre nuovi vampiri era inevitabile che qualche occidentale arrivasse prima o poi  a battere le sponde nipponiche finendo per disseppellirne il mediometraggio firmato Mamoru Oshii del 2000. Già ampiamente sfruttato e offeso dalla serie tv di Production IG di qualche anno fa e dal contemporaneo adattamento cartaceo, trovate tutto indietro per il blog. Le legittimissime basse aspettative vengono tuttavia sorprendentemente disattese: questo ibrido figlio della più globalizzata delle produzioni rivela doti inaspettate di crossover stilistici. Tutto comincia nel 2006, un paio di cinesi noti cercano di accaparrarsi i diritti di Blood: passa un pò di tempo, Production IG si convince e nel frattempo si aggiunge la francese Pathé; a questo punto il progetto vira dal prevedebile filmaccio cinese a una più complessa e organizzata multiproprietà: regista del film diventa Chris Nahon, lo ricorderete per Kiss of the Dragon (cina-francia anche allora), il cast va sull'internazionale con una protagonista coreana e qualche volto noto di caratteristi americani, il girato è in inglese.  La storia è sempre la solita, questa volta il setting è fissato al 1970 circa, base militare USA: Saya è una dampyr cacciatrice di vampiri, collabora con un'organizzazione paratutto, e cerca lo scontro con il capo dei vampiri, usa una spada e e il suo sangue è tossico. Saya non è interpretata da una coreana qualunque, è Jun Ji-Hyun a darle il volto: adesso si fa chiamare Gianna Jun e il suo cv cinematografico non è vasto come avrebbe potuto, però è la Sassy Girl originale, ha fatto la storia recente del cinema coreano. Koyuki, Colin Salmon, Liam Cunningham: un cast di famosi panchinari. Le ragioni per cui questo film non sia immediatamente da buttare però non hanno niente a che vedere con i suoi attori, fanno tutti un lavoro di merda e offrono il peggio delle proprie possibilità, certamente la recitazione in inglese non aiuta la protagonista, per gli altri invece non c'e' scusa. No, i motivi di valore sono nei combattimenti e negli effetti speciali applicati: niente di originale ma c'e' una commistione di idee prese da varie fonti, mescolate, il cui risultato è molto eye catchy e apprezzato. Il sangue in cg di Zatoichi, l'abuso di effetti luminosi alla Kiriya, mi stupisce non trovarci di mezzo Besson visto che c'e' Corey Yuen a dirigere l'azione; per non parlare del fatto che i vampiri siano spiccicati a quelli di Whedon o delle sequenze alla Spiderman. C'e' un marasma di roba e lo stordente sapore offre ricchezze, lo ripeto, inaspettate.
hellbly @ 01:15 | commenti (popup) | commenti
giovedì, settembre 17, 2009 | in : cinema e tv
Crank 2 High Voltage: ho aspettato il dvd, non volevo vederlo in un formato merdoso; ho ignorato i commenti negativi, ovviamente non avrebbe mai potuto essere cuntastico quanto il primo. Il problema di Crank 2 è l'eccesso, non pensavo mi sarei trovato a dire una cosa del genere: il duo Neveldine/Taylor l'ha fatta fuori dal vaso, scene troppo lunghe, troppi culi e troppe tette (non pensavo avrei potuto dire neppure una cosa del genere), alcune trovate esaltanti annacquate dallo strafare dei registi. FUCK YOU NEVELDINE E TAYLOR. FUCK YOU BAI LING. Personaggi e scene grottesche, fuori dallo spirito di Crank, mescolate a scene con Statham-Chelios d'impatto esaltante: i due pirla hanno preso troppo sul serio l'idea che nel seguito si debba fare tutto di più, han finito per snaturare e ridicolizzare il loro primo incredibile successo. Per altro i due non stanno proprio facendo ben parlare di sé, non ho ancora visto Gamer ma si parla piuttosto male anche di quel film, e a questo punto comincio pure a preoccuparmi per Jonah Hex.
Chev Chelios non è morto e il super boss della triade, impressionato dalla sua vitalità, decide di prendersi il suo cuore e trapiantarselo; il progetto prevederebbe anche il trapianto di tutti gli altri organi, Chev si sveglia e incomincia la corsa e il massacro. Nel mezzo tutta la cricca del primo, tutta, compresi i morti: ognuno risorto in un modo o nell'altro. Super veloce e adrenalinico/elettrico, Statham sempre formidabile, Amy Smart sempre graziosissima; disonora il suo predecessore ma è composto di scene da vedersi.
hellbly @ 22:32 | commenti (popup) | commenti
martedì, settembre 15, 2009 | in : cinema e tv
The Middleman (episodi 1-12 serie completa): un mio amico l'ha vista e non l'ha apprezzata, quando gli ho espresso il mio contrario grande entusiasmo mi ha detto ''è perché assomiglia a Farscape''; la Convivente Senza Nome l'ha apprezzata e l'ha trovata somigliante a Pushing Dasies; hanno ragione entrambi ma è soprattutto chiaramente debitrice a M.I.B.
La serie è tratta dall'omonimo fumetto pubblicato da Viper Comics, meritevole, è sceneggiata e creata dall'autore del fumetto, Javier Grillo-Marxuach (un alto che deve la sua fortuna, o è viceversa?, a Lost): è quindi fedele e perfettamente rotonda e solida nel suo spirito; la prima stagione avrebbe dovuto durare 13 episodi, è stata cancellata e l'ultimo episodio mai prodotto: al recente San Diego Comic-Con, lo trovate su youtube, il cast al completo ha dato lettura del copione dell'ultimo episodio tra l'entusiasmo della folla. L'ultimo episodio è stato oggetto di un fumetto speciale da poco uscito, non sono ancora riuscito a trovarlo. Avrei tanto voluto quell'ultimo episodio. E uno dopo quello e via per altre 3 stagioni almeno. The Middleman è una di quelle serie intelligenti che sa di esserlo e non si nasconde senza falsa modestia, anzi si corrobora dell'apprezzamento e viaggia altissima alla ricerca di sempre migliori modi per stimolare gli spettatori e di riflesso se stessa. La voce del pubblico di nicchia dichiara quanto segue: ''la chiusura di Middleman si spiega unicamente con la sfortuna di essere un prodotto troppo intelligente per il pubblico di idioti che normalmente offre la propria quota percentuale al canale ABC Family''. E' sicuramente così, è purtroppo altresì vero che non ci sia stata una fila di network pronti a far risorgere la fenice. La raccolta in dvd è uscita da poco, la risposta commerciale sembra buona ma non all'altezza di replicare il fenomeno Firefly; i fan sono molti ma non tanti da tenere viva la speranza alla Farscape. The Middleman forse continuerà a uscire saltuariamente a fumetti, magari l'estratto dal San Diego Comic-Con potrà un giorno fare bella figura di sé come contenuto speciale in una prossima edizione blueray; per il resto temo che i problemi esotici di tutti i giorni dovranno restare delusi e disattesi.
Il Middleman è un agente segreto semi-solitario dotato di un quartier generale segreto, di fantastici gadget/armi, di uno o più androidi protocollari e di un robot più evoluto con funzioni gestionali: il Middleman si occupa di qualsiasi problema fuori dal normale, dall'alieno al demone, dalla scimmia fringe mutante ai fantasmi. Data l'alta mortalità sul lavoro i Middleman tendono a prendere e frequentemente cercare dei sidekick da addestrare e tenere con sé fino alla morte del Middleman stesso o loro. Il paragone più calzante con Farscape riguarda la continua, insistita, a volte evidente a volte squisitamente sottile citazione pop, nella maggior parte dei casi si tratta di riferimenti fumettistici. Il dinamico duo affronta le minacce contando sulle proprie forze e sui misteriosi finanziamenti provenienti dai misteriosissimi finanziatori che nessuno conosce, neppure il Middleman. Il Middleman è solo il Middleman. A interpretarlo Matt Keeslar, qualcuno forse lo ricorderà per la bella miniserie Rose Red, per il resto è uno della tv: gli auguriamo tanto successo e speriamo che riesca rapidamente a tornare in sella di un ottimo programma; accanto a lui un paio di belle e giovani donne, l'aspirante Middleman è Wendy Watson, al secolo Natalie Morales, graziosissima cubana-americana, nei panni di uno dei migliori peresonaggi femminili vistisi in tv in anni: pronta alla battuta, emotiva, sicura, insicura, vera punta di diamante affettiva per il pubblico; più accanto la coinquilina di Wendy, la biondina scapestrata Brit Morgan. Le due ragazze hanno film in cantiere, sono belle e abili, arruolate senza fatica nel sistema cinema USA alla continua ricerca di volti e corpi nuovi. Vorrei riportare alcuni memorabili titoli degli episodi del Middleman, cercatelo su youtube, è fitto di quotes e spezzoni di scene straordinariamente comiche e vivaci: The Sino-Mexican Revelation, dove un antico maestro cinese affronta un branco di luchadores, The Flying Fish Zombification, infestazione di zombie affamati di trote, The Palindrome Reversal Palindrome, dove Wendy viene rapita e portata nel Mirror Universe di Star Trek.
TROUUUUUT!!!
hellbly @ 20:24 | commenti (popup) | commenti
domenica, settembre 13, 2009 | in : cinema e tv
Year One: Jack Black e Michael Cera tentano la via della strana coppia numero 1234, esperimento che stranamente fallisce più volte di quante non riesca; alla regia c'e' Harold Ramis e forse è il caso di accettare una volta per tutte i perché la sua carriera da regista non sia mai decollata  e i perché del fatto che sia il suo nome a spuntare sempre fuori ogni volta qualcuno provi a succhiare ancora un pò di vita dal marchio dei Ghostbusters. Black e Cera sono due caveman, sono sfigati e vengono allontanati dal villaggio, incontrano Caino e Abele, poi Abramo, poi vanno a Sodoma. Sembra una di quelle commedie francesi molto volgari che andavano di moda una ventina d'anni fa, e faccio un torto a chiunque dicendo così: l'umorismo è squallido, tutto a sfondo sessuale, Jack Black è attore capace di divertire se diretto in modo da contenere la sua naturale tendenza a essere il Meatloaf dei poveri; Michael Cera fa se stesso. C'e' Vinnie Jones, inspiegabilmente. Qua e là una o due cose buffe accadono, legge dei grandi numeri, per il resto una porcheria.
hellbly @ 10:45 | commenti (popup) | commenti
domenica, settembre 13, 2009 | in : cinema e tv
Hellbinders: film direct to dvd capitato da queste parti per rispondere alla domanda, capitatami in testa chissà come, ''cosa è stato di Ray Park tra Darth Maul/Toad e Snake Eyes?''. La risposta è: Ecks and Sever (non m e lo ricordavo), un pò di mediocre tv ed Hellbinders. Lasciamo perdere il suo futuro, King of Fighter è un film che spero di avere la forza di non guardare. E' un film diretto da 3 ex-stuntman all'esordio registico. Tutti e tre devono aver giocato e amato il primo Max Payne, Hellbinders è graficamente fedele a Max Payne molto più dell'adattamento ufficiale. La storia, l'antefatto: Cain, l'ultimo dei templari batte il demone Legione; la storia, il presente: Cain cammina ancora la Terra, Cain è Esteban Cueto, il Third Akkadian del Re Scoprione. C'e' un terzo protagonista: Ryu, interpretato da Johnny Bosch, ex-Black Ranger degli Originali Power Rangers e indaffaratissimo doppiatore. E' un peccato che il film si riveli troppo brutto, fosse stato solo medio brutto o medio scemo avrebbe potuto diventare un cult di stravaganza irripetibile. Invece è una schifezza.
hellbly @ 10:15 | commenti (popup) | commenti
giovedì, settembre 10, 2009 | in : cinema e tv
REC: un seguito recentemente annunciato, il forte suggerimento di un amico e persino il commento a caldo di mia sorella ''fa cagare addosso'', mi hanno spinto a recuperare questo film del 2007. Il motivo per cui non lo guardai a suo tempo è presto detto: Jaume Balaguero, il regista. Nameless era stato un bel film, Darkness era stato un pò meno bello, Fragile una merda, il trend indicava a sfavore di Rec: mi devo ricredere, certo non riesce nel miracolo di spaventarmi ma puntando molto sulla leva dello splatter raggiunge una bella fetta di partecipazione specialmente nelle scene dove gente comune d'aspetto comune, e non superfighe cheerleader americane, vengono smazzuolate in faccia tra spruzzi di sangue e ossa fracassate. Molto nazional popolare, un gradito cambio di prospettiva: c'e' poi sempre del gusto nel vedere sparare e prendere a martellate una vecchia ispanica, piuttosto che un'odiosa bambina ispanica. Violenza straordinario in un contesto di tutti i giorni. La regia adotta lo stile alla Blair Witch/Cloverfield: tutto il film è visto attraverso l'obiettivo del cameraman di un programma della notte, impegnato a seguire una squadra di vigili del fuoco durante un intervento di routine. La squadra con tv appresso arriva risponde alla chiamata proveniente da un condomio popolare, gli inquilini sono in agitazione a causa di urla e rumori provenienti dall'appartamento della vecchia pazza che vive con i gatti. La situazione degenera in un lampo, senza svelare della trama, priva di reali colpi di scena ma gustosa negli improvvisi scoppi di violenza, ricordaveti le parole zombie, rabbia, possessione.
hellbly @ 15:16 | commenti (popup) | commenti
sabato, agosto 29, 2009 | in : cinema e tv
17 Again: mi accorgo di essermi dimenticato di scrivere un post su hairspray, carino e odioso allo stesso tempo; in ogni caso ora mi trovo nella difficile situazioe di aver visto due film con Zac Efron e averli trovati entrambi simpatici. Maledetto Zac Efron, incarna ciò che di peggio c'e' al mondo. Almeno è meglio dello sfigato di Twilight. Comunque: buffa trama a mezza via tra un Big al contrario e suggestioni dal primo Ritorno al Futuro. Matthew Perry, carriera finita, interpreta Zac Efron da grande: un tempo stella della highschool, rimasto fregato da quella cretina della sua fidanzatina, rimasta fregata e incinta a sua volta, costretto a sposarla e mettere da parte tutti i sogni di gloria del passato. Oggi sono prossimi al divorzio e i figli lo odiano. Mistero e magia dopo ecco di nuovo Zac Efron, seconda giovinezza e la possibilità di sistemare le cose. Le parti migliori sono quelle con l'amico nerd. Non è per niente brutto, sfortunatamente.
hellbly @ 18:38 | commenti (popup) | commenti
sabato, agosto 29, 2009 | in : cinema e tv
I Love You, Man: continua il successo cinematografico di Jason Segel, pur non avendo qui il ruolo del protagonista, in un altro giro di commedia sentimentale al maschile. E' una specie di sottogenere relativamente nuovo dove e molto in voga con amici uomini in giro a far casino. In questo caso è proprio l'inizio di una migliore amicizia il centro della trama del film. Divertente, nulla di eccezionale, si guarda con piacere ma avrebbe fatto meglio a essere più breve. Regista quasi esordiente, John Hamburg.
hellbly @ 18:33 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, agosto 26, 2009 | in : cinema e tv
State of Play: dieci minuti nel film e comincio a pensare, ''questa storia mi sembra di averla già vista''. Non sapevo che l'ultimo film del regista dell'Ultimo Re di Scozia fosse basato, le scene sono uguali quindi dovrei usare una parola più forte, sull'omonima serie tv passata anche qui da noi qualche anno fa sui canali Sky. Quando il trailer e i commentatori dicono che questo film sia un ritorno alle investigazioni giornalistiche di tanti grandi successi americani di decenni orsono, è vagamente inesatto: è il remake di una serie tv inglese, quella serie fu un ritorno e bla bla. La serie è del 2003. Russell Crowe è l'esperto giornalisa investigativo, top dog di un giornale che come tanti quotidiani al mondo sta cercando di sopravvivere all'avvento di internet; Ben Affleck è il politico rampante suo amico, la cui più stretta collaboratrice (con cui aveva una relazione), viene uccisa a inizio film mettendo in moto una grande cospirazione politica con legami e soggetti inaspettati. Presumo ''inaspettati'', avendo visto la serie invece sapevo già la storia e mi sono divertito meno di quanto avrei potuto. Russell è nella sua versione fuori forma con i capelli lunghi tutta interpretazione, è un gallo e tutti s'inchinano alla sua intuizione e al suo carisma; la storia ha un bel colpo di scena, Ben Affleck è un attore finito, non ci sono donne di particolare rilievo nel film, solo un paio di accompagnatrici della trama. Godibile, un pò lungo specialmente nel finale quando i giochi sono scoperti eppure si perde ancora un sacco di tempo a raccontare eventi prevedibili e per nulla sorprendenti.
hellbly @ 10:31 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, agosto 26, 2009 | in : cinema e tv
The Other Boleyn Girl: uscito in Italia con il disturbante titolo de ''L'altra donna del Re''. Filmaccio in costume che si incolonna accanto alla Duchessa e quello con la Dunst, più chissà quanti altri che sono riuscito a evitare nel corso degli ultimi anni: dovrei precedere il titolo di questo film al nome di una rubrica, qualcosa tipo ''i film che vengono guardati accanto a me, mentre sono al computer, e che riesco a seguire grazie alla prodigiosa potenza di calcolo del mio cerebro''; non riesco a pensare a un titolo più breve, quindi. Tratto da un libraccio, successone del 2001, scritto da Philippa Gregory, solita autrice inglese di romanzoni storiconi: si racconta l'intricata vicenda delle sorelle Bolena e di Enrico VIII, ma chiaramente non è quello il punto. Il senso di tutto il film è acchiappare un altro paio di giovani bellezze hollywoodiane e mettere loro addosso qualche bel abito da cortigiana: questa volta tocca a Natalie Portman, Anna Bolena, e Scarlett Johansson, Maria Bolena. I mieri ricordi scolastici di storia inglese del 16° Secolo sono molto scarsi, prendo quindi per buone le informazioni sulle inesattezze storiche riportate sulla wikipedia: ve la sintetizzo in questo modo, la verità fu meno complicata, meno patetica, decisamente meno cinematografica. In ogni caso, in breve: una famiglia aristocratica in gravi difficoltà è benedetta da due figlie di figaggine notevole, tutto scorre tranquillo finché un giorno salta fuori che alla povera Regina proprio non riesca di far saltar fuori un figlio maschio. TADAN. Regina sterile + Re arrapato + 2 figlie super fighe = la famiglia Bolena a corte a cercare di infilare in ogni modo, prima una poi l'altra, le figlie nel letto del Re. Lui ovviamente non ci pensa due volte, prima si fa Scarlett, la ama teneramente da lei ricambiato e mettono al mondo un figlio: Scarlett però è troppo buona, quella stronza di Natalie arriva, seduce il Re con la vecchia tecnica del fargliela annusare senza dargliela, e fa allontanare la sorella diventando lei la nuova amante del Re. Però Natalie è troppo avida, vuole far mettere da parte anche la Regina e, già che c'è, anche quel rompicazzo del papa tutto un grido all'adulterio e niente divorzio siamo cristiani. Ovviamente ci riesce ma, come insegnano tanti pisicologi, un rapporto fondato sul ricatto e altre buone cose finisce per far girare le palle: dopo qualche scopata il Re si rende conto che, tutto sommato, non che Natalie ce l'abbia di traverso o cosa, che Scarlett era molto migliore, e che infondo infondo ma anche in superficie, Natalie è proprio stronza. La fa mettere a morte con l'accusa di stregoneria, incesto e quant'altro gli venga in mente. Il film è un'occasione persa: Natalie Portman ha già fatto vedere un pò di nudo in altri film, Scarlett è del 1984, se non comincia a far vedere un pò di carne rischia di non riuscire a lasciare quel duraturo ricordo nella mente dei fan. Il regista è un tale al suo primo film, viene dalla tv.
hellbly @ 10:21 | commenti (popup) | commenti
venerdì, agosto 21, 2009 | in : cinema e tv
The Last House on the Left (2009): remake del film di Wes Craven, co-prodotto da Wes Craven stesso e diretto dallo sconosciuto Dennis Iliadis, oserei spingermi e ipotizzarlo di origine greca. La trama è molto vicina all'originale degli anni '70, i personaggi sono quasi tutti presenti in forme molto simili, cambiano però tanti piccoli elementi capaci, sommati, di trasformare il remake nella merda prevista. Ci sono nuove sfumature a caricare i personaggi di patetismi inutili, specialmente Mari, allo stesso tempo la violenza pur visivamente forte è decisamente meno efficace e gradevole: tutta roba già vista, tutto patinato, lo sporco della pellicola di allora sostutuito dal falso splendore del digitale.
hellbly @ 12:30 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, agosto 12, 2009 | in : cinema e tv
The Haunting in Connecticut: mai visto un film più prevedibile, il film più ANTIoriginale che abbia mai visto. Qualsiasi evento, e praticamente tutte le battute, telegrafate, anticipabili, banali, già viste, ripetitive, inutili. La storia in breve: madre coraggio con marito alcolizzato, figlio malato di cancro, altri due figli piccoli rompicazzo, e nipote non meglio precisata; devono spostarsi più vicino all'ospedale dove il figlio si sottopone a cure sperimentali, c'e' giusto una casa, meravigliosa (per modo di dire, lercia come poche, ci vanno a vivere in un attimo e non puliscono neppure: io l'avrei fatta radere al suolo e ricostruire, ma questa è una delle tante differenze con gli americani) e costa poco. Costa poco perché un tempo fu teatro di alcuni fatti inquietanti. L'ex proprietario era l'uomo delle pompe funebri E uno di quelli delle sedute spiritiche per contattare i morti E un necromante. Il figlio malato di cancro, essendo già con un piede nella fossa, vede le persone morte. Un sacco di cazzate dopo entra in scena il sacerdote-esorcista-malato di cancro. Un sacco di cazzate dopo non muore nessuno e il film si aggiunge alle ore sprecate della mia vita. Una cagata.
hellbly @ 02:58 | commenti (popup) | commenti
sabato, agosto 08, 2009 | in : cinema e tv
Adventureland: Greg Mottola e Michael Cera di nuovo insieme per bissare il successo (?) di Superbad. No, no. Uhm. No, quello non è Michael Cera: è il suo FRATELLO GEMELLO ANCORA PIU' SFIGATO, Jesse Eisenberg. Sono uguali. Nel cast abbiamo: oltre al fratello gemello più sfigato del tizio di Juno, la bella Bella di Twilight stufa di andare in giro con gente veramente figa e non-morta, Ryan Reynolds in una particina e con un tenore che gli hanno meritato il ''AND RYAN REYNOLDS'' durante i titoli di testa. E' la fine degli anni '80 a Pittsburgh, il clima e l'atmosfera sono vivaci ed esotici come nel miglior New Jersey, un neo laureato in letteratura e vergine, costretto da un rovescio finanziario in famiglia a lavorare nel locale parco giochi (ai livelli della Coney Island dei Guerrieri), affronta l'esperienza della sua vita. Nel parco giochi da periferia depressa lavorano insieme a lui un collega artista-sfigato, un paio di poveri idioti, un ritardato, Ryan Reynolds a tempo perso, e almeno 2 fighette pronte a dargliela in nome di qualche poesia e per essere il meno sfigato tra i super sfigati. Bella è bella e ricca, lavora ad Adventurland per fare incazzare la sua crudele matrigna, lei è più avanti degli altri e infatti a tempo perso si sbatte Ryan Reynolds, che è sposato e ha una madre scassapalle. Ryan Reynolds interpreta il personaggio migliore del film, è uno che gli piacciono le ragazzine, racconta cazzate, poveretto cerca di tirare avanti come tutti gli altri e spassarsela un pò: non è cattivo e Mottola tratta il personaggio con grande rispetto e onesta, in mezzo a tutti i lavoratori di Adventureland, essendo quello più avanti negli anni, è realmente l'unico a non avere più possibilità. Torniamo al film, Bella si sbatte Ryan Reynolds, un bel passo avanti rispetto al pirla di Twilight, però il Michael Cera dei poveri esercita immediatamente su di lei un fascino perverso: rappresenta una persona bella dentro, pura per quanto si possa essere in quella merda di buco di Pittsburgh, e in lui Bella vede la possibilità di redimersi e diventare una brava persona, una brava cattolica. Il film è una tale rottura di cazzo che è difficile venirne fuori senza uno sbadiglio accecante, Mottola dà l'impressione di aver avuto qualche problema con le figure maschili della sua vita: l'elemento comune a tutti gli uomini del film è quello di essere senza palle, tutti codardi e la maggior parte sottomessi alle donne della loro vita, moglio o madri che siano. Preoccupante. Mottola esprime anche uno spietato odio verso Pittsburgh, non a caso il finale positivo del film può accadere solo via da lì; Mottola è nato e cresciuto a Long Island, non esattamente il peggiore dei posti, e quindi quello che in qualche modo puzza di film autobiografico si trasforma in una carognata. A me piace Pittsburgh, specialmente quando ci sono stato l'ultima volta e ho potuto comprare diverse moto-asce rotanti.
hellbly @ 02:18 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, agosto 05, 2009 | in : cinema e tv
Banlieue 13 - Ultimatum: torniamo insieme nel più bel quartiere della Parigi del futuro, dove parkour e arti marziali sono la legge. E' passato qualche anno dalla fine della prima storia, il banlieue non è stato ripulito e la situazione non è migliorata: il vuoto di potere lasciato dalla morte del cattivo del primo film ha spaccato il quartiere in 5 aree controllate da altrettante specifiche gang, sembra di essere in una versione allargata di OZ (la prigione, non il mago), ci sono i mussulmani, ci sono i negri, ci sono i cinesi, i fascisti ... poi ci sono degli altri che non ho capito bene chi siano, marsigliesi, greci, slavi? Il senso è chiaro. Nel mezzo tornano Leito e Damien, al secolo David Belle e Cyril Raffaelli. Cambia il regista ma trovo inutile segnalarvi il suo nome, tanto c'e' di mezzo Besson: nominalmente scrive e produce ma tutti sappiamo che alla fine è lui a decidere ogni cosa. Rispetto a cinque anni fa alcune cose sono cambiate: Belle non è più sprintante come prima, le sue sequenze di azione sono molto ridotte in numero, durata e pericolo, viceversa Raffaelli è in forma spettacolare e mette insieme alcuni combattimenti memorabili che potrebbero insegnare qualcosa a molti coreografi marziali sia negli USA che in Oriente. Il Banlieue è nuovamente a rischio distruzione, questa volta non è il governo a volerlo far saltare in aria ma una società di costruzioni senza scrupoli che vorrebbe farne la città del bianco e pulito. La trama è molto più articolata, ed è un bene, tuttavia l'andamento è speculare al primo film: i due protagonisti si alternano le scene fino a metà, poi si incontrano e a quel punto convergono; anche il finale è molto simile, troppo. In definitiva lo schema il medesimo con parole diverse. Nessuno si prende la briga di spiegare dove sia finita la sorella di Leito, personaggio importante del primo film, qui semplicemente assente. E' difficile dire se si tratti di un film migliore o peggiore: tutti i tratti caratteristici della ''serie'' sono presenti, in forma però annacquata rispetto al primo, lo spazio perso dal parkour e l'azione senza cervello sono stati presi da dialoghi maggiori e più recitazione. Il tutto di buon livello. Ultimatum è un film più canonico, compensa la riduzione delle originalità con una maggiore presenza da vero film. A tutto tondo Ultimatum è probabilmente migliore, tuttavia le parti migliori erano migliori nell'originale: vedete voi. Una cosa è sempre la stessa e avrebbe dovuto cambiare: l'orrido hip hop metropolitano francofono, o quel cazzo che sia, è inascoltabile e talmente insistito che dopo un pò fa venire voglia di trappolare con l'equalizzatore e far sparire tutte le piste audio della musica.
hellbly @ 13:47 | commenti (popup) | commenti
martedì, agosto 04, 2009 | in : cinema e tv
X-Men Origins - Wolverine: mi piacerebbe essere Charles Xavier. La prima cosa che farei sarebbe entrare nella mente di un gruppo altamente selezionato di persone e costringerle a regalarmi un sacco di soldi o l'equivalente in natura; la seconda, scrutare i pensieri degli sceneggiatori del primo spinoff cinematografico degli X-Men per capirne le motivazioni. Questi signori, che sono due visto che a Hollywood ormai sembra impossibile trovare qualcuno che non si pari il culo con il giochino del 4 mani, hanno fatto 2 pensate: la prima, sbattersene della continuity cinematografica, scelta comprensibile e fedele specchio dello sbattimento della continuity che è un pò uno dei tratti caratteristici del Wolverine fumettistico; l'altra, voler mettere nella sceneggiatura ogni aspetto mai visto delle Origini di Wolverine. Saprete tutti che qualche anno fa, con una decina d'anni di ritardo, la Marvel finalmente decise di sollevare il velo sul nome e la nascita del loro prodigioso personaggio: la storia di James, che tutti chiamano Logan, e del suo fratello/fratellastro, Sabretooth, che tutti chiamano Dog. Forse ho un pò di confusione in testa. La Marvel avrebbe dovuto rispondere a questa domanda quando Silvestri disegnava, Logan credeva che Sabre fosse suo padre e Shiva cancellava ogni traccia del progetto Weapon X. Non è stato così e i poveri omini di cui sopra si sono trovati a dover far coesistere in un solo film la miniserie Origins, le famose scene da Weapon X, Silverfox, il periodo montanaro, la belva nuda dei boschi e altro: presi da frenesia omicida i due omini hanno deciso di svaccare e infilare nel mezzo un pò delle idee di Morrison sul programma Weapon, un pò di futuri X-Men e gettare nel mucchio una versione allucinante di Deadpool. Trovandosi alla fine a dover quadrare il cerchio con l'idea più scema degli ultimi anni. Chi sono questi signori? Skip Woods, famoso Swordfish, autore dell'imminente GI Joe e del prossimo A-Team. David Benioff, famoso per Troy. Veniamo al film: a parte dire subito ''non è così brutto come si vuol far credere/è migliore dell'ultimo e forse del penultimo film degl X-Men'', non saprei cosa raccontarvi. Hugh Jackman si toglie la maglia molto spesso, Ryan Reynolds appare 5 minuti come Wade Wilson (vorrei raccontarvi cosa gli capiti nel corso del film ma vale la pena vederlo per offendersi), artigli-a-go-go, esplosioni. Ahhh, basta: è divertente fin verso la fine, poi torna Ryan Reynolds nella versione Deadpool-Weapon XI e tutto diventa una stronzata.
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domenica, agosto 02, 2009 | in : cinema e tv
School Days with a Pig: oggi parliamo di qualcosa di stravagante e originale. Un film giapponese del 2008 ambientato in una scuola con un animale che... non vi voglio anticipare nulla. L'originalità sta per arrivare, siate pazienti: non c'e' un solo cane in tutto il film. L'animale sacrificale è un MAIALE. Ah, volete dirmi che si poteva intuire dal titolo? Bene, è comunque originale, originale in un certo clooney way. Storia vera: un maestro elementare decide di dare una lezione di vita ai suoi scolari dell'ultimo anno, a inizio scuola offre loro di adottare e crescere un maialino con il proposito dichiarato di mangiarlo prima di passara alla fase successiva della loro vita. Il senso dell'esperimento sarebbe quello di insegnare il valore della vita e del mangiare cose che erano in vita. Successone di pubblico, alla regia Tetsu Maeda esperto di filmetti motivazionali, nel ruolo del sadico insegnante Satoshi Tsumabuki arrivato a un età tale da precludergli i ruoli giovanilisti ma non ancora abbastanza vecchio per passare ai dramma o agli action. Non che ciò gli impedisca di fare 4-5 film l'anno, da qualche anno. Il film funziona quasi come un documentario, sicuramente il brio è lo stesso, l'attenzione del regista e dell'insegnante è ossessivamente incentrata sul piccolo esempio di democrazia sviluppato in classe e messo in scena tra pro e contro macellazione di 10 anni. I ragazzi discutono, poi urlano, poi si picchiano, poi piangono: è come mi immagino le nazioni unite... ah ah, ho fatto la gag socio-politica. Il film è noioso, pieno di colori e ottimia musica, il maiale è simpatico e i bambini mettono in campo della vera emozione: però è troppo lungo e dopo poco ci si rompe le balle di vedere tutta questa emotività preadolescenziale.
hellbly @ 23:16 | commenti (popup) | commenti
domenica, luglio 19, 2009 | in : cinema e tv
K-20: ci sono così tanti film giapponesi che vorrei vedere, accumulati nell'ultimo paio d'anni addirittura, ancora senza una decente edizione internazionale; i giapponesi dopo una leggera apertura all'estero sembrano esserersi ancora una volta chiusi a riccio in un isolazionismo privo di esportazioni pianificate dei loro prodotti cinematografici. Ciò detto ''K-20'' era uno di questi film che stavo cercando da tempo. Protagonista assoluto della pellicola è Takeshi Kaneshiro, quindi cominciamo da lui: l'attore si è impegnato in K-20 nell'intervallo di tempo tra la prima e la seconda parte di Red Cliff (ixb), sia per l'attore che per il mercato giapponese segna un gradito ritorno alla pellicola d'azione fantascientifica ad alto budget dopo l'ambiguo successo di The Returner del 2002 (ixb). Alla regia troviamo Shimako Sato, carriera insolita la sua: grande riscontro di genere a metà anni '90 con i primi due film di Eko Eko Azarak (ixb), passato a scrivere/dirigere videogiochi per la Capcom, scivolato a realizzare mediocri telefilm, questo è il suo primo progetto dopo un vuoto di 4 anni. Il resto del cast comprende Toru Nakamura, alla ricerca di un ruolo importante per liberarsi dalla spirale di patetiche commedie in cui è caduto, e Takako Matsu, vista l'ultima volta su queste pagine in the Hidden Blade. Chi è ''K-20'', altrimenti noto come il Mostro dalle 20 Facce? E' un personaggio stile Diabolik creato dal famoso romanziere Rampo Edogawa, un ladro dalle abilità quasi sovrannaturali, abbigliato in fashion stile The Shadow (o Batman, volendo), specialmente abile nell'arte del travestimento; nel 2008 il personaggio visse un momento di discreto successo e revival, oltre a figurare nella pellicola omonima fu anche oggetto di una serie animata il cui titolo è più o meno ''La Figlia di 20 Facce'', ne guardai il primo episodio (animazione buona, il resto non interessante). Gli Oasis hanno composto la canzone originale che accompagna il film, non mi ha colpito e a dire il vero non li avevo neppure riconosciuti ma sono lontanissimo dall'essere un fan della band. Veniamo a noi: ucronia e steampunk. Teito, capitale di un Giappone alternativo che non ha mai conosciuto la Seconda Guerra Mondiale e che vive ancora sotto la Kazoku, l'oligarchia nobiliare creatasi in seguito al Rinnovamento Meiji (abolito, secondo la nostra storia, con la costituzione post-hiroshima); i ricchi vivono tutti felici e ricchi, i poveri vivono infelici e poveri. K-20 ruba ai ricchi... e basta. Non è Robin Hood, solo un ladro. Akechi è il nobile detective incaricato della sua cattura (Toru), la sua futura sposa Yoko (Takako) è la figlia e unica erede di un defunto giga-magnate dell'industria nipponica i cui affari lo portarono a stretto contatto con l'unico e solo Nikola Tesla. Lo sapete tutti, non può esserci steampunk senza Tesla. K-20 è un bastardo. Takeshi Kaneshiro non è K-20, è un simpatico circense, acrobata e illusionista (volendo mantenere il paragone leggerissimo con Batman aperto più sopra, Kaneshiro è Dick Grayson, il primo Robin): geniale e ingenuo. Un giorno K-20 arriva e lo incastra facendo credere a tutti che Kaneshiro sia lui. Kaneshiro viene arrestato, scappa e decide di diventare la nemesi di K-20 e, già che c'e', di farsi Yoko, sconfiggere Akechi e cambiare il mondo. Tutto ciò succede con i suoi tempi e patemi, ma il senso della trama resta. Il regista prova per tutto il tempo a nascondere la reale identità di K-20, ma la soluzione al mistero è tanto banale quanto ovvi i falsi indizi sparsi per il film. K-20 è molto simile a The Returner: è un film per famiglie, ci sono i bambini che soffrono e c'e' l'eroe senza macchia, una lievissima love story e scene d'azione in abbondanza con effetti speciali. Per altro constatiamo come i giapponesi non si siano ancora decisi ad adoperare effetti speciali decenti nelle loro produzioni ad alto budget. Fosse prodotto dagli americani sarebbe una schifezza senza salvezza, essere giapponese aiuta il film a venir guardato con maggiore gentilezza, apprezzarne i motivi tematici, compararne lo stile al primo Spielberg (esattamente come The Returner) e alla fine guardare al cinema giapponese di questo genere come il risultato ritardato di un'imitazione del blockbuster USA ancora tanto immatura e ingenua da suscitate patetica condiscendenza. Uhm, non volevo dirlo così ma è vero: K-20 si guarda ma potrebbe essere un Giffoni. Stavo quasi dimenticando: molta dell'azione del film si basa sul parkeur, il parkeur è quindi arrivato anche in giappone; peccato che il vero parkeur sia quello dei Banlieu, quello senza fili, questo giapponese è con i fili e non sembra molto diverso dai tanti voli del kung fu.
hellbly @ 20:24 | commenti (popup) | commenti
giovedì, luglio 16, 2009 | in : cinema e tv
Harry Potter e il Principe Mezzosangue: Harry Potter e il Principe Mezzosangue: nel mio inguine, luogo di residenza del mio cervello, non c'e' devozione alla saga del mag... magh... mi sento come Fonzie quando doveva chiedere scusa, solo provare a dire ''maghetto'' mi provoca la nausea. Forte di uno scrupoloso senso d'obiettività non ho mai negato d'aver trovato i cinque film precedenti tra il divertente e il non male, quando però è la mia stessa aguzzina, colei che mi costringe da quasi dieci anni a questo supplizio, a sentirsi delusa da questa cagata pazzesca che è il sesto film, mi sento sfrenato e privo di rimorsi nel dire il Principe Mezzosangue una cagata pazzesca. I film di Harry Potter ci avevano abituato a due elementi primari: scenografie/ambientazioni curatissime, piene di dettagli e animate, e una certa dose d'azione o comunque di scene drammatiche comprensive di brevi combattimenti, inseguimenti e tensione in generale. Questo film ha un approccio completamente diverso. Ha l'approccio Moccia, che poi è l'approccio High School Musical: per dirla citando un classico, sono ''piccoli problemi di cuore''; 153 minuti di film non sono uno scherzo, se per tutto il tempo ci si alterna tra sguardi languidi, pianti isterici e comportamenti giovanili tra il bizzarro e l'hentai (intendendo con ''hentai'' quel genere di scenari dove giovani vergini ninfomani si buttato con atteggiamento passivo-aggressivo sul tizio caio di turno pronte a farsi comprire di pioggia dorata dopo la prima passeggiata mano nella mano), l'esperienza assume toni pesanti e faticosi. Mi dicono che avrebbero dovuto esserci combattimenti pazzeschi tra eserciti, violenza sfrenata e atti di sublime eroismo: nel film no, quello che rimane sono triangoli amorosi tanto istantanei quanto assurdi. A lei piace lui, anche a lui piace lei: però sono tutte e due troppo timidi; ecco arriva un'altra lei, anche a questa lei piace lui: questa lei però non è timida, metro di lingua in bocca ed ecco che anche lui non è più timido, e visto che tira più un pelo... della prima lei, che però a lui piace sempre e ama teneramente, ci si può un momento sbattere intanto che il biscotto... Mettendo un attimo da parte fiche (confido che l'originale usasse il termine ''cool'') e altro, questo Harry Potter sembra essere stato afflitto da una quantità imprevedibile di deficienze in fase di post-produzione: saprete tutti come il film fosse pronto già mesi e mesi fa, eppure il prodotto finito non sembra aver giovato in alcun modo di questi mesi, non c'e' stata rifinitura. Anzi: l'editing è brutale, segmenti di trama vengono aperti, sviluppati e persi con frequenza ansiogena, l'uniformità della narrazione una chimera; l'impressione è, per assurdo, che Harry Potter sia un film dove il regista abbia speso troppi soldi e si sia trovato con troppo girato in mano, veramente troppo: uscito pesantemente dal budget è stato fatto un lavoro di selezione delle scene girate e solo su queste è stata applicata la magia della post.produzione. Questa ipotesi deriva da un dato per me incontrovertibile: l'assenza di scene d'azione e di effetti speciali di forte presenza come nei film precedenti, in favore di scene dialogiche e conviviali, suggerisce la messa al risparmio imposta dalla/alla produzione. L'azione costa, l'amore no. Il montaggio ne è la prova più evidente: aspetterei a eseguire fatture sullo sceneggiatore, le trame ci sono, i fili procedono, è difficile credere che lo scrittore si sia limitato a dimenticarsene, più facile immaginare che il pacchetto delle scene tagliate sia quasi pari a quello della versione definitiva. Sono curioso di attendere la versione home. Allo stesso modo il regista è quel Yates già autore del film numero 5, improbabile attribuirgli la colpa di queste mancanze tecniche. Tutte dietrologie di mia immaginazione, per certo è che uscendo dalla sala l'idea è quella di aver visto una versione intermedia, una proiezione privata di studio in vista dell'edizione definitiva. Il risultato è così sotto la media da rasentare l'offesa. Il resto si perde un pò: gli attori adulti sono tutti encomiabili, i ragazzi sono quello che sono, per alcuni si profilano carriere dopo Harry Potter, altri invece sono pronti a seguire l'esempio di Mark Hamill; è molto facile tirare dei sassi a Radcliff e prendere invece per mano Grint e accompagnarlo verso altri tappeti rossi: sono partiti pari, il casting fu privo di critiche, prevedere come sarebbero maturati un azzardo. Il povero Radcliff è un altro Culkin, crescere (o non crescere nel suo caso) l'ha rovinato. Oh, Harry, ti si è slacciata una scarpa...
hellbly @ 19:54 | commenti (popup) | commenti
lunedì, luglio 06, 2009 | in : cinema e tv
Street Fighter - The Legend of Chun-Li: in fondo ho guardato pure Drangon Ball Evolution, perché avrei dovuto risparmiarmi questo. Per altro i due film hanno una cosa in comue: la 20th Century Fox. L'unica teoria possibile è quella di The Producers, realizzare produzioni evidentemente orrende può essere molto redditizio: la Fox quindi deve aver fatto i gazzi-bilions con questi due film. Mi tolgo subito il rospo: Street Fighter è peggio di Dragon Ball (di cui pare vogliano realizzare persino un seguito) per svariate ragioni. No, per una sola: Chun-Li è una produzione consistente, Dragon Ball nasce e muore come z-movie ma Street Fighter recita nei propri credits una sfilza di nomi illustri; certo, alcuni di questi hanno la carriera distrutta e pur di lavorare venga si prestano a tutto, altri però sono in fasi decisamente migliori: esaminiamo il tutto. Il regista è quel polacco, Bartkowiak, autore di un'infame, non disprezzabile, trilogia di action movie tra arti marziali e rap che provarono a lanciare DMX nel mondo del cinema affiancandolo alternatamente a un Jet Li fresco d'america e l'ultimo Steven Seagal; è anche il regista di Doom, a me era piaciuto Doom ma se la carriera di Bart ha avuto uno stop di 4 anni e il suo ritorno è questa merda, temo che la colpa sia proprio sua. Michael Clark Duncan è un altro che ricorda i bei tempi andati del Miglio Verde: guardando i suoi film e ruoli da allora direi che il colpo di grazia glielo abbia inflitto Daredevil. Qui fa Balrog, nel gioco sarebbe pugile, nel film è solo grosso e nero. Bart deve avere una debolezza per i rapper, Taboo è Vega. Passiamo agli inspiegabili: Neal McDonough ha una bella carriera televisiva, il suo ruolo in Desperate Housewives è però giunto al termine, ipotizzo grossi debiti per giustificare questo fiascone cinematografico con un ruolo action evidentemente e completamente inadatto. Così inadatto che i cavi gli servono persino per camminare. L'ho tenuta per ultima: io odio Smallville, davvero: non lo guardo, mi schifa e nausea. Io sono un DC Jeek per Primus, mica posso guardare quella robaccia. Infatti non sono a conoscenza che Kristin Kreuk sia storicamente legata al nome di Lana Lang, nonché miss anoressica di Smallville: no, non lo so; conosco quella bestia d'una canadese perché un tempo fu la Bianca Neve Hallmark e, più recentemente, parte di quel crimine contro Primus che fu l'adattamento televisivo di Earthsea. Voi non lo sapete ma quando entro in conttato con il lato femminile del mio carattere, pare ce l'abbiano tutti, sviluppo improvvise e motivatissime avversioni verso determinate attrici, specialmente se sono ciospe: tempo fa fu Julia Stiles, l'avrei travolta con un mietitrebbia, oggi è KK. Sarei disposto a sacrificare il mio XBOX contro il suo cranio inutile. Ah, una nota a margine di valore aneddotico: mentre guardavo il film cercavo di capire perché quel luridone cinese nel ruolo di Gen mi ricordasse qualcosa. Sono passati quindici anni ma ricorderete adesso tutti Robin Shou, il Liu Kang dei Mortal Kombat cinematografici. Legend of Chun-Li non ha una trama, se anche ce l'avesse i combattimenti sono talmente brutti da costringere il cervello a dimenticare gli ultimi minuti di memoria, alla fine resta un confuso ammasso di slow motion e cavi d'acciaio. Per altro effetti speciali incredibili, alcuni dei migliori mai visti: i signori di Troma sono la ILM più quelli della WETA rispetto agli amici di Street Fighter. Dai basta sarcasmo: sono veramente ottimi effetti speciali, riescono quasi a far credere che KK riesca a stare in piedi senza le stampelle, devono essere gli stessi di quei video di Michael Jackson prima che i debiti lo costringessero sulla sedia a rotelle, quelli con lui che sale in piedi sulla macchina o deambula in tribunale; sfortunatamente non riescono nell'impresa realmente impossibile di far credere che KK possa toccare un altro essere umano senza rompersi. KK ha 27 anni, quando mi concentro riesco a vederla morta prima dei 30: dei miei 30, che sono tra meno di 6 mesi.
hellbly @ 21:44 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
domenica, giugno 28, 2009 | in : cinema e tv
Transformers - La Vendetta del Caduto: Primus ti prego, toglimi la vista. Dopo Transformers 2 la realtà è così spenta, i suoi colori così tristi: la mia macchina non si trasforma, la mia cucina non si trasforma, non ci sono ninfomani da schianto a corrermi dietro, le cose sfigate e le persone sfigate restano tali. Michael Bay porta al cinema l'unica e vera augmented reality: la realtà vista e sentita attraverso la sua elaborazione è tanto migliore, tanto migliore, veramente tanto tanto migliore. Due ore e rotte di film, sono sudato come se avessi corso e combattuto insieme a Optimus Prime e gli Autobots: il bombardamento sensoriale lascia spossati, tramortiti. Avete presente, dopo una passeggiata in un'assolatissima giornata d'estate, tornate a casa e i vostri occhi non riescono ad abituarsi alla minore luce degli interni e per un pò non siete come ciechi, semplicemente quello che c'e' in casa non sotto la stessa luce di quello fuori: Transformers 2 è così. Tutto esplode, tutto si trasforma e tutto quello che si trasforma dopo esplode anche. La visione di Bay è talmente piena e perfetta che i suoi protagonisti hanno il tempo di soffrire e amarsi, e mentre soffrono e si amano possono sempre e comunque fare delle battute perché è tutto così bello, cromato e patinato, che anche i più cattivi non rinunciano a un pò di cabaret e tutti i buoni hanno un senso dell'umorismo speciale che trasforma ogni stupidaggine in puro divertimento. Sono passati un paio d'anni dal primo film: gli Autobots e l'esercito americano lavorano insieme per scovare ed eliminare, sì, proprio ammazzare, i Decepticons sopravvissuti; Megatron è stato affondato e quel che rimane dell'AllSparks è guardato a vista in una struttura di massima sicurezza. Sam e Mikaela sono imprevedibilmente ancora insieme, ma d'altra parte questa è la realtà-paradiso di Bay, però Sam non è soddisfatto: Mikaela è doma ma non completamente dominata, allora decide di fare un pò il prezioso e parte per il college, gli Autobots hanno rotto, lui vuole avere una vita normale. Sam però è il prescelto, è come Harry Potter con una enorme differenza: invece di avere quel vecchio sfigato di Albus Dumbledore al suo fianco per consigliarlo, proteggerlo e guidarlo, lui ha Optimus Prime. Alla fine del primo film dei Transformers ero soddisfatto come dopo una notte di sesso, anzi, è era stato meglio di una notte di sesso perché dopo potevo ancora avere la notte di sesso. L'unico amarezza era dovuta alla scarsa resa di Optimus Prime come guerriero: grande capo carismatico, nobile eroe, ma guerriero così così; pare che questa impressione non sia stato l'unico ad averla: Bay racconta di aver ricevuto migliaia di lettere che criticavano il fatto di non aver mostrato Optimus Prime come il guerriero definitvo, il Conan il Barbaro dei Transformers. Bay ha detto di aver preso in considerazione tutte le critiche dei fan nella realizzazione di questo secondo film. Anche il secondo film è sceneggiato dall'accoppiata Orci-Kurtzman, i migliori scrittori americani del momento: è loro anche la sceneggiatura di Star Trek. In questo secondo film Optimus Prime combatte, eccome se combatte: combatte, spara, spada, strappa teste a mani nude, sventra robot. Combatte come Batman. Optimus Prime in Transformers 2 combatte come Batman. Riuscite a immaginare Batman che è Optimus Prime o Optimus Prime che è Batman: dopo questo mi ci vorrebbe una notte di sesso con due collegiali ninfomani assatanante per mantenere il trend positivo. Invece niente. Ne ho lette di ogni su questo film, critiche senza fine: idioti. Un film visto in una sala stracolma, di sabato sera in un multisala, in un finesettimana estivo con la scuola finita e il tempo brutto: la sala era piena di ragazzini, piena, debordante, rumorosi ragazzini con le loro ragazzine che non avevano nessuna voglia di essere lì, ragazzini che fanno i fighi davanti alle loro ragazzine e ragazzine che chiacchierano perché tanto sono lì solo per stare con i ragazzini. Inizia il film, esplode la prima eplosione: nessuno parla più, un silenzio rapito; qua e là il rumore di una zip abbassata, un uomo che non riesce a sostenere l'eccitazione e deve sfogarla; qua e là il rumore di un bracciolo sradicato per la partecipazione emotiva alla pugna; qua e là una risata, brevissima e giusta, anche io avrei riso in quel momento se non avessi avuto la bocca asciutta e contratta per l'emozione. Dite e credete quel che volete: è puro cinema, è lo spettacolo pirotecnico figlio di una teoria estetica e creativa precisissima, criticabile se volete ma innegabilmente valida. Io posso solo immaginare cosa debba essere vedere questo film, con i suoi minuti in più e il suo doppiaggio originale, in una sala Imax. Lo scroto alieno. Puro Cinema. Tecnicamente il passo avanti è clamoroso: siamo a soli due anni dal film precedente ma la chiarezza delle animazioni e delle textures, la precisione delle collissioni e la simulazione della realtà sono teravolte migliori. I poligoni dei protagonisti sono aumentati a dismisura, le animazioni facciali sono ridicole tanto sono impressionanti, la camera durante i combattimenti è ora posta molto più lontana e ogni movimento è perfettamente seguibile e riconoscibile: il cambiamento nelle coreografie di combattimento è simile a quello che corse tra il primo e il secondo Batman di Nolan. Prima c'era una confusione di metallo ad alta velocita, tutto un blur: adesso ci sono nitidi scambi di botte da orbi di metallo. La produzione poi non si prende troppo sul serio: qualche settimana fa i ragazzi della ILM raccontarono di computer fusi o esplosi per la mole di lavoro necessaria al rendering del film, Megan Fox ha rilasciato una quantità di dichiarazioni sulle proprie tette e durante tutto il film viene ampiamente sfottuta per essere una gnocca senza cervello, lei sta al gioco. Bay stesso non si nasconde mai. Bisognerebbe poi scrivere una pagina a parte per gli effetti sonori, sono sensazionali e avvolgono lo spettatore tra esplosioni e il tipico rumore della trasformazione. Ci sarà un Transformers 3? Facile. Cosa dovrà esserci in Transformers 3? I Dinobots e Unicron. Me Grimlock, badass!!! I am Optimus Prime, and I send this message to any surviving Autobots taking refuge among the stars: We are here. We are waiting.
hellbly @ 03:20 | commenti (3)(popup) | commenti (3)
venerdì, giugno 26, 2009 | in : cinema e tv
The Spirit: mi aspettavo fosse brutto, e per questo non ero andato a vederlo al cinema, non ho mai creduto che Miller senza balia potesse dirigere un vero film, e in effetti non può. I lettori del blog conosceranno The Spirit perché ogni tanto parliamo della sua ultima incarnazione a fumetti per l'editore DC Comics, un fumetto eccellente nonostante non sia un fan del personaggio e tenda a non leggerlo veramente; è comunque storia del fumetto e piace saperlo vivo e vegeto. Il film è pacchiano, Miller ricorre al suo sincitystyle cercando di farne un marchio di fabbrica e finendo per dimostrarsi privo di idee e incapace a mettere in video la sua visione artistica: non si possono fare due film esteticamente uguali quando l'impronta visiva sia così fortemente caratterizzata e riconoscibile, il secondo ne esce automaticamente sconfitto. Denny Colt è Wolverine, ha un fattore di guarigione eccezionale che gli permette di risorgere ed essere massacrato di botte e proiettili riprendendosi in un momento; Denny Colt è Batman, lui difende la sua città ed è ossessionato da essa. Denny Colt è The Spirit, e nonostante Miller si impegni a tenere il tono sopra le righe per proporre il verso scanzonato più proprio delle storie a fumetti, finisce invece per risultare stranito e insensato: inoltre continuo a ripetere, Samuel Jackson ha rotto il cazzo.
hellbly @ 23:25 | commenti (popup) | commenti
giovedì, giugno 25, 2009 | in : cinema e tv
Legend of the Bog: la traduzione più corretta di ''bog'' è torbiera. Ciò detto l'Irlanda è un'unica grande torbiera, in queste torbiere si trovano una quantità incredibile di mummie preistoriche semiconservate: queste mummie hanno la cattiva abitudine di andarsene in giro incazzate. Per fortuna c'e' Vinnie Jones, Mr. Hunter che li caccia senza pietà distruggendoli. Un giorno un archeologo specializzato in bog bodies e un fracco d'altra gente si trova per caso a casa di Mr. Hunter, proprio mentre un nuovo zombie-non zombie si risveglia incazzato. Vinnie Jones apparirà complessivamente per dieci minuti, il film è una vaccatona inutile buona per qualche risata.
hellbly @ 00:23 | commenti (popup) | commenti
martedì, giugno 16, 2009 | in : cinema e tv
The Horsemen: comincerei con Ziyi Zhang, anni 30, nel film interpreta una diciottenne. Il suo personaggio dice di essere stato adottato all'età di 8 e di aver vissuto 10 anni con la famiglia, quindi 18; hai voglia a essere cinese ma a dimostrare 12 anni di meno si fatica. Nota a margine: ieri ho visto il trailer di 17 again, la Zhang sembra una diciottenne più di quanto Efron, 22anni, sembri un diciassettenne. Divago perché sul film c'e' poco da dire: l'amico regista svedese, famoso autore di video, al suo secondo film non lascia memoria di sé. Dennis è Dennis, qui in un ruolo pesantemente drammatico di thriller poliziesco con serial killer con vaghe reminescenze di Seven. Dennis è un detective, vedovo con due figli che ignora; incappa in una serie di efferatissimi omicidi rituali largamente basati sull'Apocalisse cristiana, indagando scoprirà un orrorifico legame tra le vittime degli omicidi e......  The Horsemen soffre di un problema tragico, è prevedibile, le mille sorprese che la sceneggiatura avrebbe voluto disseminare sono telefonate con minuti di anticipo: nonostante questa grave pecca l'atmosfera non manca, anzi, è un film molto teso e forte, concitatissimo specialmente nel finale. Parlando del finale non si può fare a meno di notare alcune incrongruenze e una quantità di trame lasciate sospese e inspiegate, molto fastidioso in un film da cui non ci si aspetta certo un seguito.
hellbly @ 00:19 | commenti (popup) | commenti
domenica, giugno 07, 2009 | in : cinema e tv
Terminator Salvation: alla fine il film è divertente ma avrebbe dovuto essere molto migliore. Il franchise creato da Cameron è stato costantemente maltrattato, gli ultimi due film sono stati entrambi divertenti ma tristemente manchevoli d'immaginazione e carattere: Rise of the Machine fu messo in mano a quello scemo del film con i sottomarini e Bon Jovi, il risultato fu parallelo a quando Batman passò alla regia di quello scemo omosessuale di Schumacher; Terminator 3 fu ampiamente criticato ma lungi dall'essere un insuccesso. Terminator Salvation è il primo di una trilogia annunciata, avrebbe dovuto essere un sicuro hit; un pò come la serie tv di recente produzione riuscita a sopravvivere una stagione e mezzo prima di venir brutalmente cancellata per insopportabile e offensiva bruttezza. La ricezione di Salvation è stata insospettabilmente ma prevedibilmente negativa: i commentatori esteri e le recensioni lo trattano come peggiore di Rise of the Machine, il seguito è (non dico) in dubbio (ma quasi) nonostante la produzione sia stata fatta iniziare parallelamente, anche a causa di alcuni problemi legali sui diritti di distribuzione. Il problema di Terminator 4 è il suo regista, quel gran pirla di McG: quell'emerito stronzo autore dei film sulle Charlie's Angels, due dei più brutti film della storia. Rispetto ai suoi standard Salvation è un'immane passo avanti, la mancanza di personalità e creatività del regista si ripercuotono pesantemente su ogni scena: le sequenze d'azione sembrano tutte rubate a qualche altro film, le citazioni dai precedenti Terminator valicano frequentemente l'aspetto ''omaggio'' per finire nella copia spudorata. La prima volta che vedi il Terminator prendere un pugno e meccanicamente riportare la testa in asse: quello è entusiasmo; la terza volta, nello stesso film: quella è mancanza di idee. Christian Bale torna alla sua versione magra e sofferta, la sua performance manca dell'intensità a cui l'attore ha abituato i suoi fan; migliore il lavoro svolto da Sam Wothington, per altro vorrei contare i minuti su schermo: mi sembra facile affermare che sia lui il vero protagonista. La sua carriera è pronta a esplodere, l'Avatar di Cameron sta per uscire. Il resto del cast prevede il giovane Kyle Reese, interpretato dallo stesso attore (sembra impossibile) che ha fatto Checov nell'ultimo Star Trek: sicuramente può migliorare; poi ci sono una serie di personaggi femminili e spalle di colore la cui presenza è una nuova offesa: la figlia di Ron Howard è la moglie di Connor, praticamente non la si vede e la sua caratterizzazione è anni luce lontana dal canone (che la vedrebbe come una guerrigliera e seconda in comando, qui presentata come una donnicciola da the con le amiche), sicuramente per colpa del regista e non sua; la coreana-americana Moon Bloodgood è l'altra donna, quella di Worthington: è una modella, non un'attrice, potreste averla già visto nell'ultimo Street Fighter o in Pathfinder. Poi c'e' Common, sì, neppure lui è un attore: è un rapper. Da un regista che si fa chiamare McG, e non è nero, non ci si potrebbe aspettare altro. Almeno Arnold ha concesso i diritti per l'uso della sua immagine e in ben due riprese potrete vedere un culturista austriaco con la faccia del Governor stampata sopra: il momento migliore di tutto il film. Eppure è divertente: tanta roba che esplode, tantissima roba che esplode, un sacco di robot. Tra qualche giorno uscirà Transformers 2: tantissimissima roba che esplode e un sacchissimo di robot, e il ricordo di Terminator 4 passerà da ''divertenete'' a ''dimenticabile''.
hellbly @ 11:19 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
giovedì, giugno 04, 2009 | in : cinema e tv
Gran Torino: Walt Kowalski è un all american, vive nella periferia depressa di Detroit, ha lavorato 50 anni alla catena di montaggio della Ford e, se la mia interpretazione della storia americana non è sbagliata, si è fatto volontariamente tre anni di guerra in Korea (nel film dice di aver servito per 3 anni, anche ammesso che non fosse volontario fin da subito, la coscrizione allora durava un massimo di 24 mesi). Certo: è polacco di origine, ma per gli hmong appena immigrati è più americano della gomma da masticare. Certo: Walt mastica solo tabacco ma ci siamo capiti. Walt è da poco diventato vedovo, disprezza i suoi figli e ancor di più i suoi nipoti, in definitva non gli piace quasi nessuno: a parte ovviamente il suo labrador, Daisy. Molti commentatori hanno provato a definire Gran Torino un action movie, fermandosi a elogiare l'interpretazione di Clint Eastwood, a 4 anni da Million Dollar baby, in forma di ritorno all'ispettore Callahan; a mio avviso si fatica molto a definirlo un action movie, assomiglia molto a quei film razziali che andarono tanto di moda negli anni '80: ''Colors'' per dirne uno, manca l'elemento poliziesco ma tutto è incentrato sulle gang, essere in una gang o starne fuori, il razzismo, viverlo o superarlo, e l'amicizia, in questo caso presentata nell'originale forma del rapporto sviluppatosi tra l'inizialmente intollerante Walt e la comunità di vicini hmong intorno a lui. E' vero, nel corso del film Clint si esibisce in un paio delle sue famose espressioni rompi ginocchia, sguardo sadico e assetato di sangue, la voce come il sussurro che ho sempre immaginato nel Dark Knight di Miller: ''get off my lawn'', peccato che avendolo ancora fresco nella mia memoria ''lawn'' mi faccia subito venire in mente plants vs zombies. Non prendetemi male, Clint Eastwood ha prodotto un altro colosso di narrazione, rappresentazione e interpretazione: non ho potuto neppure pensare di andare a vederlo al cinema e mi sono costretto ad aspettare un'edizione non doppiata per godermelo in tutta la sua eastwoodosità; è un film eccellente, ed è un film ancora una volta diverso dai precedenti: nuovo tema, soprattutto nuovo tono. Lo hanno paragonato a Callahan, non sono d'accordo: Walt è Gunny, ancora più invecchiato. Lo spirito è lo stesso, c'e' humor e comicità implicità nei dialoghi gretti, ignoranti e fobici: il rapporto con il giovane Tao è poi molto simile a quello con l'allora giovanissimo Mario, differenze culturali qui e generazionali là. Bruscamente come Walt il film vira in un istante, la violenza irrompe nel quadretto famigliare e il messaggio finale rassicura gli animi: non sono convinto del messaggio cristologico, accanto a me come sempre si piangeva copiosamente, io sono rimasto invece perplesso. E' il finale a non avermi convinto, troppo chiaro e prevedibile: il percorso psicologico di Walt è descritto con troppa pienezza e l'attesa diventa solo un allontanamento dell'emozione finale, la si pregusta troppo presto e finisce per essere non al proprio apice durante il contemporaneo culmine del film. Gran Torino è fantastico, meraviglioso ed emozionante; la canzone sui titoli di coda è straziante e, francamente, oltre al ritorno di Clint come attore, vederlo tornare come cantante mi ha davvero toccato. Non ci giurerei perché non ricordo troppo bene i Ponti di Madison County ma dovrebbe essere dal 1982, Honkytonk Man. gentle now the tender breeze blows
whispers through my Gran Torino
whistling another tired song
hellbly @ 01:13 | commenti (popup) | commenti
martedì, giugno 02, 2009 | in : cinema e tv
Tomb Raider Ascension: non è un videogioco ma non lo troverete neppure su imdb. E' un fan-movie di un'ora che racconta una storia della giovane Lara Croft. E'... ammirevole (stavo per dire ''brutto''). Lara Croft e' brutta... volevo dire ''particolare''.  
hellbly @ 11:48 | commenti (popup) | commenti
lunedì, giugno 01, 2009 | in : cinema e tv
Push: ingiustamente maltrattato e floppato nelle sale, Push è un divertente film d'azione e superpoteri sulla falsa riga di Jumper e Heroes ma migliore. Il budget piuttosto contenuto si vede negli effetti speciali e nelle location, la carenza economica mette in risalto la buona sceneggiatura e il concept originale (vi ricordo il fumetto prequel di pregevole fattura realizzato da Wildstorm-DC) tutto incentrato su variazioni ben sfruttate di tematiche note. C'e' una società segreta internazionale che da anni arruola a forza e condiziona giovani nati con superpoteri, il distintivo principale di Push in questo senso è la netta categorizzazione, scientifica, dei poteri: ci sono quindi i Movers (telecineti), i Pusher (mezza via tra telepatia sola andata e ipnotismo), Watchers (vedono il futuro) e via dicendo. Oltre agli effettivi della società segreta c'e' tutto un bosco underground di fuoriusciti, scappatai o scartati, gente nascosta che vive tenendo il profilo più basso possibile. Tra questi c'e' il protagonista, Chris Evans, ex-Human Torch: il suo personaggio è ben strutturato, non è un figaccione e non è uno sfigato, è qualcuno da troppo tempo abituato a vivere aldisotto delle proprie possibilità e finito per immedesimarsi nel biasimo circostanziale di una hong-kong lurida e maldestra. Poi c'e' Dakota Fanning. Buffo e assurdo: la giovane attrice è classe 1994, ha perciò 15 anni, nel film però è già costretta a ringiovanirsi e interpretare una tredicenne. Dicevo: il film è divertente, le scene d'azione sono simpatiche e fortunatamente ridotte, l'intreccio si svolge soprattutto sul piano dell'inganno e dei modi per sfuggire a persone che vedono annusano il passato e vedono il futuro. Tante buone idee, un seguito sarebbe apprezzato.
hellbly @ 12:37 | commenti (popup) | commenti
sabato, maggio 30, 2009 | in : cinema e tv
Dead Snow: frequentando assiduamente le giuste comunità è impossibile perdersi certe produzioni minori internazionali a sfondo horror, questa commedia con zombie norvegese è in giro dall'anno passato (in uscita sul suolo americano in questi giorni) con un'edizione dvd appena rilasciata. Non l'avevamo guardata prima perché, a occhio, pareva essere una cazzata: sono però stato conquistato dalla pubblicità con Linni Meister e ieri mi sono deciso a recuperarlo. E' una cazzata. E' una via di mezzo tra un porno ed Evil Dead 2: la trama e le scene sembrerebbero quelle del secondo, la qualità è quella del primo nella sua variante più squallida anni '80. Sei coppiette vanno in vaganza in una casetta dispersa da qualche parte in norvegia, durante la seconda guerra mondiale in quella zona un gruppo di soldati tedeschi fu massacrato dai locali: per qualche motivo sono diventati zombie. Nel corso del film assisteremo a un amputazione e a un combattimento con motosega, ci sono persone strappate fuori dalla casa attraverso la finestra: potrebbero essere citazioni, se fossero un paio, così ripetute sono la dimostrazione che l'amatorietà del prodotto è svestita persino della propria originalità. Fosse stato un porno sarebbe stato molto meglio, ci fosse stata Linni Meister sarebbe stato ancora molto meglio. E' brutto e non vale neppure per farsi due risate con gli amici.
hellbly @ 10:38 | commenti (popup) | commenti
martedì, maggio 26, 2009 | in : cinema e tv
The Midnight Meat Train: se non ne avete mai sentito parlare c'e' un perché. Secondo Clive Barker questo ottimo film è stato stroncato da Lionsgate per motivi politici, sul sito di Barker linkato al titolo potete trovare la lunga storia: la sintesi essenziale è che si tratti di un ottimo action-horror tratto dall'omonimo racconto breve di Barker, premiato e apprezzato nei vari festival del genere, misteriosamente maltrattato in fase di release. E' anche il primo film americano di R.Kitamura, il regista giapponese esploso agli onori della cronaca con Versus, seguitissimo qui sul blog e costantemente denigrato per ognu suo film successivo, o quasi. Lo pensavamo disperso e defunto, eccolo saltare fuori negli USA, frenetica estasi creativa e attore-feticcio per eccellenza nel villain Vinnie Jones. I soldi fanno bene, il budget americano permette a Kitamura di mettere in scena diverse sequenze altamente splatter, spettacolari e violente, allo stesso tempo riesce nella rarissima impresa di esportare fuori casa una regia crossover capace di mescolare l'aberrazione orrorifica a carismatiche scelte d'inquadratura con eleganza e disinvolta ricercatezza. Protagonista della storia è un giovane artista-fotografo, per caso si imbatte nel mistero misterioso di un serial killer da metropolitana (Vinnie Jones), lo segue e comincia per lui un viaggio nell'incubo. La sceneggiatura non è proprio originale, è un classico di Barker quindi aspettatevi trovate anni '80 a piene mani: Vinnie Jones non parla mai, sono i suoi occhi, la sua postura e le sue azioni a dare vita a una notevole interpretazione forte di alcuni momenti di reale tensione e sorpresa. Il migliore complimento che si possa fare: è un film giapponese fatto in america.
hellbly @ 23:15 | commenti (popup) | commenti
venerdì, maggio 22, 2009 | in : cinema e tv
Hachiko Monogatari: tra qualche mese le sale internazionali vedranno proiettare il remake americano di questo film giapponese del 1987 nel quale si racconta la vita esemplare di Hachi, cane akita protagonista di una straziante storia di lealtà e amore. Tatsuya Nakadai interpreta il prof. Ueno, rinomato agronomo (o qualcosa del genere, non mi intendo molto di agricoltura e non saprei ben definire il suo ruolo) e insegnante: un suo studente di vecchia data decide di regalargli un cucciolo. Nakadai, che magari qualcuno ricorderà nel ruolo di Kagemusha tanto per dirne uno, offre una delle sue interpretazioni più carismatiche e sopra le righe: Ueno è stimato e rispettato, sua moglie è la tipica donna giapponese di fine ottocento e non gli dà molta soddisfazione, ha appena scoperto che sua figlia è un pò una zoccola e un pò un'infantile stronza, improvvisamente questo grazioso batuffolo peloso arriva e colma la sua vita di tutto quell'amore e riconoscenza che la sua famiglia fa invece mancare, in abbondanza. Ueno è come me, se potesse si porterebbe il cane in uno zainetto sulla schiena: lo coccola, gli fa il bagno, lo ama più di tutta la sua famiglia e li getterebbe tutti giù dalla torre senza un pensiero. Il problema di Ueno è però un altro, la sua salute non è così forte come appare: Ueno prende il treno tutti i giorni per andare a lavoro, torna la sera; Hachi lo accompagna al mattino e lo va a prendere la sera. Un giorno Ueno parte e muore. Hachi lo aspetterà per sempre. Il giappone pre bellico vedrà in questa vita di dedizione e rispetto il simbolo sotto cui educare la gioventù di futuri kamikaze tanto da erigergli una statua in bronzo DURANTE la sua vita. Hachi morì nel 1935, la statua fu eretta del 1934. La statua fu poi distrutta per le esigenze dell'industria di guerra, e successivamente ricostruita: ancora oggi la si trova davanti all'ingresso della stazione di Shibuya. Il regista Seijiro Koyama non è tra i giapponesi famosi all'estero, questo suo film è stato sicuramente l'apice della carriera: pluripremiato e apprezzatissimo in terra patria, un blockbuster esportato con successo in tutto il mondo (tranne l'Italia). E' un film molto bello con trovate artistiche impreviste e appassionanti come la bellissima scena del passaggio temporale tra l'Hachi cucciolo e l'adulto, o l'agilissima sequenza delle attese alla stazione capace in pochi minuti di dare la rappresentazione di una routine scolpita a fuoco nella memoria del cane: chiaramente il film commuove alle lacrime, il cane è delizioso, l'attore protagonista è straordinario e il regista dimostra un coraggio che oggigiorno manca.
hellbly @ 23:40 | commenti (popup) | commenti
sabato, maggio 16, 2009 | in : cinema e tv
Castle (episodi 1-10 prima stagione completa): cominciata in sordina e più volte sull'orlo di prematura cancellazione, con una seconda stagione annunciata solo all'ultimo, la più recente produzione poliziesca di ABC è sopravvissuta solo ed esclusivamente grazie al talento dell'uomo-eroe conosciuto come Nathan Fillion e all'amore dei suoi fan. Romanziere di successo in crisi creativa, Richard Castle, famoso e pieno di conoscenze, riesce a costringere la più brillante e bella detective della polizia di NY a prenderlo come consulente esterno nei suoi casi. Castle la vuole immortalare come protagonista del suono nuovo romanzo. Ovviamente lei all'inizio lo odia, poi si intenerisce e in un attimo scatta quel qualcosa che rese grandi Bruce Willis e Cybill Shepherd. Lei è Stana Katic, comparsa di serie tv e cinema, al suo primo ruolo importante. Sono il primo ad ammettere che gli sceneggiatori di Castle abbiano una grave carenza di idee e profonda difficoltà a presentare indagini di polizia con la stessa forza dei campioni del genere, sono però agili nei dialoghi: il resto è tutto Nathan Fillion. Uomo ed Eroe.
hellbly @ 16:58 | commenti (popup) | commenti
venerdì, maggio 15, 2009 | in : cinema e tv
Mega Shark Vs Giant Octopus: conoscerete e ricorderete tutti The Asylum, la famigerata casa di produzione americana specializzata nei cosiddetti ''mockbuster'', film fotocopie a basso budget tra la parodia non comica e l'estrema serietà di contemporanei blockbuster. Qui sul blog ai tempi di I Am Legend circolò il loro I Am Omega. Indeciso se frequentare anche gli altri titoli, particolarmente tentato da Transmorphers, mi sono cacciato a guardare uno dei loro saltuari prodotti originali. Altra caratteristica delle produzioni The Asylum è l'impiego di attori/celebrità di serie B (se non propriamente meteore) immediatamente riconoscibili da tempo dimenticati: potrebbe tentarvi alla visione sapere protagonisti del film l'ex-teen singer Debbie Gibson..... sì, neppure a me dice niente: sono andato a vedere su youtube, ho ascoltato i due pezzi più famosi ''Foolish Beat'' e ''Out of the Blue'' e continua a non dirmi niente (forse non è mai stata esportato fuori dagli USA)... potreste essere molto più tentati dalla prepotente interpretazione di un parrucchino al nero di seppia globalmente arcinoto come Lorenzo Lamas, IL renegade. A differenza di un certo film visto qualche giorno fa di cui non faremo più parola e condanniamo il nome, Mega Shark vuole essere stupido e non si vergogna: fa decisamente ridere se visto con lo spirito giusto e, pur restando una cagata pazzesca, può essere spunto simpatico per una serata ignorante. La storia: la bella oceonografa sul suo simpatico sottomarino giocattolo assiste allo scongelamento dei ghiacci polari, a furia di spaccarsi il ghiaccio rivela e immediatamente libera due mastodonti preistorici rimasti lì imprigionati dall'era glaciale. I due mostri non godono dello stesso spazio, il Mega Shark è chiaramente il più attivo e nemico dell'umanità: il suo cibo preferito sono gli incrociatori militari e, di tanto in tanto, gli aerei di linea IN VOLO. Oh Snap!, che tradotto potrebbe essere Oh Cazzo ma non suona bene uguale: l'immagine dello squalo gigante che salta fuori dall'acqua e piomba sull'aereo in volo mentre un passeggero guarda fuori dal finestrino, lo vede, e fa a tempo a dire Oh Shit, è da annali. Peccato per lo scontro finale, peccato si tratti di 2-3 secondi di animazione amatoriale ripetuta a oltranza (ma facendo attenzione a orientarla una volta verso destra e una verso sinistra): madeletto Lorenzo Lamas, sono sicuro che il suo compenso sia stato inversamente proporzionale al numero di poligoni dello squalo.
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giovedì, maggio 14, 2009 | in : cinema e tv
Fringe (episodi 1-20 prima stagione completa): il numero delle serie tv americane in giro sul Grande Inverno si è drasticamente ridotto nel corso dell'ultimo biennio; le serie poliziesche mi hanno rotto, a parte qualche episodio di Criminal Minds ogni tanto non le guardo più, con un'unica particolare eccezione il cui finale di stagione vedrò domani, con post a seguire. Le serie comiche peggio che andar di notte, nonostante sia spesso esilarante How I Met Your Mother non mi spinge a ritornare le settimane successive. In particolar modo schifo Lost. Produttivamente parlando Fringe è una bizzarria: è stata la serie americana più vista tra quelle orientate a un pubblico adulto, è stata anche una serie sul punto della cancellazione e con una seconda stagione totalmente incerta e confermata solo di recente; poi è successo Star Trek. Abrams è troppo scaltro per essere definito un genio, è eccezionalmente versato nello sfruttamento del marketing e riesce a prevedere le reazioni di mercato e i gusti del pubblico con infallibile rapidità: mentre la campagna pubblicitaria di Star Trek montava, lasciò trapelare l'indiscrezione di Nimoy coinvolto in un ruolo piccolo ma decisivo sul finale di stagione di Fringe. In un lampo furono introdotti in sceneggiatura alcuni particolari, fino all'esplosione di trekkismo del penultimo episodio: fate caso alle date, il suddetto episodio e il fimo sono usciti a due giorni di distanza. Normalmente queste furberie mi irriterebbero, nel caso di Abrams: chapeau. L'aggressività mediatica porta i suoi frutti.
La serie è una rivisitazione di X-Files, a una prima occhiata: evirata tutta la misticheria aliena, horror o pseudofantastica, in Fringe l'obiettivo è la fantascienza. In un lampo, dal momento della sua creazione, Fringe è diventata sinonimo (o almeno a palesemente pubblicato il termine in questa accezione) di scienza estrema ai limiti e oltre la fantascienza. La Marvel ha raccolto la palla al balzo, sarebbe meglio dire Warren Ellis, e ha realizzato un nuovo gruppo di X-Men dedito alla fringe science (leggere The Astonishing X-Men per il riferimento). Fenomeni apparentemente inspiegabili causati da invenzioni/scienziati pazzi: l'FBI reagisce e crea un team ufficiale che indaghi su questi casi; ovviamente il concept prevede che tutti i coinvolti abbiamo mille e più segreti, motivi e background adeguatamente modellabili sul proseguire della sceneggiatura. In questo senso Fringe non si distacca dal resto, tanti misteri e allusioni si inseguono creando teorie e sospesi: la sorpresa e la non banalità di Abrams è che, alla fine, almeno i misteri principali della stagione vengono spiegati. La sensazione sembra quella di avere un gioco a carte scoperte, piuttosto che girarci intorno per troppo tempo la storia spiega una rivelazione magari non impressionante o stupefacente ma funzionale al processo degli episodi successivi e alla spiegazioni dei non detti e delle mezze verità. Per sentito dire pare che anche in Lost l'approccio sia virato in questa direzione. Lasciamo perdere gli attori, le musiche di Giacchino: solo una parola sugli attori, c'e' il tizio di Dawson e come il tizio di Heroes fa la sua porca figura di professionista. Fringe funziona bene, c'e' spazio per un'interessante seconda stagione, non saprei per quante altre dopo. Sicuramente è la nuova serie più interessante in America.
hellbly @ 23:20 | commenti (popup) | commenti
domenica, maggio 10, 2009 | in : cinema e tv
Dragonball Evolution: di film brutti ne ho visti tanti, quasi sempre volontariamente. Spesso un brutto film può essere un film divertente. Mi chiedo se in Fox abbiano pensato a un effetto The Producers, produrre qualcosa di realmente orrendo perché più redditizio di qualcosa di solo mediocre. Non sono un fan della serie, né di Toriyama: ho letto il manga e visto il cartone, abbastanza. Chow Yun-Fat è nel film, è un mio eroe, spero muoia prima di seppellirsi sotto altra merda. Basta, il film è brutto, talmente brutto da.
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venerdì, maggio 08, 2009 | in : cinema e tv

Star Trek: Ah! We came in peace, shoot to kill, shoot to kill, shoot to kill... in repeat come colonna sonora nel tragitto casa-multisala. Al cinema un silenzio surreale, di cui per altro mi sono reso conto solo dopo: religioso e devoto, il miglior pubblico mai visto in un cinema italiano dall'alba dei tempi; nessun cosplayer, nessun sotto la ventina abbondante: uomini con gli occhi sgranati e la bocca semi aperta, rapiti dallo stupore e dalla meraviglia, un fiero senso di fratellanza virile e non omoerotica verso l'amico vicino in condivisione dello stesso galattico entusiasmo. Quando cominciarono a circolare le prime immagini fui gettato nello sconforto: il tizio di heroes, le polemiche con shatner, il glitter e photoshop; quel merdone di Abrams, il fesso di Alias e Lost, appropriatosi della divina trinità per farne una commedia per teenagers. L'ostilità andò consumandosi a botte di trailer, ho prenotato i biglietti per l'anteprima come primo del mio campanile. Abrams, il genio di Cloverfield e Fringe, l'uomo che darà a Roland sicura giustizia. Ok, genio no: però un uomo di grande entusiasmo e sicuro nella sua visione di cosa sia figo, avidamente capace di fregarsene dell'originalità a ogni costo, pronto a saccheggiare non solo il mito trekkiano ma anche qualsiasi altra fonte disponibile pur di dare vita a quella visione, la visione di ciò che è Figo. Abrams ha preso il manual dei facts di Star Trek e l'ha seguito alla lettera, ha dato ai fan ciò che i fan anelavano: l'uomo in rosso con le armi DEVE morire, Archer non è mai esistito però in fondo sì, LA presa, il teletrasporto,  il paradosso temporale, la realtà alternativa, persino Pike; Abrams, Orci e Kurtzman: la sceneggiatura è perfetta, le battute sono quelle e ci sono gli echi della storia in esse, le scene sono semplicemente giuste. La cura e lo studio di ciò che fa di Star Trek, Star Trek, e la passione di qualcuno che si diverte a fare il proprio lavoro e ha la fortuna straordinaria di riuscire a conciliare le esigenze e ottenere il massimo. Cosa si poteva chiedere di più? Volevate Spock, ce ne dà 2. Avete sempre sognato di vedere il Capitano Kirk pestato a sangue, magari avrete sognato Shatner pestato a sangue: Pine è un buon surrogato, viene pestato di brutto e spesso. Heroes è una serie stupida, Zachary Quinto è il pirla che si chiama come l'orologio: eppure sembra nato per essere Spock, nel senso di Nimoy, non so quanto si debba essere esercitato a fare il sopracciglio, è uguale; avere Nimoy, quello vero, accanto a sé ha spinto l'attore, non si può chiamarlo diversamente, a imitare l'originale, con personalità e fede. Pine non è Shatner, nessuno può essere Shatner perché è un uomo da sempre in bilico tra ridicolo (frequentemente) e culto: Pine è un nuovo Kirk, non è lo stesso e ci sono profonde e radicate ragioni di sceneggiatura per questo, ogni scelta è motivata; essendo impossibile replicare Shatner, e non volendolo fare, il film si è imbastito nel realizzare una gigantesca differenza nel background del personaggio permettendo, giustificando e incoraggiando lo sviluppo di un'interpretazione alternativa: è Kirk, non è Shatner. Apparentemente impossibile. Karl Urban nella parte di Bones McCoy è leggermente sacrificato, è spesso presente, gode di scene di qualità ma è l'inevitabile spalla necessaria a tutti i principali nessi tra le scene, la sua caratterizzazione viene leggermente costretta a ruoli meccanici e, pur amato dalla produzione, è leggermente discosto. Zoe Saldana potrebbe apparire su uno di quei poster dell'evoluzione umana, messa accanto a Nichelle Nichols darebbe il maggiore contrasto tra passato e futuro: la bellezza di colore anni '60 e quella di cinquanta anni dopo è abissalmente diversa; francamente il raffronto è arduo, l'originale Star Trek fece propria la forza delle nuove idee, si batté per la diversità di razze e cultura, la cultura del futuro era un calderone di fratellanza senza tradire le origini. In realtà però erano gli anni '60 e i personaggi femminili, per quanto estremi, non possono in alcun modo essere equiparati a quelli attuali. Non a caso è l'unico personaggio a guadagnare e non rispettare gli originali rapporti di forza e potere nel cast. I due attori che interpretano Sulu e Chekov godono di ampio spazio e caratterizzazione, sono bravi e sono fortunati perché posso aggiungere ai propri personaggi più degli altri, possono permettersi di aumentare senza modificare. Simon Pegg nel ruolo di Scotty, offre alcuni momenti comici: è un attore comico, è lì per questo; altera molto il senso del personaggio originale, in un certo senso lo tradisce ma nell'economia del film funziona e anche bene. Lasciamo stare Eric Bana, fa il cattivo: non è Khan, è pesantemente truccato; l'attenzione del film è talmente focalizzata sui suoi protagonisti da lasciare troppo poco spazio all'antagonista, è inevitabile, avrebbe dovuto durare due ore di più. Avrebbe proprio dovuto. Parliamo di Michael Giacchino, parliamo dell'Enterprise si innalza attraverso gli anelli di Saturno: colonna sonora impareggiabile, theme rispettato e onorato sui titoli di coda, il resto tutta materia originale di concitante forza emotiva.

Space: the final frontier. These are the voyages of the starship Enterprise. Its ongoing mission: to explore strange new worlds, to seek out new life-forms and new civilizations; to boldly go where no one has gone before.

hellbly @ 15:42 | commenti (3)(popup) | commenti (3)
mercoledì, maggio 06, 2009 | in : cinema e tv
Sexual Parasite Killer Pussy: l'anno passato ha visto l'uscita dell'americano Teeth, ne parlammo. Oggetto della storia il mito orribilmente reale della vagina dentata. Nel lontano 2004, il grande regista giapponese Takao Nakano, famosissimo per le trasposizioni live-action di Urotsukidoji, diresse un film che potrebbe essere stato la fonte d'ispirazione non citata di Teeth. La versione ''originale'' giapponese non prevede però semplicemente appuntiti dentini nascosti all'interno di un'innocua, gradevole, vagina. No, i dentini giapponesi sono attaccati a un super vermone-larva parassita che si annida nel corpo attaccato alla vagina e, stimolando l'appetito sessuale del'ospite, viene a sua volta stimolato dall'attività sessuale che ne stimola l'appetito spingendolo a spingersi quasi in superfice e nutrirsi ghiottamente degli sfortunati uccellini. SPKP è un trash-softcore-horror: nel corso dell'oretta di durata il parassita passa agilmente da un'ospite all'altra, non vi spiego come faccia, mostrando anche una discreta predilezione per le maggiorate. In privato può essere fonte di masturbazione, in compagnia di risate (e magari successiva masturbazione in privato).
hellbly @ 12:01 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
domenica, maggio 03, 2009 | in : cinema e tv
How to Lose Friends & Alienate People: tratto dall'omonimo libro di memorie, diretto da un esordiente con un passato di documentari anche di successo, dovrebbe essere (memoria non filmografia alla mano) il primo film americano importante da protagonista di Simon Pegg. Quest'ultima è l'unica informazione rilevante: Simon Pegg è quel gran attore inglese reso internazionalmente famoso da Shaun of the Dead, anima di alcuni dei più divertenti film degli ultimi anni, pronto al grande passo di carriera nel tentativo di superare la sua faccia da perdente di qualità inglese e unirsi al carrozzone di sicuro successo americano, sarà (è) infatti l'amato Scotty nel nuovo Star Trek. Il film non è granché, niente di memorabile: l'idea è quella del giornalista inglese di insuccesso, famigerato per disprezzare le star del cinema, che viene assunto dalla grande rivista americana, si piega al vile denaro e comincia a leccare il culo alle star per il successo, scopre l'amore e si ricrede. Niente di impegnativo, figlio del Diavolo Veste Prada, sopravvive grazie alla naturale comicità di Pegg frequentemente impegnato, sfortunatamente, in pantomime alla Mr. Bean. Ieri sera, dopo averlo visto, ero più contento: ripensandoci a ore di distanza lo ricordo sempre più come una delusione, non inaspettata forse ma sempre fastidiosa.
hellbly @ 12:15 | commenti (popup) | commenti
lunedì, aprile 27, 2009 | in : cinema e tv
Geisha Assassin: altrimenti noto con il più evocativo titolo di Geisha vs Ninja, è il film del 2008 esordio alla regia per Go Ohara, famigerato per essere stato l'action director di dubbie perle come Death Trance e Onechanbara the Movie. Una geisha cerca vendetta contro gli assassini del padre, all'inizio non è molto forte ma, dopo aver battuto qualche samurai, qualche ninja, qualche bonzo, qualche indiano americano giapponese, riuscirà a migliorare e portare a termine la propria missione. Dura poco più di un'ora ed è fatto con due soldi, lo si può tranquillamente accostare a una produzione home video americana: stessa qualità, stessi motivi di profonda ignoranza per guardarlo. Non ci sono tette quindi pecca fatalmente.
hellbly @ 22:50 | commenti (popup) | commenti
giovedì, aprile 16, 2009 | in : cinema e tv
Ichi: non ci crederete ma l'anno scorso alcuni giapponesi hanno ben pensato di realizzare un nuovo film dedicato a Zatoichi. Un'idea simile, dopo l'impareggiabile esperienza di Kitano, era destinata chiaramente a un destino di infamia. La geniale idea della produzione è stata di variare il tema e trasformare Ichi in una donna, idea per altro neppure originale essendo già stata utilizzata nella serie Crimson Bat. Sapendo certamente di incorrere in un fiasco concettuale i produttori hanno compensato buttando nel calderone nomi altisonanti e componendo un cast normalmente di tutto rispetto: i cattivi sono interpretati da Shido Nakamura e Riki Takeuchi, Takao Osawa è coprotagonista maschile. Bullseye. Il ruolo principale è di Haruka Ayase, starlette televisiva e idol. Nessun dubbio sul risultato. Perché sono andato a guardare un film così evidentemente condannato a fallire? Per il suo regista: Fumihiko Sori. Voi forse non lo ricorderete ma il suo esordio fu con il successo di Ping Pong, passato poi alla produzione gli è dovuto il merito di aver permesso la rinascita di Appleseed con il film in cg (primo della storia JP) del 2004, tornato alla regia e alla sceneggiatura con il clone di gran successo Vexille. Una carriera eccentrica fatta di pochi titoli tutti importanti nella recente produzione cinematografica giapponese: gli era dovuta anche un pò di fiducia per questo progetto. E' andata male, Ichi è una porcheria fatta di nulla che, per di più, copia spudoratamente lo stile degli effetti speciali del Zatoichi di Kitano; abominevole in ogni sua parte è semplicemente da dimenticare.
hellbly @ 22:16 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, aprile 15, 2009 | in : cinema e tv
The Wrestler: per essere quanto più sincero possibile vi racconterò quanto segue. Sono stato fan del Boss per anni, direi esattamente fino (compreso) all'album The Ghost of Tom Joad: certamente non uno dei suoi migliori ma era abbastanza. In teoria la sua carriera avrebbe dovuto finire là, nel 1995. Sembrava fosse finita là. Tutte le uscite pubbliche successive furono un delirio di vestiti da mafioso e dichiarazioni da cafone del New Jersey. Nel 2002 approfittando del lutto mondiale uscì con il suo return-album ''The Rising'', per anni avevo dibattuto a suo favore in tutte le discussioni sul suo presunto svendersi commerciale: ora dovevo arrendermi. Ho sempre detestato Rourke, guardavo i suoi film solo perché c'era spesso della gnocca. Ho cominciato ad apprezzarlo quando iniziò e finì con il pugilato, da Man on Fire probabilmente: una cosa recente. The Wrestler mi è subito piaciuto, come idea, prima ancora di vederlo. E' il mio tipo di storia. Aronofsky però mi sta sulle palle, ho disprezzato o non capito quasi tutti i suoi film specialmente dalla svolta mistico-simbolica: fui entusiasta quando rifiutà Batman. Tornando al Boss, la canzone ''The Wrestler'' è una lagnona patetica. Rourke è patetico. Aronofsky è sicuramente patetico dentro. Contestualizzate il tutto, mescolatelo insieme, tirate fuori The Wrestler, guardatelo ed è un tripudio di melodramma, è stra-patetico. E' anche un gran film che ha meritato tutto l'interesse riscosso, sia come produzione tutta sia per l'interpretazione del suo protagonista: che poi il ruolo gli sia stato ritagliato addosso e che tanta recitazione sia forse più esperienza di vita che altro poco importa, sarebbe come criticare un autobiografia romanzata. L'importante è che sia bello. E' bello. Rourke è Randy ''The Ram'' Robinson, glorioso wrestler sessantenne costretto da anni ai circuiti minori, ben oltre il declino, decisamente a fine corsa: il successo e il clamore degli anni buoni non gli conta più un soldo in tasca, i dolori e gli abusi fisici lo costringono a pagare un prezzo di tormento costante e perenne affaticamento, è un uomo distrutto e non particolarmente originale. Ha una figlia che non ha mai voluto conoscere, è solo e frequenta uno strip club, lavora saltuariamente per arrotondare le scarse entrate dai suoi incontri. La routine è schifosa ma, al peggio non c'e' limite, arriva un simpatico infarto e l'ordine tassativo dei medici di smetterla con il wrestling. La routine tra gli incontri diventa tutta la sua vita e, causa la paura di morire, si trasforma presto in una riconrsa a sistemare e rappezzare gli errori di sempre: buttato fuori dal ring e dal circo dello spettacolo, Randy prova a riappropriarsi dei valori e delle cose che contano nella vita reale. E' un drammatico, non è un mistero che The Ram sia un cavernicolo assolutamente non tagliato per vivere come una persona normale: ogni sua azione è una cazzata, l'umanità del personaggio è tale da permettere che se ne renda conto, comincia allora la rincorsa a cambiare se stesso per ottenere in premio un karma più positivo. E' un drammatico, non è possibile. Il finale è prevedibile, come tutto il film per altro, l'ottima realizzazione lo salva da ogni commento negativo: tutto succede e finisce come richiesto, il ring e il pubblico, la vita e la famiglia. Aronofsky non inventa molto, replica senza troppa fantasia il primo Rocky: c'e' però superba cura nella sceneggiatura, una quantità di scene anche piccole e brevi ma piene di dettagli e amore per il personaggio e per il suo ambiente. La realtà dietro la finzione della scena, le convention, i gadget e il merchandise: il wrestling viene forse presentato in maniera un pò troppo buona rispetto a quanto non sia realmente, presumibilmente, il cameratismo solidale risulta un pò eccessivamente partecipe e sembra proprio di trovarsi a guardare una storia di circensi piuttosto che di lottatori. E' comunque raro che un film senza cani riesca a trasmettere tanta carica emotiva senza buttarla sull'omoerotismo sportivo, sul razzismo o la voglia di vincere; nonostante tutti i suoi difetti, un pò come il Boss, il film rappresenta quel pò di patetico che vorremmo facesse parte della nostra vita, magari non di tutta ma piacevolmente una volta ogni tanto.
hellbly @ 00:47 | commenti (popup) | commenti
sabato, aprile 04, 2009 | in : cinema e tv
Death at a Funeral: Fran Oz dovrebbe dirigere solo commedie, smetterla con il resto. Il suo talento è sulla commedia, qui riesce a realizzare una commedia inglese con fondi americani portando a perfetto compimento la sua natura anglo-americana. Lo stile è quello tipico alla 4 Matrimoni e 1 Funerale, una famiglia e il suo gruppo di amici si incontrano per un evento sociale, iniziano i guai, i fatti improbabili, si svelano altarini. Si ride moltissimo, gli attori sono tutti perfetti in questi ruoli al chiuso.
hellbly @ 19:47 | commenti (popup) | commenti
sabato, aprile 04, 2009 | in : cinema e tv
I Now Pronounce You Chuck and Larry: divertente commedia del duo Dennis Dugan - Adam Sandler, già apprezzati in alcuni dei migliori film di Sandler come Happy Gilmore e Big Daddy; la trama racconta di due vigili del fuoco, un vedovo con due figli, e il sessuomane Sandler: i due fingono di essere gay, si sposano e mettono in scena la vita della coppia omosessuale per garantire al primo alcuni vantaggi dal fondo pensionistico dello stato di New York. Ad aiutarli l'avvocato Jessica Biel. L'andamento è prevedibile, i toni sono perfetti, mai troppo volgari, mai troppo delicati: si ride e ci si diverte, i buoni sentimenti vengono tenuti nel cassetto fino all'ultimo e Sandler fa il suo, l'altro attore ancora non sono riuscito a inquadrarlo.
hellbly @ 19:42 | commenti (popup) | commenti
venerdì, aprile 03, 2009 | in : cinema e tv
Yes Man: rapidamente chiusa la parentesi horror di Number 23, Jim Carrey torna a recitare in un ruolo più congeniale al suo pubblico; la trama di Yes Man ricorda, molto, quella del vecchio Bugiardo Bugiardo: un uomo abituato a dire sempre di no incontra Terence Stamp e stringe con lui un patto di sangue, da questo momento in poi risponderà ''sì'' a qualsiasi richiesta. La premessa è semplice e i risultati sono chiaramente spassosi, Carrey non ha bisogno di un gran copione per far ridere: il suo talento espressivo e i suoi tempi comici restano impeccabili. Il regista è quello della commedia poco commedia poco riuscita con Jennifer Aniston e Vince Vaughn, un nome dimenticabile; il tutto è tratto da un romanzo-diario autobiografico, presumibilmente alcuni degli aneddoti potrebbero essere basati su fatti realmente accaduti: Jim Carrey scoprirà la gioia di vivere, l'amore, farà un sacco di soldi. Poi arriva il rovescio della medaglia, l'amore sembra perso, la premessa va adattata, ecco ritorna l'amore. E' il solito film comico di Jim Carrey, si guarda e colma gli spazi tra un film controtendenza e l'altro.
hellbly @ 10:02 | commenti (popup) | commenti
domenica, marzo 29, 2009 | in : cinema e tv
Ong Bak 2: un giorno qualche giornalista tailandese scriverà un libro su Tony Jaa nel quale verrà raccontata la storia del povero tailandese ignorante, innocente e non troppo brillante, sopraffatto da inaspettato successo mondiale, spinto in un mondo per il quale era impreparato e portato alla pazzia. Succede alle star hollywoodiane e alle popstar dal ghetto, pensate alla stessa situazione proiettata sul Tarzan degli elefanti. A discapito del suo titolo Ong Bak 2 non è il seguito di Ong Bak, volendo è addirittura meno correlato di quanto non avrebbe potuto essere Tom-Yum-Goong. Probabilmente avrete letto delle difficoltà produttive legate a questo film... pensavo potessero essere stunt pubblicitari, dopo averlo visto sono pronto a credere che abbiano raccontato solo una minima parte di tutti i problemi causati dalla follia di Tony Jaa. Il punto focale è il seguente: quale idiota avrebbe affidato al sensazionale acrobata mascherato da guerriero muay thai la regia di un film? Nel giro di un niente Tony Jaa portò la produzione fuori tempo e fuori budget, scappò nella foresta e si nascose vivendo tipo piagnoso santone per circa 2 mesi; la versione ufficiale conclude la storia con un incaricato dei produttori, tanta amicizia e simpatia, un nuovo regista: secondo me hanno scordato di menzionare minacce di morte e violenza non fittizia ai danni del povero Tony. La trama del film è uno spasso: mi immagino questi poveri tailandesi a guardare in tv vecchi film americani, cinesi e giapponesi, sognando un giorno di poter vivere tutte quelle storie. Tarzan, Guerre Stellari, qualunque film d'arti marziali cinese o giapponese, una quantità di idiozie e demenze, scene e idee comprese e adattate da bambini di cinque anni con pià soldi di quanti riescano a gestire. E' favoloso vedere una serie di scene senza nessi tra loro, strisciare senza direzione un'ora dopo l'altra dimostrando una volta per tutti che la volontà, senza talento o preparazione, non basta per un cazzo. Tutto questo penoso spettacolo resta aperto e senza fine, il povero Tony e il suo rimpiazzo non sono riusciti, con i pochi soldi rimasti alla produzione, a realizzare un finale: tutto rimandato a un possibile, probabile ma non certo, Ong Bak 3. Finiamo con il peggio: i combattimenti. Niente muay thai acrobatico, Tony Jaa si esibisce principalmente in combattimenti all'arma bianca, in un pò di kung fu.... kung fu... perché kung fu? A un certo punto spunta fuori persino una katana. Niente ossa rotte, manca la sensazione che i poveri tailandesi abbiano realmente venduto la propria integrità fisica per qualche soldo. 
hellbly @ 22:42 | commenti (popup) | commenti
giovedì, marzo 26, 2009 | in : cinema e tv
Marley and Me: l'adattamento cinematografico del best seller autobiografico (ixb) di John Grogan è uscito in America lo scorso giorno di Natale, nonostante si tratti di un considerevole blockbuster la distribuzione Italiana lo prevede in sala con cinque mesi di ritardo. Giusto in tempo per l'uscita del dvd USA. E' la prima regia di David Frankel dopo il successo planetario de Il Diavolo Veste Prada, chiamato a confermare il proprio talento opta per la scelta sicura di una sceneggiatura banale, priva di soprese e mancante di quel tono arguto e umano che avevano dato corpo all'ossatura della storia-con-cane originale. Il film è nettamente spaccato in due parti, la prima maggiore della seconda: Marley cucciolo e adulto, festoso e combinaguai, contro Marley vecchio, triste e commovente. A parte il frenetico monologo di Wilson a un terzo film circa, la sintesi tragicomica della sua vita sparata a raffica come gli articoli della sua rubrica, che merita menzione per l'idea e la rappresentazione, tutto il resto galleggia ai margini della consuetudine, senza spendere energia e lasciando che la trama infallibile trascini le emozioni dello spettatore. Degli spettatori, plurale: famiglia. Il film è stato un successo, perfetto film natalizio: non è durato molto al botteghino ma ha ripagato i produttori garantendo la linea piatta ma continua sulle tre carriere principalmente coinvolte nella realizzazione. Non esiste niente di più emozionante di un cane, in questo caso dell'esercito di cani impegnati nelle riprese: sfortunatamente, pur non potendo dire che deluda, il film annoia e frastorna. I dialoghi, l'interpretazione degli attori: sembra di guardare qualcosa vecchio di venti o più anni, tipologie e dinamiche comportamentali talmente collaudate e note che nessun essere umano vero le può vivere senza pensare di essere come il patetico protagonista di un film. Andate ad abbracciare i vostri cani, specialmente se già in là con gli anni; buttate fuori a calci i vostri gatti e adottate un cane; rammaricatevi per non potervi permettere di avere un cane. Tutti gli altri si fottano, solo dog people qui.
hellbly @ 23:51 | commenti (popup) | commenti
martedì, marzo 17, 2009 | in : cinema e tv
The Inhabited Island (part 1): C'e' un calamaro spaziale. Sissignori, non due, non tre: UN calamaro spaziale. Il calamaro spaziale. Meglio di Sovereign, meglio dei Falchi d'Argento e meglio di Dogora. Il film comincia con lo straordinario calamaro spaziale, a bordo del calamaro spaziale c'e' il sosia del protagonista di Laguna Blu. E' un film di fantascienza ma sembra di andare indietro nel tempo, di guardare il primo Dune o lo scifi anni '80. Ripartiamo con ordine: qualche anno fa anticipai, me lo voglio dire da solo, il fad di Daywatch-Nightwatch, il gothic fantasy russo che per qualche settimana sembrò lanciare la cinematografia di Putin sul panorama internazionale. Per fortuna floppò. I russi ci riprovano, questa volta buttandosi sulla fantascienza e trasformando in due film il romanzo omonimo, noto all'estero come ''Prisoners of Power''. La prima parte è uscita l'anno scorso, la seconda sta uscendo/è uscita in questi giorni: sembra di guardare qualcosa prodotto venti o trenta anni fa, sia per il livello della tecnologia impiegata sia per lo stile stesso del fare cinema, rappresentativo e narrativo. Il biondone con i ricci è un giovane esploratore sfaccendato, precipita su un pianeta sconosciuto abitato da gente triste e povera, governata da un'oligarchia militare severa e violenta, è tutto sporco e inquinato. L'ideona, ogni storia fantascientifica ne ha una, è questa: due volte al giorno alcune, su scala globale, viene trasmesso un impulso radio-mentale. La maggior parte della popolazione risponde venendo presa da una frenesia patriotica, canta marcette e pesta i diversi, una piccola minoranza svicola il controllo mentale soffrendo però dolori terribili: Biondi Ricci è immune, diventa subito un eroe. Potrebbe essere un filmino amatoriale prodotto con un paio di computer, il risultato ha attratto lo spirito di alcuni appassionati di slipstream: credetemi, è una porcheria e non val la pena scongiurarne la prematura scomparsa. I russi sembrano aver fatto dei passi indietro rispetto al precedente exploit internazionale.
hellbly @ 22:39 | commenti (popup) | commenti
venerdì, marzo 13, 2009 | in : cinema e tv

Watchmen: l'adattamento cinematografico dell'opera seminale di Moore.... scrivere ''seminale'' e Moore insieme mi diverte molto pensando all'autore... è solo una parte, benché centrale, nel complesso progetto multimediale sviluppato da Warner Bros. La neonata sussidiaria dedicata al mercato dei videogiochi ha rilasciato, contemporaneamente all'uscita del film, il primo di una (prevista) serie di giochi via digitale dedicati a raccontare avventure degli eroi precedentemente al film, all'epoca d'oro, o silver delle loro storie pre-clandestinità. Abbiamo parlato del videogioco, una porcheria. Parallelamente al film live action è stato prodotto un cartone animato dedicato alla vicenda-inserto contenuta negli albi originali di Watchmen, le celebri Tales of the Black Freighter: il cartone uscirà direct-to-dvd a brevissimo, successivamente verrà sviluppata una supposta limited edition dei due film intersecati alla maniera del fumetto originale. Le edizioni dvd e affini si preannunciano già da ora una croce per i fan. A tutto questo si aggiunge, oltre al vario merchandise, una docu-fiction intitolata Under the Hood e puntata sugli eroi Golden Age dell'universo di Watchmen, quei Minutemen predecessori degli Watchmen. L'impegno produttivo è stato evidente, costoso e imprevedibilmente curato. Il regista di 300 torna a cimentarsi con un'adattamento a fumetti, il suo stile si è perfettamente definito: l'attenzione all'impatto visivo, adattato ai diversi cromatismi del passaggio tra Miller e Gibbons, conferma la mania per il dettaglio saturante che colma l'immagine di effetti, filtri e oggetti impedendo allo sguardo dello spettatore l'assorbimento di tutto l'insieme nelle sue parti, costringendo ad agognare un fermo immagine e un rewind. I titoli di testa sono emblematici e già un cult , mal che vada il film saranno per sempre annoverati tra i migliori del loro piccolo mondo; la rappresentazione narrativa segue lo stesso ragionamento, istantanee si susseguono tra flashback e visioni, lo svolgimento dell'azione tra una fotografia e l'altra è affidata a rallenty o accelerazioni improvvise: il combattimento non rispecchia nelle mosse quello di 300 ma le movenze e il concetto sono i medesimi. La fedele trasposizione del fumetto viene solo saltuariamente abbandonata in nome di immagini più forti e moderne: il sangue e lo splatter sono originali della pellicola e mostrano una macabra e divertita prepotenza della violenza sul dramma, il senso è semplice e raffinano; gli eroi sono psicopatici, sociopatici, laddove Moore poteva permettersi pagine e pagine di dialoghi e monologhi, a Snyder è richiesto un approccio più rapido e movimentato. Ecco perché lo spappolamento indiscriminato di corpi diventa importante per la caratterizzazione psichiatrica dei presunti ''eroi''. Allo stesso modo il dramma decostruttivo di Moore sarebbe stato troppo grigio per una sala che, pur essendo blandamente rated, si aspettava pullulante di ragazzosa umanità: ecco allora l'elemento tragicomico, la battuta un pò sciocca e il sorriso di troppo. Offensivi per Moore ma estremamente funzionali sul grande schermo. Ovviamente l'autore si è dissociato dalla produzione, lo fa sempre, guardatelo: sembra l'allenatore dell'Inter, schiavo del proprio personaggio. Ben più interessante è stata la gravosa disputa legale intorno ai diritti di proprietà e adattamento cinematografico di Watchmen, contesi dalla Fox e alla fine sistemati, tra gaffe e rivelazioni improbabili, con la concessione di una quota sugli introiti dal botteghino. L'unico grosso cambiamento alla storia è il finale, Snyder deve aver pensato che, per quanto irresistibile, l'idea conclusiva originale fosse vagamente troppo anni '80, meglio sostituirla con un pò di scinza-fringe e lasciare il resto invariato. Sono rimasto per altro contrariato dalla scelta di adonizzare Nite Owl 2, l'eroe con la pancia si è trasformato in un macho un pò sfigato ma sempre macho... a proposito di macho e citando il grande Carletto: ''ehi amico, che gran pacco!''... oppure Mina ''i mille cazzi blu''. Lasciamo perdere. Il film funziona, gli attori un pò meno.

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mercoledì, marzo 04, 2009 | in : cinema e tv
Punisher - War Zone: questa volta parliamo del film, il secondo film del Punitore all'interno del nuovo corso cinematografico Marvel. Ricordate quel bellissimo film intitolato King Arthur e il suo protagonista, Dagonet? Il tizio del bambino, l'ascia, il lago ghiacciato? Thomas Jane è stato mandato a casa, niente più Punisher per lui: a breve dovrebbe cominciare a circolare anche in Europa il suo ultimo successo Mutant Chronicles, qui sul blog ne abbiamo parlato l'anno scorso; torniamo a Dagonet. Fisicamente è perfetto, ci sono alcune scene, alcune inquadrature, sembra di guardare una tavola della fantastica seria Max: esteticamente il personaggio è fortemente calcato sull'immagine per l'imprint più maturo di casa Marvel, a livello di sceneggiatura e atmosfere, invece, è un fermento di Marvel Knights. Non a caso è esattamente il logo a salutare gli spettatori a inizio film. Sempre Garth Ennis ma nella sua versione più odiosa. Il film però funziona: è un Punitore splatter, quello con i pugni che sfondano facce e una certa predilezione per l'omicidio spettacolare, circondato da media umanità tra cui spiccano l'inetto poliziotto Soap, affiancato a una versione demenziale di Microchip e a gansters sopra le righe come un Jigsaw che sembrerebbe rubato al The Mask di Jim Carrey. Il film scivola tra la tragedia e la farsa, il risultato è imprevedibilmente interessante e sorprendente.
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martedì, marzo 03, 2009 | in : cinema e tv
Transporter 3: per la terza volta di Jason Statham come Frank Martin la produzione ha decisamente tirato i remi in barca, Besson come sempre ne scrive la storia ma all'interno della rotazione volta a portare continuamente nuovi registi francesi agli onori della cronaca, questa tocca Olivier Megaton, uno che non rivedremo. Il budget è chiaramente ridotto, probabilmente a causa dei soldi mai rientrati dopo il flop del secondo episodio: per quanto stupido il 2 propopena un'ininterrotta continuità d'azione, ed è proprio l'azione a mancare invece in questo terzo e, probabilmente, ultimo capitolo. Il personaggio di Frank Martin è sempre stiloso e cool, il modo ricercato del parlare, la cura per il vestiario, la calma: a livello di dialoghi e recitazione questo Transporter offre il meglio, a discapito delle botte nei denti e delle esplosioni. I combattimenti sono molto brevi, Corey Yuen ne cura ancora una volta le coreografie ma anche qui si nota la riduzione economica possibile e la necessità di ripetere gli stessi stunt senza poterne provare o architettare di nuovi; va meglio sul versante ''guida'', probabilmente grazie a fondi neri forniti dall'Audi che, grazie a Transporter 3, non avrà più bisogno di un solo spot pubblicitario: l'Audi di Frank è indistruttibile, va sempre, va da dio. Sempre in tema di risparmio economico: ad affiancare Jason Statham una non-attrice, una che Besson avrebbe incontrato per strada e scritturato su due piedi. Momento Più del film è la sparatoria finale nel treno, c'e' una sequenza eccellente di colpi messi a segno da Frank con calma glaciale nel caos infernale di proiettili sparati alla cazzo dai suoi avversari. La trama gira intorno a un complotto politico-economico, protezione ambientale e scorie mortali, una donna misteriosa e braccialetti esplosivi dritti dritti dal Running Man. Il biennio 2007-2008 è costato molto alla carriera di Jason Statham, un film di Uwe Boll, un film con Jet Li a mezzo servizio, Death Race.... Transporter 3 tutto sommato lo riporta agli inizi del suo successo, in attesa che Crank 2 polverizzi ogni dubbio e lo renda a noi come uomo-eroe. 
hellbly @ 01:20 | commenti (popup) | commenti
giovedì, febbraio 19, 2009 | in : cinema e tv
Red Cliff 2: uniformandomi con piacere all'opinione collettiva, è quasi con una lacrima da amico ritrovato che concludo la visione di Red Cliff trepidando per scrivere ''John Woo è tornato''. Non è hard boiled ma c'e' Tony Leung, l'ultimo simbolo ancora puro del cinema sino-hongkonghese, è stato ''costretto'' ad accodarsi al filone dell'epica storica che da sei anni a questa parte domina l'impegno produttivo calamitando tutti i maggiori talenti, il regime, i soldi, l'universo e tutto il resto. Siamo alla fine della dinastia Han, la Cina sta per entrare nel favoloso periodo dei Three Kingdoms, di Dinasty Warriors. Indietro per il blog troverete quanto scrissi alla fine del primo Red Cliff che, nel caso non ricordiate, non è un film diverso ma è semplicemente la parte prima di questo progetto molto alla moda in stile Eastwood-Che Guevara, variazione sul tema della trilogia. Cast all-star composto dai buoni Tony Leung, Takeshi Kaneshiro, Lin Chi-ling e Zhao Wei opposti al malvagio-pazzo Zhang Fengyi. Shido Nakamura è il guest giapponese che, come nella migliore tradizione americana della spalla di colore, ha scritto in faccia il proprio destino. La trama in soldoni è la versione cinese dei 300 spartani: c'e' un esercito sterminato contro un manipolo di eroi. C'e' tutto quello che questa nuova tradizione di cinema ci ha insegnato ad aspettarci: spettacolari coreografie belliche con scudi e falangi, una varietà di eroi tormentati, un pò di cg pacchiana e una grandeur di decori e scenografie impressionanti; John Woo però non si limita a copiare Yimou, ci mette del proprio e lo trasmette e concentra tutto nell'atmosfera e nel polso della narrazione: è tutto più veloce e molto meno drammatico, c'e' molta giocosità e pochissimo spazio al panorama mozzafiato con uomo contemplativo annesso. La seconda parte risulta meno efficace rispetto alla prima, si perdono dei pezzi per strada e l'impressione diventa presto certezza: avrebbe dovuto essere ancora più lungo, a metà film sembra che Woo si accorga di aver lasciato indietro troppi personaggi e sottotrame, improvvisamente ributta tutto e tutti nella mischia finale perdendo completamente quello stravagante gusto videoludico che nella prima parte aveva visto esaltanti scotri tra esercito vs guerriero-esercito. Alcune scene durano troppo e alcuni personaggi continuano a restare in campo nonostante il loro ruolo sia giunto a termine, i contratti di alcune superstar potrebbero aver inficiato il naturale svolgimento della sceneggiatura: l'esempio è quello di Takeshi Kaneshiro e Zhao Wei, in questa seconda parte concentrano la propria funzione e presenza tutta in una serie di scene iniziali, finite le quali, logicamente parlando, i rispettivi personaggi avrebbero semplicemente dovuto farsi da parte e lasciare spazio a quelli dei combattenti; Woo li trascina avanti per motivi economici, che siano poi dovuti agli spettatori o agli attori difficile a dirsi, arrivando in certe parti ad ammazzare il ritmo del film interrompendo il dinamismo di certe lotte sfrenate solo per spostare l'inquadratura su uno dei due e farli in qualche modo partecipi del momento. Non lo sono e l'arresto nel godimento dello spettacolo diventa fastidiosamente percepibile. Allo stesso modo la grande battaglia navale a base di fuoco e fiamme sembra giustificarsi nell'estenuante durata solo al fine di spendere tutto il budget di cg preventivato: quante volte si può guardare una nave speronarne un'altra ed esplodere in fiamme prima che la cosa diventi noiosa? Direi due, alla terza mi stavo già rompendo... immaginatevi alla decima. Resta un gran bel film, migliore nella sua prima parte.
hellbly @ 17:02 | commenti (popup) | commenti
giovedì, febbraio 19, 2009 | in : cinema e tv
The Day the Earth Stood Still: non è in lizza per il peggiore film di fantascienza, neppure per il peggiore remake, il regista di Emily Rose ne esce però male; non si può dare tutta la colpa a Keanu Reeves né all'odioso figlio di Will Smith. La sceneggiatura e la sua rappresentazione portano quasi tutto il peso dell'indecisione tra film d'azione e quello socialmente impegnato, la menata con il cattivo governo degli stati uniti e il povero alieno che viene disposto a ragionare ma ultimamente deciso a sterminare i parassiti umani si spengono dietro la cg di Gort e la pensatona delle nano-locuste. Il cast è comunque pietoso con la moglie di Hulk chiaramente candidata a esserne il peggio.
hellbly @ 12:16 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
lunedì, febbraio 09, 2009 | in : cinema e tv
Taken: li ammazza tutti. No, non voglio rovinarvi il finale del film: la certezza della omnimorte è assicurata fin dal principio, lo dice chiaramente, lo fa. E' il ''come'' a fare tutta la differenza. La potenza di Taken è tale che da oggi smetterò di prendere per il culo Luc Besson, per sempre: basta facili ironie sulla sua presenza in tutti i film d'azioni francese, basta; Besson ci ha dato un action hero, Jason Statham, ora fa ciò che gli incidenti della vita e della carriera ci avevano tolto: rinasce (transitivo) Liam Neeson come l'ACTION HERO. Niente Shindler, niente Rob Roy: Liam Neeson è Brian, ex-agente segreto in pre-pensionamento, un ex-moglie stronza e una figlia trascurata negli anni delle avventure con cui disperatamente vuole allacciare un rapporto. La figlia, diciassette anni, devide di fare un viaggetto europeo al seguito degli U2: maledetto Bono, lui e la sua genia di mitomani idolatri; non fa in tempo a uscire dall'aeroporto che viene rapita da una banda di albanesi della tratta delle bianche. Brian prende l'aereo. Brian scende dall'aereo: i francesi cominciano a morire, gli albanesi cominciano a morire, altre etnie cominciano a morire. La trama potrebbe ricordare vagamente quella del Man on Fire di Tony Scott, una grande differenza: la regia di Pierre Morel. Il regista di Banlieue 13, District 13: l'abbiamo visto qualche mese fa. Perché questo regista in quattro anni abbia fatto solo due film è impossibile dirlo, è un genio: Liam Neeson a 56 anni, è in perfetta forma, ha 56 anni. Neeson fa le sue scene, e le sue scene sono eccellenti e le può fare perché il regista, che è un esperto di sequenze d'azione, le disegna applicando la perfezione alla realtà: l'implacabile fretta di Neeson è l'archetipa forza inarrestabile che si scontra contro la brodaglia gelatinosa della criminalità, non la taglia, non la buca, la toglie dall'esistenza. Parliamo di un intero film gestito e organizzato intorno all'assioma definito da Clint Eastwood negli Spietati: ''Sto uscendo... se vedo qualcuno lo ammazzo, se qualcuno si azzarda a spararmi addosso non uccido solo lui.... gli ammazzo anche la moglie .. e tutti i suoi amici ....e gli brucio anche la casa.''. In Taken, Liam Neeson gli ammazza anche il cane. In tutto il film c'e' una sola esplosione, si spara relativamente poco: non ce n'e' bisogno, Liam Neeson può spezzare il collo in due mosse a chiunque, è credibile mentre lo fa, vuoi che lo faccia mentre lo fa e mentre lo fa vuoi che lo faccia ancora e di più, lo fa. C'e' qualcosa di straordinariamente diverso nell'azione messa in scena da Morel, eseguita da Neeson, qualcosa che apre un fossato di differenza tra questa produzione francese sicuramente a budget relativamente alto e gli equivalenti interni e d'oltreoceano: intelligenza. L'azione non è per sé, è finalizzata alla violenza e la violenza è lo strumento per raggiungere nel modo più veloce ed efficace il risultato voluto dal protagonista: c'e' un senso di misura e di assoluta necessità in ogni inquadratura e gesto, niente viene sprecato e la semplicità della narrazione e della sua rappresentazione registica e attoriale si congiungono in un'esaltante e indimenticabile inseguimento dove la qualità della direzione consente di avere attori espressivi e capaci in ruoli che rimarranno nella memoria tanto per la drammaticità quanto per l'erotica violenza.
hellbly @ 23:42 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
venerdì, gennaio 30, 2009 | in : cinema e tv
Outlander: ne è passato di tempo da quando Jim Caviezel si faceva fustigare e crocifiggere per il diletto del pubblico americano, oggi la sua carriera è inesistente e disperatamente abbarbicata all'imminente remake del Prisoner (produzione che, nel frattempo, ha perso per strada soldi e speranze). Un paio d'anni fa fu Pathfinder, la lotta tra Vichinghi e Indiani, oggi è Outlander, la lotta tra Vichinghi e Alieni. Regista esordiente ma accreditato del prestigioso ruolo di sceneggiatore per Underworld 3. Non è bruttissimo, tempo addietro mi avrebbe forse divertito, ora c'e' solo da mandare avanti veloce le banalità e guardare le parti sceme sperando in qualche guizzo da b-movie. Sfortunatamente Outlander si prende mortalmente sul serio, Caviezel è un relitto, gli altri attori lasciamoli perdere: una nave spaziale si schianta sulla Terra, dell'equipaggio sopravvive uno solo, Loutlender Caviezel... ah, ovviamente sopravvive anche l'alieno cattivissimo e ferocissimo che casualmente aveva trovato alloggio nell'ampio vano portaoggetti dell'astronave. Quello che succede dopo è inutile da raccontare.
hellbly @ 22:09 | commenti (popup) | commenti
martedì, gennaio 20, 2009 | in : cinema e tv
Ip Man: PI-PI-PI-PI-PI! e PI-PI-PI-PI-PI-PI-PI! e PIPIPIPIPIPIPIPIPPIPIPIPIPIPIPIPIPIPIIPPI!!!! Sarà che sono cresciuto guardando troppi (tutti) film con Bud Spencer e Terence Hill, a ogni modo non riesco a guardare un film senza dover aggiungere nella mia testa degli effetti sonori extra in concomitanza di momenti particolarmente intensi. Il più delle volte nella mia testa, in altri casi anche vocalizzando: ciò spiega la domanda ''con chi parli?'' che mi sono sentito fare, disturbandomi, mentre ero concentratissimo a guardare, da solo, Ip Man. E' una produzione Mandarin Films, gli attori sono quasi tutti di Hong Kong quindi mi sono scelto come audio nativo il cantonese. Alla regia troviamo Wilson Yip, impegnato a rappresentare senza troppa originalità e restando saldamente inquadrato su binari narrativi consueti e conosciuti, la storia di uno dei più celebri maestri d'arti marziale cinese: diciamo subito che ebbe tra i suoi allievi ''persino'' Bruce Lee, e togliamoci il pensiero. La sceneggiatura e la regia di Yip non vanno molto in là e non proprio raramente il tutto rassomiglia all'ultimo grande film d'arti marziali prima di questo, quel Fearless con Jet Li e una trama spesso vicina: prima dell'invasione Giapponese Ip Man è il più forte maestro d'arti marziali, vive senza troppe preoccupazioni; poi c'e' l'invasione e, allo stesso modo della recessione per Cinderella Man, anche lui si trova a dover lavorare a giornata per sfamare moglie e figlio: non cito a caso il film di Ron Howard, alcune scene sembrano traduzioni dirette. Lungi da me criticare Yip, il film è spettacolare, commovente e giustamente melodrammatico: funziona bene e ci sono tante belle scene, è solo l'intelaiatura a essere evidentemente classica/precostruita. Nella parte di Ip Man troviamo Donnie Yen, sul Grande Inverno non lo vedevamo da Seven Swords ma non stupisce vederlo tornare in tutti i blockbuster un pò importanti prodotti in Cina, nonostante una recitazione vagamente monocorde l'attore riesce a trasmettere due o tre emozioni con molta chiarezza e incarna perfettamente lo spirito nazionalista infuso in questa produzione. Sfortunatamente i motivi propagandistici alla base di quasi tutte le produzioni di spessore con soldi Mainland China schiacciano e opacizzano il risultato, il film è talmente vivo e intenso da riuscire a sopravviverne: Donnie Yen avrà poche, interessanti, espressioni ma per questa sua interpretazioni ha migliora il suo bagaglio marziale in modo sontuoso e convincente. Il combattimento si svolge quasi tutto a terra, l'utilizzo di effetti meccanici è limitatissimo e oserei dire esclusivo di certe scene pericolose per motivi puramente di sicurezza e per rendere ripetibile la scena: non siamo in Tailandia, non possiamo semplicemente buttare nuove comparse contro le ginocchia di Tony Jaa e vedere quante si rialzeranno. Il parallelismo Ip Man/Fearless continua anche oltre gli attori protagonisti, anche qui troviamo la spalla business man interpretata da un invecchiato e gonfio Simon Yam, e il nemico finale giapponese, qui portato da Hiroyuki Ikeuchi. A differenza del film di Ronnie Yu, Ip Man è davvero imbattibile: lo vediamo combattere frequentemente, senza risparmio di colpi, serenamente o follemente incazzato, sempre e comunque mai in difficoltà. Nello scontro finale incassa un calcetto e un pugnino, poi parte il PIPIPIPIPIPIPIPIPI e il malvagio giapponese può dire addio alla sua vita; altra differenza è appunto la figura dei giapponesi: qui sono tutti malvagi e stronzi, anche il capo, pur essendo rispettoso, è un verme. Cambiano gli anni, cambiano le sfumature politiche. Il combattimento migliore è ovviamente quello del ''follemente incazzato'', è tutto ossa rotte e giapponesi morti: tutto il film è percorso da ottime scene di lotta, per mantenere vivo l'interesse degli spettatori è diventata evidente la necessità di differenziare realmente gli stili di lotta e rappresentarli con maggiore caratterizzazione e cura. Vediamo davvero del Wing Chun, ed è strepitoso.
hellbly @ 00:18 | commenti (popup) | commenti
venerdì, gennaio 09, 2009 | in : cinema e tv
Max Payne: i veri uomini non leggono Business e Finanza, non perdetevi il minutino di film dopo i titoli di coda. Avrebbe potuto essere un buon film, Mark Wahlberg ha sia la faccia sia l'attitudine giusta e John Moore diresse un bel film con Dennis Quaid: voglio anche subito dire che in Max Payne il film ci sono alcune delle migliori scene con shotgun viste dalla fine degli anni '80. La trama comincia già a essere un problema fin dal background: nel gioco Max è un undercover, nel film lavora ai cold case; tutto il resto viene riarrangiato in quello che agli occhi dello sceneggiatore deve essere sembrato un aggiornamento ai gusti moderni: la mafia italiana viene sostituita da quella russa, cambia (in un certo senso) il nemico finale, e tanti altri piccoli dettagli che avrebbero pute potuto starci se solo non fossero stati pesantemente accompagnati dalle patetiche e demoniche apparizioni in cg. Ogni tanto sembra di trovarsi sul seguito di Constantine. Nel gioco c'erano gli incubi di Max, il sentiero di sangue e la casa, qui ci sono le allucinazioni di Max fondate su misteriose ibridazioni nordico-testamentarie con Angeli-Valchirie dalle ali dorate che però sono nere. Ogni due per tre c'e' una figura alata, un attore isterico, e lo scempio di un progetto che correva sulla corsia giusta. Shotgun, concentratevi sullo shotgun: un colpo al petto e il cattivo vola dodici metri indietro con un rumore morbido e carnoso veramente squisito. Parliamo adesso di Bullet Time: quando giocavo a Max Payne lo usavo in continuazione, se dovevo correre dal punto A al punto B lo facevo in Bullet Time, naturalmente lanciandomi. Nessuno cammina in Max Payne, ci si tuffa e basta. Nel film il Bullet Time praticamente non c'e', fa una comparsata verso la fine in un'unica scena per altro stupida: hai voglia che il fucile automatico non sia preciso ma com'e' che il primo colpo quasi lo becca mentre i successivi vanno a venticinque metri alla sua destra? Guardate, un paio di giorni fa ho guardato di straforo Forgetting Sarah Marshall, un film spassoso di cui non scriverò perché guardato a sbocconi dalla mia ragazza mentre io facevo altro al pc: in quel film c'e' Mila Kunis, quella di That's 70 Show, ed è perfetta per la parte. Ciò detto vederla nei panni di Mona Sax fa ridere, poverina è graziosissima ma è uno gnomo.
hellbly @ 00:07 | commenti (popup) | commenti
giovedì, gennaio 08, 2009 | in : cinema e tv
The Express: è di nuovo quel period dell'anno, quello in cui lo Sport americano si fa grande nei cuori e la parola ''negro'' può essere detta ad alta voce con la commozione negli occhi. E' il momento dell'anno del film amarcord su integrazione e sport, ovvero: ''la distanza tra integrazione e razzismo è lunga un piede''. Voglio divagare un momento: a inizio settimana ho deciso che uno dei momenti migliori dell'anno a venire sarà trascorso sulla poltroncina di un qualche multisala assistendo alla proiezione del film sui GI Joe (l'anno scorso furono i transformers, quest'anno I trust in General Hawk), e un altro leggendo le promettenti 3-4 nuove serie che verranno pubblicate da IDW. Scorrendo il roster dei Joes ho visto nella parte del General Hawk, niente meno che Dennis Quaid. A me piace Dennis Quaid, come mi piace Kevin Costner: ho un debole verso quel tipo di attori. Quindi sono andato a recuperare qualche film persosi nei canali della distribuzione, nel 2008 Dennis è stato il prof arrogante di Smart People e il coach giusto in The Express, film tratto dall'omonima biografia dedicata a Ernie Davis, il primo ''negro'' a vincere il premio Heisman (per gli ignoranti calciofili che dovessero mai leggere questo post potreste paragonarlo al pallone d'oro del il college football), battere l'oppressione con la non-violenza e lo sport e morire giovanissimo di leucemia. E' il tipico film che mi fa odiare un passato di studi, quando avrei potuto andare in palestra, e la mia pancia, quando potrei ancora andare in palestra: è anche il tipo di film che mi ricorda perché la qualità della mia vita sia sensibilmente migliorata da quando grazie a sportitalia posso finalmente vedere di nuovo le partite dello sport più bello al mondo. Lo sport americano, qualunque esso sia. Leggendo le critiche al film noto un particolare nervoso: alcune delle partite descritte non sarebbero in realtà mai state, o almeno non nel modo messo in mostra da Gary Flender (che cinque anni fa sembrava essersi deciso a mollare una carriera non tagliata per lui); queste ''licenze poetiche'' pare siano state prese per mostrare stati del sud USA più intolleranti e razzisti di quanto ufficialmente non fossero, ci sono un paio di scene dove tifosi redneck lanciano bottiglie di birra e improperi all'indirizzo dei giocatori afro dell'illuminata Syracuse (NY) in un'orgia di violenza e stupidità che sembrerebbero quasi i prodomi di un qualche film horror, dove addirittura gli arbitri sarebbero stati garantisti e collusi verso le Unnecessary Roughness ai danni del futuro eroe. Ernie Davis è interpretato da Rob Brown... uhm, dove lo abbiamo già visto? Ah! Certo! Era il primo afroamericano capace di scrivere in Scoprendo Forrester, ed era uno dei giocatori di Coach Carter, il primo afroamericano istruito. Ehm. Questi film sono tutti uguali: fanatici dello sport americano come me=ottimo film, per gli altri è un melenso drammone con banalità.
hellbly @ 20:33 | commenti (popup) | commenti
giovedì, gennaio 08, 2009 | in : cinema e tv
Smart People: Dennis Quaid ed Ellen Page (Juno) sono padre-figlia intelligenti e infelici, lui brillante professore vedovo ora misantropo dal carattere bestiale, lei giovane repubblicana solitaria con serie aspirazioni di venir ammessa in prestigiossimo college. C'e' anche un figlio maschio che si fa i cazzi suoi e nessuno lo caga. Cosa capita? Dennis ha un fratello adottivo classico perditempo di mezza età senza lavoro che vive di espedienti e truffe, Dennis fa un piccolo incidente e incontra al pronto soccorso una ex-sua-studentessa con cotta matura nella persona di Sarah Jessica Parker. Il regista è Noam Murro, israeliano, al suo primo lungometraggio dopo aver prodotto qualche cazza-indie e diverse pubblicità: uomo invisibile. La storia è semplice: il tutto si basa sull'assioma che essere intelligenti implichi essere seriosi e incapaci di relazioni sociali, il primo perché consci dell'orrore della vita e il secondo perché consci dell'orrore degli altri. Mah. Per tre quarti di film abbiamo quindi un Dennis Quaid imbruttito e astioso, ingobbito e storto dalla collera e dall'insofferenza, e una Ellen Page nella sua parte alla Juno in lotta contro tutto e tutti: minuti dopo la famiglia e l'affetto faranno il miracolo; volendo ben vedere il bluff di scarsa profondità di pensiero dell'autore, il tutto gira e si smuove a seguito di a) Il personaggio di Dennis Quaid si fa una scopata dopo anni di seghe/astinenza e riscopre la gioia di vivere; b) il personaggio di Ellen Page si fa una canna e scopre che i suoi pensieri sono solo un rumore di fondo che disturba la televisione. Mah2. Il film è una commedia perché finisce bene, è una tragedia per quasi tutta la sua durata, e una rottura continua. A memoria non ricordo un altro film di Dennis Quaid dove lui abbia la barba per tutto il tempo.
hellbly @ 19:34 | commenti (popup) | commenti
venerdì, gennaio 02, 2009 | in : cinema e tv
Appaloosa: otto anni dopo Pollock, Ed Harris torna per la sua seconda regia, coproducendo e coadattando, nonché interpretando, l'omonimo romanzo western di Robert Parker; niente a che vedere quindi con il film, quasi omonimo, con Marlon Brando di metà anni '60. Da qualche anno a questa parte, pur non potendo parlare di un ritorno di fiamma, il genere western è comunque stato presente in ogni stagione cinematografica americana: spesso dando l'opportunità a qualche attore sul viale del tramonto di ricaricare la propria carriera esprimendo sentimenti personali in quello che è l'ultimo romanticismo esistente, Kevin Costner e Robert Duvall, Pierce Brosnan e Liam Neeson; il pubblico approva, il botteghino conferma: tanto che due anni orsono il tutto porto a due produzioni principali, opposte tra loro ma ugualmente un fiasco, il Jesse James di Pitt e Yuma della coppia Crowe-Bale. Chiusa questa parentesi commerciale-festivaliera il western può tornare a essere ciò che si è trovato a essere, ecco quindi Ed Harris e Viggo Mortensen, insieme a Jeremy Irons e Lance Henriksen. I due protagonisti sono law enforcer, sceriffi a pagamento, killer con il distintivo, assassini prezzolati ammantati di legalità: vanno in un paese in mano a criminali, vengono eletti marshall, ammazzano i criminali, prendono lo stipendio e se ne vanno. Il rapporto tra i due protagonisti è uno degli elementi più originali in questa produzione, non per la dinamica, piuttosto semplice con Ed Harris nel ruolo del pistolero invecchiato e Mortensen nel suo fedele erede, ma per la profondità e la chiarezza della visione: Harris è un pistolero di fama, temuto, evidentemente illetterato con la volontà di imparare anche nella sua tarda età e di migliorarsi, Mortensen è leale e ubbidiente in modi che di solito andrebbero contro l'immagine della spalla cool, alla quale si chiederebbe maschia e onesta ribellione; Mortensen funziona perfettamente, umile, pronto ad assistere e vicino al partner in modi che neppure una moglie potrebbe: tra i due si sviluppa e viene mostrata una perfetta reciprocità, tale da rasentare facili ironie ma perfettamente coordinata e particolareggiata, vero virile cameratismo. Senza parlare, in qualunque circostanza, dalla sparatoria al caffé il personaggio di Mortensen assiste quello di Harris con precisione e familiarità. Piacerebbe leggere il romanzo ma sicuramente la regia sostiene ed elabora il tutto con la massima lucidità, impietosa di tanto in tanto, e diretta visibilità. Però non è una moglie. Ecco quindi entrare in scena l'unico reale personaggio femminile, interpretato da quella cagna della Zelweger che, da un momento all'altro, non si riesce a non immaginarsi pronta a buttare fuori uno dei suoi brevettati ''If you need help, here I am'' di memoria oscariana. Quando entra in scena mi sono detto: ''ecco che il film diventa una merda''; Harris lo fa credere per una mezzora circa poi tira un secco colpo di redini e conferma la bontà della sceneggiatura e la compostezza della narrazione, niente stronzate siamo in un western. Il finale regala qualche attimo di gloria ma il tono piano pervade tutti i minuti del film senza picchi o cadute, esponente di classe del suo genere.
hellbly @ 19:20 | commenti (popup) | commenti
giovedì, gennaio 01, 2009 | in : cinema e tv
Babylon A.D.: ero convinto che non fosse come da più parti descritto, un film di fantascienza con Vin Diesel avrebbe potuto essere un altro Chronicles of Riddick. A me piacque. Invece Babylon è brutto come si dice, stupido come si dice, penoso come non si riesce a dire: inutile e sciocco è privo di trama e azione, è il tipico action francese fatto rubacchiando idee a destra e a manca senza centrarne una. Vin Diesel ridotto alla parodia di sé, inguardabile e triste.
hellbly @ 23:35 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, dicembre 31, 2008 | in : fumetti e libri, cinema e tv, animazione e videogiochi, musica e internet
sapete come funziona... Il Meglio del 2008

CINEMA USA/JP/ALTROVE
-The Dark Knight
-Shoot'em Up
-Iron Man
(My Name is Bruce)

-Dai Nipponjin
-Tokyo Gore Police
-Be A Man! Samurai School

-Mongol
-District B13
-JCVD

ANIMAZIONE SERIE/CINEMA/HOME
-(Zoku) Sayonara Zetsubo Sensei

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venerdì, dicembre 26, 2008 | in : cinema e tv
The Good, The Bad, The Weird: una volta ogni tanto provo a gettare un amo nella bolla esplosa del mio interesse per il cinema coreano, questo giro ho tirato su l'ultimo film di Kim Ji-woon che, dopo i successi di A Tale of Two Sisters e soprattutto A Bittersweet Life, viene a realzzare il suo progetto più importante per impegno produttivo e budget. Lampante come il titolo, il film è un omaggio al cinema western di Sergio Leone: siamo nella desertica Manchuria invasa dai Giapponesi, tra irregolari indipendentisti e bande armate, tre individui si scontrano all'inseguimento di una mappa del tesoro; il buono è un cacciatore di taglie solitario, il cattivo è uno spietato assassino a capo di una delle suddette bande, lo strano è un ladro. Cowboy a cavallo o in motocicletta, spade e pistole, ma anche pezzi d'artiglieria: è circa il 1930 quindi come western affonda gli artigli su una più moderna tecnologia. All'interno del film si susseguono scene reinterpretate dai famosi film o piccoli dettagli nascosti nella baraonda spettacolare delle sue fughe e corse, senza rivelare troppo sappiate che quasi tutti i duelli simbolo della trilogia del dollaro sono in qualche modo rappresentati: è un appeal considerevole per un film che, comunque, soffre per l'eccessiva lunghezza delle sue scene singolarmente ripetitive e stancanti. I protagonisti sono volti noti e non poco, anche a chi segua solo sporadicamente: lo strano è Song Kang-ho, qui in un ruolo dei suoi di tragedia e violenza nascoste sotto l'aspetto goffo e incapace, il cattivo è il bellone Lee Byung-hun di A Bittersweet Life mentre il buono è Jun Woo-sung da Musa.
Non si scappa all'inevitabile e, naturalmente, con l'accrescersi delle pressioni produttive il risultato finale sfigura rispetto ai precedenti lavori del regista: manca l'originalità visiva del suo horror, l'incisività drammatica della sua gangster story, manca persino l'attenzione ai dialoghi e alla comunicazione dei suoi precedenti film; è fracassone e spassoso, troppo lento nonostante l'azione continua, una giostra di combattimenti poco ispirati, musica pop internazionale e corse infinite e faticose.
hellbly @ 14:19 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, dicembre 24, 2008 | in : cinema e tv
Tokyo Gore Police: super bazooka jump, doppia motosega, pistole oculari, wii kill, splatter middle finger rocket punch. Sono solo alcuni dei pregevoli ricordi donati dalla nuova produzione nata dalla rinnovata collaborazione tra Fever Dreams e Nikkatsu, seguito spirituale a Machine Girl e maestoso vento in poppa alla diabolica nave del moderno ''tokyo shock''. Diretto da Yoshihiro Nishimura, celebre special make-up effects artist già autore di tutto lo splatter del succitato e miliare Machine Girl, combattimenti coreografati da Tak Sakaguchi, scritto da Kengo Kaji e interpretato dalla superba Eihi Shiina memorabile interprete di uno dei primi successi internazionali di Miike Takashi, Audition. A sorprendere maggiormente in Tokyo Gore Police non è però la qualità dei sanguinacci, l'ammontare dei geyser di sangue, l'infinita teoria di arti mozzati, l'originalità assurda delle trovate pulp, stupisce l'imprevedibile natura del film, il fatto che sia veramente un film. In Tokyo Gore Police c'e' una sceneggiatura, c'e' interpretazione attoriale, c'e' dramma, c'e' persino la gustosa ambientazione e cura nel mostrare la bislacca società giapponese con polizia privatizzata e feroci mostri assassini. Misteriosamente il film ricorda molto Robocop, il primo Robocop, e non solo per gli spottini sparsi pubblicizzanti prodotti improbabili disponibili al pubblico, anche e soprattutto per l'atmosfera malata di una società in balia della violenza, anzi, dell'iper-violenza. Non voglio dire che non sia ciò che è, uno splatterone gorgogliante di frattaglie e cannibale, dove il macinato d'umani imbratta con tale frequenza l'occhio della macchina da presa che alla fine potreste perfino sentire il bisogno di farvi una doccia: per di più Tokyo Gore Police schifa l'atteggiamento splatter mainstream di Machine GIrl, rifiuta di evitare il troppo estremo per problemi di rating e visibilità; Tokyo Gore la butta su Tsukamoto, tette e cazzi di gomma sono presenti e importanti, e non c'e' esitazione a fondere un pò di metallo in qualcuno dei personaggi. Corruttivo e malsano, è un film coi fiocchi dove si dimostra quanto il crossover sia di pubblico bersaglio sia di possibilità e genere produttivo sia l'ultima frontiera dell'intrattenimento adulto. Il finale promette un seguito e dato il successo che questo genere di pellicole riscuote trasversalmente nel globo non riesce difficile credere che potrà esserci, oggi Tokyo Gore Police impone il nuovo standard dove alla basilare estasi del grottesco e della morte ridicolizzata si impone una briglia di delirio razionale per spingere l'orrore a scivolare sotto la pelle, con piacere.
hellbly @ 18:32 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, dicembre 24, 2008 | in : cinema e tv
Disaster Movie: segnalazione prioritaria, questo film è il peggiore della sua specie, assolutamente da evitare, trattasi di serio candidato al titolo di più brutto film della storia.
hellbly @ 00:17 | commenti (popup) | commenti
lunedì, dicembre 15, 2008 | in : cinema e tv
My Name is Bruce: non potevo arrivare a 3 anni di attesa per vedere il coronamento della Bruce Campbell's Way, mi sono ridotto a guardare un fottuto screener (per altro di buona qualità), e mi sono goduto, stra-goduto ogni stronzo minuto. Il film è in giro per i festival da un paio d'anni, solo da novembre in ''selezionate'' sale americane: che film è? Beh, praticamente è il JCVD di Bruce Campbell. L'uomo, l'eroe, il Re interpreta se stesso: viene rapito da un fan esagitato e portato nella cittadina di Gold Lick per sconfiggere un maledetto demone cinese. E' semplicemente il più bel film di Bruce Campbell da quando è fallito anche il suo ultimo tentativo di successo con Bubba, è il risultato di una presa piena sulla propria vita, sulla propria carriera e su tutto il non cinematografico che più di ogni altra movie-star la circonda: Bruce Campbell è come Mark Hamill, è e sarà sempre Luke Skywalker. No, volevo dire: Ash. Boomstick, sugar, groovy, chainsaw. Cosa passasse per la sua testa e per i tizi di Dark Horse difficile dirlo: prendere per il culo i propri fan, dire senza mezzi termini che sono per lo più degli idioti, allo stesso tempo amarli e ringraziali. Ci vuole consapevolezza, non coraggio, coscienza dei propri limiti e autoironia: quella forse viene automatica con l'età. Il film è esilarante, dico per davvero: non ''esilarante'' nel senso b-movie con i mostri che fanno ridere per quanto sono stupidi; ''esilarante'' nel senso di divertente, colmo di battute perfette che voi mentecatti che non amate Hail to the King non potrete mai capire né apprezzare: pezzenti bastardi. Autoreferenziale, dedicato a un pubblico talmente ristretto da rasentare la follia: ignorate il contenuto e il contorno, pensate allo sforzo produttivo; questa non è Troma, allo stesso tempo lo è: Bruce Campbell può fare qualcosa di unico, tutta la storia del b-actor, tutti i flop e i film per lo sci-fi channel, tutti quei colpi che hanno stroncato ed eliminato le altre persone normali hanno rinforzato il suo successo, lo hanno reso un'anomalia impossibile da replicare e totalmente autosufficiente. Il fenomeno che lo circonda si autosostiene e autoalimenta, non gli serve niente: può mettersi davanti a una macchina da presa e fare l'idiota e sapere che le persone per cui lo fa lo ameranno incondizionatamente, è un potere religioso concesso a pochi. Sono profondamente commosso e felice per aver visto questo esempio di arte talmente di nicchia da non avere nome, se non il nome del suo protagonista e unico membro: Bruce Campbell.
hellbly @ 22:31 | commenti (popup) | commenti
lunedì, dicembre 15, 2008 | in : cinema e tv
JCVD: se non è questo un film amarcord non so chi possa.... eguagliare. Mi si dislessica il cervello a pensare che nei miei momenti più bui alla fine degli anni '80, quando uscivo di casa solo per andare a vedere l'ultimo Van Damme o l'ultimo Seagal, quando guardavo i film in piedi per poter replicare in minima differita le mosse di Van Damme o Seagal e cercavo in tutti i modi di slogarmi l'inguine per eseguire la mitica possa in spaccata sospesa di Van Damme (e solo lui), arrivai a un certo punto a preferire, traviato dal motivo ecologico, il tizio con due mogli. Oggi guardo la produzione francese diretta da Mabrouk El Mechri e penso: ''film francese diretto da un algerino? Dieci anni fa mi ci sarei fiondato, quando pensavo che intellettuale e minoranze etniche fossero indissolubilmente legate. Oggi se il conto dei morti non supera le decine non riesco neppure a tenere focalizzata l'attenzione.'' L'amico franco-africano scrive pure la sceneggiatura, inevitabile il coinvolgimento dello stesso Van Damme nella stesura: il confine tra bio e pseudo-bio è varcato talmente spesso nel corso del film, saltando da un lato all'altro come il peggiore dei Remo per salvare l'innocenza legale di personcine realmente viventi e scatenare la purezza interpretativa di un attore che non è mai stato tale perché il massimo richiestogli era un high-kick più alto del normale, che si scopre improvvisamente il migliore a interpretare se stesso. Van Damme è Van Damme in un film sulla sua vita che non è proprio la sua vita ma poco ci manca, ricorda vagamente, per amarezza e umorismo tragico, il Make Love di Bruce Campbell. Van Damme ha 47 anni, il suo manager lo costringe a passare da un merdoso film d'azione
direct-to-dvd all'altro, ripetendosi all'infinito: sua moglie vuole portargli via la figlia, sua figlia si vergona di suo padre perché gli amichetti la sfottono. Va tutto di merda e in fondo non fa più abbastanza soldi per potersi permettere di pagare i peccati di quando ne aveva, quindi gli va davvero di merda: torna nel suo Belgio per sfuggire alla merda da super star e rifugiarsi nel suo paesello che lo adora come allora, come un Pantani nel paese dove ti lapidano se gli dai del drogato, e finisce coinvolto in una rapina. L'occasione per essere un eroe davvero e per riscattare se stesso, se fosse un film: JVCD non è un film, finge di non esserlo e Van Damme finisce per essere un uomo che non ce la fa più. El Mechri spinge sull'acceleratore, pesta di brutto e decide che o la va o la spacca: fa quello che solo i grandi registi osano e fa il suo Rashomon rigirando la stessa scena da punti di vista diversi. Fa anche 31 mettendo in pausa il film per meta-monologhi interpretati dal vecchio Van Damme, nuova conferma che a forza di fare film anche i peggiori dventano attori emozionanti.
hellbly @ 13:56 | commenti (popup) | commenti
domenica, dicembre 14, 2008 | in : cinema e tv
Banlieue 13: nel 2004 i rinnovati ingranaggi produttivi francesi, soldi da Canal + e collaborazione nominale (in questo caso la sceneggiatura) con Luc Besson, buttarono fuori un film passato basso sotto il radar internazionale; un edizione americana a bassa distribuzione, District B13, in Italia non ne ho trovato traccia quindi suppongo non sia mai arrivato nonostante quel giro d'anni abbia portato altri titoli simili come Yamakasi. Il film è diretto da Pierre Morel, allora esordiente alla regia ma da tempo direttore della fotografia in quasi tutti i più significativi titoli del genere usciti prima e dopo: Morel non deve fare molto, il massimo della sua attività riguarda i titoli di testa, da quel momento in poi è solo questione di trovare i giusti angoli per garantire il massimo della copertura e chiarezza nella ripresa dei due protagonisti. Nell'angolo destro troviamo David Belle, considerato uno dei fondatori del Parkour: la sua carriera cinematografica vanta gli stunts di Transporter 2 e I Fiumi di Porpora 2, qualche apparizione in pochi altri film, sfogliando la sua scheda la nota interessante lo vede coordinatore per le scene parkour (si presume molte) che verranno viste nel prossimo film dedicato al Prince of Persia. Belle ha un aspetto simpatico, fisicamente è un demonio: salta e corre senza fermarsi mai, esegue personalmente tutte le scene e dal vivo senza ricorrere a effetti scenici o grafici. Nell'angolo sinistro c'e' Cyril Raffaelli, lo ricorderete venir preso a pugni in faccia da Jet Li in Kiss of the Dragon, anche lui segna a referto una quantità di stunts in molti film celebri: atleticamente notevole e molto più vario nelle azioni di combattimento di quanto non avesse mostrato nel suddetto film, il suo apporto è quello dell'esperto di arti marziali. Belle e Raffaelli insieme fanno un Tony Jaa. La trama è semplice: Parigi è in mano alla delinquenza, alcune sue aree sono completamente fuori controllo. Il governo decide di erigere muri protetti e isolare questi quartieri violenti, regni dell'illegalità, lasciandoli in balia di se stessi. In puro stile Fuga da New York, Raffaelli interpreta un poliziotto costretto a infiltrarsi in questo luogo di depravazione per recuperare un ordigno nucleare finito nelle mani del boss locale; per la missione costringe, in puro stile 48 Ore, un residente del luogo da tempo in prigione a fargli da guida. Il film è una bomba, azione senza sosta senza pretese di narrazione: i due sono simpatici e fanno a botte acrobatiche, non si può chiedere altro. La preziosa sceneggiatura di Besson prevede due intro, una per ognuno, in solitaria con la presentazione dei protagonisti e rispettive abilità: i due vengono poi messi insieme e spediti nella giungla di cemento a seminare distruzione. Ho scoperto la sua esistenza perché ne stanno producendo un seguito con budget superiore. Banlieue 13 è uno dei migliori film d'azione conmporaneo prodotti in Francia, strepitoso film d'azione e basta: poco serio, rapidissimo, gustoso nella sua replicazione interpretata di tanti stereotipi del genere.
hellbly @ 17:37 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
lunedì, dicembre 08, 2008 | in : cinema e tv
The Mummy 3: un film che superi le aspettative entusiasma, un film cos' brutto da essere peggiore di qualsiasi aspettativa negativa... è una vera merda. Fan della Mummia 1 e 2 con il dvd del Re Scorpione in casa fatevi avanti! Eccolo! Come si fa a massacrare così una serie? Bisogna impegnarsi per fare un film così mal fatto, bisogna sforzarsi per sbagliare ogni cosa e anche molto: la Mummia 3 annoia dopo pochi minuti, irrita dopo qualche altro minuto per la demoralizzata figura di Brendan Fraser, disgusta in ogni scena con il figlio, traumatizza in quelle con Jet Li o la Yeoh. Guardarlo è torturarsi, alla fine resta solo la curiosità malata di conoscere lo sceneggiatore... vai su imdb... un paio di click ed eccolo! Maledetto! Sei quello di Smallville! Brutto ladro! La Mummia 3 avrebbe poi anche un regista, quel Rob Cohen di Fast and Furious e XXX: cosa gli è successo? Poverino, deve aver smesso di drogarsi e avrà scoperto la fede: solo un rincoglionimento di questo tipo può trasformare un decente regista d'azione in un regista di Hallmark.
hellbly @ 13:19 | commenti (popup) | commenti
giovedì, dicembre 04, 2008 | in : cinema e tv
Death Race: prego aggiungere nuova tacca alla voce ''perché non si dovrebbero produrre remake di vecchi film fantascientifici'', senza gongolare però; Death Race il remake non è poi così brutto, solo stupido con pretese di grandezza, diretto scialbamente da quel Paul Anderson sempre più prossimo a diventare il fratello meno scemo di Uwe e penosamente interpretato da un Jason Statham alla ricerca di rinnovata visibilità americana in un periodo dove gli Action Hero fanno fatica a trovare film decenti a cui prestarsi. Jason almeno ci prova senza arroganza, non come Vin.. The Rock continua a essere disperso. Ciò detto, cosa? Niente: ci sono le macchine corazzate e smitraglianti che sono deludenti per la scarsa fantasia e personalità, e fammi un Twisted Metal dannazione, ci sono i prigionieri stronzi che cercano rogne e c'e' Jason che li falcia come grano, c'e' il solito Direttore di Prigione stronzo come pochi e il vecchio prigioniero pieno di esperienza e buon cuore. La sceneggiatura è un abominio, le corse in macchina sono guardabili e ci sono un paio di pestaggi interessanti dove la fisicità dell'attore dà i suoi frutti d'esaltazione: dura un'ora e tre quarti, mezzora circa vale la pena.
hellbly @ 13:09 | commenti (popup) | commenti
sabato, novembre 29, 2008 | in : cinema e tv
The Happening: al cinema l'avevo schivato annusando mediocrità ma in questo piovoso e pigro sabato sera mi sono visto ricattare a guardarlo in cambio della dovuta preparazione della mia cena; il regista ha abituato il suo pubblico ad attendersi una sorpresa in chiusura del film, qui non succedere: dopo dieci minuti circa il protagonista evidenzia con una battuta troppo esposta tutto il motivo della trama tradendo immediatamente la ragione dell'Evento. Passa comunque molto poco prima che tale evidenza venga accettata anche dai protagonisti diventando di fatto, verso la fine, imprevedibilmente simile alla Guerra dei Mondi: non per gli alieni, per le scene e lo svolgimento. Improvvisamente, a gruppi, persone qualunque si fermano, balbettano due cazzate, fanno qualche passo indietro e finiscono i propri giorni esibendosi in una qualche forma di suicidio artistico e collettivo. Queste sono le scene valide: c'e' dello splatter, c'e' un senso dello stupore e si crea l'attesa per il prossimo ripetersi dell'Evento. Scorre piacevolmente fino all'incontro infausto con i classici abitanti dei sobborghi, vecchi pazzi maledetti e armati: da lì in poi, quindi tutto il finale, c'e' da resistere al desiderio di fare altro.
hellbly @ 23:22 | commenti (popup) | commenti
sabato, novembre 29, 2008 | in : cinema e tv
Eden Lake: James Watkins è un regista esordiente, uno scrittore inglese decisosi a passare al cinema per l'impellenza di mostrare al pubblico internazionale come anche la remota e misteriosa Inghilterra nasconda tra le proprie colline l'invidiatissimo vanto che tanto successo porta ai cugini americani. Le rozze comunità di assassini. Niente Sud degli Stati Uniti per il vostro prossimo ''tranquillo weekend di paura'' ma una gradevole quarry nel Nord del Regno Unito. Coppietta in vacanza-campeggio, lei è una maestrina dell'asilo, lui ha una jeep: in riva al grazioso laghetto incontrato simpatici giovanotti (e qui, prepotentemente, entra in gioco anche un forte riferimento alla cronaca inglese) BABY DELINQUENTI. Lei tornerebbe subito a casa, lui si mette a fare il gradasso: inutile dire quale dei due tiri le cuoia prima. Lento e noioso, stupido e antiquato: Eden Lake mi aveva attirato per le innumerevoli recensioni positive. Bella merda.
hellbly @ 17:09 | commenti (popup) | commenti
venerdì, novembre 21, 2008 | in : cinema e tv
Tropic Thunder: la parte migliore del film è stata la grandiosa campagna pubblicitaria, il film in sé è scarso a essere gentili, mediocre con disappunto. A toppare è il trio, mancano di sintonia, mancano il tiro e non fanno gioco di squadra: sono esattamente come i personaggi che interpretano solo che lo sono veramente e quindi l'effetto parodia si perde nella tristezza di un Ben Stiller costretto a rifare Zoolander dopo il recente calo di successo, Jack Black intrappolato nella sua versione peggiore (restando però l'unico a riuscire in qualche scena divertente) e l'astro rinascente di Downey Jr. semplicemente non abbastanta comico. Che ci sia qualcosa di sbagliato nel film lo si capisce solo alla fine, come si può arrivare alla fine del film: vedere Tom Cruise e pensare che sia stato il più simpatico. Tom Cruise, simpatico. Uhhhhh, la testa gira: è forse un universo parallelo?
hellbly @ 19:15 | commenti (popup) | commenti
sabato, novembre 08, 2008 | in : cinema e tv
Step Brothers: l'ultimo film con Will Ferrell cambia genere abbandonando la demenzialità sportiva per passare a quella famigliare, nello spostamento decide di non cambiare più di tanto e si riaffianca a John Reily per il supporto. L'inizio è un classico: colpo di fulmine, matrimonio immediato e inizia una nuova vita per la coppia di terza età decisa a coabitare nonostante entrambi portino in dote il rispettivo figlio fallito quarantenne a carico; tra i due fratellastri inizialmente è odio a prima vista, poi rapidissimo cameratismo. Più volgare e demente del solito con qualche punta di tristezza odiosa verso i due protagonisti insopportabili, il film scorre confermando la parabola discendente per il comico e la sua crew.
hellbly @ 21:28 | commenti (popup) | commenti
sabato, ottobre 18, 2008 | in : cinema e tv
Wanted: mai stato un grande fan di Millar, apprezzai però molto la mini di Wanted e ne attendo come tanti il seguito da allora; detto ciò i rapporti tra il fumetto e il film si limitano al titolo, ai nomi dei protagonisti e a qualche superficiale indice di caratterizzazione: non che sia un male. Il mondo di Wanted fumetto è popolato da supereroi, supercattivi e superassassini, il ''super'' è di vario genere come in un qualsiasi altro mondo fumettistico; nel Wanted-film-mondo ci sono solo superassassini stile Matrix, ognuno capace di entrare in una forma ultrafocalizzata di bullet time: non solo percepiscono il mondo a rallentatore mantenendo la propria naturale velocità, divengono anche sensorialmente ipersensibili. Il film cerca una breve spiegazione biologica parlando di anomalia genetica cardiaca, di 400 battiti al minuto e copiosi flussi d'adrenalina: da questo ad arrivare ai proiettili che curvano il passo è oscuro. Tutti gli assassini di Wanted film sono capaci di imprimere effetti parabolici ai proiettili sparati, in alcuni casi con angoli assurdamente stretti. Wanted è un film stupido, blandamente sceneggiato con dialoghi brillanti ma colpi di scena altamente prevedibili: è anche il film d'azione con le scene di combattimento con armi da fuoco più entusiasmante e innovativo da Matrix. E' l'estasi della sparatoria tra truzzi, sembra di vedere Fatal Fury incrociato a forza con Hard Boiled: il tutto ovviamente abusando di cg. Wanted scorre via in un lampo, ritmo frenetico, tutto bello patinato, un fracasso audiovisivo che scombussola e tiene col fiato sospeso. Wesley è uno sfigato apatico con un lavoro di merda, lo sa e non ci vuole fare niente: un giorno Angelina Jolie lo ferma, gli racconta che suo padre (che non ha mai conosciuto) è appena morto e adesso toccherà a lui raccoglierne l'eredità di superassassino. Evvai. Il regista è il russo che si occupò di portare al cinema quella cometa di fantasy horror russo Night Watch-Day Watch, nella produzione ci sono anche dei soldi tedeschi ma solo quelli per fortuna.
hellbly @ 20:26 | commenti (popup) | commenti
giovedì, ottobre 09, 2008 | in : cinema e tv
James Gunn's PG Porn: sulla scia di una recente produzione di Whedon (Doc Horrible, ne abbiamo parlato), uno dei nomi forti di Troma è saltato fuori con un'idea simile nelle forme, quella di cortometraggi distribuiti via web (e su Spike TV). Ritorna anche il buon Nathan Fillion a guestare il primo episodio. Insieme ad Aria Giovanni. Il concept è questo: quante volte vi siete infastiditi, guardando un bel porno, per le improvvise e lunghe scene di sesso, fastidiose come pubblicità, utili solo a interrompere lo svolgersi di trame e dialoghi avvincenti? Infinite. James Gunn si propone di realizzare dei porno senza sesso. Il primo episodio è strepitoso: minimale, brevissimo, colpo di scena superbo. Lo potete vedere sul sito linkato spendendo un paio di minuti, vedendo qualcosa di grandemente originale.
hellbly @ 21:30 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
martedì, ottobre 07, 2008 | in : cinema e tv
10 Promises to My Dog: puntualmente, eccoci a guardare l'ultimo uscito nel filone giapponese del drammone strappalacrime con cane. Il film è liberamente basato su un poema d'autore sconosciuto, giapponese, intitolato-tradotto come ''I 10 comandamenti del proprietario di cani''. Ragazzina di 14 anni, padre promettente chirurgo tutto lavoro e poco tempo per la famiglia, madre santa e malata terminale: prima di morire la madre lascia alla figlia una cucciola di golden retriver, scena topica con la bambina a cui vengono insegnate le 10 promesse da rispettarsi per poter essere un buon padrone. Il regista del film è Katsuhide Motoki, già visto due volte qui sul blog con Drugstore Girl e Kitaro: professionista del cinema pronto a cavalcare con perizia tutti quei generi mainstream di tendenza, time after time. Fantasy, commedia alla coreana, drammone con animali: Motoki procede come un treno facendo tutte le cose a modo e per bene. Il film colpisce, la mia ragazza come da copione ha cominciato a piangere al minuto 6-7 per non finire più ripromettendosi ancora una volta di non cedere più alla tentazione del film con i cani. La protagonista cresce ma il punto focale è il tempo vitale del cane, il film è diviso e si svolge tra i giorni natali di Socks e quelli conclusivi; tema principale sono i sacrifici e i sogni, i primi si fanno per gli altri mentre i secondi sono per se stessi: quando ''gli altri'' sono la famiglia nasce un contrasto tra il desiderio di autoaffermarsi e quello di non venire meno all'amore dei propri cari. Senza soluzioni di continuità Motoki si getta sul suo pubblico dedicato, quelli che hanno un cane e non pensano di abbandonarlo d'estate, e non c'e' bisogno di dire loro, e il film infatti non si sofferma a giustificarlo, che il proprio cane sia tanto membro della famiglia quanto un padre/madre/figlio. Elemento parzialmente dirompente nella trama è la figura dell'amichetto della protagonista, il fidanzatino di scuola che torna, anni dopo, a reclamare i suoi diritti di imminente marito: la ragazza scopre il.. l'amore e dimentica il cane. Il cane no, non dimentica, resta fedele a disposizione senza mai chiedere. Ovviamente lei rinsavisce in tempo per vederla morire, e naturalmente (come tutti i padroni sanno) lui ama il cane quanto lei perché altrimenti si prenderebbe un calcio nelle palle e avanti il prossimo.
A voler sollevare qualche dubbio arriverei a giurare che Motoki non abbia un cane: sennò sapprebbe che i cani chiedono moltissimo, il distinguo è che rispetto a quello che chiedono ciò che danno è infinitamente superiore. Volendomi chiedere qualcosa di parzialmente collegato mi domando: da noi questi film non arrivano, ok, nel mercato asiatico però girano liberamente ed è plausibile che viaggino attraverso le sale cinesi. Come sono accolti? Immagino la coppietta di cinesi con i loro popcorn gialli di burro e lo spiedino di orecchie di cane.
10 Promises è lezioso e prevedibile, spolverato di qualche istante comico dovuto alla figura imperfetta e notevole del padre, illuminato dai vari cani che hanno rappresentato le fasi della vita di Socks.
hellbly @ 00:04 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
domenica, settembre 28, 2008 | in : cinema e tv
Jack Brooks - Monster Slayer: film horror canadese a basso budget del 2007, ha girato per i festival di genere per un anno e mezzo prima di trovare finalmente distribuzione in poche sale americane e un'imminente edizione dvd. Nel frattempo il sito ufficiale è stato sospeso e della casa produttrice si sono perse le tracce: avrebbe potuto essere il primo film di una serie, avrebbe dovuto essere il primo film di una serie revival capace finalmente di recuperare quel pò di magia da vero b-movie. Jack Brooks è un idraulico, come la sua famosa controparte italiana anche lui salta addosso ai mostri per ucciderli: diversamente da Mario però non si limita a rimbalzare via, resta lì e li massacra di pugni fino a sfondargli la testa. Era un ragazzino come tanti altri, un giorno (in campeggio) un mostro gli ammazza i genitori e la sorellina; Jack cresce e diventa un giovane uomo problematico con gravi problemi di anger management: è uno sfigato e un emarginato, tutti lo odiano e nessuno a pietà di lui. Finalmente un giorno, mentre attende al corso serale tenuto dal prof. Robert Englund, qualcosa di mostruoso accade: finalmente Jack potrà sfogare la sua rabbia incontrollabile su qualcosa di ammazzabile senza andare contro la legge o mettersi nei guai. Jack Brooks è chiaramente l'erede spirituale di Ash, a differenza dei tanti che ci hanno provato prima di lui Jack avrebbe avuto le carte in tavola per costruirsi una reale chance di successo. Regista e attore protagonista erano i fondatori della casa produttrice, Brookstreet Production, lavorato insieme dal primo all'ultimo film. Dal 2007 nessuno di loro ha più fatto alcunché. Si può solo sperare che l'edizione dvd diventi un insperato cult e permetta di raccimolare quei pochi fondi a loro necessari per una nuova uscita.
hellbly @ 14:07 | commenti (popup) | commenti
domenica, settembre 14, 2008 | in : cinema e tv
Hancock: non mi sorprende che quest'ultimo blockbuster americano ricada nella categoria dei mediocri, non ovviamente per il fatto di essere un'ammiraglia hollywoodiana (sulle quali salgo sempre con il massimo ottimismo e pregustandomo il divertimento) ma per la presenza di Will Smith. Non si fraintenda: penso che Will Smith sia uno dei migliori attori in circolazione, i suoi ruoli drammatici sono emozionanti, i suoi ruoli comici sono simpatici e nei ruoli d'azione è capace e credibile: però, per una qualche ragione ignota, tutti i suoi film ad alto budget non mi hanno mai raggiunto. Non tutti a dire il vero, solo dal 1999: l'anno di Wild Wild West; Men in Black 2, I-Robot, I'm Legend, Hancock. Tutti film che hanno in comune due cose: un ottimo Will Smith, che infatti sopravvive con successo anche quando floppa, e registi e produzioni di alto calibro semplicemente incapaci a gestire, soprattutto conciliare, i potenziali economici messi in campo e la necessità di colpire target universali. E' il minimo comune denominatore a fregare, come sempre. A Peter Berg capita lo stesso: una sua ricorrente citazione, relativamente a Hancock, descrive il senso di non-controllo subito dal regista nei confronti di tutte le scene con effetti speciali; Berg stesso si dichiara insoddisfatto di alcuni passaggi del film a causa di necessità tecnico-tecnologiche insubordinate alla sua autorità direttiva. Sarà poi vero? Il problema più evidente di Hancock non ho trovato fosse banalità registica o abuso di effetti speciali, è la sceneggiatura a far schifo: prima di andare al cinema a spendere dei soldi mi informo sempre, poi magari ci vado ugualmente perché ho una teoria su quali film andare a vedere al cinema e quali no, ma tutti quei colpi di scena di cui avevo letto sono immediatamente prevedibili. Il regista li tradisce tutti in un momento semplicemente ripetendo e attardandosi su primi piani completamente inutili, non è comunque colpa sua: Hancock è divertente fino al colpo di scena, dal colpo di scena in poi diventa una schifezza con tanto di Origini obbrobriose e improbabili punti deboli. Avanti: si fa svoltare il film sul tragico e poi lo si accoppia con un trio di antagonisti da farsa? Manca l'antagonista, il pathos si spegne nella stupidità e il castello di carte va all'aria: poi anche in questo caso si dovrebbe andare a verificare un dato. La sceneggiatura è sempre stata una merda o lo è diventata quando la produzione ha cominciato a tagliare e modificare scene per farsi togliere il bollo di censura? Gli sceneggiatori magari avevano fatto un lavoro straordinario pieno di morte e sangue, poi per consentire ai bambini di vedere il film hanno dovuto ritagliare e castrare qua e là. Oppure è solo il solito tam tam per aumentare le vendite dei dvd e promettere le solite scene tagliate? Salomonicamente penso sia per entrambe. Altre cose che non funzionano: Charlize Theron non funziona. Bellissima ma come viene che sia diventata una specie di star d'azione? Aeon Flux non era stato abbastanza? Pensare che tutta la prima parte: Hancock ubriacone e Hancock riformato, con tanto di geniale e apprezzatissima ripresa del tema di Superman, mi aveva in palmo di mano.
hellbly @ 10:39 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
martedì, settembre 09, 2008 | in : cinema e tv
Mongol: a livello di produzione questo film è un miracolo. Una coproduzione Germania-Kazakistan-Mongolia-Russia, co-scritto e diretto dal russo Sergei Bodrov, interpretato nei ruoli protagonisti maschili da un giapponese e un cinese, e in quasi tutti i ruoli secondari da attori locali (il film ovviamente è girato per larga parte in Cina o sui confini ex-URSS) alle primissime armi, recitato di conseguenza per lo più in lingua mongola e doppiato laddove impossibile: tutto questo con un budget ridicolo. Una sfilza di premi asiatici dopo Mongol arrivava alla notte degli oscar con una candidatura come miglior film straniero. Un pò scioccamente, immediatamente consapevoli di aver realizzato un pezzo da novanta, la produzione come entità unica lo dichiara primo capitolo di una trilogia: Mongol non è un primo capitolo, non è pensato in questo senso ed è un film compiuto e concluso. Saltando attraverso momenti fondamentali, sia storicamente sia privatamente, il regista racconta la vita di Gengis Khan: figura storica di conquistatore da sempre fascinoso per il mondo occidentale e protagonista di tanta narrativa scritta o a fumetti, videogiochi di strategia in tempo reale o a turni e via dicendo. La narrazione parte da metà e pone due terzi del film circa come flashback, separando nettamente la giovinezza perseguitata del futuro Khan dalla sua svolta universalista. La premessina per affrontare il tema realismo/mito leggendario gira intorno all'assenza di testi di storia ufficiale mongola antica, cultura prettamente orale il riferimento centrale per il film è un testo vecchio d'un centinaio d'anni di origine cinese: Mongol è un film epico con molte concessioni liriche ed eroiche, persino una punta di sovrannaturale misticismo, qualche effetto speciale nella CG sullo stile dello Zatoichi di Kitano. Niente uomini volanti ma qualche schizzo di sangue poligonale. Nella prima parte Temudjin, interpretato da un particolarmente sublime Tadanobu Asano, cerca di sopravvivere all'eredita paterna fatta principalmente di nemici in attesa di poterlo uccidere senza tradire la legge mongola di non massacrare i bambini: scappa e viene catturato, scappa ancora e viene nuovamente catturato. La narrazione salta gli anni, salta i luoghi: il filo legante comune diventa la relazione con l'amatissima moglie da cui passa molto più tempo separato di quanto insieme. Lunghe scene in giro per la steppa infinita: scene funzionali al film però, niente a che vedere con la fotografia artistica e inespressiva del Cane Giallo; combattimenti-duelli e piccole scaramucce. Passano gli anni e Temudjin acquista prestigio e fama nel mondo mongolo per la sua natura diversa e il suo carisma eccezionale, il privato di coppia e la sopravvivenza indivuduale cedono il passo al problema della nazione, ai nemici esteri e al popolo da guidare: la parte finale del film regala una notevole battaglia campale, un epilogo scritto e un vittorioso conquistatore alle prese con tutto un infinito numero di possibilità e un destino già scritto dalla storia. Sommiamo: un regista molto preciso senza fronzoli, diretto e immediato nello stile narrativo con un buon occhio per la drammaticità delle scene di guerra, niente di originale salvo un paio di particolari riprese ricercate nel corso di un paio di scontri con la visuale inchiodata in una soggettiva rigidissima che non avrebbe sfigurato in Doom; eccezionale fotografia romantica fatta di naturalismo e solitudine morale; recitazione di altissimo livello; combattimenti e coreografie di battaglia ben orchestrate, gestite senza inutili eleganze, rapide e feroci come la carica di cavalleria mongola. Mongol è un ottimo film che farà felici tutti gli orfani di grandi celebrazioni di storica gagliardia virile.
hellbly @ 22:35 | commenti (popup) | commenti
martedì, settembre 09, 2008 | in : cinema e tv
Things We Lost in the Fire: primo film americano della regista danese Susanne Bier, uscito in Italia con il titolo ''Noi due sconosciuti''. Duchovny è uno stupendo padre di famiglia e amatissimo marito, è ricco e abile, buonissimo e prossimo alla trascendenza: muore cercando di salvare una donna sconosciuta; lei è inconsolabile e incapace a vivere senza l'amore della sua vita, anche perché le ha lasciato un sacco di soldi e non ha molto da fare; ad aumentare il dramma il buon samaritano aveva un amico drogato, Del Toro chiaramente, che entrerà nella vita della famigllia. Un pò come quel film con Costner. Primi piani degli occhi e qualche gioco ambientale, la regista la butta molto sull'immagine del dolore senza perdersi troppo in dettagli o cruenze: persone soffrono, gli occhi... specchi... anima: tutto molto banale ma realizzato con cura.
hellbly @ 01:08 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
sabato, settembre 06, 2008 | in : cinema e tv
You Don't Mess with the Zohan: è un film grossolano e volgare che riesce in qualche modo a far costantemente ridere e a inanellare continuativamente lampi di umorismo socioculturale stratificato ed elegante. E' di difficile lettura, non scherzo: da una parte ci sono ripetitive battute sul sesso e atteggiamenti di bassa umanità che non sfigurerebbero nella più recente ondata di patetiche parodie americane, il tutto è però perfettamente amalgamato in un molto poco politicamente corretto gioco di prese in giro sugli stereotipi arabi gestito e organizzato su una molteplicità di sfumature, nonché abbondantemente giostrato sui contrasti con la vita occidentale. Assurdamente tra gli atti di profonda demenza freneticamente presentati dal regista Dennis Dugan, sul quale azzarderei una teoria di prestanome (osservandone la più immediata carriera) o almeno fortemente influenzato dal mattatore Sandler, si scorgono altrettanto rapide frecciate di grande profondità e perdurante comicità. Non a caso tra le tante stroncature spiccano i forti apprezzamenti mossi da giornali newyorkesi. Adam Sandler, tornato a scrivere sceneggiature per l'occasione, è Zohan Dvir, per gli amici e i nemici, e soprattutto i fan, semplicemente The Zohan; è un agente del mossad, il Rambo del mossad: in un paese dove tutti sono terroristi o soldati il più forte tra loro non è semplicemente un eroe, è una rockstar. The Zohan in patria è un divo, sogna però di appendere mitra e coltello al chiodo e trasferirsi in america per andare a lavorare in un salone di Paul Mitchell: lo spietato massacratore vorrebbe tagliare capelli. Finge così la propria morte ed emigra: Zohan, come tutti i suoi fratelli israeliani e i cugini palestinesi, vive il sogno di un america riflessa a decenni di distanza, ama la disco music e si acconcia e veste come fosse a Miami Beach insieme a Don Johnson. Si scontra quindi contro la realtà della ghettizzazione araba negli USA e il perdurare degli odi ancestrali anche lontani da Gerusalemme, quando però sai fare piegamenti sulle braccia senza usare le braccia, nuotare più veloce di una moto d'acqua, prendere al volo i proiettili e sei smodatamente peloso dove conta di più, nessuna difficoltà è insormontabile. Giocando con i generi Zohan potrebbe a oggi essere la più riuscita parodia di un film di supereroi: The Zohan è inumanamente forte, è il migliore in quello che fa (qualsiasi cosa faccia). A piantonare le spalle di Sandler troviamo Turturro nel ruolo del suo acerrimo avversario, The Phantom, e il rabbioso ex-pastore di capre diventato tassista, Rob Schneider. Donne grasse, giocare a calcio, bere bibite assurde, le capre, negozi d'elettronica... The Zohan.
hellbly @ 13:00 | commenti (7)(popup) | commenti (7)
venerdì, settembre 05, 2008 | in : cinema e tv
Glory to the Filmmaker!: dopo il deludente Takeshi's e prima dell'ultimo (finalmente) successo alla mostra di Venezia, Achille e la Tartaruga che dovrebbe finalmente concludere la trilogia del suicidio artistico, Kitano scrisse, diresse, montò e interpretò questo strambo film. Ancora una volta si torna sull'autobiografia in corso e continuativa, Kitano su Kitano mediato dal pupazzone ''dummy'' costantemente impegnato a veicolare misteriosi messaggi stilistici e comicità spicciola: nella prima parte del film un supernarratore descrive le peripezie professionali del regista Kitano dopo la fatidica e classica dichiarazione ''non farò mai più film di questo genere'', motivo ricorrente di tanta storia reale cinematografica; passando da un genere all'altro, inanellando una sequenza di flop passando per tutte le tipologie produttive giappones (il narratore spiega tutto ma ci vuole più di una superficiale conoscenza del cinema giapponese moderno per comprendere i tanti gustosi riferimenti), il Kitano dietro la macchina apre senza soluzioni di continuità a un volo pindarico di assurdità e nonsense decisamente troppo protratto e lungo, tanto da stancare e stufare molto prima della fine e ben prima dell'elegante ripresa dei titoli di testa abortiti in principio di film. Non è certo il film da guardarsi mentre si crolla dal sonno dopo una provante settimana di lavoro, né da guardarsi per distrazione e neppure quando alla ricerca di emozioni forti: è un film senza momenti per essere visto, manca di pubblico e per questo resta perfettamente centrato sul suo autore, che ne è soggetto, ripreso a riprendersi senza imbarazzo o pudore mentre spiega a tutti quanto gli riesca facile fare tutto e il contrario di tutto, e quanto sia imbarazzante la facilità di riprodurre un modello vincente a oltranza senza mai lasciarsi scoperti alle critiche. E' un film che dice tanto del suo autore perché il suo autore si volta e ci parla scandendo le parole ed esagerando i labiali: il problema è la lingua, per quanto internazionale resta giapponese e questo non aiuta. Dire qualcosa di sé e della vita, chiunque potrebbe fare lo stesso e alla fine, come Kitano: a tutti interessa più la propria vita. Più ci penso più mi è piaciuto: ciò detto, troppo lungo, troppo verboso, troppo arzigogolato, in definitiva troppo noioso e faticoso.
hellbly @ 23:09 | commenti (popup) | commenti
venerdì, settembre 05, 2008 | in : cinema e tv
Masters of Science-Fiction: è il tentativo di clonazione del fortunato e analogo originale creato da Mick Garris di cui parlammo un paio d'anni fa, la serie Masters of Horror. Quello che qui cambia, e che ne ha decretato il sonante flop, è riducibile a tre elementi: 1) la serie è detta prodotta dai creatori di Masters of Horror, non è chiaro cosa questo significhi visto che le persone coinvolte sono tutte diverse. Salvo la creativamente fondamentale figura dei produttori stessi. 2) la serie è stata preparata per la messa in onda sicura sulle reti televisive, cercando di evitare quello che fu un punto dolente e al contempo fondamentale nel successo di Masters of Horror: gli elementi censurabili; Masters of Science-Fiction non ha sangue e non ha sesso. 3) laddove Masters of Horror fu l'incontro di Maestri dell'Horror cinematografici, Masters of Science-Fiction si limita a prendere sceneggiature scritte da famosi autori di fantascienza e affidarne la rappresentazione a poveri mentecatti televisivi. C'e' una qualche differenza. La serie floppò, andarono in onda solo 4 dei 6 episodi realizzati (sui 10 previsti). In ''A Clean Escape'': un uomo affetto da una peculiare patologia amnesiaca affronta giorno dopo giorno una caparbia psicologa svelando a poco a poco i motivi della malattia e i ricordi così atrocemente sommersi; In ''The Awakening'' si parla di alieni e rapporti internazionali; ''Jerry Was a Man'' riguarda i diritti degli esseri non propriamente umani; ''The Discarded'' riguarda un freakshow spaziale; ''Little Brother'' di fusioni uomo-macchina e giustizia; anche ''Watchbird'' parla di fusioni uomo-macchina e giustizia. In tutti gli episodi si incrociano attori dai volti riconoscibili, non per questo buoni attori o buoni attori in buona condizione.
hellbly @ 22:11 | commenti (popup) | commenti
venerdì, settembre 05, 2008 | in : cinema e tv
3:10 to Yuma (2007): ho in giro qualche film che ho tenuto da parte per una quantità di mesi per lasciarli invecchiare il giusto e poterli guardare con maggiore riservatezza e attenzione in momenti giusti; questo è il remake dell'anno scorso del celebre film di fine anni '50 tratto da uno dei più noti racconti brevi del primo Elmore Leonard (di cui per altro Einaudi ha da poco stampato l'intera collezione): la storia è stata decisamente modificata rispetto a entrambi i precedenti. Christian Bale è un ex-soldato ora ranchero, vive una vita triste e merdosa non dissimile da quella di Eastwood agli inizi di Unforgiven: la sua fattoria è uno schifo, non ha soldi e figli malati; Russell Crowe è un famigerato e spietato fuorilegge che, dopo essere stato catturato, necessita di venir scortato fino al treno che, alle 15:30, lo trasporterà in prigione e da lì all'impiccagione. I tizi della ferrovia pagano bei dollari per ogni pistola disposta a farsi carico della pericolsa missione: Bale è costretto ad accettare.
Il film è diretto da quello di Walk the Line, sfortunatamente il risultato è molto lontano: la nuova coppia di protagonisti è un pò eccessiva e troppo piacente, i dialoghi sono melodrammatici ma è specialmente la logica narrativa a peccare frequentemente. Sono innumerevoli le situazioni e le conseguenti scene dove gli accadimenti sono tanto insensati e improbabili da scivolare verso il ridicolo e smontare il pathos: il finale è gustoso, più vicino a Butch Cassidy forse, un pò troppo heroic bloodshed, bello. Le scene d'azione mancano di ritmo, le sparatorie sono banali: tutto il film funziona maluccio senza però eccellere neppure in bassezza, semplicemente mediocre. 
hellbly @ 01:41 | commenti (10)(popup) | commenti (10)
domenica, agosto 31, 2008 | in : cinema e tv
Hell Ride: chi è Larry Bishop? Una vecchia star di b-movie motociclistici americani anni '60-'70 con qualche velleità direttiva e sceneggiativa portata avanti nei '90 cercando di rifarsi una carriera. Fortuna vuole che nel suo giro di apprezzamento per il cinema ''B'' che fu, quel pirla di Tarantino lo riscoprisse offrendogli da allora amicizia e protezione, e mezzi. Hell Ride viene distribuito sotto l'infame etichetta di ''Tarantino Presents'', da qualche anno simbolo di porcherie evanescenti e odiose che vanno sotto la dicitura di pseudo-b-movie: è ovviamente un omaggio a ciò che rese Bishop famoso in passato. Io ci spero sempre, li guardo chiedendomi se sia possibile replicare l'ingenuità gagliarda di allora partendo da premesse commerciali e populiste come quelle di Tarantino: la risposta è sempre no. Non basta affiancarsi a Dennis Hopper, Michael Madsen e Vinnie Jones per tornare a essere un figo: la cultizzazione di Bishop fallisce pietosamente, allo stesso modo non è possibile prendere il bellone televisivo Eric Balfour e trasformarlo in un biker semplicemente buttandogli adosso del cuoio e chiamandolo Comanche. Hell Ride è specialmente noioso, i dialoghi dovrebbero essere cheesy ma suonano troppo stupidi, troppo demenziali: Larry Bishop va sotto il nome di Pistolero, Madsen è the Gent, Jones è Billy Wings.... c'e' pure spazio per Carradine, The Deuce; copioso ammontare di tette e culi, abuso di ''fucking'' questo e quello come neppure Samuel L.
Un'ora e venti di tentativi infruttuosi di essere fighi: è triste vedere uomini di una certa età naturalmente dotati di carisma abbassarsi a tanto, è ancora più triste altri uomini della stessa età senza carisma lottare per ottenerlo.
hellbly @ 15:26 | commenti (popup) | commenti
sabato, agosto 30, 2008 | in : cinema e tv
Red Cliff: il ritorno di John Woo in patria a dirigere un film prodotto sulla scia del successo epico di Ymou spicca per essere il film che non ti aspetti. Cast sontuoso, trama tratta dal solito Romance of Three Kingdoms: la promessa era per l'insipido drammone metafisico di marziale importanta, Woo stupisce e propone continuativamente un tono canzonatorio e frequentemente comico gettando al contempo l'azione su uno stile alla Dinasty Warriors limitato nell'uso del cavo e originalmente coreografato. L'ultimo imperatore Han è un imbelle a cui piacciono più gli uccelli delle spade, il suo Primo Ministro è uno stronzo di prima categoria stupendamente caratterizzato da Zhang Fengyi a cavaliere tra il genio politico-militare e la follia: il Primo Ministro ha il solito trip di conquistare tutto e unificare il regno. I suoi avversari sono piccoli e apparentemente indifesi contro il mastodontico esercito imperiale, quindi si alleano: gli avversari sono pochi ma hanno un esubero di comandanti con le palle d'acciaio capaci di sconfiggere un esercito ognuno. Woo riesce nella scomoda impresa di caratterizzare una decina di personaggi di spicco senza fallire nell'errore de Seven Swords di Tsui Hark: assegna a ogni personaggio un paio di caratteristiche e parte da lì senza rallentarsi su inutili vezzi psicologici, tutti i protagonisti sono poi fortissimamente definiti a livello estetico rendendosi immediatamente comprensibili. Cast e costumi danno a Red Cliff facile riconoscibilità e rendono lo svolgimento della storia agile e fluido: ogni faccia ha il suo personaggio e i dettagli rappresentativi ben in vista, una barba curatissima, una corporatura massiccia, lo sguardo idealista... via così. Senza soffermarsi su ognuno di loro basti citarne i due più rappresentativi: Takeshi Kaneshiro nel ruolo del maestro di strategia e Tony Leung in quello del comandante in capo. Tony Leung è come sempre strepitoso e non voglio sentir parlare di manierismo o del fatto che cominci a mostrare i suoi anni: è supremo. Kaneshiro invece non mi convince, il suo ruolo è troppo sopra le righe: i dialoghi lo castrano e il personaggio rimane troppo statico per concedergli una buona interpretazione, inoltre i momenti comici sembrano sacrificarlo. Di certo non è più l'attore di Space Travelers ma la vena comica sembra essersi completamente spenta, oppure è la comicità di Woo a non riuscirgli. Naturalmente c'e' un condimento di belle donne: a farla da padrone ci sono Wei Zhao nel ruolo della principessa maschiaccio e soprattutto l'interpreta della leggendaria superfiga Xiao Qiao (moglie di Tony e fulcro della storia), l'esordiente bellezza taiwanese Chiling Lin. Forse non la migliore delle attrici ma certo consistente da mostrarsi nel paio di scene sensuali del film. Red Cliff non finisce: è un dittico la cui seconda parte è prevista grossolanamente per il 2010; gli americani hanno già annunciato di volerlo portare in occidente ma compattato in un unico film. Trattandosi di Cina non si sentiranno sicuri a importarlo prima di vedere effettivamente realizzato il secondo capitolo. John Woo si comporta bene: belle le scene d'amicizia maschile, di onore e lealtà; ottimi i combattimenti, anche quelli su larga scala sfregiati però da brutti effetti in CG. Aspettiamo la seconda parte.
hellbly @ 18:46 | commenti (popup) | commenti
martedì, agosto 26, 2008 | in : cinema e tv
Dante 01: film francese di fantascienza, in quanto tale ha goduto di più larga diffusione e pubblicità del dovuto. Marc Caro torna alla regia dopo dieci anni di assenza, forse lo ricorderete per Delicatessen: il suo attore protagonista è Lambert Wilson, quello che fa il francese nei film americani. Siamo sulla solita stazione spaziale del cazzo in orbita intorno al classico cesso infuocato, una ridottissima equipe medico-scientifica è incaricata di sperimentare su soggetti criminali nuove metodologie correttive per i loro impulsi antisociali: un bel giorno un misterioso nuovo ospite viene portato sulla stazione accompagnato da una nuova misteriosa scienziata. Caro toglie ogni gusto al film mostrandoci immediatamente la proditoria cancellazione dei dati biografici del prigioniero escludendo fin da subito ogni possibilità di sorpresa nello svolgimento narrativo, poi, giusto perché essere europei significa essere stupidi, si diletta nel proseguire a denominare i protagonisti sula base di chissà quali suoi trip mitico-simbolici: avremo quindi Cesare, San Giorgio, Buddha, Attila, Persefone, Caronte.... per la serie lo chiamo quindi lo definisco. Lambert è San Giorgio il misterioso, sempre costantemente in preda a trip chimico-allucinogeni, va in giro per la stazione compiendo miracoli taumaturgici; la malvagia troia della corporazione si scopre presto essere stata mandata lì a culo del mondo per mantenere il segreto sul mistico healer e rubarne il codice genetico: ci vuole un attimo per capire il rapporto tra la roba in San Giorgio e le nanomacchine iniettate nei pazienti secondo la nuova procedura. Caro  è stato 10 anni senza fare, probabilmente senza neppure guardare la tv: nel finale spende una serie di stereotipi inutili che sembrano tanto fantascienza di venti anni fa (anche 30). Cosa significa quella scena alla fine? Ha curato il pianeta? L'ha terraformato? Antropocentrico.
hellbly @ 09:35 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
sabato, agosto 23, 2008 | in : cinema e tv
Onechanbara: il titolo del film lo trovate variamente con una o due ''e'', io ho seguito quanto nel link del sito ufficiale. Parole a caso: Samurai Cow-Girl, Shotgun Biker-Girl, Samurai School-Girl, Zombies, Kill Bill's Go Go wannabe. Onechanbara è basato sull'omonima serie di videogiochi quasi completamente inedita in occidente, un hack'n'slash con personaggi femminili dai costumi personalizzabili (rigorosamente bikini) e un interessante fattore di gameplay: la spada della protagonsita, a seguito dell'incessante sterminio di zombie, necessita di essere pulita dal sangue e dai resti rappresi dei non morti per evitare rallentamenti e indebolimenti dell'azione, oltre all'eventualità che l'arma resti incastrata nei non morti stessi. Cito quest'informazione perché tale tratto caratterizzante viene costantemente ripreso all'interno del film, anche se esclusivamente per motivi coreografici il primo e scenici il secondo: una bella giapponese in stivali di pelle col tacco, cappellone texano, sciarpone bianco di pseudo piume, due pezzi rosso fa la sua porca figura in piedi a frustare l'aria con la spada per ripulirla del sangue. Ovviamente è la protagonista, la coprotagonista è una motociclista con fucile a due canne mozze con fuoco automatico e riserva infinita di proiettili, c'e' una spalla grassa e comica di giapponese biondo, l'antagonista è l'accoppiata di scienziato pazzo/sorella della protagonsita. Il film è di un esordiente,  la trama accessoria. Le tre attrici protagoniste sono Eri Otoguro, Chise Nakamura, Manami Hashimoto: secondo imdb la prima ha avuto un piccolo ruolo nell'horror Shutter, le altre due sono (ex?) gravure idol con qualche minima esperienza tra Power Ranger e j-horror. Onechanbara riserva però qualche sorpresa: innanzitutto non è uno splatterone alla Machine Girl, ci sono un paio di amputazioni, qualche schizzo di sangue ma tutto molto pacato e per niente feticistico; c'e' un'inaspettata, breve ma intensa, scena di sesso completamente fuori contesto e quindi di squisito fanservice; c'e' molto combattimento, qui si trova il meglio: nonostante uno swordplay ripetitivo e certamente non ispirato gli scontri tra le protagonsite e gli zombie sono graziati da coreogrofie di massa ben realizzate e da pregevole uso di semplici effetti speciali molto videoludici e pertanto esatti e riusciti. La spada della protagonista lascia tagli di luminosità bianca a ogni movimento, in situazioni particolari può risplendere infuocata, in altre può sorprendere con qualche mossa speciale tipo fireball, uno slash circolare che fa tanto smartbomb, e un paio di final piuttosto belle a vedersi: su questa linea lo scontro finale gode delle protagoniste in hyper-mode. Divertente e generoso verso una fetta pià ampia di pubblico.
hellbly @ 20:54 | commenti (popup) | commenti
sabato, agosto 09, 2008 | in : cinema e tv
Black Sheep: la Nuova Zelanda ci regala un film all'inglese, una commedia horror sulla falsa riga delle stramberie di Shaun of the Dead e Hot Fuzz, uscito nel 2006, scoperto dagli americani l'anno scorso e forse in arrivo anche da noi in queste settimane. Come da migliore tradizione il film è diretto e scritto da un esordiente, interpretato da attori scarsamente professionisti, grandiosi effetti speciali della patriottica WETA: siamo in Nuova Zelanda, il giovane figlio di una centenaria tradizione di allevatori di pecore torna a casa per tagliare ogni residuo legame con il passato e lasciare tutto al malvagio fratello. Il giovane è affetto da una curiosa forma di fobia, l'OVINOFOBIA: è terrorizzato dalle pecore. Il fratello maggiore è invece uno stronzo ambizioso che ha speso tempo e denaro nel modificare il metodo d'allevamento di famiglia in un super moderno concentrato di manipolazione genetica e contro-dio. Capita un incidente causato dal solito attivista demente e un pò di materiale geneticamente pericoloso finisce libero nella sterminata fattoria, l'amica dell'attivista demente, una tizia carina sfortunatamente fissata con l'omeopatia e tutto il compendio olistico e affini, finisce ovviamente accoppiata al fratello minore. I due dovranno affrontare pecore assurdamente aggressive e carnivore: sfiga particolarmente nera vuole che, se morsi ma non uccisi dalle suddette pecore, il malcapitato morso e sopravvissuto divenga da lì a breve un ferocissimo Pecorone Mannaro. Ho sentito una lacrima di gioia erogarsi dal mio dotto sinistro durante la scena quando uno dei pecoroni mannari viene domato dal fedele cane pastore. Meraviglioso, divertente, originale, qua e là ricorda un pochetto il film di Landis: il finale è, per dirla alla internet, EPIC WIN.
hellbly @ 01:52 | commenti (popup) | commenti
sabato, agosto 09, 2008 | in : cinema e tv
Doomsday: dove avete già visto marauders urlanti a bordo di macchine cannibalizzate con un tizio crocifisso in punta? Mad Max. Dove avete visto cavalieri in armatura medievale e tizi in un castello? Dovunque? Dove avete visto.... un momento: il regista Neil Marshall dice di averlo fatto apposta, dice di aver voluto omaggiare tutto il blocco del cinema postapocalittico anni '70. L'ha fatto apposta. Ok, è scemo: i produttori che scusa hanno? E' il regista di Dog Soldiers, di quel Descent che ho personalmente disprezzato ma tanto è piaciuto in giro. ''Facciamolo provare'', penso che i produttori abbiano detto qualcosa del genere. Doomsday è stato un superflop, da noi esce solo adesso: era meglio non farlo provare. Aggiungerei una cosa rispetto alla lista di rip-off che, cari amici, potrete andare a leggervi per conto vostro sulla pagina della wiki dedicata al film: la protagonista del film sarà pure basata sull'immortale Snake di ''Fuga da XXX'', come dice il regista, ma a mio avviso è molto più vicina al Maggiore di Ghost in the Shell. E' una donna, è un maggiore, è un cyborg. Allora: circa nel 2000 un supervirus spazza via mezza Scozia, il Governo britannico decide di rinforzare il vallo di Adriano ed escludere il problema alla radice. Passano una trentina d'anni e ''puf'', il virus ricompare nel cuore di Londra: adesso sono cazzi e l'unica speranza è spedire qualcuno a cercare il solito sopravvissuto immune da dissanguare. Invece di andare là in mille mandiamo solo una mezza dozzina di persone, tanto che problemi vuoi che incontrino? In città gli scozzesi sono regrediti dimenticando decenni di evoluzione musicale e tornando al punk delle origini, in campagna invece sono andati oltre rispolverando castelli e cavalli: l'unico elemento comune è il cannibalismo. Un giorno mi piacerebbe vedere un film dove il team incaricato di esplorare la zona della morte impestata da virus d'ogni tipo vada là GIA' senza tuta e casco, giusto per evitare tutta quella pallosa parte dove il grazioso equipaggiamento salvavita viene mandato in malora per consentire agli attori più fotogenici primipiani. Non vorrei concludere con il solito argomento forte ma non mi viene altro da aggiungere: fosse Doomsday uscito direct-to-dvd, fosse costato poco o niente, ora forse lo starei difendendo. Diciamo ''basta'' a questa merda alla tarantino di merda che sembra quei jeans d'alta moda costosissimi GIA' strappati.
hellbly @ 01:28 | commenti (3)(popup) | commenti (3)
domenica, agosto 03, 2008 | in : cinema e tv
Mutant Chronicles: misteri della produzione hollywoodiana. Il presunto regista Simon Hunter, ultimo film (il secondo) datato 2000 e sconosciuto, torna a occuparsi di cinema realizzando un filmozzo indipendente vagamente basato sul celebre (negli anni '80) gioco di ruolo omonimo. L'anno è il 2700 e qualcosa, dopo l'apocalisse l'umanità ha ri-raggiunto un livello tecnologico equivalente a quello del 20 secolo: il globo è diviso in 4 blocchi controllati da altrettante multi-mega-corporazioni in costante guerra tra loro; durante una battaglia le bombe e le esplosioni spaccano il sigillo che imprigionava la Macchina. La Macchina (che sembra la Torre di Krull) è  un bagaglio piovuto dallo spazio tempo prima, causa della suddetta apocalisse, la cui unica funzione è quella di convertire gli umani in mutants: no, niente X-Men. I Mutants sembrano brutte copie dei Borg, le uniche, uniformi, peculiarità sono un braccio spada, insensibilità al dolore, grossa capacità di incassare danni, stupidità diffusa e bruttezza mostruosa. Sono cyber-zombie. Il temibile e comune nemico unisce l'umanità sotto un'unica bandiera, più o meno: l'unica speranza è l'antica profezia di un culto nascosto comandato da Ron Perlman. Nel film vediamo Hellboy per quello che veramente è senza il trucco e la controfigura, un uomo rigido, bolso, uno Steven Seagal senza neppure le mossette. E' il coprotagonista. Il protagonista è Thomas Jane: la sua presenza nel film non è misteriosa, con la carriera a un passo dal baratro, o ben all'interno a seconda di come possiate intendere tentativi di passare regista, questo tipo di produzioni sono la sua ultima fonte di reddito. Thomas Jane è il punitore del 2004, non era male. Qui fa il veterano cinico e disilluso ma eroico. Insieme a lui una mezza dozzina di compagni: sì, il nero è il primo a morire. La parola ''indipendente'' in Mutant Chronicles significa due cose: gli attori fumano in continuazione, il budget è minimo e speso in sigarette. Non ho trovato indicazioni differenti quindi suppongo sia regolarmente uscito al cinema, è un film che sarebbe stato bene nel catalogo dello Sci-Fi, direct-to-dvd: non è divertente, non ci sono trovate, fa schifo.
hellbly @ 10:32 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
venerdì, agosto 01, 2008 | in : cinema e tv
Il Cavaliere Oscuro: quando, uscendo dal cinema, l'unico commento negativo a prendere voce risulti essere una modica protesta sull'utilizzo dei Rotweiler identificati come cani ''cattivi'' contro i pastori tedeschi del GCPD, sai di aver visto quanto era stato detto e anche di più. Questo poi lo penso ora, il giorno dopo, uscito dal cinema dopo un'erezione di 152 minuti, titoli di coda compresi, l'unico pensiero era la seria valutazione di trovare il più vicino tetto e slanciarsi nel vuoto. SONO BATMAN. Niente punto esclamativo. SONO BATMAN. Parlo da nerd, non mi devo sforzare, Batman è nel mio template: non Green Lantern, non Superman né Flash. Batman. Bestemmi d'entusiasmo, pugni stretti e obbligatorio slancio in avanti a sfogare l'esaltazione, la pressione emotiva e l'eccitazione montate e accumulate nel corso della proiezione, ecchissenefrega se il doppiaggio faceva cagare. Lo rivedrò in originale il prima possibile, ma già così il Cavaliere Oscuro è la risposta di Nolan alla sfida e alle critiche mossegli alla fine di Begins (a me non era così piaciuto): il Cavaliere Oscuro è l'omaggio ultimo al Batman DC, uscito nel momento in cui l'editore facendosi forza con il suo autore migliore sta forse realmente valutando l'idea di rivoluzionarne il mito definitivamente, ma è anche il compiuto trionfo di un autore che firma la consacrazione di un cinema personale e fortemente caratterizzato. La performance di Heath Ledger vale il clamore e la giustizia di un'oscar postumo, ma è la sceneggiatura di Nolan a dettarne i tempi, i luoghi e la composizione: niente di nascosto, niente presunzoine, tutto in piena e sparata luce nel buio, niente mezzucci, solo il perfetto scontro tra l'estremo difensore dell'ordine, prototipo fascista pienamente sintonizzato sul controllo materiale di ogni vita a prevenzione perenne del crimine, e il folle imprevedibile strumento e agente di un caos irrazionale e a-finale. Nel mezzo emerge la figura di Harvey Dent, Due-Facce, come eroe caduto completamente devoto all'ambivalenza fatale tra i due estremi. In questo senso la sceneggiatura di Nolan è scoperta, la parabola e i meccanismi sono semplici e chiari: rispecchiano pienamente l'ansia missionaria di Batman, la rivalsa vendicativa di Due-Facce e la distopia impossibile di Joker. I personaggi DC sono fortemente caratterizzati, spesso archetipi, Nolan affronta il complesso della scena senza tirarsi indietro, spingendo sulla profondità e realizzando cinematicamente lo spessore della carta. I combattimenti si stravolgono, sparisce il debole ninjutsu di Begins e appare una forma di lotta ravvicinatissima, close combat rapiddisimo e conclusivo: nessuno degli opponenti di Batman può tenergli testa, da solo o in gruppo, fisicamente o marzialmente, quindi gli scontri a mani nude sono brevi, intensi e mai messi in discussione. Lo scontro non è nei pugni, è nei piani: Nolan regala uno scontro di astuzie dove il piano dell'uno e dell'altro si intrecciano e fregano l'un l'altro tra colpi di scena, finte sconfitte e vittorie presunte. Perfetto concatenarsi di scacchi tra menti supreme. Poi c'e' lo spettacolo: tante esplosioni, tanto fuoco, tante pallottole. I gadget di Batman sono congegnati per essere plausibili, la stravaganza va sui veicoli: la batmobile resta indietro, appare poco e travolge, è il Batpod il protagonista della giornata. Lo vedete nella locandina esplosa, assetto variabile è un eufemismo: cos'e'? Magnetico? Come si combina, cosa diavolo fanno quelle ruote? Il dramma è difendere la città, tutta la città: Batman corre, sempre, a piedi o in macchina, batmobile o lamborghini, in moto o batpod; schizza da un lato all'altro della città, Batman può solo reagire, cercare, inseguire: intervine costantemente all'ultimo istante, comprendere un attimo prima della catastrofe, gettarsi a capofitto. L'intrigo del Joker non gli permette di fermarsi, può solo accelerare sempre di più e sperare di arrivare sempre in tempo, sempre all'ultimo secondo, prima dell'ultimo scatto di lancetta. Vedendola pensavo che la corazza fosse ridicola, in movimento è tutta un'altra cosa. Ovviamente non è solo Batman: Bruce Wayne, Christian Bale è perfetto, alterna momenti brevissimi di lucida serietà e impegno sociale alla classica baldoria sfrenata e surreale dell'ultimate ricchissimo. I suoi due saggi, Fox-Freeman e Alfred-Caine, sono spalle e contraltari del meccanismo batfamily che Nolan rifiuta nelle sue estremità mascherate e amplia nel nudo legame con l'uomo dietro la maschera. All'avversario supremo si regala l'omaggio di citare alcune scene dal primo di Burton, per non negare l'eredità di Nicholson senza però velare o subordinare la cessazione di quel Joker favoloso anni '80 e l'inizio del terrorista omicida di massa: la benzina costa poco. Le motivazioni caratterizzazo i personaggi batmaniani: quelle dei villain sono espresse nel migliore dei modi, Nolan si prende una libertà su Batman. Alla malora i genitori defunti: Batman non vive di vendetta, l'ossessione non è perseguire ma ordinare: nell'affondare la sua natura di eroe agli occhi dei gothamiti Nolan si concede di aumentarne la caratura morale umanizzandola e umiliandola dietro l'accettazione dei continui sacrifici, dietro la sempre presente tematica dell'essere proprio di Batman la causa di tutto. Gotham era sporca e malvagia, ma umana: è stato il caped crusader a portare la follia. Sì, no. Nessuna risposta, ogni risposta è buona: Nolan lo sa e nel concitato, melodrammatico finale concede allo scontro pochissimo spazio lasciando che siano l'apologia delle proprie ragioni a determinare il vincitore. L'unico vincitore è la bugia: a Gotham non può vincere la verità, la verità è terribile e nessuno la può sostenere, non di certo Batman né gli abitanti. Solo i morti sanno tutta la verità perché sono gli unici a non poterla raccontare. I vivi possono sopportarne solo una parte, ognuno mente al proprio vicino, almeno in parte: conoscine solo una parte, quella che so potrai sopportare, il resto sarà per un'altra volta. E intanto la bruci o seppellisci dove nessuna potrà trovarla. La verità uccide: sapere la vera identità di Batman è una condanna, il messaggio è semplice. Nolan costruisce un grande film perché decide di parlare semplicemente di temi importanti e raccontare tutto il soggetto batmaniano prendendo il proprio tempo e sfruttando le dinamiche i rapporti tra gli attori. Insomma, lascia stare: 152 minuti di erezione, ti alzi dalla seggiola stremato e virile.
Osservazione nerd conclusiva: con Iron Man la Marvel ha messo la ciliegina su tante produzioni di successo dedicate al suo universo supereroistico, la DC-Warner ha attraversato un mare di critiche per la malagestione delle sue licenze. Dark Knight ha riscritto e sta riscrivendo la storia del cinema americano nel modo più profondo possibile, sugli incassi, e si gode la prima piazza nell'indecenza della chart di IMDB. La scia del film genera ovviamente voci sul terzo futuro capitolo: ci sarà, non ci sarà? Sembra di sì: Nolan, Bale e gli altri personaggi ritornanti avevano tutti siglato per 3 film, come opzioni quanto meno. Warner dichiara che o con Nolan o niente, e mi sembra il minimo: facile credere che si raggiungerà un accordo. Depp sarà l'Enigmista? Jolie sarà Catwoman? Abbiamo un seguito riuscito nella rara impresa di superare il primo, come affrontare un terzo capitolo sarà il compitino che Nolan dovrà sforzarsi di risolvere per la primavera.
hellbly @ 13:46 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
martedì, luglio 29, 2008 | in : cinema e tv
Dr. Horrible's Sing-Along Blog: cosa fa un uomo in stato di grazia e traboccante di talento quando lo sciopero degli sceneggiatori gli impedisce di fare tv e quando sta già sceneggiando abbastanza serie a fumetti, e non ha bisogno di aggiungerne altre? Chiama a raccolta la famiglia allargata, tutta più o meno introdotta nel mondo dello spettacolo, un paio di attori che gli devono un favore o che sono parte della sua crew, apre un sito, stringe accordi di futura distribuzione con media alternativi, butta nel calderone un pò di soldi propri e si autoproduce un musical diviso in 3 atti/webisode che è semplicemente fenomenale. Joss Whedon. Protagonista della storia è il Dr. Horrible, Neil Patrick Harris, quello di Legen.... Wait for It.... Dary! How I Met Your Mother, aspirante genio del male, supervillain e videoblogger. Il Dr. Horrible inventa cose come il Freeze Ray e desidera entrare nella Evil League of Evil, è inoltre innamorato di una bella attivista sociale, caritatevole amica dei diseredati, ma è troppo timido per dichiararsi. C'e' poi un altro piccolo problema: Captain Hammer, Nathan Fillion, supereroe con superpoteri caratterizzato come il Gastone della Bella e la Bestia Disney. Cap Hammer è un bruto che sconfigge e maltratta spesso non provocato il povero Dr. Horrible, gli ruba e si fa la bella attivista solo per fargli dispetto, e va in giro beato pavoneggiandosi e facendo il figo. A questo punto fate un passo indietro e rileggete: Musical. Cantano. Non cantano sempre ma cantano spesso, la regia è spumeggiante, gli attori sono fuori di sé e sembrano divertirsi, i testi delle canzoni e i dialoghi sono spassosi: non fatevi però ingannare, è una tragicommedia, si scherza ma la tragedia arriva ed è tosta. Il Sing-Along Blog è stato un discreto successo americano, si parla di realizzarne almeno un Quarto atto: Whedon è sempre molto impegnato, ha da poco presentato le anteprime della sua nuova serie tv Dollhouse e continua a essere (anche se un pò meno) impegnato con il mondo dei comics. Si vedrà.
hellbly @ 12:43 | commenti (popup) | commenti
domenica, luglio 27, 2008 | in : cinema e tv
D-War: c'e' stato un periodo all'inizio del blog durante il quale postavo ''news'' realtive a prossimi film orientali (quando ancora seguivo il mercato in maniera più ampia rispetto a oggi, quando ancora avevo una vita oltre al lavoro)... D-War, o Dragon Wars usando il titolo americano, è in produzione dal 2002, rilasciato nel 2007: è coreano a tutti gli effetti pur essendo per larga parte ambientato a Los Angeles e avendo come attori protagonisti, oltre a quel pirla di Jason Behr  (l'alieno con le orecchie a sventola di Roswell) un cast quasi interamente occidentale. 500 anni prima.... nella misteriosa Corea vivono giganteschi serpenti, una volta ogni tanto uno di questi serpenti particolarmente giusto e buono viene ricompensato dal Cielo e trasformato in un Drago: la trasformazione avviene attraverso la fusione con una speciale energia che si incarna ciclicamente nel corpo di una giovane donna. Non tutti i serpentoni fanno però a gara a essere il più buono, c'e' uno stronzo serpentone, il sig. Buraki, che invece di guadagnarsi il potere lo vuole rubare per diventare uno stronzo dragone. Visto che la ''fusione'' avviente sinteticamente con l'ingestione della ragazza, il lavoro sembra piuttosto alla portata del Cattivo Buraki. Il Cattivo Buraki conta tra le proprie schiere migliaia di Urukai, Velociraptor e Dragi dal Regno del Fuoco, insieme con alcuni felici esemplari superstiti dei Dinoriders. Oltre alla semplice forza bruta devastante messa in campo dal solo Cattivo Buraki, gigantesco serpentone che può mangiare elefanti a due a due. Dall'altra parte dello schieramento invece ci si trova un pò scarsi: il Buon Serpentone non si sporca le mani combattendo, la ragazza è protetta esclusivamente da 1 guardiano celeste (il solito wired-cazzone troppo effemminato per staccarsi di un metro dal suo vecchio maestro) e basta. Cosa succede? Buraki naturalmente stravince, imprevedibilmente però il guardiano e la ragazza decidono di suicidarsi. Passano 500 anni e tutta la combriccola si reincarna in quel di Los Angeles. Regista inetto, attori inetti, cg coreana, il party dei soldi buttati via.
hellbly @ 14:14 | commenti (popup) | commenti
sabato, luglio 26, 2008 | in : cinema e tv
Lost Boys - The Tribe: lo so, dovrei essere là fuori a guardare Dark Knight. Invece sono stato a casa a guardare il seguito di Lost Boys. A dire il vero non è proprio il seguito seguito: è il seguito ma fra i due andrebbe collocata la miniserie di pubblicazione DC-Wildstorm, attualmente in corso, realizzata per l'occasione dove verrà svelato (immagino) il retroscena a spiegazione del finale di The Tribe. Mmm: ok. Venti anni dopo tornano Corey Feldman e Corey Haim (sarebbe tornato anche Newlander ma le sue scene pare siano state tagliate), rispettivamente Edgard Frog e Sam Emerson. Ok, a dire il vero solo Feldman torna ''realmente'': Haim si ritaglia una comparsata d'effetto ma minimale. Feldman invece torna nel ruolo di coprotagonista: siamo nuovamente a Santa Carla infestata dai vampiri surfisti. Non c'e' più il giovane Schumacher a dirigere, né Donner a produrre: il testimone è passato nelle mani di un registucolo televisivo all'anagrafe P.J. Pesce. Non scherzo. Finito di vedere il film ho un'unica domanda: la voce di Feldman è impostata o naturale? Ascoltatelo in originale: neppure Christian Bale versione Batman ha un tono così. E' un film anni '80 tale-quale con solo qualche aggiornamento nello slang e nel vestiario: essendo che siamo nel 2008 e non nel 1987, Lost Boys 2 risulta meno favoloso e cult, restando in ogni caso un centro perfetto se alla ricerca di una bella dose di nostalgia. Cristiani troppo giovani per riconoscere Feldman non dovrebbero neppure noleggiarlo, la mia generazione è invece tenuta a guardarlo: è un sacro dovere. ''Com'e' invecchiato male Feldman, è fuori forma un casino'', dice lo spettatore cercando di stare seduto senza che la panza trabocchi dai jeans.
hellbly @ 01:40 | commenti (popup) | commenti
domenica, luglio 20, 2008 | in : cinema e tv
Hellboy 2: la china presa da Del Toro prosegue irrimediabilmente allontanandolo dal mio cuore, con questo seguito del Labirinto del Fauno il regista definisce la sua nuova natura di mediocre mutanzione bastarda tra Spielberg e Burton, prequel dello Hobbit, questo Hellboy 2 Golden Army riprende i pupazzi della favoletta franchista riciclandone temi e stili fino al lampante Angelo della Morte con gli occhi decentrati sulle ali. Nonostante con una mano sembri avvicinare il fumetto introducendo l'Ectoplasmic Man e rielaborando in questo senso il BPRD, con l'altra travia tutte le caratterizzazioni originali trasformando Hellboy dal più grande detective del paranormale a uno stupido redneck senza cervello: tra storie d'amore improbabili e superficiali, goblin senza gambe che sarebbero stati bene non nel Labirinto dello Stupido Fauno ma in quello di Bowie, tra wired-elfi bianchi demenziali copie dei più recenti successi mainland cinesi, mercati dei troll rubati a una qualunque opera di Gaiman/Carey, troll-mazinga z versione steampunk, pseudo-Ent tolkeniani.... insomma niente che abbia a che vedere con Mignola, tutto a che vedere con un fantasy anni '80 rivisto con la cg di Jackson. 2 scene su tutto mi hanno fortemente disturbato: il combattimento di Hellboy con gli armadietti dello spogliatoio e la canzone. Dialoghi improbabili, sceneggiatura trita, effetti speciali già visti: Del Toro ha compiuto la scelta del successo e ha girato le spalle alla sua visione per abbracciare quella del fantasy commerciale. Odioso bastardo.
hellbly @ 21:52 | commenti (4)(popup) | commenti (4)
martedì, luglio 08, 2008 | in : cinema e tv
Balls of Fury: è un film di Will Ferrell senza Will Ferrell. Al posto di Ferrell c'e' questo Dan Fogler: a giudicare dal fisico è condannato a fare il comico a vita, IMDB lo definisce un attore/cantante con un passato in musical di Broadway (anche off-). E' simpatico, niente di che. La storia è scema con un giovane prodigio del ping pong ingaggiato da un agente fbi per introdursi in un torneo di ping pong underground e mortale organizzato da un super ricercato, il gay-wannabe cinese Christopher Walken (che ormai mostra fin troppo chiaramente di trovarsi divertente in questi contesti). Che volete che vi racconti? Ci sono un pò di effetti speciali direttamente rubati al Ping Pong giapponese di qualche anno fa, c'e' della commedia demenziale e volgare, c'e' Maggie Q. Certe scene sono divertenti, altre no: è perfettamente in linea con il suo genere, niente di più.
hellbly @ 20:07 | commenti (popup) | commenti
domenica, luglio 06, 2008 | in : cinema e tv
Meet BIll: da Thank You for Smoking in poi Aaron Eckhart è entrato a forza nella schiera dei miei attori da seguire, la sua è una carriera travagliata con alti e bassi (pochi alti) che forse impennerà a breve con l'uscita dell'anche suo Dark Knight. Meet Bill è una tipica commedia americana appartenente a quel sottogenere dedicato alle crisi esistenziali di uomini maturi, ne segue tutti i presupposti: moglie antipatica/infedele, famiglia di lei oppressiva e avvilente, lavoro futile e via dicendo. Compreso il finale aperto dove al lieto fine non corrisponde certo un vissero felici e contenti. Aaron Eckhart è l'unico elemento di originalità all'interno di un mucchio di stereotipi: il suo protagonista è nevrotico ma non assurdo, è indebolito ma non inetto, è reale e comune, lontano da quelle esagerazioni tipiche dei comici o dalla recitazione sopra le righe di tanti progetti similari. Un uomo normale con le sue forze e debolezze finito in un vicolo cieco e forse troppo pigro per decidere di tornare indietro e scegliere un'altra strada. L'incontro con un giovane, il tipico ''kid'', lo spronerà a riscoprire la propria individualità indipendente dalle routine sviluppatesi negli anni. Le presenza femminili intorno a lui sono appena marginali, Alba in un ruolo eccezionalmente secondario chiaramente all'umile ricerca di credibilità come attrice aldilà del suo corpo. Regia d'esordio per il produttore Bernie Goldmann, coadiuvato dalla sceneggiatrice coesordiente Melissa Wallack. E' un film medio come tanti altri che spicca e varrebbe la pena di cogliere dal mucchio per la presenza recitativa di un ottimo interprete a lungo sottovalutato.
hellbly @ 12:23 | commenti (popup) | commenti
sabato, luglio 05, 2008 | in : cinema e tv
A Tale of Mari and Three Puppies: nel contraddittorio mondo dei mangia-balene c'e' sempre spazio per l'annuale melodrammone cinematografico dedicato alle infinite storie vere di dedizione canina e, come certo saprete, il qui presente cede sempre alla tentazione di cuccioli e amore a quattro zampe. Sperduto villaggio montano giapponese, nucleo famigliare composto da nonno vedovo, figlio vedovo, due bambini: i bambini adottano una cucciola abbandonata, la chiamano Mari, l'hanno dopo la cagna dà alla luce tre cuccioli. Siamo nel 2004, un massiccio terremoto provoca distruzione e morte nel nord del Giappone: il nonno e la bambina restano intrappolati sotto le macerie della casa, il nonno resta gravemente ferito. L'amato cane si spaccherà le zampe cercando inutilmente di liberarli, poi guiderà i soccorsi a salvarli. Il nonno è moribondo, non c'e' un attimo da perdere. C'e'  vento, l'elicottero non può atterrare. NOOOOOOOOoooooooooo!!!!!!! Lasciate a terra il vecchio moribondo! SALVATE I CANI!!!! NOOOOOOOoooooooooo!!!! Nella disperazione isterica della bambina costretta ad abbandonare Mari e i 3 puppies, echeggiata accanto a me dalla pari singhiozzante isteria della mia ragazza, il film arriva al nucleo del suo soggetto. Abbandonata con i suoi tre cuccioli nel mezzo della montagna fredda e inospitale, abituata alla vita domestica e apparentemente incapace a procacciarsi il cibo da sola, Mari sembra condannata a morte. Passano i giorni. Nel rifugio approntato nel vicino villaggio la bambina è una specie di zombie sconvolta dalla perdita, nell'ex-villaggio Mari e i 3 puppies lottano contro la pioggia gelida, corvi bastardi, continue scosse d'assestamento e la pessima qualità dell'edilizia giapponese. La tragica storia unisce tutti gli sfollati, disposti tutti a sacrifici più o meno grandi pur di un'ultima speranza di trovare ancora vivi i 3 puppies e Mari.
Il tempo su schermo dei cani è scarso, estremamente ridotto forse a causa della difficoltà recitativa dei cuccioli: ogni minuto è straziante; quando non ci sono i cani, ci sono i bambini che si straziano: quando tornano i cani lo strazio dei bambini straziati moltiplica geometricamente la straziante situazione dei cani. Ovviamente non c'e' limite al peggio e i protagonisti a quattro e due zampe sono continuamente sottoposti alla tipica serie di sventure inanellabili nei melo' giapponesi: a un certo punto diventa persino un motivo tematico del film. Il padre al figlio: se adesso ti sembra di stare male, pensa che ti capiterà sicuramente di peggio. Edificante fino al midollo. Mari e i puppies sono shiba: meravigliosi, soffici e grassottelli. Il regista è un esordiente, o almeno questa è la mia ricostruzione, Masanobu Takashima: già attore in qualche film di Godzilla e horror. La storia originale è leggermente diversa e la potete trovare qui: nei titoli di coda vengono mostrate come da tradizione del genere foto raffiguranti la verita degli eventi e dei protagonisti, le ultime mostrano Mari e i 3 puppies. Non esiste nulla di più triste di un cane ed è la ragione per cui le persone che non li amano dovrebbero essere registrate ed evidenziate come possibili criminali e individui abietti.
hellbly @ 18:24 | commenti (popup) | commenti
domenica, giugno 29, 2008 | in : cinema e tv
L'Incredibile Hulk: la premessa prima, più una conferma e un chiarimento, è che questo sia effettivamente non il seguito del precedente film di Ang Lee; subito all'inizio troviamo infatti nuove Origini cinematografiche e tutto un nuovo inquadramento del soggetto. Il secondo punto è come, con pochi minuti e un'azzeccata scelta di suggerimenti, e per assurdo in soli due film, la Marvel sia già riuscita a creare una fortissima idea di universo condiviso da tutti i suoi personaggi live action: almeno quelli nuovi. Non è quindi un caso se all'interno dei primi minuti troviamo riferimenti a Iron Man e Nick Fury... questa volta non c'e' bisogno di attendere tutti i titoli di coda per beccarsi la sorpresina. Norton è un Banner convincente, gli sceneggiatori hanno preferito una caratterizzazione presa dalla versione fumettistica classica: magrolino e mite, con un alter ego Hulk scarsamente dotato di intelligenza e impegnato nel corso del film a regalare battimani sonici, smash e altre preziosi riferimenti. In questo contesto di fedeltà vengono però integrate alcune visioni più moderne: il Banner impiegato a imparare le linque dei posti dove si nasconde, la meditazione e via dicendo. Il tutto continuamente frammistato da altre citazioni classiche questa volte dedicate alla serie tv: il Banner barbone-autostoppista, la theme song. Louis Leterrier, quello di Transporter, si impegna ma si avverte fortemente la volontà di un supervisore massimo la cui presenza fornisce tutti quegli elementi di apprezzamento da fan e allo stesso tempo limita e mitiga certe propensioni caratteriali del regista. La produzione di Hulk e Iron Man è stata per larga parte contemporanea eppure sembra evidente che a un certo punto della realizzazione di quest'ultimo ci sia resi conti dell'esplosività del materiale e siano stati successivamente a forza inseriti particolari accomunanti nel primo. Magari sono solo cazzate. Abominio non è granché, sembra Doomsday. Gli scontri sono buoni, i modelli in cg ottimi anche se manca quel salto tecnologico di qualità che li renda visibilmente migliori di quanto già visto la scorsa volta: continuo poi a non apprezzare le espressioni da cucciolo di Hulk e quel suo faccione da bambinone, preferirei qualcosa di più mostruoso e meno tenero. Straordinariamente sono più interessanti le scene di Banner rispetto a quelle di Hulk, Norton offre un'ottima performance e alla fin fine le scene d'azione verde sono vagamente ripetitive: sono poi stupefatto di non aver visto sfruttare il centralissimo assioma del Madder-Stronger, la vittoria finale su Abominio si manifesta quasi più come una spinta d'agilità e cuore rispetto alla bruta energia delle radiazioni gamma. A questo punto l'attesa per Avengers diventa immodesta.
hellbly @ 01:39 | commenti (popup) | commenti
domenica, giugno 22, 2008 | in : cinema e tv
Superhero Movie: ennesimo capitolo nella serie di film parodia che da anni ammorbano i miei mesi costantemente alla ricerca di qualche risata imprevista; come sempre nella sua ora e rotta di durata il film riesce a consolidare una o due battute, sketch o momento divertente lasciandosi però alle spalle più rovina che altro. Scoregge e calcio nelle palle, è tutto quello che ci vuole. Il punto migliore del film sono i titoli di coda: esilarante il ''colpo di scena''. Unica osservazione da tentare: lo staff-crew di questi film comincia a riciclarsi tra ruoli protagonisti e marginali sviluppandosi realmente in un team specializzato con facce e nomi che ritornano ripetutamente; in aromento diventa allora motivo di curiosità l'alternanza Pam Anderson-Carm Electra.
hellbly @ 00:48 | commenti (popup) | commenti
domenica, giugno 08, 2008 | in : cinema e tv
Rambo: ovvero Rambo IV. Ho aspettato tanto a vederlo perché Rambo è RAMBO. Non sono mai stato tipo da Rocky, troppo giovane per Rocky: io ero RAMBO, visti al cinema dal secondo, ho avuto il poster di RAMBO 2 LA VENDETTA in camera da letto, sopra il letto, bandana rossa e assurdo super mitragliatore lanciamissilie in braccio, fino a che non entrai nell'età dell'idiozia quando gel, ragazzine, bomber e fare il figo divennero più importanti di RAMBO. Rocky non era stato male, non così tanto: ma un troppo vecchio Stallone mi aveva spinto a evitare l'altro polo della combo seguiti messa in piedi dal malandato ex-action hero. Voglio dire: ancora oggi non accetto di commentare la qualità di Rambo III. La wikipedia riporta un dato interessante, lo riprendo senza metterne in dubbio la veridicità: il fim dura meno di un'ora e venti, veramente poco, straordinariamente poco, e ci sono 262 morti, 3.2 al minuto. Più che nei tre precedenti film messi insieme. ''E che morti!''
E' il party del sacco di sangue: in principio è l'arco, frecce sibilano come cobra supersonici trapassando i budini asiatici che si oppongono alla giusta morte per mano di RAMBO; poi viene il Barrett, l'arma dell'amico di RAMBO nel film, proiettili calibro .50 che sfrecciano aprendo buchi nelle ciambelle asiatiche e portando via teste agli orsetti gommosi asiatici; infine è... mmm... anonima-torretta-d'artiglieria-montata-su-jeep che sbriciola i cracker asiatici accorsi sul campo di battaglia esclusivamente per incontrare la più onorevole delle morti per mano di RAMBO. Il film è iperviolento, RAMBO è invecchiato e non si fa più le menate: la gente la ammazza nel modo più rapido e distante possibile, possibilmente a frotte; quei maledetti sadici-busoni-asiatici subiscono la giusta sorte per aver camminato all'interno del raggio di morte di RAMBO. Stallone vorrebbe farne un quinto: vorrei un RAMBO alla guida di un Mazinga, al posto dei Rocket Punch vorrei dei giganteschi rpg.
hellbly @ 00:05 | commenti (popup) | commenti
sabato, giugno 07, 2008 | in : cinema e tv
The Onion Movie: da noi quelli di ''Onion'' non sono esattamente celebri, io stesso (stesso=megaego) li conosco solo perché di tanto in tanto scrivono articoli umoristici sui videogiochi che vengono a loro volta spesso linkati sui siti specializzati. Si parla di un blocco di rivista cartacea/sito/altro che lavorano come notiziario comico: niente a che vedere con Striscia la Notizia, più simile al Dailyshow di Jon Stewart. Il film è, non a caso, come un lungo episodio del suddetto Dailyshow: c'e' un host, in questo caso una sorta di archetipo anchorman della tv americana, e noi siamo alla tv a guardare alcune edizione del suo telegiornale. A seguito di alcune delle notizie più rilevanti il nostro sguardo può seguire gli approfondimenti, i servizi esterni o seguire o precedere le storia diventando di fatto i tipici sketch da film demenziale. Si chiaro come il riverbero della neve in un giornata di sole splendente a mezzogiorno, accecante: no Scary Movie, no Epic Movie e no a tutti i loro fratelli e cugini. Qui ci si spatacca.
STEVEN SEAGAL E' COCKPUNCHER!!!!!
Fate largo alla nuova hit di MELISSA CHERRY, ''TAKE ME FROM BEHIND''
Come tutti i film di questo genere anche qui si incorre nel fenomeno della ripetizione che in pochissimo tempo prova a creare un effetto tormentone fastidioso, si esaurisce però molto in fretta e continuamente si viene investiti da nuove proposte di parodia demenziale: a venir presi in giro non ci sono i soliti film, ma tutto il sistema americano (obiettivo complesso da colpire in neppure un'ora e mezza): dalla guerra al terrorismo, presidente compreso, al cinema, alla musica, al giornalismo ovviamente. Si ride molto, ma sono soprattutto due gli elementi da morire: andate su youtube e digitate ''Steven Seagal Cockpuncher trailer'' o ''Melissa Cherry'' affiancato a ''Take me from behind'' o ''shoot your love all over me'' o ''down on my knees''.
Non ho altro da aggiungere, andate a scaricarvelo o comprate il dvd uscito da pochi giorni, non aspettatevi uscire al cinema perché anche in USA il film è uscito direttamente in dvd: non vi tedierò con l'inutile e noiosa storia (che per altro mi limiterei a riportare dalla wikipedia) sul film iniziato in produzione nel 2003 poi persosi per strada tra cambio di produttori e registi e bla bla.
Invece una cosa la aggiungo: se avessi saputo che cinque anni fa Steven Seagal visse un tale moto di autoironia avrei guardato senza interiore vergogna tutti i suoi film da allora, che ho comunque guardato ma con vergogna; per rimediare il torto andrò a vedere il documentario su Jean Claude Van Damme.
hellbly @ 00:12 | commenti (popup) | commenti
venerdì, giugno 06, 2008 | in : cinema e tv
Be Kind Rewind: la presenza di Jack Black e le scelte nella composizione del trailer ottengono un certo effetto sviante sulle aspettative riguardanti il film, anche se il nome di Michel Gondry dovrebbe chiaramente lasciar intendere la presenza di vaghezze rarefatte e inventiva nella rappresentazione visiva, montaggio ricercato e metatrame composte per ingannare la mente quanto l'occhio. Ciò detto partiamo dai presupposti: ''non ero certo impazzito per Eternal Sunshine'' e ''Gondry torna al cinema di (pià o meno) larga distribuzione dopo qualche anno di progetti legati al suo background musicale e al panorama europeo''. Il New Jersey è il luogo della depressione economica e sociale, la pressione tele-cinematografica esercitata sul suo suolo l'ha reso un posto emblematico anche e orami aldilà dei confini della East Coast (ch-check it out): la Passaic di Be Kind Rewind non è molto diversa dalla Leonardo di Clerks, e corrono somiglianze anche tra i rispettivi film. Abbiamo un angolo di palazzo e relativa strada come non se ne vedevano da Smoke, non c'e' un tabaccaio ma un videonoleggio trasandato gestito da un vecchissimo Danny Glover e dal suo figlioccio Mos Def (a cui farebbe proprio comodo un corso di dizione), costantemente disturbati dall'irritante personaggio interpretato da Black; difficile definire quest'ultimo: vive vicino alla centrale elettrica locale, non si capisce di cosa viva o cosa faccia tutto il giorno a parte bighellonare, è sconclusionato e pazzo anche per gli standard dell'attore: non è una persona vera, solo un mezzo della sceneggiatura troppo evidente e palese, ogni twist gli passa attraverso e viene da lui promosso. Su tutti i personaggi del film Gondry spende poco in termini di profondità, volontariamente bidimensionali si fermano il tempo di recitare battute e spingere avanti il tema del film: il fatiscente palazzo del videonoleggio è prossimo a demolizione, in missione per conto di dio il gruppetto farà di tutto per salvarlo, raggiungendo in questa lotta per difendere l'origine e la tradizione il cuore degli abitanti risvegliando, o riscoprendo, lo spirito sociale della comunità, collegialità d'intenti, mutuo rispetto e forte convincimento, parrocchiale direi, che il tempo speso insieme possa rivalutare al rialzo l'esistenza misera e priva di fine al cui gioco sono condannati tutti i poveri sbandati e perdenti concentrati in paese. Principali leitmotiv di questo umile percorso umano sono la storia, veicolata attraverso prevedibili flashforward, del(l'unico) più famoso figlio di Passaic, il pianista jazz Thomas ''Fats'' Waller: tipica ed eroica storia anni '20 per diseredati e rifugiati in fuga; dall'altra parte abbiamo quel singolo aspetto che alla fin fine caratterizza, pur godendo di scarsissimo tempo in scena e di un trattamento molto rapido, tutta la pellicola, tutta la campagna pubblicitaria e il marketing intorno al film: i rifacimenti amatoriali di film celeberrimi, a partire da Ghostbusters fino a A Spasso con Daisy, passando per Robocop e King Kong. Non fatevi però ingannare: non si tratta di sketch inseriti come scenette all'interno di un film compilation, i personaggi sono attivi in questo business intanto che vivono il resto delle loro crepuscolari vite. Il tutto vira pesantemente verso una visione dell'arte povera reinterpretata con curiose e dubbie motivazioni anticapitalistiche dove la rassegnazione vitale dei protagonisti confonde nei messaggi dalla moralità grigia che vedono protagonisti l'avvocato della ''siae'', il costruttore filantropo, la centrale elettrica. Il film non va da nessuna parte eppure arriva a un finale che lascia perplessi quanto il resto, il buonismo da dopoguerra in un paese sconfitto non mi sembra troppo diverso dalle solite menate propinate dai cartoni Disney: come se non bastasse si rasentano due lunghissime ore di durata complessiva; ciò detto il regista è dannatamente bravo, non ho mai provato il desiderio di mandare avanti (di spenere sì).
hellbly @ 23:51 | commenti (popup) | commenti
sabato, maggio 31, 2008 | in : cinema e tv
My Name Is Earl (episodi 1-22 stagione 3 completa): eccoci al post annuale dedicato alla serie interpretata da Jason Lee giunta attraverso il gran casino dello sciopero degli sceneggiatori americani a un'accorciata ma felice fine terza stagione. La storia riprende da dove l'avevamo mollata, Earl è in prigione. Eravamo a una seconda stagione leggermente scivolata di tono, tesa meno verso la comicità e più verso la commedia: la terza prova a ribilanciare il tutto, il cambio d'ambientazione e le nuove dinamiche tra i personaggi dovuti alla nuova collocazione di Earl danno lo spunto per una trama più solida portata avanti attraverso più episodi in maniera unitaria. Earl continua a spuntare voci dalla sua lista e intanto cerca di guadagnarsi anticipatamente la libertà, a metà stagione finalmente riuscirà a guadagnarsi la libertà finendo però per iniziare seriamente a dubitare di tutta la questione karma: questo nuovo Earl porterà la stagione a concludersi senza cliffhanger e con grande soddisfazione mentre vengono ristabilite le routine e con gentilezza la storia viene riportata allo status quo iniziale. Magari non la migliore delle iniziative, artisticamente parlando, ma per una serie tv può non essere la peggiore delle situazioni: Earl avrà una quarta stagione, per adesso tanto basta.
hellbly @ 00:26 | commenti (popup) | commenti
venerdì, maggio 30, 2008 | in : cinema e tv
The Machine Girl: immediato cult giapponese del 2008, il nuovo film diretto da Noboru Iguchi (quello di Sukeban boy) sistema e definisce quel rinnovato sottogenere splatter che da qualche anno spuntava saltuariamente attraverso le produzioni indipendenti dell'underground cinematografico nipponico, Death Trance, Meatball Machine; stabilisce anche il ritorno agli onori della cronaca della Nikkatsu dopo varie peripezie aziendali: non a caso il cast è composto in larga parte da ex attori presi dal porno e dai pinku, mentre la protagonista è un'idol al suo primo film, Minase Yashiro. Parliamo di mega-splatter, di machine-gun, motoseghe, ninja-yakuza, geyser di sangue, mutilazioni e le solite urla. Comincia tutto con la tipica situazione di bullismo, un ragazzino viene preso in mezzo e muore. La sorella si incazza e comincia la vendetta. Sono stupefatto quando leggo su internet i tanti paragoni con Planet Terror: cristo, non dubito che Iguchi l'abbia visto ma penso che prima di parlare del mezzo Grindhouse sarebbe il caso finire di elencare le numerose citazioni da Evil Dead. La protagonista, nelle prime battute del film, viene mutilata di mezzo braccio sinistro: in un'epica scena presa direttamente da Army of Darkness aggancerà al moncherino (dapprima) una gatling gun, successivamente sostituita dalla storica motosega. A questo punto avremmo già tutto il blocco di temi e contenuti necessari al genere, compresa la patinatura da softcore: mancano però completamente scene di nudo, mezzo nudo o generici ammiccamenti sessuali, al massimo vengono concesse poche scene in reggiseno. Il film è anche troppo lungo, a volerlo sottolineare: i combattimenti sono continui ma un paio di scene preparatorie concedono troppo tempo a inutili approfondimenti caratteriali; se rimpiangete gli anni '70-'80 stringetevi forte al mercato giapponese perche' ne sta sfornando a ripetizione ma non si sa quanto potrà durare questo fenomeno. ANCORA ANCORA ANCORA ANCORA....
hellbly @ 19:29 | commenti (popup) | commenti
giovedì, maggio 29, 2008 | in : cinema e tv
CJ7: il desiderio di cambiare è comprensibile e nasce spontaneamente nel cuore di tutti gli uomini, anche di quelli cinesi; l'ultimo film di Stephen Chow è molto diverso dal suo passato, e dal suo presente visto lo scarso successo ottenuto: difficile per un comico di fama tirar fuori un film ''drammatico'' senza incorrere nell'astio dei fan. Il problema poi è maggiore se il film risulta essere di per sé mediocre e noioso. Il paragone di trama facilmente tira in ballo ET: un ragazzino povero (il padre è un manovale, la madre è morta; il padre potrebbe mantenere un tenore di vita meno povero ma preferisce far la fame e farla fare al figlio piuttosto che rinunciare alla super scuola privata dove lo manda) viene costantemente bullato a scuola sia dai compagni prepotenti e riccastri, sia dagli insegnanti spocchiosi e superficiali: il bambino però è sicuro di sé e vive secondo gli insegnamenti di integerrima moralità del padre. Un giorno però il più borioso degli altri bambini porta a scuola la versione taroccata cinese di AIBO e scoppia il casino: il bambino protagonista diventa capriccioso e non ne può più di essere il più sfigato di tutti, il padre disperato va a ravanare nell'immondizia e tira fuori un bagaglio alieno che poi si trasformerà in un cane alieno molliccio fatto di un materiale simile allo slime. Il bambino diventerà arrogante e bastardo....il resto del film è fatalmente prevedibile e non regala emozioni. Il molliccio alieno è un pokemon e, come tutti i pokemon, ha ormai rotto le palle, senza neppure riuscire a colpire quell'effetto ''adorabile'' da prodotto per ragazze (lo so, ho fatto la prova con la mia che ci cade sistematicamente ed è rimasta del tutto indifferente). Gli effetti speciali sono buoni, fatto che dimostra quanti soldi americani girino oramai nella macchina da film di Stephen Chow.
hellbly @ 23:23 | commenti (popup) | commenti
giovedì, maggio 29, 2008 | in : cinema e tv
Be a Man! Samurai School: il Monte Fuji staglia (transitivo) lo scontro tra il bene e il male benedicendo con la sua maestosa figura l'età di Tak Sakaguchi, uomo, eroe, regista. Sakigake!! Otokojuku è la prima regia dell'attore diventato famoso esordiendo in Versus, dimostrazione lampante che del binomio Takaguchi-Kitamura, laddove l'ultimo è da qualche anno in un triste calando, era il primo la vera causa di tutto (dove per ''tutto'' intendo la corrente action seguitane). Non solo Takaguchi ha continuato a interpretare se stesso in ruoli sempre uguali in film d'azione demenziale, e lo dico in senso positivo, ma quest'anno ha compiuto il passo in più attraversando il confine e finendo a dirigere e scrivere il suo primo film, e coreografare i combattimenti dell'imminente Tokyo Gore Police. Parliamo un attimo della genesi di Samurai School: guardiamo da lontano senza nessuna base limitandoci a qualche graziosa congettura..... Sakigake!! Otokojuku? Uhm... il titolo, l'ambientazione e il tema... mi sembra di ricordare, sì: Tak aveva partecipato anche a Sakigake!! Cromartie High School. Guardiamo ora da più vicino: il film è composto quasi interamente da (semi)esordienti salvo qualche notevole eccezione, nel ruolo dell'antagonista troviamo per caso Hideo Sasaki. Lo stesso antagonista di Versus. Il rettore della scuola è Akaji Maro. Scherzi a parte, tra ingenuità e genuina serietà, Tak Sakaguchi ha deciso di cominciare la propria carriera occupandosi di cose conosciute senza lanciarsi in arroganti esperimenti ha mescolato le esperienze maturate in un super tamarro film d'azione umoristica di quasi due ore, senza paura e con stimabile autoironia. Ovviamente il film è tratto da un manga, diversamente dal solito non si tratta però di un fumetto recentissimo acquistato esclusivamente a fini di sfruttamento commerciale ma di una vecchia e dimenticata pubblicazione della fine degli anni '80: budget o motivi artistici poco importa. Otoko-Juku è una scuola segreta la cui missione non è quella di educare ragazzi, bensì formare uomini, leader, generali, guerrieri. Samurai. La scuola funziona così: i diventi uomo o muori; punizioni corporali, tortura, mortali prove di resistenza e coraggio, combattimento: alla Otoku gli studenti fanno fatica con la tabellina del 2 ma sono pieni di lealta, spirito e hotblooded devozione. La storia segue l'ammissione e il primo anno di cinque nuovi studenti: il silenzioso e gentile Momotaro, Tak, armato di katana e bandana alla Ryu, leader degli studenti del primo anno; il punk-karateka Toramaru; il gigante imbecille tutto palle Togashi, genialmente interpretato da un modello di Armani qui truccato con sfregi e per tutto il tempo sfottuto per essere brutto; lo sfigato e codardo Hidemaru e il computer umano Tazawa (fortissimo nella tabellina del 1). Dovranno affrontare sadici ma in fondo buoni insegnanti, sadici ma in fondo deboli studenti del secondo anno, sadici ma in fondo rispettosi appartenenti a una scuola rivale. Il film è un overdose di espedienti: ogni volta che uno dei personaggi si trovi a nominare qualcosa di specifico, una speciale tortura, un arte marziale o un colpo mortale urlato prima di essere inflitto o roba del genere, l'azione si congela e l'amico narratore ci presenta un piccola scheda con tanto di sovrimpressione e spiegazione; combattimenti in ring speciali pieni di trappole, la forza del Chi/Qi, la forza del tifo (non la malattia, l'attività del tifoso), sacre bandiere da 300 chili, tizi in armatura da shogun, esplosioni di sangue e gente che non muore nonostante siano esplose ma soprattutto gente che corre e urla, urla e corre (o compie un altro sforzo che urlando viene meglio). Il Monte Fuji, il Sole. Per tutto il tempo non si capisce se il film sia una pellicola di propaganda mascherata da intrattenimento o una divertente presa per il culo della propaganda: arrivato alla fine e dopo averci pensato qualche ora non sono ancora sicuro di quale delle due. Volete un difetto a tutti i costi? Troppo lungo:  i combattimenti sono troppo lunghi, gli urli sono troppo lunghi, c'e' una corposa perdita di misura verso la fine, il tempo viene dilatato che sembra di tornare a quando i cartoni animati giapponesi spezzavano i combattimenti in 50 episodi e ogni episodio i contendenti riuscivano a scambiare solo un pugno. Fantastico.
hellbly @ 18:17 | commenti (popup) | commenti
giovedì, maggio 29, 2008 | in : cinema e tv
Jumper: ovvero il film del ritorno alle grandi produzioni e alla fantascienza per il giovane Darth Vader; tratto dal primo, omonimo, romanzo in una serie di 3, Jumper racconta di persone rare e straordinarie nate con la capacità di teletrasportarsi istantaneamente in qualsiasi posto a portata di vista o precedentemente visto. Il romanzo non l'ho letto ma da quello che ne leggo pare fosse molto più denso di contenuti, socialmente teso e decisamente più adulto di quanto non sia stato messo in scena per la trasposizione cinematografica: la prima cosa da fare scoprendo di possedere un potere è capire come questo possa essere impiegato per fare soldi facili, trattandosi di teletrasporto rubare diventa facilissimo. Non a caso la maggior parte dei Jumper sono ladri o comunque vivono al di fuori della legge facendo poca fatica a impiegare il proprio dono per il male: per questo da millenni esistono i Paladins, setta religiosa e governativa la cui missione è sterminare l'altro gruppo. Ovviamente i Paladins sono cattivi, sono fanatici e non si fermano davanti a niente per uccidere i Jumper, compreso uccidere innocenti e civili. Darth Vader ovviamente è superfigo, vive da super ricco ed è super super; il suo arcinemico è un Samuel Jackson che, stranamente, non mi pare dica mai ''fucking'' qualcosa. In più ci sono la fidanzatina di Darth e un altro Jumper amico-nemico. Nella serie vengono citati i Marvel Team-Up. Gli effetti speciali sono piuttosto ben fatti, anzi sono veramente ad alto budget: il film è una sciocchezza, ma una sciocchezza bella a guardarsi.
hellbly @ 13:55 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, maggio 28, 2008 | in : cinema e tv
The Girls Rebel Force of Competitive Swimmers: premesso che probabilmente avrei dovuto guardare prima The Machine Girl, film che ultimamente sento spesso citare e che mi sono affrettato a reperire, tuttavia questo lo avevo in scaletta per primo e quindi, nonostante pare inserirsi sulla linea dell'altro... avete capito. Il film è anche intitolato ''Undead Pool'' o, come preferisco, Nihombie 2 (dove il ''2'' suggerirebbe l'esistenza di un ''1''... che però è in realtà quel Zombie Self Defence Force già visto qui sul blog: i due film non hanno alcuna parentela, probabilmente la questione dipende da qualche stupido distributore). Il film dura poco più di un'ora: un misteiroso virus si sta diffondendo in Giappone, tutte le studentesse e insegnanti di una scuola femminile vengono vaccinate e, dopo poco, si trasformano in vari gradi di zombie; alcune intelligenti, altre stupide, alcune corrono, altre arrancano, alcune brandiscono motoseghe e altre armi tipiche dello splatter, altre si limitano a esplodere in gorgoglii sanguinolenti e rossissimi. C'e' un di più: le protagoniste, Sasa Handa e Yuria Hidaka. I nomi non vi diranno nulla, neppure a me, d'altra parte è difficile ricordare i nomi di tutte le teen modelle giapponesi di video softcore. SDANG! Esatto! Scene lesbo, stupri e moine si alternano freneticamente a squartamenti, cannibalismo e grida di dolore e terrore. Tette e sangue! Tette e sangue! Tette e sangue! E' un vero peccato che io non abbia più tredici anni, sarebbe stato bello... E' bello comunque, però non così bello.
hellbly @ 21:06 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, maggio 28, 2008 | in : cinema e tv
Dai-Nipponjin: tra i vincitori della stagione cinematografica giapponese dell'anno passato c'e' questo particolare film d'esordio presentato con ottimi risultati a Cannes 2007, il regista/autore è Hitoshi Matsumoto, celebrissimo comico giapponese la cui carriera sta venendo sempre più frequentemente accostata a quella di Kitano. Collabora a questo gioco anche la diretta rivalità che pose Dai-Nipponjin in competizione con l'ultima opera di Kitano, quel Glory to the Filmmaker che da mesi provo a guardare solo per stufarmi dopo pochi minuti, uscito sconfitto per incassi e critiche tanto da suscitare in Kitano un famoso commento nel quale avrebbe ammesso la superiorità della prima opera di Matsumoto, congratulandosi. Premesso che ho mancato, temo, di capire il finale del film la trama è questa: Dai Nipponjin, ''grande giapponese'', è il nome di un supereroe in carne e ossa che, nel classico stile locale, si manifesta in un uomo in grado di assumere dimensioni gigantesche. Il film sceglie la forma del documentario e per quasi tutto il tempo seguiamo le scene attraverso la macchina da presa in prima persona di un presunto giornalista intento a realizzare un ''servizio'' sulla vita e le battaglie del suddetto superereoe. Il protagonista è interpretato Matsumoto stesso che si affida a un'improbabile pettinatura per caratterizzare l'annoiata, priva di senso, depressa vita del supereroe: costretto tra sponsor, manager sanguisuga, mostri irrispettosi, e scarso interesse da parte del pubblico sempre meno disposto a seguire le dirette dei combattimenti. Un dato particolare, che non saprei dire se rappresentativo della comicità dell'autore, gira intorno al fatto che non ci siano battute palesemente studiate per far ridere: l'umorismo nasce dalle scene e dall'essere dei personaggi, non da loro comportamenti specificatamente studiati per essere ridicoli o divertenti; i mostri sono grotteschi e rappresentati come disturbanti versioni degli yokai folkloristici, una gamba con una testa, un pollo con un occhio tentacolare che gli esce dal culo: roba di questo genere. Prestano le proprie fattezze ai mostri alcuni attori di calibro tra cui non si può non citare almeno Riki Takeuchi. Tecnicamente l'autore si avvale di ottimi modelli in cg sovrapposti secondo le più moderne tecnologie direttamente ''sopra'' gli attori: maschere e costumi digitali per rendere il realismo carnoso caratterizzante dei mostri e dell'eroe. Nel finale...................................vi lascio qualche punto per decidere se continuare a leggere......... Matsumoto cerca un effetto straniante introducendo dei cloni
della famiglia Ultraman, togliendo gli effetti speciali e regredendo ai costumi e ai modellini di città: lo scontro finale è un oltraggioso omaggio alle apparizioni più seriali di Godzilla e soci. Come dicevo sto ancora cercando di farmi un opinione sul senso: in ogni caso parlando di originalità e quel tipico nonsoché da film giapponese, Dai Nipponjin è certamente un campioncino. Una parodia di genere che sembra sottendere un filo conduttore con Django di Takashi.
hellbly @ 15:44 | commenti (popup) | commenti
domenica, maggio 25, 2008 | in : cinema e tv
Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo: prendiamola da lontano. 1981: il regista Steven Spielberg non ha ancora realizzato ET ma arriva diretto dai planetari successi di Lo Squalo e Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, e lo stravagante 1941; il produttore/sceneggiatore George Lucas è a cavallo tra il secondo e il terzo Guerre Stellari; Harrison Ford è per il mondo intero Ian Solo. Cinque anni dopo il Tempio Maledetto, 1989: dopo il Colore Viole e l'Impero del Sole, Spielberg è pronto a rispondere ai fan donando loro una nuova avventura di Indiana Jones, l'ultima; Lucas, assunto a ruolo divino, acconsente; Ford dopo qualche film drammatico andato male, Frantic e Mosquito Coast, è tornato in auge con il successo di Una Donna in Carriera. Nasce L'Ultima Crociata e al gruppo si unisce, con geniale e opportuna scelta di casting e carriera, quello Sean Connery in quegli anni al culmine della sua seconda giovinezza: tra Gli Intoccabili e Caccia a Ottobre Rosso (veramente sarebbe tra Presidio e Sono Affari di Famiglia...). Il mito è compiuto e perfetto, trino, divino, eccellente. Lucas ha chiuso il suo secondo e definitivo franchise, la frusta e il cappello vanno al museo e tutti si separano in amicizia promettendo di non tornare più sul personaggio. 2008: dopo una quantità di film discutibili chiusi con l'assolo di Munich, il regista Spielberg è chiaramente sull'orlo del baratro, sono tre anni che non dirige. Lucas è diventato la puttana del cinema, il male incarnato ed è già riuscito a trasformare il suo Guerre Stellari in quanto di peggio ci sia nella società moderna: è inarrestabile e già da qualche tempo aveva rimesso mano a Indiana Jones rispolverndone la versione giovanile. Ford è già caduto nel baratro e arriva da 10 anni di porcherie e qualche stanco gossip dovuto alla sua relazione con una discutibile starlette televisiva. Saggiamente Connery decide di glissare. Il quarto film di Indiana Jones mi ha portato al cinema per la seconda volta in tre settimane, qualcosa che non succedeva da un anno ormai: le Reunion hanno questo potere, sai sempre di andare a vedere qualcosa di nostalgico, oggettivamente impossibilitato a essere allo stesso livello dei tuoi ricordi o di ciò che fu, ci vai per accontentare l'aspetto comune della natura umana che ci unisce tutti, la mortalità e la vecchiaia. Ho una sorella di 19 anni che non ha mai visto i tre Indiana Jones, ha visto il quarto e le è piaciuto: io sono uscito amaro e triste. Chissà se il vecchio Steranko l'ha visto questo film, e cosa avrà pensato del vecchio Ford ancora una volta in quei panni da lui disegnati: alla fine degli anni '80 Ford era un action-hero, Indiana Jones era un film d'azione. Questo alla fine degli anni '80: prima di Hong Kong e il digitale. La bellezza dei tre Indiana Jones, no: la ragione per cui il personaggio di Indiana Jones sia tanto radicato nei cuori dei suoi spettatori dipende dalla presenza in tutti i suoi film di azioni, battute e momenti cool; ogni film ne ha alcuni specifici inerenti trappole, donne, il cappello, la frusta, la pistola, un primo piano, una scazzottata, un salto da un veicolo in movimento a un altro, un attimo di paranormale: la sapiente e misurata mescolanza di questi lampi immortalati in scene memorabili ha fatto dei tre film e del loro protagonista un archetipo riconoscibile e amato. Quel porco di Lucas ha fatto quanto di peggio potesse: ha trasformato questo quarto film in un overdose di stilemi jonesiani, ormai completamente incapace a creare qualcosa di nuovo (e nel mezzo ci butto anche Spielberg) si è limitato a prendere tutto il marasmo di immagini classiche dei film precedenti e riproporle, replicarle, riprodurle in questo. Qualcuno potrebbe chiamarlo omaggio, io no. Una o due volte sarebbe stato un omaggio, l'insistenza demente che accompagna e diventa il motivo conduttore del film invece sono semplicemente la riprova dell'odiosa natura di Lucas e del suo malvagio impero commerciale. Abbassate gli occhi da Gates un momento e posateli sul vero mostro. La trama è circostanziale, un appendice inutile sfruttata esclusivamente per presentare i ''momenti indiana jones'' e caratterizzare il nuovo personaggio e candidato erede, quello Shia LaBeouf di Transformers e lanciatissimo nello stardom (se sopravviverà al successo), che per altro compie dignitosa figura per tutto il film. Indy è vecchio, per tutto il film la menano abbastanza che sia vecchio, eppure è più atletico di quanto sia mai stato: compie acrobazie e pesta come un fabbro, ma non sarebbe neppure un problema. C'e' sempre stata una controfigura, non è un mistero anche se Ford pare si impegnasse a recitare personalmente un certo numero di scene relativamente pericolose. Parliamo del magnetismo: per tutto il film c'e' 'sta storia del magnetismo. Ora, sospensione dell'incredulità a parte, da un regista intelligente come Spielberg mi aspetto almeno logica nel trattare il tema: invece il magnetismo va e viene a seconda della scena, i dettagli sono trascurati ed emarginata è l'attenzione e la cura. Buttiamo in mezzo qualche stronzata per inquadrare il periodo guerra fredda.... ma a cosa diavolo servono quei dieci minuti di agenti FBI e l'interrogatorio annesso?!? Scene infilate a forza e senza senso solo per buttare qualche nozione di biografia del personaggio utili a futuri sfruttamenti. Senza sottilizzare il film è tutto così: un ammasso di minuti spesi per ''accontentare'' i fan. Alla fine è come tutte le reunion, una perdita di tempo, una spesa di soldi: un affronto alla memoria che si giustifica esclusivamente nel più grande quadro della vita moderna dove nulla riesce a morire con la propria dignità intatta.
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sabato, maggio 24, 2008 | in : cinema e tv
Meet the Spartans: migliore di quanto mi aspettassi; nonostante sia parte integrante di quel blocco di spazzatura parodistica che gli americani sfornano annualmente, sistematicamente prendendo malamente in giro grossi successi cine-televisivi della stagione passata buttandola sul minimo comun denominatore di rozza volgarità, questo film presenta inaspettati lati comici realmente divertenti. Innanzitutto nonostante sia al solito spiacevolmente grezzo incalza il motivo centrale, l'omosessualità degli spartani, con notevole furbizia: il saluto speciale uomo-uomo, uomo-donna; la marcia; la formazione di battaglia. E' tutto invitabilmente, visivamente, comico. Il resto è stanco e alla corda, a partire dall'invecchiatissima Carmen Electra passando per tutte le battute a colpi di palle e cazzi. Però l'allenamento del figlio è spassoso, l'attenzione a riproporre scene da 300 considerevole, e in definitva è realmente realizzato con maggior cura di quanto fosse lecito aspettarsi. Potrei persino spingermi a dire che varrebbe la pena spendere dei soldi per vederlo, ma lo farei solo per l'apprezzamento nei confronti del sublime Kevin Sorbo e del suo ''I am gonna go Hercules on your ass!''.
hellbly @ 18:13 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, maggio 21, 2008 | in : cinema e tv
The Bank Job: c'era una volta Roger Donaldson, regista poco prolifico autore di alcune perle tra la fine degli anni '80 e i '90 quali Cocktail, Cadillac Man, l'indimenticabile The Getaway (quello con la Basinger, mica cazzi), il primo Species e il fortissimo Dante's Peak. Questo tizio nell'anno 2000, benedetto da qualche millenaristica epifania, realizzò quel Thirteen Days con Kevin Costner i cui forti contenuti politici fecero pensare a un qualche rapimento alieno. Uno straordinario insuccesso con Pacino e Farrell dopo, una specie di film tv con Hopkins, lo ritroviamo costretto in territorio britannico con un cast all british capeggiato da Jason Statham in quello che NON e' il seguito di The Italian Job, ma è il solito film di rapina dove i rapinatori credono di rubare soldi ma si trovano tra le mani le solite foto che scatenano loro contro servizi segreti e super malavita. La cosa più interessante del film è l'incomprensibile slang inglese che rende non solo necessari dei sottotitoli, ma specialmente dei sottotitoli con traduzione in plain american. Il resto non vale la pena.
hellbly @ 22:40 | commenti (popup) | commenti
giovedì, maggio 15, 2008 | in : cinema e tv
Semi-Pro: prosegue l'avventura comico-sportiva di Will Ferrell dopo i successi di Talladega Nights e Blades of Glory. Parliamo di fatti comuni: nonostante anche Semi-Pro abbia raggiunto l'obbiettivo di guadagnare è evidente come dal favoloso esordio la formula continui a perdere consensi a ogni nuova riproposta, ogni film successivo incassa un pò meno; i produttori continuano a buttarsi su Ferrell bypassando completamente la questione regia e sceneggiatura, danneggiando la performance dell'attore-comico troppo caricato di responsabilità e della continua necessità di stupire, quindi proiettato a tornare nel vicolo dove giaceva esausto qualche anno fa. Resta quanto detto, Semi-Pro ha i suoi momenti comici brillanti e soprattutto alcuni lampi di esilarante demenzialità: Will Ferrell è Jackie Moon, meteora musicale proprietario/coach/giocatore dei Flint Tropics della ABA. E' il 1976 la ABA sta morendo fondendosi con la NBA, 4 team passeranno alla grande lega e tutti gli altri saranno sbandati: i Tropics sono l'ultima squadra del campionato ma si faranno in 4 per arrivare al quarto posto ed entrare nelle 4 fortunate a sopravvivere. A questo punto entra in scena Woody Harrelson, ex-Celtics, ginocchio partito, alcolizzato, carriera finita: scambiato al posto di una lavatrice. Tra le condizioni per passare alla NBA ci sarebbe stata anche quella di avere una media pubblico intorno alle 2000 unità, inutile dire che gli spalti dei Tropics scarseggiavano al conteggio procapite: ogni prepartita il buon Jackie ne inventa una per promuovere il match. Tutto qui: c'e' spettacolo, Ferrell fa l'idiota in modi assurdi e spesso divertenti, la squadra gli dà supporto e c'e' persino un pò di classica eroica serietà da sacrificio sportivo che non fa mai male.
hellbly @ 23:39 | commenti (popup) | commenti
martedì, maggio 13, 2008 | in : cinema e tv
Kamen Rider the Next: seguito di Kamen Rider the First. Non ricordo che il progetto fosse pianificato per diventare seriale, evidentemente la Toei sarà rimasta sufficientemente soddisfatta dal primo capitolo del remake cinematografico dedicato alla generazione showa di Masked Rider da trovare i fondi per questo secondo. ''The First'' aveva un senso in quanto avente per protagonista il primo Kamen Rider, il progenitore di tutta una serie di successi e simboli saldamente appiccicati alla cultura popolare giapponese; ''The Next'' è molto stupido, soprattutto visto che nel primo film (certamente ricorderete) apparivano come protagonisti sia Kamen Rider 1 che Kamen Rider 2 (ufficialmente, quindi, sarebbe stato Kamen Rider 2 il ''the Next''): qui arriviamo a Kamen Rider v3. Ora, qualcuno potrà obiettare così: ''certo, ma ricalcando le serie sia Kamen Rider 1 che Kamen Rider 2 erano protagonsiti della serie Kamen Rider; Kamen Rider v3 era protagonista della seconda serie ufficiale, Kamen Rider v3''. Non mi interessa: contesto il ''The Next''. Alla Toei invece hanno contestato il regista del primo film, sostituendolo qui con Ryuta Tasaki, ovvero l'uomo dietro la generazione heisei di Kamen Rider; hanno invece confermato lo sceneggiatore, Toshiki Inoue: il film è schifoso quanto il primo, forse peggio. Che sia colpa sua? Probabilmente sì visto che è proprio la sceneggiatura a essere rivoltante nella sua troppo ricercata idiozia: lo scopo di questi film non penso sia quello di riuscire nell'ardua dimostrazione di scrivere nel 2008 soggetti tanto stupidi da sembrare degli originali anni '70, penso si volesse aggiornare il mito per riuscire a vendere le serie di dvd recentemente programmate per l'uscita cogliendo da un lato il fandom coltivato dalle nuove serie e dall'altro l'odio dei vecchi fan. Torniamo a noi: Takeshi Hongo si finge insegnante di scienze, viene messo sotto dai suoi studenti che lo scherzano continuamente; stolti, loro non sanno chi sia realmente Takeshi. Mezzora circa dall'inizio del film finalmente lo vediamo trasformarsi, anche in questo film si è scelto di evitare il POSING: scelta ancora una volta insensata essendo proprio le pose dei kamen rider prima delle trasformazione uno dei segni più caratteristici e amati dal pubblico. Ovviamente combattendo contro nuove generazioni di nemici l'obsoleta tecnologia di Kamen Rider 1 ha la peggio: passa un'altra mezzora ed ecco Hayato Ichimonji. Lui non lavora, passa il suo tempo al bar e non sta troppo bene. Passa un altro pò ed ecco, finalmente, Kamen Rider v3 interpretato dal tizio che faceva Kamen Rider Libellula nella serie di Kamen Rider Kabuto (il personaggio più sfigato di quella serie, per altro). Ovviamente all'inizio è cattivo, poi diventa buono. I kamen rider hanno pochissimo tempo in costume, combattono male e le prendono per tutto il film: coreografie ed effetti speciali penosi persino se comparati a quelli per la tv. Lo scontro finale è già un pò meglio ma non riesce di certo da solo a salvare dalla noia e dalla bruttura di The Next. Il prossimo giro toccherebbe a Kamen Rider X ma non troverei impensabile se Toei saltasse direttamente a Black. Sicuramente torneremo per parlarne male.
hellbly @ 21:35 | commenti (popup) | commenti
sabato, maggio 03, 2008 | in : cinema e tv
Iron Man: molti anni fa ho capito che essere contemporaneamente un DC Jeek e un Marvel Zombie fosse possibile solo a creature dalla mente più aperta, dal portafoglio rigonfio, soprattutto però baciati dalla buona sorte di una gran quantità di tempo libero. Iron Man l'ho sempre letto, più o meno: lessi tutto il volume 1, arrivai fino a quel punto quando la bruttura del Marvel Universe portò alla Rinascita degli Eroi; lo ripresi al tempo del Ritorno ma era troppo tardi, il Tony Stark che apprezzavo: quello delle Guerre delle Armature, era scomparso per sempre. Sono quindi nostalgicamente e semplicemente entusiasta nel trovarmi a guardare un film dedicato al primo Iron Man, quello del sogno: quello che come Batman, Green Arrow e tutti i ricconi votati al bene segnava in quei dorati anni americani l'impronta social-capitalistica più forte incontrando nel più avvantaggiato anche il benefattore supremo. Ci voleva un regista costantemente sull'orlo dell'insuccesso e l'attore pronto al riscatto per mettere in piedi la migliore produzione possibile, un film che dalle parti di newsarama sono andati a vedere tre volte tanto erano increduli a scoprirlo così bello. Atteniamoci all'Origine: Tony Stark è un genio per retaggio famigliare votato alla meccanica e all'elettronica applicata all'industria bellica, ricco e sfrontato, annoiato, arrogante, ha tutto. Un giorno se ne va a fare un giro in un paese che, per motivi di aggiornamento storico, è stato modificato sulla carta geopolitica rispetto all'originale riassumendolo al tipico imprecisato luogo mediorientale del mito moderno: viene catturato, ferito a morte e costretto a costruire armi per i suoi catturatori; incontra il suo Damasco e gli viene donata una seconda vita e, per coincidenza, il motore e la causa del suo potere: fuggito e tornato in patria Tony Stark cercherà di riordinare la sua vita secondo le nuove e più pressanti cause del suo cuore. A questo punto il film poteva andare in merda: il regista e il suo protagonista hanno potuto sfruttare però quell'esperienza che tanti registi cinematografici contemporanei dovrebbero forse spendere per ottenere, le sit-com televisive su cui i due hanno fondato il primo successo e il ritorno alla scena concede loro tempi comici e ritmo narrativo impareggiabile. I dialoghi scivolano leggeri, mai pretenziosi, puntuali, irriverenti e pungenti: nessuno dei personaggi si perde in sciocchezze stereotipate prive di autoironia; Downey Jr. riesce nella difficile impresa di mostrare la doppiezza connaturale di Stark: non solo quindi il rimediare ai torti fatti ma in pari misura il soddisfare quella ricerca dell'emozione e della fuga dalla noia, dell'azione e del pericolo che mescolano egoismo umano all'atruismo superumano. Sembra scrittogli addosso. Il contorno funziona bene: al posto della Paltrow potrebbe esserci chiunque, data la sua funzione semplice di spalla e ribattuta per Downey Jr., però e' graziosa e si comporta con la dovuta dose di severità e divertita tolleranza che rese Pepper un personaggio fondamentale del primo Iron Man; Favreau stesso si ritaglia il minuscolo ruolo di Happy lasciando quello più articolato e proiettato verso il secondo capitolo di Rhodes a Terrence Howard. Il Drugo veste i panni di Iron Monger: ti aspetteresti sempre di vederlo con un white russian in mano ma riesce a fare il cattivo con sufficiente caricaturalità ed è tuttosommato convincente in una parte comunque piccola e di contraltare al dominante ruolo del protagonista. Tecnicamente il film è uno spettacolo: il genio Stark è circondato da IA che gli organizzano la casa (il maggiordomo Jarvis qui trasfigurato) e da animali domestici meccanici che gli fungono anche da assistenti, adopera sistemi operativi così avanzati ed evoluti da rendere l'iphone un grillo parlante Clementoni; poi c'e' l'armatura: mark 1, mark 2 e mark 3. Dalla progettazione alla vestiozione è un tripudio di mechaservice, una volta in volo è l'apoteosi dell'esaltazione: il volo è perfetto, persino migliore di quello visto in Superman; i repulsori sono impressionanti. Il miracolo però sono le collisioni: l'armatura è fisica, non ha niente di virtuale, tocca e viene colpita con assoluta credibilità e fisico rispetto della realtà strutturale; è chiarissima nella sua visibilità, Favreau non si nasconde dietro confusione e ambiguità, tutto viene mostrato in piena luce e non c'e' la minima possibilità di fraintendere gli scontri o di non comprenderne lo svolgimento. Alla fine del film, che si chiude con una botta straordinaria e una battuta eccellente, dopo i titoli di coda, Favreau si prende il tempo di dedicare una perla ai lettori: non dirò cosa succede, ma quello che succede è puro fanservice dove si riesce a mescolare universo Ultimate e le più recenti trame del Director.
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giovedì, maggio 01, 2008 | in : cinema e tv
Teeth: l'esordiente Mitchell Lichtenstein.... no, non è un di quelli quando si dice ''nessuna parentela'': questo è proprio il figlio di Roy.... lungometraggio d'esordio a sfondo horror, black comedy incentrato sul non proprio popolare mito della Vagina Dentata. Non credo di dover linkare qualcosa o spiegare nel dettaglio: il nome dice tutto; la protagonista è una signora Bobbitt seriale, ma non le servono forbici o coltelli. Passo indietro: la giovane Dawn è attivista convinta ed entusiasta della verginità, della castità e tutto il resto; la sua però non è una scelta puramente idealista, non ne è al corrente ma questa sua visione del sesso nasce da una particolarità genetico-anatomica in suo possesso, e unica. La famiglia, l'inconscio e via dicendo l'hanno portata ad allontanarsi dal sesso tuttavia, come dire, se Maometto non va alla montagna... la giovane Dawn, sfortuna vuole, è una graziosa biondina dal seno piccolo e sfacciato: i ragazzetti le ronzano intorno come falene. Un pò di curiosità, qualche prurito di troppo da una parte, testosterone a palla dall'altra e in un attimo il film si trasforma in un tripudio di cazzi mozzati. Mi rivolgo ai maschi: è abitudine di tutti i maschi l'immediata e naturale, pubblica partecipazione a ogni dimostrazione di dolore genitale; quando un uomo vede un tizio prendere una gran pacca sulle palle istintivamente comprende il dolore e si porta le mani a difesa delle proprie. Inizialmente il film sembra puntato a non mostrare esplicitamente il troncamento e la caduta, c'e' però una svolta verso la fine: arrivano le tette e lo splatter, prima è un filmetto stupido, dopo diventa quasi uno slasher. Ora, indugiare sul film c'e' poco da dire: non è granché, si guarda, è simpatico, potrà persino fare impressione; è proprio su questa impressione che vorrei soffermarmi prima di andare a copulare senza particolari problematiche residue: quale sarebbe la differenza tra una vagina dentata e la fellatio? Ultimamente mi sono accorto di un accentuato involgarimento del mio dizionario, però non vorrei fraintendimenti: la fellatio è il pompino. Bocca, vagina: se ha i denti può mordere, differenze poche. Il mito poteva avere senso in tempi proibizionistici, oggi fa poca differenza: a parte, ovviamente, la sorpresa. In effetti gira poi tutto intorno alla sorpresa, no? E' che non te lo aspetteresti in quella posizione, il morso intendo. Diciamo così: Teeth è un film che insegna una grande lezione di vita sociale. Mai saltare i preliminari con i nuovi partner.
hellbly @ 23:34 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
giovedì, maggio 01, 2008 | in : cinema e tv
Sukiyaki Western Django: sono un paio d'anni ormai che in Giappone sembra siano rimasti solo e sempre quei due, tre registi in tutto. Alla fine, volendo evitare i prodotti troppo mainstream, si finisce a cercare negli stessi posti, sono i soliti credits: avendone visto il trailer avevo intenzionalmente evitato il remake caciarone dell'accoppiata Miike-Tarantino basato sul mio amatissimo classico di Corbucci; se quel Hideaki Ito visto spesso in ruoli d'azione sofferta come quelli di When the Last Sword is Drawn e Princess Blade, poteva anche andarmi bene nei panni che furono principalmente di Franco Nero: Miike Takashi al posto di Corbucci mi dava solo vibrazioni molto negative. Alla fine il film mi è piaciuto, lo dico subito così tolgo i dubbi: certo, non capisco perché sia stato necessario andare a scomodare e scopiazzare Le Lacrime della Tigre Nera, o quale sia il fine nel trasformare le due gang rivali in boy bands uscite direttamente dall'ultimo emo-video del via cavo giaponese, per non parlare della sempre troppo ricercata provocazione con il cast interamente impegnato a parlare engrish a ottenere effetti metaqualcosa. Magari non si capiscono ma si guardano con soddisfazione e stupore, dirizzoni di sfrenata originalità a tutti i costi che pur mancando sovente di conformarmi a quelli che dovrebbero essere prioritari e necessari fini narrativi e rappresentativi, finiscono ugualmente per divertire e convogliare una vago senso del meraviglioso. Peccato soltanto che il raccontare una storia sia qualcosa di definitivamente messo da parte, trascurato e ignorato: riduttivamente si finisce per vedere il film come esclusiva forma artistica audio-video, dimenticando che la grazia d'arte cinematografica derivi dalla commistione di più forme precedenti e che quella letteraria non ne sia suppellettile cassabile e inutile ma parte integrante. Guardando il tutto più come un balletto strettamente coreografato che un film, si riesce ad apprezzarlo enormemente: lasciamo perdere la parodia linguistica del suriyaki al posto dello spaghetti, evitiamo di scendere sul dettaglio socio-culturale dell'origine del suriyaki, sorvoliamo sul film giapponese che rifa il film italiano con stile rubato ai giapponesi (e idee rubate agli americani), sforziamoci anche di dimenticare l'opprimente ed epidemica presenza di Tarantino; resta un non-film troppo lungo con tanta bellezza organizzata a dovere, esplosioni e spari, combattimenti vessati da qualche effetto speciale di troppo ma dinamici e fieri. Di Ito abbiamo detto: a capo delle boy band troviamo Yusuke ''Kyashan'' Iseya, leggermente invecchiato rispetto a quando l'avevamo visto l'ultima volta in Memories of Matsuoko, intrigante e ambiguo, chiaramente vizioso, fluido, agile e molto elegante. Non a caso Miike lo dota di katana e lo veste di bianco. Dall'altra parte c'e' Koichi Sato, una ventina d'anni di più, a suo tempo infelice Jubei in Samurai Resurrection qui nella parte dell'uomo-tank con gatling gun d'epoca, corazza e abito rosso. In mezzo c'e' pure spazio per Kaori Momoi. Curiosa la scelta di Miike di ridurre la presenza dell'infame bara di Django, non vediamo Ito portarsela in giro di qua e di là: la scena è ridotta e concentrata; trovo sia strano perché la bara negli anni è stata ampiamente ripresa ed è spesso ritornata nel giro di anime e altre forme simili di intrattenimento giapponese (ne parlammo tempo fa alla fine della serie animata di Gungrave). Avrei preferito meno spettacolo fine a se stesso, ma il convento questo passa.
hellbly @ 16:49 | commenti (popup) | commenti
giovedì, maggio 01, 2008 | in : cinema e tv
Waru: primo di 2 film direct to video realizzati da Miike Takashi nel 2006, scritto e interpretato da Hisao Maki, basato su un suo manga. La combinazione dei due autori ha costantemente dato vita alle peggiori produzioni dell'amato regista giapponese: il trend viene qui confermato in pieno. Hisao interpreta il ruolo del capo di un'organizzazione privata che si pone come obiettivo la lotta al crimine, è tanto intelligente e forte, tutti lo rispettano: un boss mafioso viene incaricato da super boss mafiosi di eliminarlo; accanto a Hisao troviamo Sho Aikawa, qui nella parte di braccio destro e samurai fuori dal tempo. Regia pessima, sceneggiatura inesistente, dialoghi e caratterizzazioni stupide anche per i canoni del duo, i combattimenti di Hisao farebbero ridere Steven Seagal, i combattimenti di Aikawa sono della peggior specie con gretti effetti in cg e mediocrità idiota che potevano essere un marchio di fabbrica intellettualmente elevato ai tempi di DOA ma ora risultano solo per quello che sono. Dubito valga la pena guardarne il seguito.
hellbly @ 15:08 | commenti (popup) | commenti
martedì, aprile 22, 2008 | in : cinema e tv
Enchanted: ho mal interpretato il film, pensavo avrei visto una commedia demenziale o poco meno, qualcosa di molto divertente e spassoso farcito di autoironia; ero anche attirato dal vedere i risultati del ritorno Disney all'animazione fatta a mano (ottimi). Il film è invece una commedia romantica completamente priva di trovate, a parte l'ovvietà del diverso concept iniziale in una forma di Space Jam alla rovescia, con il tizio dal famoso telefilm medico.... no, non quel figo del Dr. House: l'altro telefilm medico, quello con gli sfigati. Il ritmo narrativo ha una mezza dozzina di palle di ferro legate alle gambe, si trascina con lentezza ripetendo lo stesso concetto a oltranza: lo scontro di personalità tra la principessa rincitrullita dal vivere nel mondo Disney e l'avvocato di successo cinico e disilluso avrebbe potuto regalare qualche dialogo divertente, se gli sceneggiatori fossero stati all'altezza e gli attori appena appena più espressivi. Fanatici Disney troveranno tutte le citazioni, le parodie e l'entusiasmo nel rivedere i propri film ripresi e canzonati in questo; io mi sono sottomesso a finirlo solo perché accanto ne avevo una.
hellbly @ 10:04 | commenti (popup) | commenti
martedì, aprile 15, 2008 | in : cinema e tv
Southland Tales: il travagliato film del regista di Donnie Darko, rimasto in giro per un paio d'anni, tagliato e ritagliato a causa delle risposte negative di pubblico campione e festival; nato per essere un super prodotto multimediale poi ridottosi ad avere una mediocre prima parte distribuita su 3 capitoli spalmati in altrettanti fumetti, prequel del film che, insignificantemente, comincia con la parte IV e finisce con la VI. Cast di stelle di varia grandezza, tutti volti notissimi e immediatamente riconoscibili che lascio alla pagina di IMDB il compito di elencare, tenendomi solo il trio protagonista composto da The Rock, Buffy e Seann Scott. Il film è un casino, eccessivamente un casino: Donnie Darko poteva avere una costruzione complessa ma stringentemente logica, qui il filo si perde dopo poco e svanisce dopo poco di più: parliamo di distopia. Qualche anno fa il Texas è stato atomicamente bombardato e ora gli Stati Uniti escono dalla Terza Guerra Mondiale come uno stato militare rigidamente controllato: energia pulita con misteriosi effetti collaterali, terroristi neomarxisti, viaggio nel tempo e una sporta di altre idee gettare alla rinfusa conferiscono a Southland Tales l'aspetto di un pandemonio sgonfio, troppo cervellotico e pretenzioso per conquistare assensi e il pubblico. Singolarmente si possono trovare scene d'effetto, qualche rappresentazione di idee interessanti, ma nella sua totalità delude per l'inefficacia della narrazione, la progressione confusionaria, e caratterizzazioni dei personaggi altamente discutibili e non lineari. Un calderone di sbobba informe che durando pure due ore e mezza finisce per stancare e irritare.
hellbly @ 11:32 | commenti (popup) | commenti
lunedì, aprile 14, 2008 | in : cinema e tv
Virgin Territory: la domenica te ne stai seduto in casa, un'ora vuota della giornata troppo tardi per fare certe cose e troppo presto per altre, ti aggiri virtualmente e non per i tuoi possedimenti e t'imbatti in qualcosa che normalmente non avrebbe attratto la tua attenzione ma che nell'immediata uggiosità dell'istante diventa l'unica e la prima e ben accetta forma d'intrattenimento. Virgin Territory, in sintesi, è una vaccata: lo sapevo anche prima di vederlo e non si cambia idea conclusa l'operazione; trasposizione di una novella del decamerone, è film fuori dal tempo: sembra una di quelle pellicole italiane anni '70, commedia sexy per definire il genere, priva del genuino divertimento di allora e incapace di valicare il confine della dovuta sessualità. Il giovane Darth Vader nel ruolo di Lorenzo, Tim Roth nelle parti del malvagio disgustato da se stesso (parte congeniale per l'attore disperso), e una schiera di paia di tette deambulanti pronte a mostrarsi per qualche secondo svestendo i panni delle novizie per immergersi nella tinozza del piacere: tra le tette riconoscibili segnalerei un lampo della Canalis e di qualche altra attricetta italiana. Il vero motivo per guardare il film è tuttavia un'altra: nel film, e per tutto il tempo il regista David Leland ci stuzzica lasciandocelo credere (e forse supplica l'attrice di farlo), si corre il rischio di vedere un primo topless di Mischa Barton. ''Cazzo!/Figa!'', direte voi (a seconda delle vs preferenze); ''Chi è?'' mi chiedevo io guardando e di fatto perdendomi tutto il senso. E' la sgualdrinella di OC, il Beverly Hills di ultima generazione. A me non hanno chiesto di lasciare il cellulare, a voi? A un mio amico l'hanno chiesto. E poi non c'era la lista dei Grilli Parlanti: che palle, mi sono sorbito i no euro per mesi e non ho potuto nemmeno scegliere di non votarli....
hellbly @ 08:23 | commenti (popup) | commenti
giovedì, aprile 03, 2008 | in : cinema e tv
Idiocracy: beccato in videoteca. Diretto da Mike Judge di Beavis and Butt-Head nel 2006. Sembra una strana versione pateticamente brutta di Tank Girl... il film naturalmente. L'esercito costringe a un esperimento di ibernazione l'uomo medio per eccellenza e una prostituta, un futurama dopo, il mondo vive come risultato del seguente teorema: le persone intelligenti sanno che avere figli in questo mondo schifoso è qualcosa a cui pensare, a forza di pensare si stressano e diventano sterili; solo gli idioti figliano come conigli senza cervello: quindi in futuro l'umanità diventerà sempre più stupida e stupida fino al punto che l'uomo più medio del mondo moderno possa esserne considerato il più intelligente. Potrebbe essere il film di Beavis e Butt-Head, un altro intendo, visto che tutti parlano come loro e sono loro. Hanno continuato a farlo quindi a qualcuno dovrà pur piacere.
hellbly @ 10:33 | commenti (popup) | commenti
lunedì, marzo 17, 2008 | in : cinema e tv
In the Name of the King - a Dungeon Siege Tale: non lo so. Anzi, lo so: l'unica ragione per cui abbia guardato questo film è Jason Statham. Non del tutto vero: Statham è una ragione, l'altra è Boll. Qui abbiamo un uomo che sta facendo la storia del cinema in un senso nuovo e inverosimile: è al suo quarto film tratto da un videogioco, con altri due già conclusi e tre in produzione, sempre tratti da videogiochi. Sempre squisitamente orribili. Ho da anni una teoria riguardante gli attori hollywoodiani: ''a forza di fare film diventano tutti bravi''; mi piacerebbe estendere questa teoria, in termini di regia, a Uwe Boll. Sicuramente questo mio pensiero è stato condiviso da Jason Statham, Ron Perlman, John Rhys-Davies, Claire Forlani, Kristanna Loken, Matthew Lillard, Ray Liotta, Burt Reynolds.... MIO DIO! E' possibile che ci sbagliamo tutti? Il Transporter, Hellboy, un uomo che ha fatto qualsiasi cosa dalla tv al cinema, La Forlani, un terminator, Shaggy, ray liotta, BURT REYNOLDS: si sbagliano tutti?!? E' possibile? Chi vende i diritti di sfruttamento cinematografico dei propri giochi a qualcuno che ne farà film orrendi? 30 anni fa Boll avrebbe scoperto l'america e oggi sarebbe il regista di Spider-Man, ma oggi l'unica spiegazione è che sia un ex-agente del KGB e il miglior amico di Putin. Boll prende Jason Statham, gli dà una spada e un boomerang in mano, e lo trasforma in Link dal primo Zelda; combattimenti indegni di Hercules, 2 ORE di film. Qualcosa come dieci minuti di lotta finale tra Liotta, la sua controfigura, e Statham; ending degli Hammerfall. Il più brutto film di Uwe Boll.
hellbly @ 22:01 | commenti (popup) | commenti
venerdì, marzo 07, 2008 | in : cinema e tv

30 Days of Night: sul blog non mi pare si sia mai parlato di questo brand dell’editore IDW, non ricordo esattamente. Credo di non averne mai parlato, o forse solo della primi mini, perché non ne sono appassionato: Steve Niles, lo scrittore, mi piace ma preferisco gli Strange Cases o Simon Dark; Ben Templesmith, il disegnatore diventato in poco tempo il nuovo ‘’artista’’ del settore, mi piace ma preferisco Wormwood Chronicles. Non vogliatemene ma 30 Days of Night è la solita storia di vampiri e ormai ne ho le palle piene dei succhiasangue, benché sia un poderoso fumetto (almeno la prima mini). Curiosità produttiva nota ma che riportiamo ugualmente: 30 Days of Night è stato il trampolino di IDW nel mondo dei comics che contano riuscendo a coniugare la forte tendenza espressionistica delle sue pubblicazioni con ottimi risultati di vendita (lasciamo perdere i Transformers), pare che già nel 2004 Niles avesse in mente questo progetto intendendolo come sceneggiatura per un film. Allora venne interpellata la Dark Horse… che rifiutò. Oggi la Dark Horse coproduce il film e si mangia le mani per aver perso i diritti su uno dei marchi di più successo nel settore normalmente di sua competenza. Il film è diretto da David Slade, ex videoclippista al suo secondo film e regista di un altro adattamento di prossima uscita: Neverwhere di Gaiman. E’ un bel film in tutti i sensi, specialmente benedetto da tempi narrativi rapidissimi: a cinque minuti circa dall’inizio del film la gente comincia già a morire platealmente assassinata da vampiri, e nessuno ne mette in dubbio l’esistenza. Nessun pallosissimo e risaputo preambolo: 30 Days è un action piuttosto violento con vampiri privi di capacità eccessivamente superumane e quindi affrontabili dai comuni cittadini di Barrow sul piano di uno scontro non completamente privo di possibilità. E’ un film dai cont